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Uruguay, un “Paese inventato”: storia, politica e identità della nazione celeste

Fig.1: “Soles”, un’opera dell’artista uruguaiano Carlos Páez Vilaró. Fonte: pinterest.

1. Introduzione: un Paese inventato


La scrittrice cilena Isabel Allende ha definito il Cile “il suo Paese inventato”, in un libro[1] che è un omaggio alla sua terra. Eppure, è l’Uruguay, più del Cile e di ogni altro Paese dell’America Latina, a sembrare un “Paese inventato”, per la sua geografia, per la sua storia e per la narrazione che la nazione celeste, la più piccola del Sudamerica dopo il Suriname, ha fatto di sé.


Dal punto di vista geologico, l’attuale Uruguay corrisponde a una piccola estremità del vasto territorio brasiliano, dotata di un’unità naturale, che le è conferita a ovest dal Rio Uruguay, “il fiume degli uccelli colorati” in lingua guaranì – da cui il Paese prende il nome. Affacciato a sud-est sull’Atlantico, l’Uruguay ha due vicini decisamente scomodi: a nord-est il Brasile e a ovest l’Argentina. All’interno, la pampa – la pianura – storicamente sfruttata per la pastorizia.


Nonostante i vincoli imposti dalla geografia, in primis le dimensioni ridotte del territorio, inevitabilmente tradotti in peso politico ed economico nello scacchiere internazionale, l’Uruguay ha cercato da affermare la propria autonomia puntando sulla costruzione di un’identità nazionale forte e riconoscibile e sulle relazioni strategiche. Ne sono risultate, in un certo senso, identità molteplici.


2. L’Uruguay indigeno, “europeo”, indipendente


Magellano per primo arrivò a Montevideo, nel 1520, e fu quasi per caso. Percorreva l’estuario alla ricerca di un passaggio verso il Pacifico. Non lo trovò: l’estuario conduceva all’interno di un fiume e non di uno stretto. Si racconta che proprio la spedizione da lui guidata abbia dato il nome all’attuale capitale, alla vista della collina, il “monte” in lingua portoghese.


Poi arrivarono gli spagnoli, che videro in queste terre le “Fiandre del Sudamerica”, convinti com’erano di poter replicare la prosperità mercantile propria dei territori fiamminghi. In virtù della posizione privilegiata, alla foce del Rio de la Plata, della fertilità delle sue pianure e della manodopera disponibile e continuamente alimentata dall’immigrazione europea, l’Uruguay aveva il potenziale necessario per diventare capitale di uno dei principali empori dell’emisfero sud.


Ma non sono stati né Magellano né gli spagnoli a inventare l’Uruguay. In epoca preispanica l’Uruguay era abitato dai popoli guaranì e dagli indigeni charruas. Questi ultimi, anche dopo l’arrivo degli europei, continuarono a mantenere il controllo sull’interno del Paese per oltre un secolo, costringendo i conquistadores a rimanere sulla costa.


Nel 1811 il generale José Gervasio Artigas guidò la rivoluzione, prima contro gli spagnoli, poi contro i portoghesi. Gli valse il titolo di eroe nazionale. Il processo di indipendenza si completò effettivamente solo nel 1828, dopo la guerra contro il Brasile, che voleva conservare la “fascia orientale” tra le province dell’impero. Fu così fondata la “Repubblica Orientale dell’Uruguay”.

Montevideo
Fig.2: Centro storico di Montevideo. Fonte: foursquare.com.

Tra Ottocento e Novecento, l’Uruguay beneficiò del flusso migratorio europeo diretto verso il Rio de la Plata. Si stima che circa 600.000 persone entrarono in Uruguay provenienti dall’Europa tra il 1860 e il 1920. Secondo le testimonianze dell’epoca, negli anni Quaranta del XIX secolo Montevideo sembrava già una città cosmopolita, abitata com’era da spagnoli, brasiliani, italiani, francesi, inglesi, portoghesi e da altre comunità straniere.


3. Uruguay politico: un bipartitismo spezzato per sempre


Tra il 1839 e il 1851, i sostenitori dell’indipendenza uruguaiana si divisero in due fazioni: i blancos e i colorados, che furono protagonisti di una sanguinosa guerra civile ricordata come la Grande guerra. Il conflitto si concluse con la vittoria dei colorados. Ma il confronto non è mai finito. Così, dalla nascita della repubblica e fino alla seconda metà del Novecento, la politica interna uruguayana ha visto avvicendarsi due partiti storici. Da un lato, il Partito Colorado, in cui militò – tra gli altri – l’eroe dei due mondi Garibaldi, che durante la guerra civile uruguaiana guidò la “legione italiana”. Dall’altro, il Partito Nazionale, a cui appartiene l’attuale presidente Luis Alberto Lacalle Pou.


È impossibile scindere l’identità politica dell’attuale Uruguay dalle vicende storiche verificatesi dagli anni Cinquanta del Novecento in poi, che portarono alla nascita di una terza forza politica, il Frente Amplio (FA). Nel 1971 – con la sua fondazione – il Frente Amplio ha spaccato per sempre il tradizionale bipartitismo che aveva caratterizzato fino ad allora la storia politica del Paese. Nel 2004, infatti, con la vittoria del suo candidato Tabaré Vázquez il FA ha messo fine a 170 anni di dominio politico dei partiti Colorado e Nazionale.


Il Frente Amplio è nato dall’esperienza politica e militante del Movimento di Liberazione Nazionale – Tuparmaros (MLN-T). Non a caso, il partito fu fondato da un gruppo di militanti storici, che alla fine si convinsero della necessità di superare lotta armata in favore della politica. Tra questi c’era Pepe Mujica, il Presidente ex-guerrigliero.


4. Por la tierra e non solo: l’Uruguay militante dei tupamaros


Creato negli anni Sessanta da Raul Sendic Antonaccio, uno studente di diritto che frequentava gli ambienti socialisti di Montevideo, il MLNT raggruppava in origine i promotori di una “lotta per la terra”, in particolare per la difesa dei diritti dei lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero.


Il termine tupamaros si diffuse a partire dal 1964 e venne a lungo utilizzato con una connotazione dispregiativa per designare i militanti, con riferimento ai contadini al seguito di Tupac Amaros II, l’eroe andino che guidò le rivolte contro gli spagnoli nel XVIII secolo.


I primi tupamaros si battevano per una riforma agraria in grado di realizzare una redistribuzione della proprietà terriera in favore delle cooperative contadine. Col tempo, a questo primo obiettivo, si aggiunse quello di creare una sorta di braccio armato della sinistra uruguaiana, chiamato a contrastare le forze reazionare in favore di quelle progressiste. Gradualmente, sempre più aderenti cominciarono ad impegnarsi in azioni di forza: dall’occupazione di fattorie da affidare alle cooperative contadine passando per il sabotaggio delle fabbriche, fino ad arrivare a episodi più radicali come le rapine negli alberghi di lusso e la collocazione di ordigni nelle sedi delle radio.


Ispirati dall’esperienza rivoluzionaria cubana, i tupamaros si fecero promotori di una lotta armata senza precedenti nel contesto latino-americano e internazionale: urbana e, in quanto tale, atipica. Non poteva essere altrimenti in un Paese piccolo, privo di montagne e aree boschive, con la maggior parte della popolazione residente in aera urbana. Ne risultò che i militanti dovettero operare principalmente nella capitale e ingegnare un sistema che potesse proteggere la loro clandestinità e la segretezza delle loro azioni sfruttando le caratteristiche della città, compresi i condotti e le fognature che furono spesso utilizzate in episodi rocamboleschi di nascondiglio, fuga ed evasione.


5. L’Uruguay dei militari fuori dalle caserme


I tupamaros assunsero come proprio l’assioma clausewitziano secondo cui la guerra – in questo caso la lotta armata – non è altro che la prosecuzione della politica con altri mezzi. La loro lotta era, certamente, impregnata di idealismo e dell’ambizione di presentarsi come i Robin Hood dell’Uruguay. A posteriori, molti leader del movimento, incluso lo stesso Mujica, hanno spiegato che al centro della loro azione, per quanto radicale, c’è sempre stato il tentativo di minimizzare il numero delle vittime ed evitare il terrorismo. Se ci siano riusciti o meno, è una questione tuttora dibattuta. Quel che è certo è che il conflitto tra i guerriglieri e le autorità al potere si inasprì sempre di più fino ad arrivare alla sconfitta del Movimento con l’istaurazione della dittatura civile-militare.


Il 27 giugno 1973, con un auto-golpe, l’allora presidente Bordaberry, del Partito Colorado, consegnò il controllo del Paese ai militari. L’Uruguay “inventato” dai militari usciti dalle caserme ed entrati nei palazzi era quello in cui il terrorismo divenne una politica di Stato, la tortura una pratica istituzionalizzata e l’imposizione di condizioni di detenzione disumane e degradanti una prassi corrente e mal celata, così come le sparizioni forzate e le violazioni generalizzate dei diritti umani.


Storia recente e ferita ancora aperta, la dittatura uruguaiana non ebbe vita breve: durò fino al 1985. In questo periodo, il bersaglio principale dei militari furono i prigionieri politici, primi fra tutti i tupamaros. Incarcerati, i sopravvissuti del Movimento furono esposti quotidianamente a violenze di ogni tipo[2]. L’obiettivo della dittatura era, infatti, quello di portare i prigionieri alla follia e per riuscirci fu loro imposto, tramite decreto del Ministero della difesa, il divieto di comunicare e interagire sia tra loro che con il mondo esterno[3].

Fig.3: Un’immagine tratta dal film “Una notte di 12 anni”, con Pepe Mujica interpretato dallo spagnolo Antonio de la Torre Martín. Fonte: movieplayer.it

Lo stesso Mujica fu colpito da una depressione invalidante. Una psicologa lo salvò, diagnosticandogli anche una forma di psicosi caratterizzata dall’esperienza di “sentire le voci” e soprattutto prescrivendogli la lettura, la scrittura e lo studio.


6. Uruguay del silenzio e dell’oblio: nessuna persecuzione dei crimini della dittatura


Nel 1986 il parlamento uruguaiano approvò una legge di amnistia sponsorizzata dal governo Sanguinetti. La Ley de Caducidad de la Prevención Punitiva del Estado, di fatto, riconobbe un’amnistia nei confronti delle forze armate e della polizia nazionale impedendo la persecuzione dei crimini commessi durante la dittatura, compresi atti di tortura, uccisioni e sparizioni forzate. Ai sensi della stessa legge, inoltre, ogni causa fatta contro militari e polizia avrebbe dovuto ricevere l’approvazione dell’esecutivo affinché potesse essere portata avanti nelle sedi giudiziarie.


La legge ha infuocato il dibattito politico uruguaiano. Secondo i suoi detrattori, questo provvedimento ha inaugurato una politica del silenzio e dell’oblio e ha contributo a diffondere una cultura dell’impunità circa i crimini della dittatura. I suoi sostenitori, invece, ritengono che la legge sia necessaria per realizzare il processo di pacificazione nazionale. Le forze armate e di sicurezza, in particolare, hanno sempre difeso la loro posizione affermando che le violazioni si verificano nel contesto di una guerra urbana contro il MLN – T. Questa posizione, tuttavia, non appare sufficiente a giustificare i crimini, che furono commessi dopo la sconfitta della guerrilla dei tupamaros che, come spiegato, ebbe fine nel 1972.


La questione dell’amnistia e di cosa farne della legge che la regola spacca da decenni la società civile uruguaiana, oltre che il mondo politico. Nel 1989, con un referendum, fu chiesto agli uruguaiani di esprimere una preferenza tra l’opzione di confermare e quella di annullare il cuore del provvedimento. Il tentativo di revoca fallì, con il 55,9% dei partecipanti che si espresse in favore di mantenere la legge intoccata.


7. L’Uruguay fa i conti con la storia?


La prima vera presa di posizione politica rispetto alla necessità di indagare e punire i crimini della dittatura risale al 2005 e va attribuita al presidente Tabaré Vazquez del Frente Amplio. Per la prima volta un presidente ha immaginato un Uruguay che fa i conti con la Storia, affermando pubblicamente come fosse “necessario approfondire le indagini su quanto successo ai detenuti e ai cittadini sottoposti a sparizioni forzate” e rispondere, quindi, alle richieste delle famiglie delle vittime e ai difensori dei diritti umani facendo avviare le indagini. Vazquez attivò alcuni gruppi di antropologi forensi e per la prima volta in Uruguay furono ritrovati i resti di alcuni detenuti scomparsi e sepolti clandestinamente in locali militari.


Qualcosa si mosse, nel frattempo, anche a livello giudiziario. Nel 2009, esprimendosi per la prima volta a riguardo, la Corte suprema di giustizia dichiarò la Ley de Caducidad incostituzionale. L’incostituzionalità risiede, secondo il parere giudiziario, in due aspetti: in primo luogo, la violazione del principio di separazione dei poteri, in quanto la legge conferisce al potere esecutivo – e solo ad esso – il potere di azionare il potere giudiziario. Il secondo aspetto, invece, riguarda la violazione del diritto di accesso al sistema giudiziario da parte delle vittime e dei loro familiari.

protesta, associazione, marcia, dittatura
Fig.4: Dal 1996 l’associazione delle Madres y Familiares de Uruguayos Detenidos Desaparecidos organizza ogni anno, il 20 maggio, a Montevideo una marcia silenziosa in omaggio alle vittime della dittatura militare e per il ripudio di tutte le violazioni dei diritti umani. Fonte: desaparecidos.org.uy

Inoltre, la legge di amnistia viola gli impegni assunti dall’Uruguay sulla base del diritto internazionale, in particolare il Patto internazionale sui diritti civili e politici e la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura [4].


Nel 2009 l’Uruguay ha ratificato anche la Convenzione internazionale per la protezione di tutti gli individui dalle sparizioni forzate, che impone allo Stato di adottare una politica che coinvolga tutte le forze politiche, possa finalmente rompere il silenzio e migliorare l’accesso alle informazioni. Ciononostante, come rilevato dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate o involontarie nelle Osservazioni preliminari elaborate a seguito di alcune visite realizzate nel Paese, la presenza di un contesto legislativo carente, l’esistenza della legge di amnistia e la mancata interpretazione della legislazione alla luce del diritto internazionale da parte dei tribunali nazionali stanno tuttora mantenendo l’impunità dei casi di sparizioni forzate e degli altri crimini commessi durante la dittatura.


8. L’Uruguay non è l’Argentina


Le relazioni bilaterali dell’Uruguay con l’Argentina e il Brasile sono sempre state caratterizzate dall’alternanza di collaborazione e conflitto. Una volta dichiaratosi indipendente, il piccolo Uruguay ha dovuto consolidare la propria statualità combattendo contro quello che allora era l’impero del Brasile e dissolvendo la sua federazione con l’Argentina. Così facendo, la nazione celeste ha affermato il proprio diritto di esistere come entità statale indipendente nel contesto sub-regionale del Sudamerica.

Uruguay, Mappa
Fig.5: Una mappa dell’Uruguay nel contesto sub-regionale dell’America Latina. Fonte: cntraveller.com.

Fin da allora, Montevideo e Buenos Aires sono state interdipendenti dal punto di vista politico, economico e commerciale e più che affini dal punto di vista culturale e linguistico. Nella narrazione nazionale uruguaiana si sono periodicamente alternate due visioni: l’Argentina è stata alternativamente rappresentata come “il socio preferito di Montevideo” e “il fratello maggiore prepotente che tende ad abusare del più piccolo”.


Come sempre accade tra vicini, anche nel caso delle relazioni tra Uruguay e Argentina, oggetto della disputa sono state le frontiere, in particolare la grande frontiera naturale che separa l’Uruguay dall’Argentina: il Rio de la Plata. La disputa sulla definizione dei limiti del Rio de la Plata ha provocato diversi momenti di tensione nella storia delle relazioni bilaterali. Nel 1907 un decreto del governo uruguaiano autorizzava la pesca con reti da traino nelle acque del Rio de la Plata, oltre il limite delle cinque miglia dalla costa uruguaiana e fino alla metà del fiume. Adottando questo decreto, il governo uruguaiano sembrava dare per scontato che la giurisdizione uruguaiana si estendesse fino alla metà del fiume, benché fino a quel momento nessuno strumento giuridico avesse chiarito i limiti della sovranità di ogni Paese sulle acque in questione. Per tutta risposta, il governo argentino inviò navi da guerra a pattugliare la zona e minacciò di adottare un decreto che proibiva l’importazione di pesce dai pescatori uruguaiani per i quali Buenos Aires rappresentava il mercato principale. Le pressioni argentine sortirono l’effetto sperato e l’applicazione del decreto fu rapidamente sospesa, ma l’opinione pubblica e la classe politica uruguaiana cominciarono a guardare con diffidenza alla politica portata avanti dal cancelliere argentino Zeballos che, secondo molti, rivendicava la sovranità argentina su tutto il Rio de la Plata, confinando quella dell’Uruguay a una “costa secca”. Non fu l’unico episodio a creare tensione nelle relazioni bilaterali[5].


Più di recente, a partire dal 2003, sulle relazioni bilaterali tra Uruguay e Argentina ha avuto un impatto la disputa sull’installazione di impianti per la trasformazione della cellulosa sulle coste del fiume Uruguay e sulle conseguenze della stessa sull’ambiente. Quando il governo di Jorge Battle firmò i contratti con alcune imprese europee per la costruzione degli impianti in questione, l’Argentina di Néstor Kirchner accusò i vicini di non aver rispettato gli impegni di consultazione e informazione previsti dal Trattato sullo statuto del fiume Uruguay e denunciò gli effetti contaminanti sull’ambiente. Nel 2010, la Corte internazionale di giustizia, sollecitata dall’Argentina, si è espressa in una sentenza definitiva e inappellabile secondo cui, benché l’Uruguay non abbia rispettato gli impegni assunti ai sensi dell’accordo citato, gli impianti non mostravano fino a quel momento alcun effetto contaminante sull’ambiente, per cui non vi era alcun motivo per interromperne le attività.

Fig.6: Com’era prevedibile, la dichiarazione provocatoria di Cristina Kirchner sul generale Artigas ha provocato reazioni indignate in Uruguay. Fonte: lanacion.com.ar

La rivalità uruguaiano-argentina è frutto anche di una visione prodotta dalle mappe mentali dei due Paesi e definite, tra le altre cose, da una serie di dichiarazioni diplomatiche a cui alcuni politici uruguaiani e argentini si sono lasciati andare. Il primo fu Jorge Battle che nel 2002, durante una dichiarazione pubblica nel tentativo di rimarcare la differenza tra i due Paesi, definì gli argentini “una banda di ladri, dal primo all’ultimo”[6]. Sul lato argentino l’episodio più provocatorio risale al 2013, quando l’allora presidente Cristina Kirchner dichiarò pubblicamente[7] che Artigas, montevideano di nascita e padre fondatore della Repubblica orientale, “voleva essere argentino” ma gli argentini non gliel’hanno permesso.


9. Montevideo sta con Brasilia: la diplomazia del pendolo


Proprio le tensioni con l’Argentina all’inizio del Novecento spinsero l’allora presidente Batlle y Ordóñez ad avvicinare l’Uruguay al Brasile, in quella che è stata definita “diplomazia del pendolo” o “batllismo”. Si trattò di una strategia volta a contrastare la politica estera di Buenos Aires, giudicata come “aggressiva” da parte di Montevideo.

Cristo Redentore, Bandiera, Brasile,
Fig.7: Cristo Redentore sulla cima del Corcovado, a Rio de Janeiro, con la bandiera dell’Uruguay. Fonte: pinterest.

Per questo avvicinamento, fu fondamentale uno sforzo congiunto di Uruguay e Brasile per la risoluzione delle dispute territoriali rimaste irrisolte dopo l’indipendenza della fascia orientale. Nel 1909, la firma del Trattato di Rettificazione dei Limiti costituì, in questo senso, una tappa fondamentale nelle relazioni bilaterali che vide il Brasile cedere le acque della Laguna Merin e del Rio Yaguarón. Questa mossa valse al Brasile un’ottima reputazione in Uruguay. Nel 1917, poi, i ministeri degli esteri conclusero una Convenzione per una migliore definizione dei confini che istituiva una Commissione congiunta incaricata di regolarizzare la situazione nella zona di confine tra il Paso General del Arroyo tra il Paso General del Arroyo Chuy e il Paso General del Arroyo San Miguel.


Per tutto il corso del Novecento, Uruguay e Brasile hanno approfondito le relazioni bilaterali concludendo una serie di accordi che costituiscono la base giuridica per una cooperazione fruttuosa in molteplici campi: l’economia, la giustizia, la scienza e la cultura.


A partire dal 2002, su iniziativa uruguaiana, Montevideo e Brasilia hanno elaborato una Nuova Agenda di Cooperazione e Sviluppo frontaliero con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo regionale e migliorare le politiche settoriali nei municipi frontalieri di entrambi gli Stati. La frontiera si trasforma, così, da posta in gioco e – in quanto tale – oggetto di conflitto, in uno spazio di cooperazione e azione politica congiunta.


10. L’Uruguay “ribelle” di Lacalle Pou alla conquista della Cina


“L’Uruguay ha bisogno di aprirsi al mondo. Se ci accompagnano bene, altrimenti andiamo da soli”. È questa la postura del presidente Lacalle Pou. Evidentemente, “l’altro da sé” per l’Uruguay di Lacalle Pou è il Mercosur, i “soci” storici di Montevideo: Argentina, Brasile, Paraguay e Venezuela.


Creato nel 1991 su iniziativa argentino-brasiliana, il Mercado Común del Sur costituisce un’area di libero scambio concepita per permettere agli Stati membri di negoziare condizioni commerciali ed economiche favorevoli con i partner internazionali, in particolare gli Stati Uniti e l’Unione europea, attraverso una graduale apertura delle economie nazionali ai mercati internazionali.


Nella visione di Lacalle Pou, che guida una coalizione di centrodestra, il mondo è più grande del solo Mercosur. Se negli anni Novanta l’Uruguay è apparso allineato alle posizioni economiche del Mercosur, presentandosi come uno Stato mercantilista che aveva accettato il regionalismo aperto promosso dallo spazio commerciale comune, oggi Lacalle Pou sembra voler aumentare il livello di autonomia rispetto al blocco regionale, diversificando i mercati di sbocco delle esportazioni uruguaiane.


A lungo il primo riferimento extraregionale dell’Uruguay sono stati, evidentemente, gli Stati Uniti, con cui intrattiene relazioni diplomatiche dal lontano 1867. Ma è con la fine della dittatura e l’avvio dell’era democratica in Uruguay che queste relazioni si sono approfondite e migliorate e attualmente i due Paesi cooperano efficacemente in diversi settori, primo fra tutti il commercio[8]: oggi gli Stati Uniti sono il secondo mercato di esportazione principale per i prodotti uruguaiani, soprattutto carne, lana e agrumi; e il gigante nordamericano annovera dunque l’Uruguay tra i suoi “partner commerciali di fiducia”.

Inoltre, da anni gli Stati Uniti finanziano programmi di assistenza militare per il contrasto da parte delle forze uruguaiane dei crimini transnazionali, specialmente traffico di droga, specie protette, beni illeciti ed esseri umani.

Mercosur, Montevideo
Fig.8: La sede del Mercosur si trova a Montevideo, in uno storico palazzo edificato originariamente per essere adibito ad albergo di lusso. Fonte: urumont.blogspot.com.

Durante il cosiddetto “ciclo progressista” (2005-2020), i governi del FA puntavano a ridurre la “dipendenza asimmetrica e irreversibile” nelle relazioni con gli Stati Uniti, guardando alla creazione di nuovi vincoli con i Paesi del Sud globale. È in questo senso che va intrepretato un ulteriore avvicinamento con il Brasile di Lula durante il governo Mujica.


Per l’Uruguay di Lacalle Pou gli USA restano ancora un interlocutore fondamentale, anche se non il solo. La sua “ribellione” nei confronti del Mercosur va inquadrata nel contesto successivo al periodo compreso tra il 2015 e il 2020, quando l’Uruguay governato da Tabaré Vazquez si era ritrovato con un margine di manovra estremamente ridotto di fronte all’avvento dei governi Macri in Argentina e Bolsonaro in Brasile. Così, oggi Montevideo sta cercando un avvicinamento con Pechino. Lo scorso luglio, infatti, il governo di Lacalle Pou ha annunciato di aver avviato un dialogo formale per la conclusione di un trattato di libero commercio per l’esportazione di materie prime, prodotti industriali e tecnologici verso il dragone. La mossa non è passata inosservata a Washington. Di fronte al rischio di vedere la propria influenza erosa nella regione, all’inizio del 2023, gli Stati Uniti dovrebbero avviare i negoziati per un nuovo accordo di libero commercio su modello di quello che già lega USA, Messico e Canada.


11. Conclusioni


L’Uruguay ha nel tempo affermato la propria identità nazionale definendosi “altro”, rispetto a quello che attori esterni volevano che fosse: gli europei, Brasilia, Buenos Aires. Questa affermazione dell’alterità ha determinato un conflitto duraturo, prima con gli spagnoli, poi con l’Argentina, con il Brasile e perfino un conflitto civile.


L’Uruguay ha mostrato di avere molteplici identità: è quello dei guaranì che difesero la pampa dalla penetrazione dei coloni europei; quello di Artigas che combatté per l’indipendenza; quello dei migranti europei in cerca di fortuna nella regione del Rio de la Plata; quello del conflitto civile che ha portato all’istaurarsi di un sistema bipartitico fino alla fondazione di una terza forza politica, realmente “distruttiva” del sistema partitico abituale; è quello della lotta armata dei tupamaros e dei militari fuori dalle caserme. È ancora, purtroppo, quello delle madres alla ricerca di verità e giustizia e quello dei sostenitori dell’amnistia come unica strategia di pacificazione nazionale. È quello di Mujica, il presidente ex guerrillero e anche il più povero del mondo. È quello che si afferma altro rispetto all’Argentina e cerca il sostegno del Brasile. È quello che ospita la sede del Mercosur ma cerca partner commerciali extraregionali, prima fra tutti la Cina.


In politica interna, l’agenda di Lacalle Pou sembra incentrata piuttosto sulla promozione delle riforme del lavoro e della legittima difesa e sul miglioramento degli indicatori economici del Paese. Non ci si aspetta, almeno nel breve periodo, che l’amministrazione dia priorità al dibattito sulla prosecuzione dei crimini della dittatura.


In politica estera, l’Uruguay sta già assumendo una nuova postura rispetto ad Argentina e Brasile con una politica “ribelle” votata all’apertura dei mercati, a rendere il Mercosur più flessibile e a favorire gli investimenti stranieri e l’esportazione delle commodities. Sarà interessante capire come si evolveranno le relazioni con Brasilia in seguito al ritorno alla presidenza di Lula, un esponente ideologicamente lontano dalla controparte uruguaiana. L’Uruguay di Lacalle Po si è già affermato come eccezione all’ennesima “onda rosa” in America Latina.


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Note

[1] I. ALLENDE, Mi país inventado (Spanish edition), ed. Kindle [2] L’esperienza della prigionia è stata raccontata da Mauricio Rosencof ed Eleuterio Fernández Huidobro, loro stessi esponenti del MLN – T, nel libro “Memorie del calabozo”, che ha ispirato il film “Una notte di 12 anni”, diretto dall’uruguaiano Álvaro Brechner. La pellicola rappresenta con accuratezza la violenza fisica psicologica che Mujica e i suoi compagni subirono per dodici lunghi anni. [3] In base al decreto citato, i prigionieri non potevano parlare con nessuno e nessuno poteva parlare con loro. Nessun tipo di interazione con il mondo esterno era loro concessa: niente giornali, niente radio, niente televisione, niente libri, né carta né penna. In questo senso, la dittatura rese la tortura una pratica istituzionalizzata. [4] Montevideo ha ratificato la Convenzione ONU contro la tortura nel 1986. Ai sensi dell’articolo 7 ogni Stato parte è titolare dell’obbligo di perseguire o estradare: ogni Stato in cui si è verificato il presunto reato è tenuto a perseguire l'imputato o ad estradarlo in uno Stato che lo farà, in base al principio aut dedere aut judicare. [5] Nell’agosto dello stesso anno (1907), il naufragio del battello uruguaiano Constitución rischiò di trasformarsi in un vero e proprio incidente diplomatico: l’intervento di una nave della marina argentina che portò l’equipaggio sull’isola di Conchillas per raccogliere le dichiarazioni dei membri e liberarli il giorno seguente fu preso molto male dall’opinione pubblica uruguaiana, già risentita per il cedimento del governo sulla questione della pesca. Ciò spinse il governo uruguaiano a inviare un reclamo formale nel quale lamentava una lesione alla sovranità uruguaiana. [6] La dichiarazione è disponibile a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=yjb36yZ-JeM [7] La dichiarazione è disponibile a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=N2Hjx0WTZ4E

[8] L’aumento degli scambi commerciali è stato possibile grazie alla conclusione di una serie di accordi che legano USA e Uruguay, in particolare l’accordo bilaterale sugli investimenti del 2004 e il Trade and Investment Framework Agreement del 2007.


Bibliografia/Sitografia



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