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Separatismo e nation-bulding nel Caucaso

(di Riccardo Cattaneo)

La dissoluzione dell’Unione Sovietica ha sconvolto le dinamiche politiche, economiche e sociali delle popolazioni che vivevano sotto il ferreo controllo del Cremlino. Le lotte di potere innescatesi negli anni Novanta hanno spinto milioni di persone a fare ritorno in Russia o a vedere in Mosca l’unica alternativa al caos e al malcontento[1]. Se da un lato questo fornisce al Cremlino una formidabile leva di influenza politica, dall’altro rappresenta per i Paesi post-sovietici un cruciale elemento di instabilità. Sebbene nel Caucaso la presenza di russi etnici sia limitata, le lotte di potere tra il Cremlino e i governi locali hanno reso la regione una delle più instabili dello spazio post-sovietico. Con la crescente ingerenza nella politica sui Paesi del suo vicinato, la Russia risponde alla necessità di invertire la tendenza che ha visto gli Stati post-sovietici emanciparsi dai loro legami con Mosca.

A differenza dei Paesi dell’Europa sud-orientale, Georgia, Armenia e Azerbaigian sono culturalmente molto distanti dalla Russia. Ciononostante, la presenza di popolazioni filorusse ha permesso al Cremlino di estendere la propria influenza su Abcasia e Ossezia del Sud, mettendo in discussione l’integrità territoriale della Georgia. Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, le relazioni tra Russia e Georgia sono sfociate in due conflitti armati. Il caso dei Paesi baltici ha dimostrato come l’appartenenza alla NATO e all’Unione europea rappresenti un cruciale elemento di deterrenza contro l’aggressiva politica estera russa. Non stupisce dunque che la Georgia ambisca ad accedere quanto prima alle istituzioni euro-atlantiche.

Le relazioni tra Armenia e Azerbaigian, nonché di questi con il resto della regione, sono invece segnate dal separatismo del Nagorno Karabakh, territorio azero a maggioranza armena che dal 1992 ha proclamato la sua indipendenza de facto da Baku. Complici anche le pessime relazioni con la vicina Turchia, l’Armenia si trova completamente isolata nella regione, permettendo alla Russia di esercitare una notevole influenza sul Paese. Le relazioni dell’Azerbaigian con il Cremlino sono invece minacciate dal sostegno russo all’Armenia nel conflitto del Nagorno-Karabakh, visto da Baku come un atto a discapito della propria sovranità territoriale, al pari di quanto avvenuto in Abcasia e Ossezia del Sud ai danni della Georgia.

Il presente contributo continua la serie concentrata sull’analisi dell’impatto della presenza delle popolazioni filorusse nello spazio post-sovietico. Nel contesto caucasico, ci si concentrerà quindi principalmente sul caso georgiano, dove la Russia ha giocato un ruolo fondamentale nell’indipendentismo di Abcasia e Ossezia del sud.

Figura 1: Separatismo nel Caucaso

1. Separatismo georgiano

La regione caucasica, cristiano ortodossa sin dall’epoca bizantina, cadde dapprima sotto il dominio mongolo e, successivamente, sotto quello islamico persiano e ottomano. A seguito delle guerre con la prima (1804-13 e 1826-28) e il secondo (1828-29 e 1877-78), il Caucaso fu conquistato dall’Impero russo[2]. A differenza di altre regioni sottomesse da Mosca, questa non subì un profondo processo di russificazione, tanto che ancora oggi i russi sono tra i gruppi etnici più scarsi. Questo non ha però risparmiato la regione dalle pulizie etniche russo-sovietiche, che colpirono principalmente le comunità cecene, ingusce, turche e curde[3]. Pur in assenza di grandi comunità russe, la fedeltà a Mosca di alcune popolazioni separatiste rende la regione una delle più instabili dello spazio post-sovietico, specialmente nel caso georgiano.

Benché tra i popoli post-sovietici quello georgiano fosse tra quelli con la maggiore consapevolezza identitaria, le difficoltà delle autorità locali nel consolidare il nuovo Stato furono macroscopiche. Infatti, la sopravvivenza stessa del Paese è stata spesso messa in discussione dai successi delle forze separatiste[4]. Facendo proprie le stesse accuse di imperialismo mosse dalle autorità georgiane verso quelle sovietiche per giustificare l’indipendenza, i secessionisti hanno legittimato la propria posizione, contrastando le politiche di georgizzazione della società operata dalle autorità di Tbilisi[5]. Oltre ad Abcasia e Ossezia del Sud, bisogna ricordare che il Paese ha dovuto affrontare anche il separatismo dell’Agiaria, regione sud-occidentale della Georgia con cui nel 2004, si è raggiunto un accordo per fare cessare i tumulti indipendentisti in cambio del riconoscimento di una grande autonomia[6].

A seguito dell’indipendenza della Georgia, le istanze indipendentiste abcase causarono lo scoppio di un conflitto armato durato dal 1991 al 1993 conclusosi con l’indipendenza de facto dell’Abcasia, ottenuta anche grazie al sostegno dei militari russi di stanza nella base di Gudauta. Con lo stesso copione, tra il 1991 e il 1992 l’Ossezia del Sud, supportata dalle forze russe di stanza a Java, combatté per la propria indipendenza, portando allo stesso catastrofico risultato per le forze georgiane. Inoltre, anche in Agiaria, si instaurò un regime indipendentista che riuscì a governare autonomamente fino al 2004[7]. Infine, nel 1992 la Georgia fu colpita anche dalla violenza scatenata dal colpo di stato per deporre il Presidente Zviad Gamsakhurdia e dalla sua lotta per riprendere il potere. Per tentare di porre soluzione al caos nel Paese, le truppe russe intervennero ponendo le basi per la pace e la successiva Presidenza di Eduard Shevardnadze. Egli, in quanto ex Ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica sotto Gorbačëv, veniva percepito come figura ideale per il mantenimento di buone relazioni con Mosca, con la quale Tbilisi era entrata in conflitto[8].

Tuttavia, la georgizzazione non è un fenomeno nuovo, visto che avveniva già durante l’età sovietica. Paradossalmente, infatti, mentre gran parte del territorio sovietico soffriva la russificazione voluta da Mosca, Abcasia, Ossezia del Sud e Agiaria subivano la georgizzazione da parte delle autorità di Tbilisi. In Abcasia, la popolazione autoctona era minoritaria, con quella russa che giunse al 21% di quella totale e quella georgiana al 46%, ma la guerra georgiano-abcasa del 1991-93 ha stravolto l’equilibrio etnico della regione (figura 2). Invece, nonostante l’Ossezia fosse etnicamente omogenea, la sua popolazione subiva il paradosso di essere divisa tra il nord russo e il sud georgiano, soffrendo due differenti dominazioni, ciascuna con la propria lingua e cultura da imporre[9]. In Ossezia del Sud, infatti, a fronte di una russificazione assente, i georgiani etnici erano arrivati a rappresentare il 29% della popolazione totale. Tuttavia, a seguito della guerra del 1991-92, i georgiani soffrirono una pulizia etnica che ha quasi azzerato la loro presenza nella regione, favorendo per contro la penetrazione politica e culturale russa (figura 3). Attualmente, entrambe le regioni si schierano fedelmente al lato della Russia, non solo per la dipendenza dai suoi finanziamenti o per i legami linguistici, ma anche per preservare la propria indipendenza dalla Georgia, con l’auspicio di entrare a far parte della Federazione Russa per rompere il loro isolamento[10].

Il fallimento del nation-building georgiano, che non è riuscito a includere le regioni separatiste, è anche spiegabile come conseguenza delle interferenze russe nell’area. Oggi, infatti, Ossezia del Sud e Abcasia sono importanti sia per rafforzare la presenza militare russa nel Caucaso che allo scopo di detenere la volontà di Tbilisi di integrarsi nelle istituzioni euro-atlantiche. La Georgia denuncia l’occupazione di Abcasia e Ossezia del Sud da parte russa, costruendo la falsa percezione che gli abitanti di tali regioni vogliano tornare georgiani, quando, in realtà, essi hanno aspirazioni diverse da quelle del governo georgiano. L’Ossezia del Sud, etnicamente omogenea, desidera l’unificazione alla repubblica russa dell’Ossezia Settentrionale-Alania. L’Abcasia, invece, si trova più incerta tra le opzioni di piena indipendenza e incorporazione alla Russia, ma in ogni caso è certo che non voglia tornare sotto il governo di Tbilisi[11].




Nonostante le aspettative, la figura di Shevardnadze divenne rapidamente poco gradita sia in patria che a Mosca. Nel primo caso, egli venne presto associato ai problemi economici e alla corruzione, che posero le basi per lo scoppio della Rivoluzione delle rose. Nel secondo, l’intensificarsi delle relazioni tra la Georgia e gli Stati Uniti alimentò invece i sospetti di Mosca. Tbilisi iniziò a cooperare militarmente con la NATO, che nel 2014 ha adottato il Substantial NATO-Georgia Package che ambisce a rafforzare la capacità della Georgia di difendersi e di proseguire i suoi preparativi verso l’adesione alla NATO[12]. In risposta ai brogli elettorali delle elezioni parlamentari, nel 2003 scoppiò la Rivoluzione delle rose che, nel giro di qualche mese, portò Mikheil Saak’ashvili alla Presidenza del Paese[13]. Egli accrebbe rapidamente la propria popolarità quando, appena assunto il proprio incarico, riuscì a reimporre l’autorità delle istituzioni georgiane su quelle separatiste dell’Agiaria, costringendo il presidente separatista della regione all’esilio in Russia[14]. Tuttavia, queste posizioni non potevano che scontrarsi con la politica russa verso Abcasia e Ossezia del Sud.

Nonostante buoni risultati sul piano della lotta alla corruzione, nel 2007 il malcontento popolare spinse Saak’ashvili alle dimissioni, riuscendo però a venire rieletto Presidente l’anno successivo. Il suo secondo mandato, tuttavia, venne immediatamente complicato dalla guerra russo-georgiana, scoppiata a seguito della decisione del Presidente georgiano di invadere l’Ossezia del Sud. I successivi scandali giudiziari che lo coinvolsero, spinsero Saak’ashvili a cercare aiuto in Ucraina, dove il Presidente Porošenko gli concedette la cittadinanza, rinunciando a quella georgiana. Tuttavia, probabilmente a seguito delle paure che l’ex Presidente georgiano potesse divenire un avversario politico, nel 2016 lo stesso Porošenko ha privato Saak’ashvili della sua cittadinanza, rendendolo apolide[15]. Dopo la firma nel 2008 di un Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza con entrambe le repubbliche secessioniste[16], nel 2014 la Russia ha concluso un Trattato di alleanza e partenariato strategico con l’Abcasia[17] e, l’anno successivo, un Trattato di alleanza e integrazione con l’Ossezia del Sud[18]. Entrambi questi strumenti sono stati condannati sia dal Presidente georgiano Giorgi Margvelashvili che da parte delle istituzioni occidentali. Le autorità abcase e ossete hanno accolto questi nuovi trattati come un importante passo verso l’annessione alla Russia, ma molti osservatori hanno fatto notare che gli stessi, che pure hanno riportato l’attenzione sul tema, nella pratica non abbiano cambiato nulla rispetto alla situazione precedente[19].


2. Politiche di cittadinanza

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la Georgia fa parte di quei Paesi che hanno previsto una legge sulla cittadinanza post-sovietica totalmente civica, senza alcuna previsione preferenziale legata all’etnia. Tuttavia, la Georgia, al pari di Azerbaigian e Moldavia, rappresenta una realtà in cui il tentativo di inclusione civica delle popolazioni post-sovietiche si è tradotta nello scoppio di violenti conflitti etnici[20]. Attualmente, in Georgia la cittadinanza si basa su un sistema di ius sanguinis, con un processo di naturalizzazione che richiede di aver risieduto legalmente nel Paese per almeno cinque anni, di conoscere la lingua, la storia e la legislazione georgiana e di possedere nel Paese una fonte di reddito[21].

Sebbene gli Stati caucasici siano tra i più omogenei dello spazio post-sovietico[22] – rendendo le comunità russe etniche poco rilevanti –, la questione della cittadinanza rimane una tematica fondamentale in Abcasia e Ossezia del Sud. Prima del riconoscimento da parte russa della loro indipendenza, avvenuta a seguito della vittoria sulla Georgia nella guerra del 2008, Mosca vedeva queste regioni come un problema interno allo Stato georgiano. Tuttavia, è già di questi anni la politica russa di “passaportizzazione”, che semplificava i criteri per l’acquisizione della cittadinanza russa in favore dei cittadini abcasi e osseti. Come accertato dalla Missione d’inchiesta internazionale sul conflitto in Georgia (Commissione Tagliavini), la pressoché totale assenza di requisiti necessari per la concessione della cittadinanza ad abcasi e osseti, e che ha riconosciuto la cittadinanza russa alla quasi totalità degli abitanti di tali regioni[23], è qualificabile come una politica di naturalizzazione collettiva e, in quanto tale, una violazione della sovranità georgiana e del diritto internazionale[24]. Se ciò ha favorito nell’immaginario locale e russo la vicinanza delle realtà secessioniste con la Federazione Russa, dall’altro, la politica di passaportizzazione ha sollevato numerose critiche, che accusano Mosca di voler nuovamente imperializzare il suo near abroad[25]. Oltre a fare leva sull’antipatia verso la politica georgiana, il successo della passaportizzazione russa fu dovuto agli incentivi offerti da Mosca in cambio dell’adozione della cittadinanza russa, quali un migliore sistema di sicurezza sociale, maggiori opportunità di viaggio e istruzione e la promessa ai nuovi cittadini di rompere l’isolamento nel quale vivono in Abcasia e Ossezia del Sud. Inoltre, tale politica ha permesso alla Russia di rivendicare l’obbligo di intervenire militarmente in difesa dei sui cittadini, contrastando l’invasione georgiana in Ossezia del Sud[26].


3. Artsakh (Nagorno Karabakh)

In relazione ad Armenia e Azerbaigian, le tensioni hanno invece riguardato la regione contesa del Nagorno Karabakh, che per la Russia non riveste [sbk8] la stessa importanza di Abcasia e Ossezia del Sud. Durante gli ultimi anni dell’Unione Sovietica, il nazionalismo esplose nella regione, abitata in grande maggioranza da armeni, allo scopo di riunificarsi all’Armenia e liberarsi dall’oppressione linguistica e culturale operata dall’Azerbaigian, di cui faceva parte in epoca sovietica come oblast’ autonoma. A seguito del fallimento dei tentativi di mediazione di Gorbačëv, la violenza interetnica causò un conflitto che durò dal 1988 al 1994 e che ha portato all’indipendenza de facto del Nagorno Karabakh[27], poi rinominatosi come Repubblica dell’Artsakh[28]. Questa è estremamente dipendente dall’Armenia, tanto da essere amministrata de facto dalle autorità di Erevan, anche se de jure continua ad essere parte dell’Azerbaigian.

Il conflitto armato è riesploso nel 2016, con la Guerra dei quattro giorni, che si limitò a confermare lo status quo ante bellum[29]. L’ultimo censimento tenutosi nella regione secessionista ha mostrato che, nonostante i conflitti e le politiche di repressione azere, la popolazione continua a essere assolutamente omogenea di etnia armena[30]. Sebbene il Nagorno Karabakh non sia molto significativo dal punto di vista dell’affective geopolitics russa, il sostegno che Mosca garantisce all’Armenia rappresenta un’importante leva per mantenere salda la fedeltà di Erevan alle politiche del Cremlino[31], in quanto unico alleato della Russia nella regione caucasica. Sebbene la Rivoluzione di velluto, che ha interessato l’Armenia tra marzo e maggio del 2018, abbia portato al rovesciamento del Governo in favore di Nikol Pashinyan, propugnatore di una svolta maggiormente democratica del Paese, non si sono registrati cambiamenti nell’orientamento geopolitico armeno, evitando alcun confronto con la Russia[32].


Conclusioni

Il Caucaso è una delle regioni più instabili d’Europa e dagli anni Novanta è stata sconvolta da numerosi conflitti armati. La dissoluzione dell’Unione Sovietica ha determinato l’indipendenza di Armenia, Azerbaigian e Georgia. Le relazioni tra i primi due Paesi non sono mai state stabilite ufficialmente, in quanto minate dall’indipendentismo del Nagorno Karabakh, sostenuto dall’Armenia e osteggiato dall’Azerbaigian. La storia recente della Georgia è invece paragonabile a quella dell’Ucraina, con la presenza di popolazioni filorusse e indipendentiste che ha favorito la rottura dell’integrità territoriale del Paese. Nonostante i tentativi della Georgia di attrarre l’interesse delle istituzioni euro-atlantiche, queste hanno solo una limitata influenza nella regione. Sebbene queste abbiano chiari interessi, non sono disposte ad aprire incondizionatamente le loro porte, specialmente a Paesi che si trovano in una situazione critica sullo scacchiere internazionale. La Russia è dunque consapevole di avere nel Caucaso il proprio giardino di casa in cui nessuna potenza straniera potrà esercitare la sua influenza senza fare i conti con il Cremlino.


Note [1] Toal G., Near abroad. Putin, the West and the contest over Ukraine and the Caucasus, Oxford University Press, 2017, p. 6. [2] Cfr. Souleimanov E., Between Turkey, Russia, and Persia: perceptions of national identity in Azerbaijan and Armenia at the turn of the nineteenth and twentieth centuries, in “Middle East Review of International Affairs”, vol. 16, n. 1, Rubin Center for research in international affairs, 2012, pp. 74-85. [3] Cfr. Martin T., The Origins of Soviet Ethnic Cleansing, in “The Journal of Modern History”, vol. 70, n. 4, The University of Chicago Press, JSTOR, 1998, pp. 813-861. [4] Gegeshidze A., Georgia In Quest of a Niche Strategy, in “Connections”, vol. 1, n. 3, Partnership for Peace Consortium of Defense Academies and Security Studies Institutes, JSTOR, 2002, p. 7. [5] Toal G., Near abroad, cit., pp. 41-42. [6] Cfr. Green W. C., Ajara – A New Russian Option in Georgia?, Center for contemporary conflict, 2008. Disponibile a questo link. [7] Cfr. Ibidem. [8] Petersen A., The 1992-93 Georgia-Abkhazia war: a forgotten conflict, in “Caucasian Review of International Affairs”, vol. 2, n. 4, 2008, pp. 9-21. [9] Ivi, pp. 131-132. [10] Cfr. Butterworth K., Territorial integrity and identity within the Republic of Georgia: a comparative case study of Ajaria, Abkhazia and South Ossetia, University of Illinois at Urbana-Champaign, 2015. [11] Toal G., Near abroad, cit., pp. 283-286. [12] Relations with Georgia, NATO, 2018. Disponibile su: [13] Cfr. Miller A. E., Smelling the Roses Eduard Shevardnadze’s End and Georgia’s Future, in “Problems of Post-Communism”, vol. 51, n. 2, 2004, pp. 12-21. [14] Cfr. Green W. C., Ajara – A New Russian Option in Georgia?, cit. [15] Tamkin E., The Man Without a State, Foreign Policy, 22 agosto 2017. Disponibile a questo link. [16] Russia signed Treaties on Friendship, Cooperation and Mutual Assistance with the Republic of Abkhazia and the Republic of South Ossetia today in the Kremlin, Presidenza della Federazione Russa, 17 dicembre 2008. Disponibile a questo link. [17] Informazioni dal sito ufficiale della Presidenza della Repubblica di Abcasia. Disponibile a questo link. [18] The Treaty on Alliance and Integration between Russia and South Ossetia has been submitted to the State Duma for ratification, Presidenza della Federazione Russa, 2015. Disponibile a questo link. [19] Saari S., The New Alliance and Integration Treaty between Russia and South Ossetia - When does integration turn into annexation?, in “Fiia Comment”, n. 9, The Finnish Institute of International Affairs, 2015. [20] Shevel O., The Politics of Citizenship Policy in New States, cit., p. 279. [21] Legge sulla cittadinanza della Georgia, State Commission on Migration Issues. Disponibile a questo link. [22] Brubaker R., Citizenship Struggles in Soviet Successor States, in “The International Migration Review”, vol. 26, n. 2, Sage Publications Inc. on behalf of the Center for Migration Studies of New York, Inc., JSTOR, 1992, p. 275. [23] Fischer S., Not Frozen! The Unresolved Conflicts over Transnistria, Abkhazia, South Ossetia and Nagorno-Karabakh in Light of the Crisis over Ukraine, Stiftung Wissenschaft und Politik, Berlino, 2016, pp. 19-21. [24] Independent International Fact-Finding Mission on the Conflict in Georgia, Report, vol. II, 2009, pp. 167-167. Disponibile a questo link. [25] Toal G., Near abroad, cit., pp. 140-141. [26] Kirova I., Public Diplomacy and Conflict Resolution: Russia, Georgia and the EU in Abkhazia and South Ossetia, Figueroa Press, Los Angeles, 2012, pp. 16-18. [27] Cfr. Cornell E. S., The Nagorno-Karabakh Conflict, Department of East European Studies, Uppsala University, 1999, pp. 12-42. [28] Rettman A., Referendum to create ‘Republic of Artsakh’ on Europe’s fringe, euobserver, 2017. Disponibile a questo link. [29] Cfr. Shiriyev Z., The “four-day war”: changing paradigms in the Nagorno-Karabakh conflict, in “Turkish Policy Quarterly”, vol. 15, n. 4, 2017, pp. 53-64. [30] Censimento della Repubblica del Nagorno-Karabakh del 2005, Population statistics of Eastern Europe & former USSR Database. Disponibile a questo link. [31] Toal G., Near abroad, cit., p. 286. [32] Cfr. Baev P. K., What Made Russia Indifferent to the Revolution in Armenia, in “Caucasus Analytical Digest”, n. 104, ETH Zürich, 2018, pp. 20-24.

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