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Afghanistan. Le promesse dei Talebani a distanza di un anno dalla presa di Kabul

Aggiornamento: 27 set 2022

Figura 1: Afghanistan. (Pixabay)

1. Introduzione


Il 30 agosto 2021 gli Stati Uniti completavano il ritiro dall’Afghanistan[1], dopo 20 anni e circa 145 miliardi di dollari spesi per operazioni militari e attività di ricostruzione. Ma a distanza di un anno dalla nascita dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, la situazione afgana rimane altamente instabile e incerta. Il 17 agosto del 2021, il portavoce dei Talebani Zabihullah Mujahid, nella prima conferenza stampa tenutasi all’indomani della presa di Kabul, comunicava la volontà del gruppo di rispettare i diritti delle donne, di formare un governo inclusivo, di concedere l’amnistia a tutti coloro che avevano collaborato con il governo di Ashraf Ghani e con le forze occidentali e di assicurare la sicurezza interna per impedire che il territorio afgano diventasse un rifugio per i gruppi terroristici o una piattaforma per compiere attacchi verso i Paesi limitrofi. Sul piano generale, i Talebani tentavano di proiettare all’esterno un’immagine moderna e positiva, distante dall’oscurantismo che li aveva caratterizzati negli anni Novanta, promettendo dunque un cambio di passo rispetto al passato. A distanza di un anno, tuttavia, le promesse non sono state rispettate.


2. Governo inclusivo e rapporti con le opposizioni


Il primo segnale del tradimento di quelle promesse si è avuto all’annuncio della composizione del governo ad interim, rappresentativo delle varie fazioni del movimento: quella facente capo a Mohammad Yaqoob, figlio del Mullah Omar e attuale ministro della Difesa; quella guidata da Sirajuddin Haqqani, ministro degli Interni sul quale pende una taglia dell’FBI da 10 milioni di dollari, considerato l’anello di congiunzione con Al Qaida e capo dell’Haqqani Network; infine, l’ala più anziana protagonista degli accordi di Doha, che esprime i due vice premier, Abdul Ghani Baradar e Abdul Salam Hanafi. Al vertice si trova il leader supremo, l’Emiro Mawlawi Hibatullah Akhundzada, garante dell’applicazione della Sharia. Il governo si caratterizza quindi non solo per la totale assenza di figure femminili, ma anche per la scarsa inclusività delle tante etnie che compongono l’Afghanistan. Ci si riferisce in particolare agli Hazara[2], nell’ultimo anno vittime anche di trasferimenti forzati in alcuni villaggi nel nord e nel sud del Paese, ai Tagiki e agli Uzbeki. Le promesse di inclusività sono state tradite tanto quanto quelle di tolleranza e apertura verso le opposizioni. Più fonti riportano casi di esecuzioni e persecuzioni a danno di oppositori e collaboratori del precedente governo. In particolare, secondo un recente report, l’UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan) ha registrato - tra il 15 agosto 2021 e il 15 giugno 2022 - almeno 160 uccisioni extragiudiziali di ex funzionari del governo ed ex membri delle forze di sicurezza, nonché moltissimi casi di esecuzioni, torture e trattamenti inumani e degradanti perpetrati dalle autorità afgane contro presunti membri del Fronte di Resistenza Nazionale, giornalisti e attivisti per i diritti umani.


3. Donne e diritti negati


Dopo la presa di Kabul, la Comunità Internazionale temeva un ritorno al passato con l’applicazione di un regime duro nei confronti delle donne tanto quanto quello instaurato durante l’esperienza talebana degli anni 90. A distanza di un anno, quei timori hanno trovato conferma. Già nel settembre del 2021, il nuovo regime aveva escluso le donne dall’accesso all’educazione secondaria. Il ministro della cultura, Zabihullah Mujahid, giustificava la decisione adducendo problemi organizzativi e rassicurava la stampa sulla riapertura delle scuole nel mese di marzo. Tuttavia, quella che doveva essere un’esclusione temporanea si è lentamente cristallizzata. La politica portata avanti dalla nuova governance sull’educazione femminile, nonostante le timide aperture dei giorni scorsi, risulta particolarmente grave se si considera che già prima del ritorno dei Talebani in Afghanistan più di quattro milioni di bambini non andavano a scuola, di cui il 60% femmine. Nel mese di maggio, poi, la situazione si è ulteriormente inasprita. Il governo talebano ha emanato un decreto che reintroduce l’obbligo di burqa in tutti i luoghi pubblici e che impone ulteriori restrizioni alla libertà di movimento, scatenando a più riprese proteste e manifestazioni di piazza da parte delle donne afgane.

Figura 2: Manifestazione di un gruppo di donne nel centro di Kabul. (The Guardian)

4. Terrorismo e sicurezza interna


Quando nel febbraio del 2020 gli Stati Uniti e i Talebani firmarono l’accordo di Doha (Agreement for Bringing Peace to Afghanistan) per porre termine alla guerra iniziata nel 2001, la questione più importante riguardava l’impegno talebano a non utilizzare il proprio territorio come base per attacchi terroristici verso gli Stati Uniti da parte di Al Qaida e dell’IS (Islamic State)[3]. Tuttavia, l’uccisione di Ayman al Zawahiri da parte della CIA conferma che i legami tra Talebani e Al Qaida siano estremamente forti, soprattutto se si considera che il numero uno dell’organizzazione terroristica, regista degli attacchi alle torri gemelle, è stato colpito da un missile mentre alloggiava nel centro di Kabul, all’interno di un appartamento di proprietà di uno dei più importanti collaboratori di Sirajuddin Haqqani, attuale ministro degli Interni. Un recente report delle Nazioni Unite afferma inoltre che l’Afghanistan sia ormai diventato un porto sicuro per i vari gruppi terroristici che operano nell’area. Tra questi spicca il Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP), alleanza di reti militanti formata nel 2007, che ha l’obiettivo dichiarato di unificare l’opposizione contro l’esercito pakistano e rovesciare il governo di Islamabad per stabilire un califfato islamico. L’Emirato poi si trova a dover gestire una situazione molto complessa rappresentata dalla crescita dell’IS-K (Islamic State in Khorasan), variante afgana dell’IS fondata nel 2015 da membri di quest’ultimo e da un gruppo di Talebani insoddisfatti. Il gruppo opera principalmente nella parte settentrionale e orientale dell’Afghanistan (in particolare, nelle province di Nangarhar, Kunar, Nuristan, Badakhshan) e costituisce una grave minaccia alla leadership talebana. Il gruppo punta infatti a sostituirsi ai Talebani e a formare un califfato di stampo salafita nella regione storica del Khorasan, comprendente parti dell’Iran, del Turkmenistan, dell’Afghanistan e del Pakistan. Nell’ultimo anno, approfittando del caos generatosi dopo il ritiro degli Stati Uniti, l’IS-K ha aumentato non solo la sua presenza, ma anche la frequenza degli attacchi, spingendosi verso zone centrali dell’Afghanistan e utilizzando il territorio afgano per condurre attentati in Pakistan, Tajikistan e Uzbekistan.

Figura 3: Bandiera dell’IS-K (Wikipedia)

5. Crisi economica


Se dal punto di vista della sicurezza interna la situazione afgana sembra difficile, dal punto di vista economico il Paese versa in una condizione vicina al collasso. Già prima del ritorno dei Talebani, l’economia afgana era in forte crisi. Il PIL pro capite era di 500 dollari, tra i più bassi al mondo, e l’economia mostrava una forte dipendenza dagli aiuti internazionali, che costituivano il 43% del PIL afgano e circa il 75% della spesa pubblica. Dopo la presa di Kabul, l’incertezza sul futuro del Paese ha portato a una brusca interruzione dei finanziamenti delle più importanti istituzioni finanziarie internazionali, in particolare la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), e all’applicazione di sanzioni da parte di Washington contro la Banca centrale afgana (Da Afghanistan Bank),con il conseguente crollo della spesa pubblica e del sistema bancario interno. Il PIL afgano ha infatti subìto una contrazione del 30% provocando pesanti ricadute in termini occupazionali. Entro il 2022, anche a causa dell’introduzione di restrizioni al lavoro femminile, si prevede la perdita di almeno 700.000 posti di lavoro, soprattutto in settori critici dell’economia afgana, tra cui l’agricoltura, la pubblica amministrazione, i servizi sociali e l’edilizia, e il 97% della popolazione potrebbe arrivare a vivere con meno di 1,90 dollari al giorno, ossia al di sotto della soglia di povertà assoluta.


6. Crisi umanitaria e alimentare


La combinazione tra crisi economica, siccità e aumento dei prezzi al consumo, dovuto anche agli effetti della crisi ucraina, ha causato una profonda crisi umanitaria e alimentare. Secondo i dati diffusi dalle Nazioni Unite, il 95% degli afghani sono malnutriti, mentre il 47% della popolazione, approssimativamente 19 milioni di persone, si trova in una condizione di insicurezza alimentare acuta. Per contrastare gli effetti della crisi, nel mese di gennaio le Nazioni Unite hanno lanciato il più grande appello umanitario della storia, con l’obiettivo di raccogliere oltre 5 miliardi di dollari per l’Afghanistan e finanziare le attività umanitarie per il 2022, ossia accrescere la fornitura di generi alimentari e sostenere l’agricoltura, assicurare i servizi sanitari, le cure contro la malnutrizione e gli altri servizi essenziali, nonché garantire assistenza agli oltre 5 milioni di rifugiati afgani presenti nei vari paesi dell’Asia centrale, principalmente Iran e Pakistan.


7. Isolamento e stabilità regionale


La crisi interna all’Afghanistan ha avuto ripercussioni anche all’esterno. Gli sforzi dell’Emirato per ottenere il riconoscimento internazionale sono falliti e Kabul è piombata in una condizione di isolamento, assistendo anche al progressivo deterioramento dei suoi rapporti con i vicini, in particolare con Islamabad. Per gli Stati dell’Asia centrale la stabilità dell’Afghanistan è di fondamentale importanza sia per aspetti di natura securitaria, sia per motivi di carattere economico. Il peggioramento delle condizioni di sicurezza nel nord del Paese esporrebbe Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan al rischio di doversi rivolgere a Mosca. Inoltre, il protrarsi dell’instabilità interna all’Afghanistan minaccerebbe la realizzazione nell’area di tanti e importanti progetti infrastrutturali (ad esempio, il gasdotto TAPI - Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan- India). In questo solco si collocano le recenti iniziative dell’Uzbekistan volte a rompere l’isolamento di Kabul e a coinvolgere i Talebani in discussioni multilaterali.

Figura 4: TAPI Pipeline (Reuters)

7.1. Cina e Russia


Un approccio simile è stato seguito anche dai grandi player dell’area, che hanno continuato a dialogare con i Talebani per avanzare i propri interessi strategici.


Pechino guarda all’Afghanistan con preoccupazione, vedendo nell’instabilità attuale un elemento critico per la Belt and Road Initiative, ma soprattutto pericoloso per la sicurezza dello Xinjiang. È per questo motivo che tra le grandi potenze, la Cina è stata quella che si è mossa in modo più visibile, fornendo aiuti di vario genere e mostrandosi disponibile ad avviare nuovi progetti con il governo talebano. Tra questi rientra la costruzione della ferrovia transnazionale - Trans Afghan Railway Line - che dovrebbe collegare l’Uzbekistan ai porti marittimi del Pakistan.


Mosca invece ha intrattenuto rapporti con il governo talebano principalmente per sfruttare opportunità commerciali, considerando anche le sanzioni legate alla guerra in Ucraina. È degli ultimi giorni infatti la notizia secondo cui Russia e Afghanistan siano sul punto di concludere un accordo per la fornitura di gas e petrolio.


7.2. India e Turchia


Nuova Delhi sembra essere, a sorpresa, il Paese maggiormente avviato verso il riconoscimento del nuovo governo talebano. Il deterioramento dei rapporti tra Afghanistan e Pakistan, la crisi interna all’Emirato e i pesanti investimenti infrastrutturali avviati dall’India negli ultimi 20 anni - pari a 3 miliardi di dollari - costituiscono i fattori principali del riallineamento. Gli incontri di Kabul avvenuti a giugno tra una delegazione composta da funzionari del ministero degli Esteri indiano e alcuni leader talebani hanno sancito la distensione e hanno portato anche alla riapertura dell’ambasciata indiana nella capitale, con l’obiettivo di coordinare iniziative umanitarie e di assistenza medica. Durante gli incontri, i talebani hanno rassicurato la controparte indiana sulla questione del Kashmir, dichiarando l’impegno a non interferire, e hanno esplicitamente chiesto all’India di riprendere e completare i progetti avviati, mostrando anche la volontà di riaprire il dialogo sul progetto TAPI.


Infine, importante è il ruolo giocato da Ankara, unico Paese NATO nell’area. La Turchia, anche come membro del Consiglio Turco, ha lavorato fin da subito per la stabilizzazione, scegliendo la strada del dialogo con la leadership talebana. La posizione turca risponde sia a logiche di soft power, sia a motivazioni umanitarie ed economiche. L’interesse di Erdogan è di giungere a una stabilizzazione dell’Afghanistan per bloccare il flusso migratorio, che si aggiunge ai 5 milioni di rifugiati già ospitati da Ankara. Inoltre, la Turchia è coinvolta in importanti progetti infrastrutturali in Afghanistan, come la diga idroelettrica di Kajaki nella provincia di Helmand.


8. Conclusioni


A distanza di un anno dal ritiro statunitense, l’Afghanistan appare come un Paese ripiegato su sé stesso in cui le promesse fatte dai Talebani nei primi giorni di governo, a partire dalla creazione di un governo inclusivo e ad interim in vista di nuove elezioni, sono state puntualmente tradite. L’accoglienza offerta a gruppi terroristici jihadisti, la negazione dei diritti alle donne e, più in generale, l’applicazione intransigente della sharia sono indici preoccupanti per il futuro, ma anche esponenziali di una certa incapacità gestionale da parte dei talebani, o meglio della inconciliabilità tra ortodossia religiosa ed esigenze concrete di governo.

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Note

[1] Cfr. SCENARI. Report per i decisori, Conseguenze di un Afghanistan Talebano, N.1/2022, gennaio 2022. [2] Gli Hazara rappresentano una minoranza etnica appartenente all’Islam sciita. Pashtun, Tagiki e Ubeki, invece, sono di fede sunnita. Per approfondire: M. Lacerra, L’Afghanistan torna Taliban. Quale futuro per gli Hazara?, luglio 2021; V. Geraci, Una battaglia in nome di Najiba: un racconto per le donne afgane, febbraio 2022. [3] Cfr. G. Forges, Afghanistan 2021: la fine della Guerra al Terrore, settembre 2021.


Bibliografia


Sitografia

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