Migrazioni e frontiere andine ai tempi del Covid-19

di Carmen Forlenza

1. Introduzione


Durante i periodi di lockdown, prima estesi a livello nazionale, poi regionale (secondo mappe di rischio aggiornate settimanalmente), per migliaia di persone, che vivevano di piccoli commerci, lavori domestici o altre attività precarie in Sud America, è diventato impossibile pagare l’affitto, comprare beni alimentari, e accedere ad internet, per permettere a bambine e bambini della famiglia di frequentare la didattica a distanza.


Tra i gruppi più colpiti dall’impatto del Covid, troviamo persone che risiedono in un Paese diverso dal luogo di nascita, con una storia di migrazione più o meno recente. In molti casi, infatti, i lavoratori stranieri, vivevano già prima dell’epidemia in condizioni di vulnerabilità, al limite con la povertà.

Ultimi tra gli ultimi, i migranti denominati “irregolari”, perché privi di documenti migratori ufficiali nel Paese di accoglienza, sono rimasti esclusi dal sistema sanitario e dalle misure di sostegno economico attivate dai vari governi per far fronte all’epidemia.


L’epidemia ha spinto molti espatriati a rimettersi in viaggio, per tornare nel proprio Paese o raggiungere familiari in Paesi terzi. Hanno trovato però frontiere sbarrate dai governi nazionali, che hanno deciso di limitare gli spostamenti per contenere la diffusione del Covid.


Non riconoscere le necessità specifiche di protezione delle persone in transito, ha intensificato gli attraversamenti pericolosi dei confini(a causa di condizioni ambientali e climatiche estreme, o per la presenza di gruppi armati); gli scontri con il personale militare di stanza alla frontiera, la tratta di persone; le violazioni di diritti nei centri frontalieri di quarantena e nelle aree di primo arrivo dei cittadini stranieri.

Esempio di queste nuove crisi sono tre frontiere andine: quelle tra Colombia e Venezuela, Perù e Brasile, Bolivia e Cile. Tra tutti i Paesi dell’America Latina, infatti, quelli andini[1] finora si sono rivelati incapaci di gestire questi ingenti flussi di persone, spesso famiglie con minori, facendo prevalere eccessivamente le esigenze di sicurezza nazionale.

Figura 1: illustrazione Art. 14 della Dichiarazione Universale dei diritti umani (standup4humanrights.org)

2. I retornados tra Colombia e Venezuela


In Colombia, con l’esplodere della pandemia e la conseguente quarantena, migliaia di venezuelani si sono ritrovati senza un’attività e senza casa. Chi prima viveva di commercio ambulante è stato, in molti casi, mandato via dai proprietari degli “arriendos paga diario[2], nonostante misure ufficiali vietassero lo sfratto durante lo stato di emergenza[3].


Molti hanno deciso così di attraversare a ritroso la frontiera tra Colombia e Venezuela. Data la chiusura della frontiera del 14 marzo 2020, chi decide di fare ritorno in patria si affida a “imprese” che promettono un attraversamento in pullman fino ai valichi informali conosciuti come trochas, evitando così la quarantena nei centri venezuelani di isolamento.


Il transito attraverso le trochas si è così intensificato esponenzialmente, ma attraversare il confine in maniera irregolare in una delle zone più pericolose del continente, con flussi ingenti di traffici illeciti e scontri armati, espone le persone al rischio di violenze, tratta, e abusi vari da parte di autorità, gruppi armati irregolari, militari e faccendieri.

Venezuela bogotà people
Figura 2: Bogotà, cittadini venezuelani protestano contro il blocco dei trasporti per la frontiera con il Venezuela, 29 aprile 2020 (REUTERS, Luisa Gonzalez)

Una volta raggiunto il Venezuela, chi viene avvistato è spedito in centri di isolamento senza le condizioni minime per la permanenza delle persone. La ONG venezuelana Fundaredes denuncia mancanza di acqua, cibo, gas, la carenza di tamponi Covid, e ospiti minacciati per aver scattato foto o cercato di testimoniare le condizioni del luogo. I cosiddetti “migranti di ritorno” o retornados sono anche vittime di un’ostilità diffusa, conseguenza di un discorso pubblico criminalizzante contro di loro.


Il Venezuela con il “Plan Vuelta a la Patria” ha offerto mezzi per il rimpatrio volontario da 8 Paesi[4] di 17.522 concittadini, bloccati all’estero in situazione di vulnerabilità. Tuttavia nel maggio 2020, Maduro aveva affermato anche che «Qualunque persona violi il sistema migratorio ed entri nel Paese sarà considerata arma biologica e incarcerata».


3. Un ponte a senso unico tra Brasile e Perù


Nella seconda metà di febbraio, gruppi di migranti hanno occupato il ponte al confine tra Perù e Brasile. Il Perù, dalla fine di gennaio, non permette l’accesso di viaggiatori provenienti dal Brasile, per evitare la diffusione della variante locale del Covid-19.


Le autorità peruviane dichiarano che fare un’eccezione sarebbe un rischio troppo grande per la regione di Madre de Dios, estremamente vulnerabile al virus. Madre de Dios è infatti coperta quasi interamente dalla foresta amazzonica, con uno scarso accesso della popolazione a strutture sanitarie. Eppure, risulta che la frontiera si apra occasionalmente per far passare cittadini venezuelani diretti in Brasile.

Circa 380-400 persone si troverebbero in questo limbo frontaliero, soprattutto haitiani[5], provenienti da diverse aree del Brasile, che vogliono attraversare il Perù per proseguire verso altri Paesi. Hanno occupato il ponte binazionale Integración, a pochi metri dalla peruviana Iñapari, e cercato di forzare il blocco, ma sono stati respinti con violenza dalle forze dell’ordine peruviane. Sono state ferite 11 persone, incluso due donne incinte e un bambino.

Iñapari women child police
Figura 3: Iñapari, donne con bambini, di fronte al blocco della polizia (EFE/Paolo Peña)

Il Brasile è da anni una meta importante di migrazione per gli haitiani[6]. Tuttavia, il “sogno brasiliano” si è scontrato con gli effetti della pandemia, e in tanti hanno perso il lavoro e le opportunità di una vita migliore. Le persone bloccate alla frontiera, hanno però proposto soluzioni concrete. Chiedono di poter effettuare i test Covid e, a seconda del risultato, il permesso di continuare il viaggio in pullman fino all’Ecuador a loro spese, o trattenersi in quarantena, il tempo necessario prima di poter proseguire.

Le autorità dei due Paesi hanno finora risposto solo con l’impiego di forze armate, e con l’unica vaga ipotesi di voli umanitari speciali di rimpatrio ad Haiti, un’opzione comunque rifiutata dai migranti.


4. La traversata infernale dalle Ande al deserto tra Bolivia e Cile


Con la pandemia sono cresciuti gli attraversamenti tra il villaggio boliviano di Pisiga e il Cile, lungo un percorso a piedi, dalla Cordigliera delle Ande al deserto di Atacama, a più di 3.000 metri di altitudine. Solo a gennaio sono entrati per passaggi non controllati 3.600 persone, 10 volte di più rispetto a gennaio 2020. Cifre ufficiali parlano di 3 morti per ipotermia, ma le vittime di questa traversata infernale, con sole insopportabile di giorno e temperature tra -8/10 gradi di notte, potrebbero essere molte di più. Spesso le persone sono in viaggio da settimane o mesi, dal Perù o addirittura da Ecuador o Colombia.


Il primo centro abitato è Colchane, tra i dieci più poveri del Cile. La prima città è Huara, a 170 km, passaggio obbligato per Iquique (altri 80 km), e da lì un bus per poter raggiungere familiari o amici già presenti in Cile, che possono offrire sostegno e un tetto sicuro. Tra Colchane e Huara ci sono solo pochi villaggi, senza corrente elettrica e con scarsa fornitura d’acqua. Qui vive una comunità aymara[7] di pastori di alpaca, diffidente se non apertamente ostile a questo flusso. Gli abitanti dell’area denunciano furti, aggressioni e minacce da parte degli stranieri in transito. D’altro canto, c’è chi guadagna dalla situazione, vendendo un passaggio per Iquique fino a cento dollari a persona, per abbandonare spesso il passeggero lungo la strada.

migrants colchane
Figura 4: Migranti in cammino verso Colchane (Diario Uchile)

A Iquique, tra dicembre 2020 e febbraio 2021 sono arrivati più di 8.000 migranti dalla frontiera nord, soprattutto venezuelani, ma anche colombiani ed haitiani. Gli stranieri intercettati vengono portati nelle “residencias sanitarias”, e dopo la quarantena si ritrovano a vivere per strada, in attesa di raccogliere il denaro necessario per poter raggiungere i loro contatti in altre città. Le autorità cilene hanno operato anche rimpatri forzati: via aerea per almeno 86 cittadini venezuelani e colombiani e via terra per 52 peruviani e boliviani, per essere entrati irregolarmente.


5. Conclusioni


In America Latina la chiusura delle frontiere e le modifiche alle politiche migratorie hanno lasciato migliaia di persone bloccate in povertà, in un luogo privo di reti familiari di sostegno. L’emergenza sanitaria ha azzerato le opportunità offerte ai cittadini stranieri, fino a poco tempo prima, e nella regione andina “ha ridisegnato” i flussi migratori, con un controesodo in Venezuela e l’abbandono di Paesi di accoglienza, anche dopo molti anni, verso nuove mete. L’opinione pubblica dei vari Paesi chiede, in questo momento di crisi, sostegno alla popolazione nazionale e frontiere chiuse, riducendo gli stranieri in viaggio a meri diffusori di Covid.


La regione andina sta vivendo una crisi migratoria ed umanitaria. È doveroso rispondere alle necessità urgenti di tutti i migranti nelle aree frontaliere. La militarizzazione delle frontiere e l’espulsione o il respingimento di persone, senza valutare le loro vulnerabilità o necessità di protezione, non è etico né risolutivo.

Istituzioni come la CEPAL[8] e l’UNHCR[9] cercano di promuovere (e si propongono di sostenere) una risposta coordinata regionale, che preveda la creazione di rifugi temporanei e il ritiro del personale militari dalle aree di transito, poiché non addestrato a gestire flussi migratori di persone disarmate.

I Paesi andini, inoltre, dovrebbero lavorare a politiche comuni non solo di controllo frontaliero ma soprattutto di accoglienza, ed offrire una prospettiva di più ampio respiro, che concepisca l’inclusione socioeconomica delle persone rifugiate e migranti come un’opportunità per tutti, per risollevarsi insieme dalle conseguenze della pandemia.

Colombia mother daughter
Figura 5: Madre e figlia venezuelane al Centro di Assistenza Integrata di Maicao, Colombia (UNHCR/Santiago Escobar-Jaramillo)

Un’esperienza positiva concreta viene dalla Colombia che, a febbraio, ha concesso lo status di protezione temporanea alla popolazione venezuelana presente nel Paese senza uno status regolare, che permetterà l’accesso al sistema sanitario nazionale e ai piani di vaccinazione anti-Covid. Nelle parole di Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati “questo coraggioso gesto umanitario serve da esempio per la regione e per il resto del mondo. È un gesto che cambia la vita a 1,7 milioni di venezuelani costretti a fuggire che ora beneficeranno di maggiore protezione, sicurezza e stabilità mentre sono lontani da casa”.


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Migrazioni e frontiere andine ai tempi d
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Note

[1] La Cordigliera delle Ande attraversa 7 Paesi: dal Venezuela al nord, passando per Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia fino al sud, dove segna il confine tra Cile e Argentina. Tuttavia, si denominano comunemente Paesi andini solo Perù, Bolivia, Ecuador e Colombia, per la cultura comune derivante della civiltà Inca. [2] Si tratta di alloggi precari ricavati da edifici abbandonati, con pagamento a giornata. [3] Il sindaco di Bogotà, ad esempio, ha vietato lo sfratto nel marzo 2020. [4] I principali Paesi per numero di rimpatriati sono: Brasile (7.285), Perù (5.675) ed Ecuador (4.596).. [5] Sono presenti anche cittadini di: Senegal, Burkina Faso, Pakistán, Bangladesh e India, accomunate dalla volontà di raggiungere direttamente la regione peruviana settentrionale di Tumbes, per superare la frontiera con l’Ecuador e continuare ancora verso la Colombia, ma anche Messico e Stati Uniti. [6] Il governo di Dilma Rousseff, concesse dal 2012 agli haitiani di ottenere visti direttamente all’ambasciata brasiliana di Port-au-Prince, con requisiti minimi, per contrastare l’immigrazione irregolare e il traffico di migranti haitiani in crescita. [7] Gli aymara o Aymarà sono una popolazione che vive nei pressi del lago Titicaca tra Perù, Bolivia, il nord del Cile e il nordest dell'Argentina. Si riconoscono come aymara tutte le persone che hanno come lingua madre una lingua aymara. [8] Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi. [9] Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Bibliografia/Sitografia


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