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COVID-19 e restrizioni alla mobilità umana: quale impatto sui flussi migratori?

(di Luigi Limone)


1. Introduzione

Sebbene numerosi Paesi, in particolare gli Stati dell’Unione Europea (UE), abbiano recentemente iniziato a ristabilire i propri collegamenti con i Paesi limitrofi o riaperto completamente le proprie frontiere ai visitatori stranieri, tra i mesi di marzo e maggio, ovvero quando la diffusione del COVID-19 ha raggiunto il suo picco, oltre nove decimi della popolazione mondiale (91%) – corrispondenti a circa 7 miliardi di persone – si sono ritrovati letteralmente bloccati in Paesi che hanno imposto restrizioni sulla mobilità umana e sugli ingressi di persone dall’estero, tra cui turisti, viaggiatori d'affari e immigrati.[1]

La figura di seguito illustra i Paesi del mondo che al 31 marzo 2020 avevano riportato di aver chiuso, totalmente o parzialmente, le proprie frontiere al movimento di cittadini stranieri e non residenti.

La chiusura delle frontiere aeree, marittime e terrestri e le relative restrizioni agli spostamenti internazionali, introdotte dai governi di quasi tutto il mondo come misure d’urgenza allo scopo di contenere la diffusione del COVID-19 e appiattire la curva delle infezioni, hanno avuto – e molto probabilmente continueranno ad avere – un forte impatto sui flussi migratori.

Accanto alla sospensione temporanea della mobilità per motivi di lavoro, la pandemia ha causato nell’immediato un rallentamento dei percorsi migratori in quasi ogni parte del mondo, con migranti e rifugiati impossibilitati a proseguire i propri spostamenti verso i Paesi di destinazione o a fare ritorno nei propri Paesi di origine. Tuttavia, più preoccupanti sono le conseguenze che le restrizioni introdotte in risposta alla pandemia potranno avere sul medio e lungo termine sulle migrazioni internazionali. Tra esse, occorre menzionare da un lato l’aumento delle vulnerabilità dei migranti nei Paesi di origine e una maggiore esposizione allo sfruttamento e alla tratta, soprattutto nei Paesi di transito, dovuta alla sospensione dei meccanismi di migrazione regolare, e dall’altro l’irrigidimento delle politiche migratorie e l’intensificarsi di sentimenti xenofobi nei principali Paesi di destinazione, con conseguenti riduzioni degli ingressi e limitazioni all’accesso alle procedure di asilo e protezione internazionale per richiedenti asilo e rifugiati.

2. Aumento delle vulnerabilità nei Paesi di origine

Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (OIM)[2], ad oggi si registrano circa 272 milioni di migranti nel mondo. Alcuni di essi sono più vulnerabili di altri a causa di fattori personali, sociali, situazionali e strutturali e loro vulnerabilità può essere esacerbata in situazioni di crisi, come nel caso della pandemia di COVID-19.

Sebbene sia ancora troppo presto per valutare i costi economici e sociali causati dalla diffusione del virus, l'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) prevede che si avrà un impatto significativo sul mercato del lavoro in tutto il mondo, con una sostanziale perdita di opportunità di lavoro, in particolare nei settori manifatturiero e dei servizi, corrispondente sul breve termine all’uscita dal mercato stesso di 195 milioni di lavoratori a tempo pieno.[3]

Tale perdita è attesa in tutti i Paesi del mondo, indipendentemente dalla loro performance economica. Tuttavia, le sue conseguenze saranno probabilmente più devastanti per i Paesi in via di sviluppo e per quelli a basso reddito, economicamente più fragili e costretti a fronteggiare une serie di sfide socioeconomiche già prima dello scoppio della pandemia. A seguito delle restrizioni e dell’allontanamento sociale imposti dal COVID-19, tali Paesi vedranno crescere il proprio tasso di disoccupazione e il numero di persone in condizioni di sottoccupazione legate alla ricerca di opportunità alternative nell’economia informale. Molte persone che si trovavano in situazioni di difficoltà prima della crisi sanitaria rischiano ora di perdere il lavoro, mentre i nuclei familiari dipendenti dalle rimesse dei migranti potrebbero non ricevere più la loro unica fonte di reddito se il componente del nucleo emigrato all’estero in cerca di fortuna dovesse perdere il proprio posto di lavoro.

Le conseguenze del rallentamento dell’economia globale potrebbero dunque esacerbare il divario tra ricchi e poveri nei Paesi in via di sviluppo, spingendo i più poveri a emigrare verso Paesi economicamente più forti in cerca di opportunità di lavoro e guadagno e di condizioni di vita migliori. In questo senso, gli impatti socioeconomici della pandemia finirebbero per agire da catalizzatore per il rafforzamento dei cosiddetti fattori di spinta (push factors)[4] che influiscono sulla scelta migratoria.


Il rischio di esacerbare le condizioni di precarietà nei Paesi in via di sviluppo è quanto più marcato per quei Paesi che, in aggiunta alle conseguenze socioeconomiche del COVID-19, forniscono assistenza ai rifugiati e agli sfollati interni e talvolta sono esposti a situazioni di conflitto armato e violenza. La maggior parte dei 25,9 milioni di rifugiati e dei 41,3 milioni di sfollati interni al mondo si trova infatti in Paesi in via di sviluppo che, nella maggior parte dei casi, non dispongono delle capacità necessarie per fornire assistenza adeguata. Nel caso dei rifugiati e degli sfollati interni, alle difficoltà di natura economica si aggiungono nuove problematiche legate alla loro vulnerabilità, in quanto si tratta di persone fuggite da guerre, persecuzioni e catastrofi naturali costrette nella maggior parte dei casi a vivere in campi profughi precari e privi di misure igienico-sanitarie, dove il rispetto delle norme di prevenzione contro la diffusione del COVID-19, quali ad esempio il distanziamento sociale, diviene impossibile.

Senza adeguate politiche sociali destinate a contrastare gli effetti della pandemia, si rischia dunque di accrescere le vulnerabilità dei Paesi in cui hanno origine la maggior parte dei flussi migratori globali. Ciò potrebbe contribuire all’aumento dei flussi migratori – probabilmente di natura sempre più irregolare – non appena le restrizioni alla mobilità umana saranno rimosse.

3. Meno canali legali, più flussi irregolari e traffici illeciti

La combinazione tra le restrizioni globali alla mobilità e le misure interne introdotte dai singoli Paesi per cercare di ridurre il numero di contagi, in particolare l’introduzione del coprifuoco e l’isolamento di intere città con l’intensificazione dei controlli di polizia come è spesso avvenuto nei Paesi africani, hanno notevolmente ridotto le possibilità di intraprendere percorsi migratori regolari.

A ciò va aggiunto che il blocco dei collegamenti internazionali e le preoccupazioni per l'esposizione dei rifugiati al COVID-19 hanno costretto le organizzazioni internazionali a sospendere temporaneamente i meccanismi umanitari di migrazione legale, quali il reinsediamento e i corridoi umanitari per i rifugiati, nonché le operazioni di rimpatrio volontario assistito per quei migranti e rifugiati che intendevano ritornare volontariamente nel proprio Paese di origine.[5]

Anche le attività di assistenza internazionale per rifugiati e sfollati interni hanno subito un forte rallentamento. Le misure restrittive introdotte in tutto il mondo hanno infatti costretto numerose organizzazioni internazionali e non governative a evacuare il proprio personale espatriato e a sospendere le attività. Il personale di queste organizzazioni che è rimasto sul campo per continuare le attività ha visto le proprie capacità di fornire supporto adeguato e immediato ridotte e ostacolate dall’introduzione del coprifuoco e dalle restrizioni di movimento interno. In Libia, per esempio, l'accesso delle organizzazioni umanitarie ai centri di detenzione per immigrati è stato sospeso del tutto.

Le restrizioni senza precedenti imposte al movimento in tutto il mondo per frenare la diffusione di COVID-19 pongono dunque nuove sfide ai migranti e ai rifugiati. Ciò riguarda sia coloro che intendono continuare il proprio percorso migratorio e che per farlo devono ricorrere a percorsi e mezzi alternativi per aggirare gli intensificati controlli di polizia alle frontiere terrestri, sia coloro che sono costretti all'immobilità nei Paesi di transito e che rischiano di diventare sempre più vulnerabili al contagio del virus, all'indigenza e allo sfruttamento.

Di fronte alle limitate opzioni per la migrazione regolare e alle situazioni di stallo in cui migranti e rifugiati si ritrovano, nella maggior parte in Paesi di transito, a causa della temporanea sospensione dei meccanismi umanitari di migrazione legale, i fenomeni migratori globali rischiano dunque sempre più spesso di scivolare nell'ombra, soprattutto nei Paesi con economie e sistemi sanitari deboli e in cui lo stato di diritto non è pienamente garantito. Ciò si traduce inevitabilmente in un aumento della domanda di servizi di contrabbando, con un ricorso sempre maggiore ai trafficanti di esseri umani e altri gruppi illeciti allo scopo di aggirare gli ostacoli alla migrazione regolare e di portare a compimento il percorso migratorio.

Negli ultimi anni, episodi di estorsione, abusi e violenze ad opera di trafficanti, contrabbandieri e altri gruppi criminali che sfruttano le vulnerabilità dei migranti e dei rifugiati bloccati in viaggio sono stati ampiamente documentati in molte parti del mondo. Numerosi studi indicano che, già a partire dai primi mesi della pandemia, le restrizioni introdotte a livello globale stanno avendo conseguenze significative, diffuse e potenzialmente durature sul business del traffico di esseri umani, con gravi implicazioni sulla privazione dei diritti e delle libertà a cui migranti e rifugiati sono sempre più esposti durante il loro percorso migratorio.[6]

Inoltre, come indicato all’interno di uno studio sulle conseguenze delle restrizioni alla mobilità sulla tratta di esseri umani e sul traffico di migranti pubblicato recentemente dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (United Nations Office on Drugs and Crime, UNODC), il forte aumento dei tassi di disoccupazione che si è verificato in molte parti del mondo come effetto delle misure preventive adottate per fermare la pandemia farà aumentare con ogni probabilità il traffico illecito transfrontaliero di persone provenienti dai Paesi che registrano i cali occupazionali più rapidi e duraturi. Una situazione analoga si è osservata durante la crisi finanziaria globale del 2007-2010, quando si è registrato un numero crescente di vittime di tratta di esseri umani provenienti da alcuni Paesi particolarmente colpiti da tassi di disoccupazione elevati e prolungati.[7]

4. Misure restrittive e sentimenti xenofobi nei Paesi di destinazione

La pandemia di COVID-19 ha messo a dura prova lo spazio di libera circolazione tra i Paesi dell’UE. A lungo considerato uno dei grandi successi dell'integrazione europea, lo spazio Schengen è rimasto per mesi congelato a seguito della chiusura delle frontiere. Nonostante la sua natura temporanea, questa chiusura avrà inevitabilmente conseguenze sulla mobilità interna ed esterna all'UE.

Già in passato, le decisioni prese all'interno dello spazio Schengen in materia di mobilità e attraversamento delle frontiere esterne europee hanno avuto notevoli ripercussioni sui flussi migratori diretti verso l’UE. Ad esempio, fino al 1991, i cittadini marocchini potevano recarsi in Spagna senza visto, prima che quest'ultima aderisse all’Accordo di Schengen con il quale gli Stati contraenti accettavano di eliminare progressivamente i controlli alle frontiere interne rafforzando al tempo stesso quelli alle frontiere esterne. Più recentemente, nel 2015, sono stati avviati i colloqui sulla revisione del Codice delle frontiere Schengen allo scopo di affrontare le minacce alla sicurezza provenienti dall'esterno dell'UE. Tali minacce non possono essere dissociate dalla crisi migratoria del 2015 e dalla percezione di maggiori rischi legati al terrorismo internazionale.

Il nuovo codice sui visti europei è entrato in vigore nel febbraio 2020 e sulla applicazione – e sull’eventuale inasprimento degli obblighi per l’ottenimento del visto Schengen per cittadini extra-europei – potranno influire anche le scelte politiche dell'UE in risposta alla pandemia.

La chiusura delle frontiere ha sicuramente comportato restrizioni sugli ingressi di migranti e rifugiati che tentavano di raggiungere l’Europa lungo le rotte del Mediterraneo. La decisione dell’Ungheria, insieme alle frontiere, tutti i centri di transito per migranti situati lungo i propri confini va in questa direzione. Secondo la normativa ungherese i centri di transito rappresentano l'unico luogo in cui i migranti possono presentare la propria richiesta di asilo. Di conseguenza, la chiusura ordinata dal presidente Orbán ha determinato l’impossibilità per i migranti di accedere al sistema di protezione internazionale e alle relative garanzie socioassistenziali. Simile è il caso della Grecia, il cui governo ha deciso di sospendere la registrazione delle richieste di asilo o di altra forma di protezione internazionale durante la pandemia.

Durante la pandemia, inoltre, le operazioni ufficiali di soccorso in mare sono state notevolmente ridimensionate e le navi che trasportavano migranti soccorsi in mare sono state obbligate a osservare il periodo di quarantena prima dello sbarco in un porto sicuro. Al tempo stesso, in conseguenza dei rischi sanitari connessi alla trasmissione del virus, alcuni Stati europei – tra cui l’Italia – hanno definito i propri porti come luoghi non sicuri, impedendo di fatto lo sbarco delle persone soccorse in mare e venendo meno a una serie di obblighi imposti dal diritto internazionale.[8]

Eventuali prolungamenti della chiusura delle frontiere esterne, finalizzati a permettere una più rapida e sicura ripresa dei collegamenti e dei movimenti interni all’UE, potrebbero esacerbare questa situazione, impedendo ai migranti e ai rifugiati di fare ingresso sul territorio europeo e di accedere ai meccanismi di protezione.

In realtà, una riduzione drastica del numero di richieste di asilo e protezione internazionale si è già registrata in concomitanza con l'attuazione di misure di emergenza diffuse su tutto il territorio dell’UE. Se all’inizio dell’anno 2020 il numero degli arrivi e delle relative richieste di protezione internazionale depositate in Europa ha registrato un forte aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, dovuto, tra le altre cose, al deterioramento delle condizioni di vita in Paesi come il Venezuela e la Colombia e alla decisione del governo turco di aprire le proprie frontiere al passaggio di rifugiati siriani e afghani diretti verso le coste greche[9], secondo uno studio realizzato dall’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (European Asylum Support Office, EASO) nel mese di marzo le richieste di asilo depositate nel totale degli Stati dell’UE hanno subito un drastico calo del 43%, toccando il livello più basso dall'inizio del 2014. Il medesimo studio evidenzia inoltre che i Paesi europei che hanno attuato il maggior numero di misure di emergenza contro il COVID-19 hanno anche registrato il maggior calo nelle richieste.[10]

Sul versante politico, la crisi associata alla pandemia di COVID-19 ha anche contribuito ad alimentare in tutto il mondo narrazioni populiste che collegano il pericolo allo “straniero” e al nuovo arrivato. Nella mente di una larga parte della popolazione, l'attuale pandemia è infatti associata alla libertà di movimento, la quale avrebbe permesso a un virus emerso in Cina di diffondersi a livello globale e causare un elevato numero di morti in tutto il mondo.

Discorsi e narrazioni di natura xenofoba possono diffondersi più rapidamente in tempi di crisi, quando l'economia rallenta e le politiche sociali ed economiche rivolte all'interno sembrano essere le più sicure, e sono estremamente facili da strumentalizzare per alimentare la paura degli “estranei” e allargare il divario tra il “noi” e il “loro”.

Nel caso dei rifugiati e dei migranti, l’intensificarsi di discorsi xenofobi nei principali Paesi di destinazione potrebbe tradursi in una prolungata chiusura delle frontiere agli stranieri con rinnovate restrizioni agli ingressi, nonché in un aumento degli episodi di violenza e razzismo e in una maggiore esclusione sociale ai danni di coloro che si trovano già all’interno del Paese di destinazione.

Quest'ultimo punto è particolarmente rilevante nel caso dei migranti e rifugiati attualmente residenti in Europa. Alcuni dei Paesi dell’UE duramente colpiti dalla pandemia ospitano grandi popolazioni di migranti provenienti dai Paesi extra-europei, in particolare dal Medio Oriente, dal Nord Africa e dall’Africa sub-sahariana. Oltre a rendere possibili misure che violano i diritti dei rifugiati e dei migranti sanciti dal diritto internazionale, i sentimenti anti-migranti, alimentati dai discorsi populisti, dalle fake news, dalla disinformazione e dalla politicizzazione delle questioni migratorie, rischiano di escludere ulteriormente migranti e rifugiati dal mercato del lavoro e dai sistemi di protezione sociosanitaria nei Paesi di destinazione, con l’effetto di esporli maggiormente al contagio del virus e allo stesso tempo di favorire il loro sfruttamento e il reclutamento in attività illegali.



Note [1] https://www.pewresearch.org/fact-tank/2020/04/01/more-than-nine-in-ten-people-worldwide-live-in-countries-with-travel-restrictions-amid-covid-19/ [2] https://www.iom.int/sites/default/files/our_work/ICP/MPR/migration_factsheet_6_covid-19_and_migrants.pdf [3] Amal El Ouassif, Impact of COVID-19 on African migration: thoughts, perspectives and ways out of the blind alley, Policy Brief 20-30, April 2020.

[4] Nei processi di migrazione umana per fattori di spinta (push factors) si intendono le condizioni che spingono un individuo o un gruppo di persone a migrare. Generalmente, i fattori di spinta che influiscono sulla scelta migratoria sono rappresentati da situazioni di sottosviluppo e povertà, impossibilità di soddisfare bisogni di ordine materiale, mancanza di un’occupazione stabile, impedimenti alla realizzazione di progetti personali, persecuzioni di qualsivoglia natura, rischi di tortura e trattamenti inumani e degradanti, emergenze di carattere ambientale. Sono invece definiti fattori di attrazione (pull factors) gli elementi che attraggono un individuo o un gruppo di persone nel luogo di destinazione e che spingono dunque l’individuo o il gruppo di persone a migrare per il loro raggiungimento. [5] https://www.iom.int/news/iom-unhcr-announce-temporary-suspension-resettlement-travel-refugees [6] Global Initiative Against Transnational Organized Crime, Smuggling in the time of COVID-19: The impact of the pandemic on human-smuggling dynamics and migrant -protection risks, Policy Brief, April 2020. [7] United Nations Office on Drugs and Crime, How COVID-19 restrictions and the economic consequences are likely to impact migrant smuggling and cross-border trafficking in persons to Europe and North America, Research Brief. [8] Per un approfondimento sulla chiusura dei porti da parte del governo italiano cfr. A. Bochicchio, Le migrazioni ai tempi del covid-19, 12 maggio 2020. [9] Per un approfondimento sulla decisione del governo turco di aprire le proprie frontiere al passaggio di rifugiati diretti verso l’Europa cfr. S. Pellegrini, UE, Turchia e migranti, 03 aprile 2020. [10] European Asylum Support Office, EASO Special Report: Asylum Trends and COVID-19, May 2020,

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