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UE, Turchia e migranti

Aggiornato il: nov 14

(di Stefano Pellegrini)

Introduzione

Da fine febbraio, dopo che il presidente turco Recep Erdoğan ha annunciato l’apertura dei confini con l’Europa, la tensione al confine tra Grecia e Turchia si è alzata vertiginosamente.

Decine di migliaia di persone - 130.000 secondo le cifre fornite dal ministero dell'interno turco, circa 30.000 secondo quelle delle autorità greche - si sarebbero riversate al confine con la Grecia in cerca di una via per l’Europa.

Le tensioni sono scoppiate perché, di fatto, la frontiera greca - e quindi europea - non è aperta e migliaia di persone si sono quindi trovate di fronte all’opposizione della polizia greca che le ha respinte a suon di cariche e lacrimogeni.


1. Turchia-UE: dall’accordo sui migranti del 2016 a oggi

Inizialmente basato su un principio di do ut des, il cosiddetto ‘accordo sui migranti’ tra UE e Turchia del 2016[1], stipulato col fine di dissuadere i migranti dal percorrere rotte irregolari per raggiungere l’Unione, si rese necessario a causa degli sviluppi geopolitici in Medio Oriente, in particolare in Siria.

Proprio in virtù di questo accordo, la Turchia si ritrova ad essere il paese con il maggior numero di rifugiati al mondo[2]: si parla di circa 4 milioni di persone, di cui oltre 3,5 fuggiti dalla guerra nella vicina Siria. Ragion per cui sarebbe più opportuno parlare di richiedenti asilo dotati di “protezione temporanea”.

Questi milioni di migranti, difatti, non possiedono ufficialmente lo status di rifugiati.

La convenzione di Ginevra del 1951 inizialmente era limitata alla protezione dei rifugiati europei reduci dalla seconda guerra mondiale.

Successivamente, nel 1967, venne firmato il "protocollo relativo allo status dei rifugiati” che eliminava la limitazione geografica e di tempo, sebbene lasciasse la libertà agli Stati firmatari di dichiarare l'estensione geografica di applicazione. In questo modo, alcuni stati, come la Turchia, riconobbero lo stato di rifugiato ai migranti provenienti solamente dal territorio europeo, escludendo tutti gli altri[3].

Per questo motivo, già nel 2016 molte organizzazioni di difesa dei diritti umani si erano opposte a questo accordo tra Bruxelles e Ankara, ricordando appunto che la Turchia non è “un paese terzo sicuro”[4] per i richiedenti asilo non europei.


1.1 Patti non osservati

Dal canto suo la Turchia ritiene che l’Europa non abbia rispettato la sua parte dell’accordo a fronte di un effettivo blocco dei flussi migratori verso l’Europa.

Nell’agosto 2019 Erdoğan ha dichiarato di aver dato fondo ai 6 miliardi elargiti dall’Unione Europea e, ad oggi, l’UE non sembra incline a volerle concedere altro capitale ad una Turchia che, per giunta, sostiene di aver speso sette volte tanto nella gestione dei migranti siriani.

Erdoğan afferma, inoltre, che l’UE non sta mantenendo le promesse relative alla liberalizzazione dei visti, al miglioramento dell’unione doganale e all’apertura di nuovi capitoli negoziali come contropartita dell’accordo.


2. Le pressioni del governo turco

Non è la prima volta che il presidente turco usa, come arma contro l’Europa, la minaccia di riaprire il rubinetto delle frontiere. La mossa di Ankara di riaprire le frontiere scopre le molteplici difficoltà del presidente turco, impegnato su più fronti e allo stesso tempo più che mai isolato a livello internazionale.

La decisione pare dettata da una correlazione tra pressioni interne ed esterne.

Sul piano interno, la gestione dei migranti, l’accoglienza e la politica della porta aperta - praticata fino al 2015 - hanno avuto dei costi economici molto elevati: secondo il governo turco sarebbero stati spesi oltre 40 miliardi[5] nell’accoglienza dei migranti.

A queste spese si sommano forti ricadute sociali: negli ultimi anni è cresciuto il malcontento nei confronti dei rifugiati siriani da parte dei cittadini, in particolare dalla seconda metà del 2018, con l’aggravarsi della crisi economica turca.

Sul piano esterno, il conflitto in Siria starebbe spingendo altri milioni di persone ad ammassarsi alla frontiera con la Turchia. Stiamo parlando di quei milioni di siriani che, in seguito alla riconquista territoriale da parte dell’esercito di Assad, sono stati spinti nella roccaforte di Idlib[6], l’ultimo territorio siriano in mano ai ribelli.

Idlib è teatro dell’escalation di tensione di fine febbraio, che ha portato a scontri diretti tra l’esercito turco - lì presente in virtù del patto di Astana - e l’esercito siriano sostenuto dalla Russia.

Ankara non è più in grado di gestire coloro che fuggono dalla guerra in Siria: con il conflitto siriano ormai fuori controllo e i fondi provenienti dall’Unione Europea terminati, Ankara ha deciso di aprire le frontiere nella speranza di attirare l’attenzione dell’UE anche sulla questione di Idlib.

Fino a quando in Siria si continuerà a combattere, non si potrà pensare di risolvere la questione dei migranti.

3. Le prigioni a cielo aperto del Mar Egeo

A partire dallo scorso agosto, è aumentato il numero di migranti che dalla Turchia hanno raggiunto le isole greche dell’Egeo, nella speranza di un futuro migliore in Europa.

La realtà in queste isole è drammatica: parliamo di una situazione che non nasce oggi, ma è esplosa nelle ultime settimane in un ambiente dove c’erano tutte le premesse perché accadesse ciò che sta accadendo.

A Lesbo, il centro per immigrati è in estremo sovraffollamento, con 20.000 migranti che vivono in un luogo che ne dovrebbe contenere 3.000. Attorno al campo è sorta una tendopoli e si contano più di 40.000 persone che (soprav)vivono in condizioni degradanti e disumane, in attesa di essere trasferiti sulla terraferma. Decine di migliaia di persone sono ammassate sotto tende gelide, immerse nel fango e nella spazzatura, senza luce e acqua corrente. Il cibo non basta per tutti e l’assistenza sanitaria è pressoché assente. La forte tensione spesso sfocia in risse tra gang rivali e aggressioni che, dall’inizio dell’anno, hanno portato ad almeno 4 morti e diversi feriti gravi. Nel campo si vende droga - anche a minorenni, ci sono episodi di autolesionismo e suicidi. In aggiunta, le pessime circostanze igienico-sanitarie e le inadeguate strutture psico-assistenziali non sono pronte a rispondere alle diverse esigenze dei residenti del campo.

A Mytilene, il 9 marzo, si è registrata la prima persona ricoverata in terapia intensiva per Covid-19. Secondo MSF “[…] le condizioni di sovraffollamento e le terribili condizioni di vita sull'isola di Lesbo sono la tempesta perfetta per un'epidemia di coronavirus”[7].

A causa dell’espandersi del coronavirus, oggi a Lesbo, come a Chios e Samos, si registrano meno arrivi, ma la situazione è comunque nettamente peggiorata dal punto di vista delle tensioni, delle violenze e aggressioni nei confronti dei migranti e degli operatori umanitari. Ne è testimonianza l’incendio, probabilmente doloso, della sede del centro ricreativo della ONG olandese One Happy Family[8], avvenuto lo scorso 8 marzo.

Il campo di Moria rappresenta un inferno a cui nessuno vuole mettere mano; tantomeno il governo greco, che progetta barriere in mare[9] e nuove prigioni sulle isole.

Probabilmente il motivo che ha spinto a trattenere le persone sulle isole, piuttosto che spostarle sulla terraferma, è legato proprio alle pessime condizioni dei campi che dovevano fungere da deterrente per coloro che meditassero di andarci.

4. La risposta della Grecia e dell’UE

Il governo Mitsotakis ha risposto agli arrivi via terra delle ultime settimane con molta decisione: sia organizzando la difesa al confine sul fiume Evro, sia sensibilizzando - nei limiti del possibile - i partner europei, dai quali ha ottenuto una simbolica comparsa dei tre presidenti europei sul confine e soprattutto la tacita autorizzazione a chiudere i confini.

In seguito alla visita al confine greco-turco, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha elogiato la Grecia, dichiarando:"Our first priority is making sure that order is maintained at the Greek external border, which is also a European border”[10].

All’approvazione di una nuova legge in materia d’asilo ancora più restrittiva, ha fatto seguito la decisione di sospendere, per tutto il mese di marzo, la concessione di tale diritto nel paese.

La nuova legge sull’immigrazione in Grecia, entrata in vigore dal 1° gennaio, ha ulteriormente complicato la richiesta di asilo, con il risultato che moltissimi si vedono respingere la domanda senza neanche aver capito come fare appello. La maggior parte proviene da Siria, Afghanistan e Pakistan; paesi tutt’altro che stabili o sicuri.

Pur esistendo dubbi sulla legittimità della decisione – il diritto d’asilo e di non respingimento sono protetti dal diritto internazionale[11] – allo stato attuale è difficile che qualche altro paese membro sollevi la questione.

La risposta dell’Unione di sigillare i confini, dimostrandosi inflessibile verso le migliaia di persone al di là della sua frontiera, è emblema della mancanza di una politica condivisa e dei passi indietro compiuti negli ultimi anni sul fronte migratorio.


4.1 Una UE immobile

Colpendo con l’“arma dei migranti”, Erdoğan ha toccato l’Unione su un nervo scoperto, evidenziando le ipocrisie di un sistema ostaggio delle divisioni tra i paesi membri, in balìa della propaganda dei partiti nazionalisti e, come abbiamo visto, assoggettato al potere di stati non europei a cui ha delegato il controllo dei suoi confini.

Il crollo della solidarietà intra-europea ha portato a incorrere in una crisi già annunciata: la richiesta di Ankara di una politica di relocation e di collaborazione non ha avuto risposta né sul fronte di una maggiore apertura dei canali regolari di ingresso, né su quello di una maggiore gestione a livello europeo del diritto d’asilo. In virtù dell’articolo 17 del regolamento di Dublino, sarebbe possibile per gli stati dell’Unione trasferire i richiedenti asilo, che sono in Grecia e in Italia, negli altri paesi europei.

Se l’Europa non aiuta la Turchia, la Turchia cosa può fare?


5. Perché non possono tornare in Siria

Il motivo per il quale il rientro in Siria non è un’opzione è il conflitto - tuttora in corso - che lacera il paese; paese ancora lontano dall’essere pacificato.

A partire dall’estate del 2016 la Turchia ha condotto tre interventi militari nel nord della Siria, non solo per respingere e combattere le milizie curde (Ypg) che controllavano quella fascia territoriale curda, ma anche per creare un’area dove i profughi siriani potessero tornare.

È stato questo uno degli obiettivi dichiarati nell’operazione Sorgente di pace (ottobre 2019), riportare nel nord della Siria un milione di rifugiati[12]. Impresa complessa, dal risultato tutt’altro che scontato: forte la resistenza di molti a tornare in una terra in conflitto, soprattutto in aree diverse da quelle di loro provenienza, in un paese che rimane sotto il controllo di Bashar al-Assad, il regime dal quale erano fuggiti.


6. Conclusioni

Anche in questa occasione l’Europa è miope e non sembra in grado di capire che il problema dei milioni di sfollati siriani non risiede né ad Ankara né al confine greco, ma in Siria, in una crisi senza fine che abbiamo deciso di ignorare e a cui le politiche migratorie europee non riescono a dare risposte strutturali, né tantomeno essenziali.

Oggi il confine greco-turco pare una rete di ping-pong, coi migranti costretti a fare da pallina. Ma quando i numeri cresceranno, la palla passerà ai paesi balcanici, e questi – forse – non vorranno più caricarsi le spalle del pesante fardello dei fallimenti europei.

NOTE

[1] https://www.amistades.info/post/conseguenze-dell-accordo-ue-turchia-sulla-gestione-dei-flussi-migratori-nel-mediterraneo-orientale [2] https://www.unhcr.org/figures-at-a-glance.html [3] http://bianet.org/english/world/131856-turkey-sticks-to-limited-application-of-the-geneva-convention [4] Per un approfondimento sul concetto di “paese terzo sicuro” si veda https://www.asgi.it/regolamento-procedure-ue-paese-sicuro/ [5] https://www.reuters.com/article/us-syria-security-turkey-eu/eu-turkey-in-stand-off-over-funds-to-tackle-new-migrant-crisis-idUSKBN20T1RH

[6] https://www.nrc.no/perspectives/2020/six-things-you-should-know-about-the-humanitarian-crisis-in-idlib/

[7] https://www.theguardian.com/global-development/2020/mar/11/lesbos-coronavirus-case-sparks-fears-for-refugee-camp-moria [8] https://www.aljazeera.com/news/2020/03/refugee-shelter-burns-greece-rolls-asylum-restrictions-200308114828737.html [9] https://www.amnesty.it/grecia-muro-galleggiante-per-fermare-i-rifugiati-mettera-in-pericolo-le-loro-vite/ [10] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_20_384 [11] Per un approfondimento sul principio di non respingimenti si veda https://openmigration.org/glossary-term/principio-di-non-refoulement/ [12] https://www.theguardian.com/world/2019/oct/22/turkey-and-russia-agree-deal-over-buffer-zone-in-northern-syria

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