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La migrazione africana attraverso le Americhe: una rotta in espansione

1. Introduzione


La crisi migratoria che interessa il Mediterraneo è divenuta rappresentativa della migrazione africana, rafforzando la percezione, nell’opinione pubblica, che il flusso proveniente dal continente africano si limiti a essere un movimento che si sposta sulla traiettoria Sud-Nord.


Si tratta, tuttavia, di una narrazione semplicistica: le rotte seguite dai migranti africani che lasciano il proprio Paese di origine costituiscono un fenomeno complesso, fortemente diversificato e influenzato da una combinazione di vari fattori.


Sebbene la principale traiettoria seguita dai migranti africani rimanga quella interna al Continente[1], ve ne sono altre che, non ricevendo un’adeguata copertura mediatica, rimangono molto spesso poco dibattute e talvolta sconosciute: ne è un esempio la rotta che, partendo dall’Africa subsahariana, attraversa le Americhe per poi giungere negli Stati Uniti. Per quanto ancora esigua, vi sono diversi elementi che fanno pensare che sarà destinata a crescere, influenzando il già complesso e in evoluzione panorama migratorio americano.


2. Il recente cambio di tendenza


In passato, la rotta americana era utilizzata quasi esclusivamente dai migranti dell’America centrale e meridionale, che si spostavano con l’obiettivo di raggiungere il Messico, per poi dirigersi verso gli Stati Uniti e il Canada. Recentemente, si è assistito a un cambio di tendenza che ha visto grandi flussi indirizzarsi non più solamente verso Stati Uniti e Canada, ma anche verso alcuni Paesi dell’America Latina. Contestualmente, si è registrato un numero crescente di arrivi di migranti provenienti da Paesi esterni all’America Latina[2] – non solo dall’Africa, ma anche dai Caraibi e dall’Asia – che attraversavano la regione e che hanno ricevuto un'attenzione significativamente inferiore a causa di movimenti molto più ampi provenienti, per esempio, dal Venezuela, da Haiti e dall’Ecuador.


È difficile immaginare che persone provenienti dall’Africa subsahariana, scegliendo di lasciare il loro Paese di origine, decidano di utilizzare la rotta che, attraverso l’America, li porterà negli Stati Uniti invece di dirigersi verso l’Europa. Eppure, il numero di migranti extracontinentali che si spostano dentro e attraverso l'America Latina è considerevolmente aumentato negli ultimi anni: nonostante sia un flusso ancora molto ridotto nei numeri, esso fa parte di una tendenza più ampia che ha richiesto risposte politiche mirate da parte di alcuni Paesi della regione americana, tra cui Panama, Colombia e Costa Rica.


Sebbene il transito di migranti extracontinentali in rotta verso gli Stati Uniti fosse presente già prima, è stato a partire dal 2014 che i numeri e la complessità di questo nuovo modello migratorio hanno iniziato ad aumentare in modo significativo. Coerentemente con il crescere degli arrivi in Europa in quell'anno, i migranti provenienti dall’Africa subsahariana hanno attraversato sempre più spesso i Paesi dell’America meridionale e centrale per raggiungere il confine tra Stati Uniti e Messico.


Nel corso degli anni si è assistito al transito di migranti provenienti principalmente da Paesi africani come Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Mauritania, Nigeria, Ghana, Burkina Faso, Senegal, Angola, che fuggivano – e fuggono tutt’oggi – da un insieme di fattori quali conflitti, repressione politica e precarietà economica.


Dall’Africa subsahariana, la maggior parte dei migranti paga ingenti somme di denaro per un volo aereo o un viaggio in barca che li porti in Ecuador o in Brasile, dove le poche restrizioni sui visti consentono un facile punto di ingresso nelle Americhe.

Figura 2 – Fonte: El Periodico

L'ingresso, tuttavia, è solo il primo passo di quello che è un viaggio estremamente costoso, che può durare mesi e talvolta anche anni, e per gran parte gestito da reti di criminalità organizzata. Queste ultime sono costituite da trafficanti che agiscono sia nel Paese di origine che in diversi punti lungo il percorso attraverso le Americhe: si tratta dei cosiddetti "coyote", i quali conoscono la situazione legale nei Paesi di destinazione e, perciò, in base alla nazionalità del migrante, disegnano il percorso.


L’obiettivo successivo è raggiungere l'America Centrale e riuscire ad attraversare Panama e Guatemala, fino al Messico meridionale, come si vedrà nei prossimi paragrafi. I migranti, infatti, considerano gli Stati Uniti o il Canada come destinazione finale, anche se, trattandosi di un viaggio faticoso, costoso e spesso pericoloso, molti decidono di non proseguire verso il Nord America.


3. Le ragioni dell’aumento


Il recente aumento del numero di africani in viaggio attraverso le Americhe e incontrati al confine tra Stati Uniti e Messico è stato giustificato con il contestuale crescere di controlli sempre più severi messi in atto dall’Europa. La facile e capillare diffusione delle notizie delle tragiche morti di chi viaggia sui barconi che naufragano nel Mediterraneo – si pensa – ha fatto sì che le mete tradizionalmente scelte dagli africani come destinazione finale (Spagna, Germania, Italia) venissero progressivamente sostituite con il continente americano.


È poi necessario sottolineare che l’alternativa della rotta americana è soprattutto scelta da chi ha le necessarie risorse per intraprendere un viaggio di tale portata e, inoltre, da chi ha maggiori informazioni sulla possibilità di raggiungere il Sud America e, da lì, gli Stati Uniti. Il supporto delle reti sociali dei migranti già presenti sul territorio americano e la diffusione di storie di successo personali e informazioni sulle rotte attraverso l'emisfero occidentale hanno, infatti, un ruolo decisivo nell’influenzare le scelte di viaggio.


Dunque, con un’Europa sempre più difficile da raggiungere, altri Paesi economicamente sviluppati, in grado di fornire opportunità lavorative e con una crescente presenza di comunità della diaspora africana, possono divenire destinazioni più attraenti: gli Stati Uniti, per esempio, rispettano tali criteri. In Canada si aggiunge anche il fattore di politiche di immigrazione tradizionalmente più indulgenti[3].

4. Le prime tappe della rotta americana: Brasile, Perù, Ecuador e Colombia


A differenza del contesto europeo, nelle Americhe esiste davvero una sola rotta per i migranti irregolari africani che tentano di raggiungere gli Stati Uniti o il Canada. Dunque, la nuova alternativa migratoria che seguono gli africani è la stessa che intraprendono coloro che fuggono dalla stessa regione latino-americana, insieme ai migranti che provengono dall’Asia. La rotta americana diventa così un punto di convergenza di centinaia di nazionalità.


Avendo come riferimento la seguente mappa elaborata dal Migration Policy Institute, si analizzeranno le tappe della rotta americana che, per coloro che tentano di transitare verso nord, prevede l'attraversamento di almeno nove Paesi.

Figura 3 – Fonte: Migration Policy Institute (MPI)

I migranti africani che arrivano in Brasile devono dapprima raggiungere il Perù e poi attraversare l'Ecuador. Una volta in Ecuador, attraversano il confine tra Ecuador e Colombia utilizzando punti di attraversamento irregolari (noti come trochas), prima di proseguire attraverso il Paese per raggiungere il confine settentrionale della Colombia.


Durante il transito attraverso la Colombia, che può richiedere da diversi giorni a diverse settimane, i migranti africani prendono una combinazione di autobus attraverso la parte continentale del Paese, seguita da un giro in barca per raggiungere il confine settentrionale con il Panama, dove devono attraversare uno dei segmenti più pericolosi del viaggio: il Darién Gap.


5. Una tappa obbligatoria: il Darién Gap


Il Tapón del Darién o Darién Gap è un tratto di circa 90 miglia di giungla densa e quasi ininterrotta, accessibile solo a piedi o in canoa. È, perciò, una delle rotte migratorie più pericolose al mondo[4] ed essendo anche la divisione territoriale tra Sud e Centro America, centinaia di migliaia di migranti intraprendono questo viaggio, che richiede da sei a otto giorni a piedi nel migliore dei casi, e circa dieci giorni durante la stagione delle piogge[5].

Figura 4 – Fonte: Migration Policy Institute (MPI)

Coerentemente all’aumento del fenomeno migratorio nel contesto americano, un numero sempre maggiore di migranti attraversa questo tratto mortale del confine tra Colombia e Panama. Mentre 250.000 persone hanno attraversato il Darién Gap nel 2022, soltanto nei primi quattro mesi del 2023 sono stati registrati 127.000 passaggi, sei volte lo stesso periodo dell'anno precedente. Si prevede che ben 400.000 persone tenteranno il viaggio entro la fine dell'anno.


Si tratta, inoltre, di un passaggio “internazionale”. Nel 2023, infatti, migranti di oltre 40 nazionalità hanno attraversato il Darién Gap, provenienti da nazioni americane, asiatiche e africane. Tra gennaio e aprile 2023, i venezuelani hanno rappresentato il maggior numero di migranti, seguiti da haitiani ed ecuadoriani. Circa l'8% dei migranti proveniva da Paesi asiatici, tra cui Cina, India, Nepal e Sri Lanka, e il 6% da Paesi africani, tra cui Angola, Camerun, Etiopia, Nigeria, Somalia e Sudan.


I migranti, in questo tratto, viaggiano spesso in piccoli gruppi e con guide o contrabbandieri che li accompagnano fino al confine colombiano. Il viaggio è estremamente pericoloso: coloro che lo intraprendono devono affrontare inondazioni improvvise, banditi, gruppi di guerriglia armata, piante velenose e animali selvatici pericolosi, nonché impedimenti di natura logistica.


Il punto di partenza sono le città colombiane di Turbo o Necoclí, da cui si deve attraversare il Golfo di Úraba, dove i pescatori locali sono spesso assunti come facilitatori del contrabbando. Le barche partono di notte e, nonostante molto spesso si superi notevolmente la loro capacità, accompagnano i migranti nei comuni di Acandí o Capurganá, sulla costa orientale del Darién Gap: da lì aspettano di attraversare la giungla.


Coloro che attraversano con successo il Darién Gap vengono poi generalmente arrestati dalla pattuglia dei funzionari panamensi alla frontiera, poiché la naturale conformazione della giungla del Darién costringe i migranti a seguire un determinato percorso. Da lì, i migranti vengono portati in uno dei quattro campi nella provincia di Darién, Panama.


6. Lo sforzo di Panama e Costa Rica per gestire il flusso


A Darién sono presenti strutture gestite dal servizio di frontiera nazionale di Panama e dall’agenzia per le migrazioni (Migración Panamá), insieme a organizzazioni internazionali quali UNICEF, UNHCR e la Croce Rossa Internazionale. I migranti africani – così come quelli haitiani, cubani e dell'Asia – che hanno attraversato con successo il Darién, pagano per essere trasportati in autobus dal sud di Panama a un campo nel nord di Panama vicino al confine costaricano, dove le autorità panamensi e costaricane coordinano le procedure per permettere ai migranti di entrare in Costa Rica.


Le agenzie governative costaricane, in collaborazione con organizzazioni internazionali, forniscono ai migranti vitto, alloggio e assistenza sanitaria di base presso i Centros de Atención Temporal para Migrantes (centri di accoglienza temporanea per migranti). Collocati uno nel sud del Paese e un altro nel nord, questi centri sono accessibili solo ai migranti in transito che hanno un documento di transito valido per essere nel Paese, che include la maggior parte dei migranti africani. Per questi ultimi, la possibilità di chiedere asilo o di un altro status giuridico in Costa Rica non è contemplata a causa della barriera linguistica.


Il viaggio continua, poi, verso nord e poi attraverso il Nicaragua, non appena si riceve l’autorizzazione.


7. Nicaragua, Honduras, Guatemala, Messico e infine gli Stati Uniti


In contrasto con lo sforzo coordinato tra Panama e Costa Rica per gestire la migrazione di transito, il Nicaragua non ha posto in essere una politica di gestione dei flussi. In generale, i migranti africani entrano in Nicaragua percorrendo attraversamenti informali delle frontiere a piedi, dove incontrano i militari nicaraguensi che richiedono il pagamento di una somma per entrare e attraversare il Paese.


Dopo aver attraversato il Nicaragua, i migranti africani raggiungono dapprima l'Honduras e poi il Guatemala, dove viene rilasciato loro un permesso di dieci giorni, in teoria dando loro tempo per richiedere lo status di immigrazione. Nella pratica, i migranti utilizzano questo lasso di tempo per continuare il proprio viaggio, con l’obiettivo di raggiungere il Messico.


Fino a tempi relativamente recenti, il Messico rilasciava permessi di uscita ai migranti africani, i cosiddetti oficios de salida, consentendo loro di transitare nel Paese in pochi giorni. Il rilascio di tali documenti si è concluso nell'estate 2019, rendendo la logistica dell’attraversamento del Messico per i migranti africani molto più complessa e difficile e facendo aumentare il tempo necessario per attraversare il Paese. Non solo: raggiungere il confine settentrionale messicano oggi non implica necessariamente l’accesso automatico agli Stati Uniti, dal momento che i migranti africani incontrano i medesimi ostacoli degli altri viaggiatori che tentano di fare domanda di asilo alla frontiera statunitense.


Il confine tra Messico e Stati Uniti, infatti, si fa sempre più aspro e la crisi migratoria in atto è conseguenza, come in Europa, del ricorso all’esternalizzazione delle frontiere come escamotage per controllare e reprimere i movimenti migratori. Fino a poco tempo fa, era in vigore il cosiddetto Titolo 42, una misura di salute pubblica introdotta dall’amministrazione Trump nel 2020 che consentiva di bloccare ed espellere le persone in cerca di protezione al confine meridionale degli Stati Uniti, senza tuttavia incorrere in conseguenze legali. Nonostante questa misura sia stata interrotta dall’amministrazione Biden lo scorso 12 maggio, si teme che i futuri requisiti per accedere al territorio statunitense possano essere ancora più restrittivi[6].


Alcuni tra i migranti africani che riescono a entrare negli Stati Uniti continuano poi verso il Canada, dove chiedono asilo dopo aver attraversato irregolarmente il confine.


8. Conclusioni


La migrazione africana attraverso le Americhe rimane ancora relativamente esigua e il numero di migranti africani è ridotto rispetto ai movimenti su larga scala interni alla regione, soprattutto quelli provenienti da Paesi quali il Venezuela.


Tuttavia, sempre più africani decidono di sostituire le rotte tradizionali con il corridoio latino-americano. L’entità di questo nuovo flusso attraverso la regione americana è destinata a crescere a ritmi più sostenuti, segnando un nuovo capitolo nel generale panorama del fenomeno migratorio mondiale e inserendosi nella già complessa situazione migratoria americana.


Tale cambiamento di tendenza creerà sfide ancora maggiori non solo per i Paesi di destinazione, ma anche di transito della regione, che si troveranno ad affrontare elementi specifici del flusso africano: differenze linguistiche e culturali, razzismo, discriminazione, nonché il limbo legale e politico in cui i migranti africani si trovano il più delle volte durante e al termine dei loro percorsi migratori.


A fronte di questa crescita, sarà dunque importante per i Paesi dell'emisfero occidentale prepararsi ad affrontare questo fenomeno, sviluppando la capacità di riconoscere attivamente e gestire ulteriormente un nuovo modello migratorio sempre più diversificato, affrontando al contempo le sfide specifiche che si presentano agli africani che si spostano nell’emisfero occidentale e mettendo eventualmente in atto meccanismi di coordinamento regionale tra Paesi di destinazione, quali gli Stati Uniti, e Paesi di transito, come Ecuador, Panama, Colombia e Costa Rica.


(scarica l'analisi)

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Note

[1] Per ulteriori approfondimenti si rimanda alla seguente analisi: https://www.amistades.info/post/le-migrazioni-interne-all-africa-un-fenomeno-spesso-trascurato.

[2] I cosiddetti "migranti extracontinentali", termine con cui si riferisce a individui di origine non emisferica occidentale provenienti dall’Africa e dall’Asia che transitano attraverso l'America Latina spesso con l'obiettivo di raggiungere gli Stati Uniti o il Canada. [3] Indipendentemente dall'accessibilità dell'Europa, alcuni africani potrebbero preferire gli Stati Uniti o il Canada come destinazioni. [4] Secondo i dati del Missing Migrants Project dell'OIM, 36 persone sono morte nel Darién Gap nel 2022. Tuttavia, attraverso il racconto di migranti che hanno attraversato questa tratta con successo, è noto che molti migranti muoiono nel Darién Gap e i loro resti non vengono né recuperati né denunciati. E’ impossibile, dunque, sapere con esattezza il numero di migranti che incontrano la morte in questo tratto e la cifra rappresenta solo una piccola frazione del numero reale di vite perse. [5] Per ulteriori approfondimenti si rimanda alla seguente analisi: https://www.amistades.info/post/darien-gap-terra-trafficanti-esseri-umani. [6] Per ulteriori approfondimenti, si rimanda alla seguente analisi: https://www.amistades.info/post/fine-titolo-42-destino-migranti-confine-meridionale-stati-uniti


Sitografia




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