Il Kazakistan e la Questione Uigura: tra legami etnici e indifferenza politica

di Giusy Musarò

1. Introduzione


La dichiarazione in cui Mike Pompeo si riferisce alla questione uigura parlando di ‘genocidio’ ha resuscitato l’interesse verso le violazioni commesse dalle autorità cinesi in Xinjiang, regione autonoma della Cina a maggioranza musulmana. La stessa accusa nei confronti di Pechino è stata avanzata dal governo canadese con una mozione per denunciare le politiche nella regione dello Xinjiang passata 266 voti a 0 a febbraio 2021. Sebbene l’utilizzo per la prima volta della parola ‘genocidio’ per identificare la politica di repressione cinese nei confronti degli Uiguri sia senza dubbio un grande passo in avanti, le violazioni dei diritti umani commessi dal governo cinese nei confronti degli Uiguri, ben note da tempo, vanno ancora avanti incontrastate nell’indifferenza generale dei Paesi limitrofi maggiormente coinvolti, come il Kazakistan, e nell’incapacità di azioni efficaci da parte del resto della comunità internazionale. Ma quale è il rapporto tra Xinjiang e Kazakistan, e quale ruolo svolge quest’ultimo nella questione uigura e perché?


2. La situazione degli Uiguri nello Xinjiang


Dal 2017, il governo cinese ha imprigionato più di un milione di Uiguri, per la maggior parte musulmani di origine etnica turcofona negli oltre 380 ‘campi di rieducazione’ allestiti dal governo cinese nella provincia autonoma di Xinjiang. Tali centri sono in continua espansione e avanzamento verso strutture di massima sicurezza, più simili a delle prigioni di quanto non lo siano i campi di rieducazione già esistenti, come dimostra il recente studio condotto dall’Australian Strategic Policy Institute. [1]


Ma l’oppressione e il controllo che Pechino esercita su questa comunità di circa undici milioni di persone vanno ben oltre le detenzioni arbitrarie e gli internamenti nei campi di rieducazione, estendendosi nella vita di tutti i giorni e influenzando la vita pubblica e privata della comunità Uigura. Oltre al pericolo costante di essere deportati nei campi di rieducazione, la popolazione è perennemente sorvegliata attraverso un sistema di divisione delle città in ‘griglie’ composte da 500 abitanti ognuna, monitorate incessantemente da una stazione di polizia attraverso l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia, riconoscimento facciale e intelligenza artificiale, nonché attraverso la raccolta di DNA e dati biometrici in base al ‘Physical for All Programme’. Sparizioni improvvise, restrizioni alle pratiche religiose, sterilizzazioni e lavori forzati sono altre pratiche ben note, fino alla cosiddetta campagna ‘Pair Up and Become Family’: uomini cinesi che sono mandati a vivere con donne uigure i cui mariti sono detenuti nei campi al fine di promuovere quella che loro definiscono una maggiore “unità etnica”.

2.1. Il ruolo della religione e i ‘tre mali’ nella questione Uigura


La questione uigura nasce con il crollo dell’Unione Sovietica e l’istituzione delle repubbliche indipendenti di Kazakistan, Kirghizistan e Tajikistan. La posizione geografica dello Xinjiang ha favorito fin da allora scambi tra esponenti del gruppo etnico uiguro in Kazakistan e Kirghizistan, facendo rinascere un ideale ‘panturco’ e dando inizio a dei sentimenti separatisti nella regione. In seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, il concetto di terrorismo ha assunto una portata più vasta a livello internazionale - Cina non esclusa - incorporando nella sua definizione anche il separatismo e l’estremismo religioso. Questi – terrorismo, separatismo ed estremismo religioso - sono oggi i ‘tre mali’ di cui è accusata la minoranza uigura. Nonostante il governo cinese riconosca l’islam come religione, la paura è che essa venga utilizzata per innescare moti separatismi e, per questo, ogni sua manifestazione ed espressione è duramente condannata e soggetta a controllo.


Molti siti religiosi uiguri sono stati distrutti in questi anni con il pretesto di non essere ‘sicuri’. Il concetto di ‘sicurezza’ diventa, nel caso della comunità turcofona e musulmana uigura, un costrutto puramente sociale e politico, un processo attraverso il quale un oggetto viene socialmente costruito come ‘minaccia’[2], per la quale misure ‘urgenti’, ‘eccezionali’ o ‘repressive’ sono giustificate.[3] Digiunare durante il ramadan, avere molti figli, mangiare carne halal, chiamare i propri figli con nomi islamici, sono tutti considerati comportamenti ‘estremisti’ e ‘insicuri’ nello Xinjiang, la cui repressione diventa necessaria alla sopravvivenza stessa dello stato cinese.

Figura 1 - Campo di Rieducazione nello Xinjiang. Fonte: BBC

2.2. La questione uigura e la Via della Seta


La questione uigura si è accentuata con il lancio della Nuova Via della Seta nel 2013, il grande piano di sviluppo cinese, volto a collegare la Cina all’Europa attraverso la costruzione di una serie di infrastrutture e corridoi economici che passano per l’Eurasia. Punto di passaggio essenziale per molti dei corridori economici previsti, la questione uigura nello Xinjiang è diventata non solo una questione di carattere culturale e identitario, ma anche politico ed economico. Tra i corridori economici il New Eurasian Land Bridge (NELBEC), che connette la Cina all’Europa e alla Russia occidentale, passa dallo Xinjiang e la zona economica di Khorgos in Kazakistan. Il secondo corridoio, il China-Central Asia-West Asia Economic Corridor, parte dalla capitale dello Xinjiang, Urumqi, e arriva in Grecia. Il terzo, il Cina-Pakistan Economic Corridor, connette la città di Kashgar nello Xinjiang meridionale al Mar Arabico passando anch’esso dal Paese. La regione dello Xinjiang, inoltre, ospita tra le più grandi riserve di gas naturale e carbone e migliaia di uiguri sono forzatamente impiegati oggi in molteplici fabbriche di marchi internazionali operanti nella regione come manodopera a basso costo.[4] Diventa in questo modo facile per Pechino spacciare i centri come “centri di formazione professionale”, piuttosto che come campi di rieducazione volti a sopprimere l’identità religiosa e culturale uigura.


Figura 2 - Sei Corridoi Economici previsti dalla Via Della Seta

3. Uiguri in Kazakistan


Le politiche cinesi contro la comunità Uigura impattano fortemente sul Kazakistan, e, in particolare, sui gruppi etnici kazaki che vivono al confine con lo Xinjiang, anch’essi soggetti a repressione e controllo da parte delle autorità cinesi. I gruppi etnici kazaki e gli uiguri in Xinjiang hanno mantenuto e rafforzato forti connessioni transfrontaliere e intensi legami familiari fin dal XIX secolo. Circa 250,000 Uiguri vive oggi nel sud-est del Kazakistan, rappresentando così la maggiore diaspora nel Paese.


La repressione cinese nei confronti dei gruppi kazaki etnici coinvolge circa 1,6 milioni di persone, molte delle quali si identificano come Oralmen, letteralmente i ‘ritornati’. Gli Oralmen sono kazaki di origine etnica, provenienti da diversi Paesi confinanti, tra cui lo Xinjiang, che hanno deciso di ritornare in Kazakistan dopo la sua indipendenza nel 1991, incoraggiati dalla politica di nation-building dell’ex presidente kazako Nursultan Nazarbayev. Dati i forti legami tra gli Oralmen e gli uiguri in Xinjiang non sono stati rari i casi di cittadini kazaki arrestati dalle autorità cinesi mentre erano in visita da amici e familiari nello Xinjiang.


La comunità degli Oralmen provenienti dalla Cina è particolarmente attiva e impegnata a mantenere a dare voce alla questione uigura nel dibattito pubblico. Tra le organizzazioni più attive vi è senza dubbio Atajurt (Patria)[5], l’unica a riuscire ad avere una risonanza nei media occidentali e a mantenere alta l’attenzione internazionale sulla questione uigura. L’organizzazione ha anche creato il più grande database per le vittime delle politiche repressive di Pechino nello Xinjiang.


3.1 Etnicità e religione in Kazakistan


Circa il 70% della popolazione kazaka è composta da musulmani, i quali rappresentano tra il 52 e il 65% di tutti i credenti in Kazakistan. Il culto praticato è ben diverso dall’Islam canonico, ma è più che altro caratterizzato dalla partecipazione in rituali sul ciclo della vita e dall’aderenza a norme e valori morali. Quando, infatti, l’Islam si estese nella regione nel VII secolo, essa era per lo più abitata da popolazioni nomadiche, più propense a seguire tradizioni tribali piuttosto che quelle della tradizione giuridica della shari’a. Per questo motivo, il culto musulmano nel Paese ha acquisito delle caratteristiche proprie, combinandosi con tradizioni religiose preislamiche ed è oggi parte della cultura nazionale kazaka.


Come spiegato nell’articolo su Islam e radicalizzazione in Asia Centrale, il culto islamico nella regione è stato fortemente scoraggiato durante l’occupazione sovietica. Le pratiche religiose esistenti al di fuori del controllo statale erano considerate forme ‘parallele’ di Islam e considerate illegali. Con l’indipendenza nel 1991, l’Islam riacquista un certo vigore, ma le etichette di Islam ‘ufficiale’ e ‘non ufficiale’ di retaggio sovietico rimangono. Tuttavia, mentre all’interno dell’URSS la categorizzazione di pratiche come ‘non ufficiali’ era usata in riferimento all’Islam di tradizione sufi, oggi questo termine in Kazakistan viene applicato in relazione al cosiddetto Islam fondamentalista.


Lo stesso processo di ‘securitizzazione’ dell’Islam sviluppatosi nel caso degli Uiguri nello Xinjiang ha avuto luogo anche in Kazakistan. L’estremismo e il fondamentalismo religioso sono oggi considerati tra le principali minacce. Questo ha dato il via libera all’applicazione di misure più restrittive contro la libertà di culto, all’inasprimento delle repressioni nei confronti dei gruppi di opposizione e ad un maggiore controllo statale sulle attività religiose e culturali del Paese. [6]


4. Ruolo del Kazakistan nella questione uigura


Mentre negli ultimi anni, molti Stati hanno cominciato a fortemente criticare le politiche di Pechino, Paesi con un forte interesse nazionale per la questione uigura, tra cui Turchia, Kazakistan a e Kirghizistan hanno mantenuto una posizione neutra e ambigua. La risposta del governo kazako in questi anni è stata quella di minimizzare l’attenzione domestica verso la questione uigura, ed evitare qualsiasi criticismo nei confronti delle politiche cinesi, non riconoscendo la crisi umanitaria che sta avendo luogo al suo confine.


A partire dagli anni 2000, l’attivismo uiguro è stato duramente represso dallo Stato kazako e ogni qualsivoglia forma di solidarietà panturca è stata indebolita. La stessa organizzazione Atajurt è stata vittima di questa oppressione: il governo kazako ha cercato di silenziarla, arrestando e poi rilasciando il suo fondatore Serikzhan Bilan a condizione che lasciasse il comando dell’organizzazione e interrompesse ogni attività d’opposizione nei confronti delle politiche cinesi per 7 anni.


Tuttavia, mentre lo stato kazako è stato in grado di reprimere le voci della diaspora uigura, non può fare altrettanto con quelle della comunità etnica kazaka, in quanto rischierebbe di indebolire il suo piano di costruzione nazionale e in tal modo rafforzerebbe le voci di opposizione che accusano il governo di star ‘vendendo’ la nazione alla Cina, in cambio di maggiori legami e rapporti economici con essa. Una certa ‘sinofobia’ è, infatti, ancora presente nel Paese, soprattutto tra le linee più nazionalistiche, come dimostrano le recenti proteste anticinesi nel Paese, che denunciano sia la crescente influenza economica di Pechino sia le incarcerazioni di massa delle comunità uigura e dei gruppi etnici kazaki al confine.


Le ragioni di tale ambiguità sono da ricercarsi sia a livello economico che politico. Nel primo caso, la Cina è diventata una dei principali partner economici per il Kazakistan, sorpassando la Russia. Pechino ha investito circa $27.6 miliardi nel settore energetico e petrolifero kazako, con aziende cinesi che possiedono quote significative nell’estrazione del petrolio nella lavorazione dell’uranio. Gli investimenti cinesi, quindi, sono diventati per il Paese un driver importante per il suo sviluppo economico. Dal punto di vista politico, il Kazakistan ha perseguito fin dalla sua indipendenza una politica estera ‘multi-vettoriale’, fondata sullo sviluppo di relazioni amichevoli e stabili con i principali attori globali che hanno degli interessi nella regione e nel Paese.[7] Questo ha portato e porta ancora il governo kazako a dimostrarsi accomodante rispetto alle richieste di repressione delle attività uigure sul suo territorio e di estradizione di uiguri accusati di terrorismo in Cina.

Figura 3 - Relazioni commerciali tra Cina e Kazakistan

5. Conclusioni


Nel luglio del 2019, 22 stati, tra cui Francia, Germania, Regno Unito, Giappone, hanno firmato una dichiarazione comune rivolta all’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, per richiedere un’azione concreta delle Nazioni Unite rispetto alle ripetute violazioni dei diritti umani e alle incarcerazioni arbitrarie di massa nei confronti della minoranza musulmana uigura nello Xinjiang. Il governo cinese ha risposto presentando una lettera firmata da 50 stati, tra cui Iran, Pakistan, Arabia Saudita, Nigeria, Corea del Nord, Filippine, Egitto e Russia a sostegno delle politiche di Pechino, continuando ad affermare che i campi di rieducazione in cui sono detenuti milioni di uiguri non siano altro che dei centri di formazione, volti a combattere il terrorismo e l’estremismo religioso attraverso il lavoro.

Le violazioni subite dagli Uiguri dello Xinjiang potrebbero in alcune circostanze rientrare nella categoria dei crimini contro l'umanità come definita dall'art.7 dello Statuto di Roma, in particolare nei sotto-paragrafi e) e h), i quali definiscono crimini contro l’umanità “l’imprigionamento o altre gravi forme di privazione della libertà personale in violazione di norme fondamentali di diritto internazionale” e la “persecuzione contro un gruppo o una collettività dotati di propria identità, inspirata da ragioni di ordine politico, razziale, nazionale, etnico, culturale, religioso o di genere sessuale […], , se commessi nell'ambito di un esteso o sistematico attacco (non inteso come attacco armato) contro popolazioni civili.


A livello internazionale, la Corte Penale Internazionale avrebbe, secondo i poteri conferitogli dallo Statuto di Roma, il potere di indagare e perseguire uno Stato per potenziali crimini contro l’umanità se i) le violazioni sono commesse sul territorio di uno Stato membro; ii) se uno Stato non membro richiede alla corte di considerare le violazioni commesse sul suo territorio; o iii) su richiesta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. [8]


Il verificarsi di queste opzioni risulta quasi impossibile nel caso dello Xinjiang per diversi motivi: la Cina non è uno stato firmatario del trattato; la regione autonoma dello Xinjiang dal punto di vista giurisdizionale è a tutti gli effetti parte della Repubblica Popolare Cinese; la Cina, come membro permanente del Consiglio di Sicurezza, porrebbe sicuramente il veto a qualsiasi tipo di azione che vada contro le proprie politiche in Xinjiang. Un tentativo di richiesta di intervento della Corte vi era stato nel 2020 con la denuncia da parte del Governo in Esilio del Turkistan Orientale e del Movimento di Risveglio Nazionale del Turkistan Orientale. Essi richiedevano l’apertura delle investigazioni da parte della Corte nei confronti delle autorità cinesi, ponendo particolare enfasi ai crimini commessi nei confronti degli uiguri in Tagikistan e Cambodia (Stati firmatari dello Statuto di Roma). In questo caso, la Corte ha dichiarato che non avrebbe inviato formalmente indagini nel caso degli uiguri. Azioni individuali dei singoli Stati, come l’applicazione di sanzioni economiche e pressione politica a livello bilaterale e multilaterale, rimangono deboli, non solo da parte del Kazakistan e delle altre repubbliche centrasiatiche, ma anche degli stessi Paesi europei e occidentali.


Mentre gli Stati Uniti hanno messo sulla lista nera dozzine di aziende cinesi e agenzie presumibilmente collegate con gli abusi e crimini condotti in Xinjiang, bandendo le importazioni di cotone e pomodori dalla regione, il Regno Unito ha introdotto sanzioni per le aziende che non garantiscono che le loro filiere non sfruttino il lavoro forzato degli Uiguri. L’Unione Europea ha condannato attraverso delle proposte di risoluzione comune la situazione degli uiguri nello Xinjiang e ha recentemente sanzionato quattro ufficiali cinesi accusati di abusi contro la popolazione uigura. Tuttavia, non vi è ancora all’orizzonte la possibilità che azioni concrete vengano intraprese dall’Unione Europea per mettere fine alla crisi umanitaria in Xinjiang, in cui per l’ennesima volta gli interessi economici vengono prima del rispetto dei diritti umani di milioni di persone.


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Note


[1] Ruser, N. (2020), Documenting Xinjiang’s detentions system, Australian Strategic Policy Institute, https://xjdp.aspi.org.au/explainers/exploring-xinjiangs-detention-facilities/ [2] Huysmans, J. (2006), The Politics of Insecurity, Routledge [3] Buzan, B., Waever, O. (2003), regions and Powers. The structure of International Security’, Cambridge University [4] Per maggior approfondimenti su questione uigura e industria della moda: Mele, C. (2020), ‘Popolo Uiguro e lavoro forzato: le responsabilità dell’industria della moda’, https://www.amistades.info/post/popolo-uiguro-e-lavoro-forzato-le-responsabilità-dell-industria-della-moda [5] Per saperne di più: Volkan Kasikci, M. (2020), Documenting the Tragedy in Xinjiang: an insider’s view of Atajurt, The Diplomat, https://thediplomat.com/2020/01/documenting-the-tragedy-in-xinjiang-an-insiders-view-of-atajurt/ [6] Le comunità musulmane e le loro pratiche sono regolate dai Consigli dei Muftis e dall’Agenzia per gli affari religiosi che opera sotto il Ministero della Cultura dal 2010. [7] Per approfondire: Vanderhill, R. et al. (2020), Between the bear and the dragon: multivectorism in Kazakhstan as a model strategy for secondary powers, International Affairs, vol.96, n.4, pp.975-993 [8] https://www.hrw.org/report/2021/04/19/break-their-lineage-break-their-roots/chinas-crimes-against-humanity-targeting


Bibliografia/Sitografia


Duan, Y. (2021), Bilateral trade between China and Kazakhstan: Challenges and opportunities in the context of Belt and Road Initiative, Advances in Economics, Business and Management Research, vol.166, pp.162-166

Maizland, L. (2021), China’s repression of Uyghurs in Xinjiang, Council on Foreign Relations, https://www.cfr.org/backgrounder/chinas-repression-uyghurs-xinjiang

Mirovalev, M. (2020), Why are Central Asian Countries so quiet on Uyghur persecution’, https://www.aljazeera.com/features/2020/2/24/why-are-central-asian-countries-so-quiet-on-uighur-persecution

Omelicheva, M., Y (2011), Islam in Kazakhstan: a survey of contemporary trends and sources of securitisation’, Central Asian Survey, 20:2, p245

Pane, G. (2021), Il popolo abbandonato degli Uiguri: il Prosecutor della CPI chiude le indagini contro la Cina, https://www.iusinitinere.it/il-popolo-abbandonato-degli-uiguri-il-prosecutor-della-cpi-chiude-le-indagini-contro-la-cina-34725

Roberts, S., R. (2020), Kazakhstan’s ambiguous position towards the Uyghur Cultural genocide in China, National Commentaries.

Ruser, N. (2020), Documenting Xinjiang’s detentions system, Australian Strategic Policy Institute, https://xjdp.aspi.org.au/explainers/exploring-xinjiangs-detention-facilities/

Sciorati, G. (2021), ‘La Questione Uigura nello Xinjiang’, ISPI, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-la-questione-uigura-nello-xinjiang-23987

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