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Popolo Uiguro e lavoro forzato: le responsabilità dell’industria della moda

Aggiornato il: nov 14

(di Chiara Mele)

1. Introduzione: i diritti umani hanno rilevanza per le imprese?


I trattati internazionali sui diritti umani non impongono obblighi giuridici ai soggetti privati, dal momento che gli Stati, a cui fanno invece capo, dovrebbero tradurre il loro rispetto in diritto interno e garantire la loro implementazione. Gli strumenti a disposizione dei governi per proteggere i diritti umani sono molteplici: leggi di diritto del lavoro, contro la discriminazione, sulla salute e la sicurezza sul lavoro, a tutela dell’ambiente.


Ma cosa succede se tali normative non coprono tutto lo spettro dei diritti umani, sono inefficaci oppure del tutto assenti? Si possono creare delle situazioni di rischio, come nel caso degli Uiguri in Cina. Le violazioni dei diritti umani nella regione dello Xinjiang sono oramai conclamate da diverso tempo: le politiche di ingegneria sociale cinesi hanno preso di mira la minoranza etnico-linguistica e religiosa degli Uiguri, i quali sono oggetto di sistematiche azioni di assimilazione culturale e internamento nei cc.dd. campi di rieducazione, a cui ha fatto seguito massivi trasferimenti nelle fabbriche della regione e non solo [1]. A ciò si è aggiunto quindi il coinvolgimento delle imprese locali ed estere che utilizzano forza lavoro appartenente a questa popolazione [2]. C’è quindi una rilevanza dell’impatto che le violazioni dei diritti umani possono avere su soggetti diversi dagli Stati, perché in un contesto di economia di mercato globalizzata, dove quello che succede in una parte del mondo ha un effetto altrove, le imprese che decidono di esternalizzare parte o l’intera catena di fornitura e produzione beneficiano della negligenza statale, o delle sue violazioni.


Di seguito, si analizzerà il caso del popolo Uiguro e di quali sono le implicazioni (e quindi le responsabilità) per le imprese del settore dell’abbigliamento che hanno collegamenti economici con la Cina e che sono coinvolte in quanto succede nella regione.

2. Violazioni dei diritti umani nei confronti del popolo Uiguro: cosa accade in Cina


Nella regione dello cinese dello Xijiang è in atto una campagna di assimilazione e annientamento culturale della minoranza etnica e religiosa degli Uiguri. Nel tentativo di assimilarli, il governo cinese sta cancellando la loro cultura e la loro religione, allo stesso tempo sopprimendo i loro diritti umani. Chi, tra coloro che riescono a scappare all’estero, cerca di denunciare le azioni perpetrate dalla Cina, viene sottoposto a minacce e intimidazioni (Cina, Amnesty International denuncia campagna di intimidazione contro gli uiguri all’estero). Le pratiche adottate dalla Cina si sono estese a campagne di sterilizzazione, aborti imposti e di controllo delle nascite illegali nei confronti di questa minoranza. Accanto alle atrocità commesse in violazione dei loro diritti sessuali e riproduttivi, c’è la detenzione massiva in campi di rieducazione politica nella regione dello Xinjiang, in cui vengono implementate pratiche di sfruttamento lavorativo. Tali prassi hanno raggiunto livelli tali da richiamare recentemente l’attenzione del Parlamento Europeo, che ha dichiarato in un comunicato stampa del 30 giugno 2020 (Chair's statement on Chinese Communist Party campaign to suppress Uyghur birth-rates) che si sta assistendo ad un genocidio culturale.


Ma non è solo il Parlamento Europeo ad essere intervenuto, sollecitando le autorità cinesi ad interrompere il perpetuarsi delle violazioni dei diritti umani del popolo Uiguro. Una coalizione di 190 organizzazioni sindacali e ONG (End Uyghur Forced Labour) sta facendo pressioni sul mondo della moda per le sue responsabilità nello sfruttamento lavorativo nei campi sopra menzionati.

3. Background story: cornice storica e contesto di riferimento


La Regione dello Xinjiang è la più vasta della Cina e, dopo un beve periodo di indipendenza negli anni ’40, è ritornata sotto il controllo cinese nel 1949, per poi diventare regione autonoma. La presenza nella regione della minoranza turcofona e mussulmana (precisamente Sunnita) degli Uiguri raggiunge quasi i 10 milioni su 19 milioni di abitanti, ma lo Xinjiang è patria anche per altre minoranze come i Kazaki, i Kirghisi, Tartari, Tagiki ed Uzbechi.


L’area è ricca di risorse naturali, specialmente olio e gas naturali, ed ha quindi assistito ad un’intensa immigrazione per motivi economici e di lavoro da parte dell’etnia cinese Han, con il pieno incoraggiamento del governo cinese. Tuttavia, ciò ha generato conflitti e tensioni dal momento che, parallelamente al flusso migratorio degli Han, la minoranza Uigura ha iniziato a subire discriminazioni e marginalizzazioni da parte delle autorità. Nel corso del tempo si è sviluppato un sentimento anti-Han e separatista da parte degli Uiguri, che è sfociato in manifestazioni violente a partire dagli anni ’90 in poi, inasprendosi in un vero e proprio conflitto etnico.


A seguito delle violente proteste del 2009 nella capitale dello Xinjiang, Urumqi, il governo cinese ha colto l’occasione per eradicare il sentimento separatista per implementare politiche repressive, ledendo la libertà religiosa e imponendo misure di controllo di massa, sotto la guisa della lotta al terrorismo e all’estremismo separatista [3], dal momento che separatisti Uiguri hanno spesso messo in atto attacchi e diversi combattenti si sono uniti al Al-Qaeda e all’ISIS. Tuttavia, ad avere un peso nella campagna governativa cinese contro gli Uiguri sono gli interessi economici del governo, poiché la Cina fa parte del piano di sviluppo Belt and Road Initiative anche detta la ‘Nuova Via della Seta’. Infatti, a godere dei benefici economici è l’etnia Han a discapito di quella Uigura, che rimane fortemente marginalizzata e vittima di abusi [4].

4. Le politiche di internamento nei campi di rieducazione: annientamento culturale e sorveglianza di massa


La situazione dei diritti umani degli Uiguri in Cina è già da tempo sotto la lente della comunità internazionale: lo stesso Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha criticato l’uso delle politiche di internamento ed indottrinamento della minoranza mussulmana. Le critiche, ovviamente, sono state prima negate, per poi dare una veste legale a questi luoghi affermando che si tratta di centri di formazione professionale [5]. Tuttavia, ONG per i diritti umani, ricercatori ed ex residenti di questi ‘campi’ hanno riportato testimonianze che descrivono questi luoghi come campi di concentramento o prigioni, in cui Uiguri e mussulmani di altre minoranze, all’incirca tra 1 e i 3 milioni arbitrariamente detenuti, subiscono indottrinamento psicologico di natura politica, dovendo studiare la propaganda del partito comunista. Non solo, viene riportato che vengono compiute pratiche di waterboarding, la cosiddetta ‘panca della tigre’ e altre forme di tortura, come abusi sessuali e sterilizzazioni forzate, come parte del programma di indottrinamento. Si tratta di tattiche che sono riconosciute come crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale (Statuto di Roma).


Secondo un’inchiesta del New York Times, l’internamento avviene in maniera indiscriminata, per il solo fatto di essere Uiguro o mussulmano, dal momento che sulla base delle testimonianze ricevute, l’obiettivo è la totale cancellazione culturale e dell’identità Uigura. Uno degli strumenti utilizzati dal governo cinese è separare i bambini dalle loro famiglie, qualora i genitori si trovino in questi centri, facendoli risiedere in orfanotrofi statali dove perdono la loro identità culturale e la loro lingua. Ogni contatto con la famiglia di origine è interrotto, sottoponendo i residenti/detenuti a sorveglianza di massa, attraverso l’utilizzo di tecnologie hi-tech, che usa anche per controllare i propri cittadini, e la regione dello Xinjiang è la più controllata della nazione.

Uno dei c.d. "campi di rieducazioni" per gli Uiguri in Cina

5. Le condizioni di lavoro nelle fabbriche di abbigliamento: ‘riduzione della povertà’ e rieducazione


Un elemento chiave per controllare e dominare la minoranza etnica Uigura è un vasto sistema di sfruttamento lavorativo, come riportato dal Center for Strategic & International Studies - CSIS (Connecting the Dots in Xinjiang. Forced Labor, Forced Integration, and Western Supply Chain), dentro e fuori dai campi di rieducazione. Difatti, con l’intensificarsi delle pratiche di internamento massive, si è accompagnato anche un intensificarsi del trasferimento da questi campi di persone nelle fabbriche tessili presenti nella regione e nel resto della nazione, sotto l’effigie dello ‘riduzione della povertà’ nelle zone rurali.


Sulla base di documenti ufficiali, il governo costringe quote di membri appartenenti alla minoranza Uigura a lavorare in queste fabbriche tessili, offrendo a queste aziende incentivi per formare persone che spesso provengono dai campi di rieducazione. Pagati al di sotto del salario minimo, la formazione che ricevono viene descritta dalle testimonianze in stile ‘militare’, che suggerisce una certa ‘consapevolezza’ della situazione da parte delle imprese del settore. In aggiunta, il reclutamento non è sempre volontario. Sulla base di testimonianze dirette [6], chi viene impiegato in queste fabbriche è costretto a dormire nei dormitori dei campi di rieducazione e tenuto sotto stretta sorveglianza, senza la possibilità di andarsene di propria iniziativa. Un altro elemento che collega il lavoro in queste fabbriche con le politiche di annientamento culturale delle autorità governative cinesi è l’enfasi che viene posta in documenti governativi e societari ufficiali sulla ‘rieducazione’ delle minoranze, che deve essere parte della formazione della nuova forza lavoro, per ‘aiutare’ gli Uiguri a far parte della società cinese. Analizzando queste condizioni, suffragate da documentazione ufficiale e testimonianze dirette di chi le ha vissute, risulta evidente che si tratta di una situazione di forte sfruttamento, tale da suggerire la definizione di lavoro forzato.

6. Le implicazioni negli abusi ai danni degli Uiguri: responsabilità indirette della moda


Attualmente, data la forte presenza nell’area del settore manifatturiero tessile, molte grandi marche di abbigliamento beneficiano delle politiche del governo cinese ai danni degli Uiguri.

Tuttavia, il Report del CSIS riporta che il collegamento con le fabbriche della regione dello Xinjiang non è sempre diretto. Infatti, le aziende occidentali comprano (in diversi casi acquistano materiali prodotti in questa zona attraverso la società capogruppo) tonnellate di cotone, filati, tessuti e prodotti finiti che vengono processati nella regione dello Xinjiang, con la possibilità che potrebbero quindi essere frutto del lavoro forzato di questa popolazione. Le importazioni dallo Xinjiang sono tali che 1 indumento di cotone su 5 venduti a livello globale contiene materie prime provenienti da quest’area della Cina.

Ma le implicazioni dell’industria dell’abbigliamento nel contribuire al lavoro forzato come pratica di annientamento culturale degli Uiguri prendono anche altre forme. Difatti, le imprese che operano o che intrattengono relazioni commerciali e accordi lucrativi con le aziende locali cinesi di settore investono in programmi di finanziamento a favore delle imprese dello Xinjiang, creando partnership con le realtà locali oppure creando loro stessi da zero aziende che gestiscono direttamente. Inoltre come descritto nel paragrafo precedente, sono anche coinvolte nelle politiche di rieducazione governative poiché impiegano ex detenuti provenienti dai campi di rieducazione come parte del processo di assimilazione culturale, dandogli però il nome di formazione professionale.


Di conseguenza, l’impiego di manodopera Uigura è un uso consapevole nel processo di produzione e distribuzione delle grandi imprese estere e locali, che operano nella regione. I nostri vestiti sono quindi inquinati dalle violazioni dei diritti umani avallate dall’industria della moda, la quale si rende responsabile indiretta degli abusi perpetrati dalla Cina che maschera le sue azioni sotto forma di lavoro sponsorizzato dallo Stato.

7. Identificando il lavoro forzato in Xinjiang: l’importanza delle definizioni


Per poter stabilire il nesso tra quanto succede nella regione cinese dello Xinjiang e una violazione dei diritti umani fondamentali, è necessario partire dalla Convenzione n. 20 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. All’articolo 2 “… il termine lavoro forzato o obbligatorio indica ogni lavoro o servizio estorto a una persona sotto minaccia di una punizione o per il quale detta persona non si sia offerta spontaneamente”, andandosi ad inserire nell’ambito di un rapporto di lavoro che può avere natura formale o meno, in cui si possono accompagnare anche altri elementi che caratterizzano la realtà del fenomeno in questione come multiforme. L’elemento che fornisce la chiave di lettura per le condizioni lavorative del popolo Uiguro è la volontarietà (assente) con cui è offerta la prestazione lavorativa. Il governo cinese, in una conferenza stampa del luglio 2019 annunciò un rilascio massivo di persone detenute in questi campi di rieducazione, per farli entrare nella forza lavoro delle fabbriche locali. Si tratta solo di un esempio della prassi, che nel corso del tempo è andata ad intensificarsi, di trasferire dai campi direttamente nelle fabbriche membri del popolo Uiguro, come parte della loro rieducazione ed integrazione nel tessuto sociale cinese. Poiché il governo cinese è solito coprire la sua campagna di assimilazione e sfruttamento con la propaganda di partito, è innegabile che l’ambiente descritto nei paragrafi precedenti eserciti una forte coercizione, operata dal governo cinese affinché gli Uiguri lavorino nelle fabbriche della regione. Inoltre, il fatto che le persone impiegate nelle fabbriche provengano direttamente da questi campi in cui si viene detenuti forzatamente in ragione di presunti crimini, aggiunge un nesso di causalità con una situazione di ‘minaccia di punizione’, poiché le persone coinvolte potrebbero temere di continuare a subire torture.

8. Responsabilità delle imprese nella violazione dei diritti umani: responsabilità sociale e due diligence


La base su cui si poggia quello che può essere considerato ancora un work in progress degli obblighi in capo alle imprese in tema di diritti umani è ‘The Protect, Respect and Remedy’ Framework delle Nazioni Unite. Si articola in 3 pilastri (l’obbligo degli Stati a proteggere; la responsabilità sociale delle imprese a rispettare; l’obbligo a garantire l’accesso a rimedi efficaci), di cui il secondo riguarda soggetti privati come le imprese: si tratta di una responsabilità sociale d’impresa che impone non un obbligo, ma un dovere a rispettare i diritti umani, lungo tutto la catena di fornitura e la filiera produttiva e nei rapporti con altre aziende esterne, dato che le attività hanno virtualmente un impatto su tutto lo spettro dei diritti internazionalmente riconosciuti. Non solo, le imprese devono tenere in considerazione il paese in cui esternalizzano le loro attività o con cui intessono relazioni di natura commerciale e il contesto di riferimento, poiché potrebbe influire sulle sfide in termini di impatto sociale. Ciò si applica perfettamente alla situazione sopra esposta. Da tempo ormai la Cina è sotto lo scrutinio della comunità internazionale e non solo, per la questione del popolo Uiguro. Si aggiunga pure il coinvolgimento diretto di quelle imprese che partecipano ai programmi di riabilitazione impiegando lavoratori Uiguro.


Al fine di dimostrare il rispetto degli standard imposti dal diritto internazionale dei diritti umani, le imprese devono rispettare la c.d. due diligence cioè l’applicazione di un processo che consiste nella valutazione, da parte delle imprese, degli impatti effettivi e potenziali delle attività produttive delle loro condotte sui diritti umani. Non solo, devono tener conto di tali valutazioni, sia nell’attuare le loro politiche aziendali che nel monitoraggio delle misure adottate che nell’implementare i meccanismi di rimedio a favore delle vittime, prevedendo il coinvolgimento sia dell’intera catena di produzione delle operazioni poste in essere dalla società ed anche dalle sue controllate e collegate.

9. Conclusioni: raccomandazioni e invito ad essere parte della soluzione e non del problema


In linea con quanto stabilito in merito alla responsabilità sociale d’impresa da un altro strumento (anche qui purtroppo ancora di soft law), i ‘Guiding Principles on Business and Human Rights’, le imprese dovrebbero esaminare e valutare l’impatto del lavoro forzato sulla catena di fornitura e produzione e il loro coinvolgimento con le politiche di assimilazione e annientamento nei confronti del popolo Uiguro. In particolare, la responsabilità a rispettare i diritti umani impone che le imprese:

  1. Evitino di causare o contribuire agli impatti negativi delle loro attività e affrontarli quando si verificano;

  2. Cercare di prevenire o mitigare le conseguenze negative sui diritti umani che hanno un collegamento diretto con le loro attività, prodotti o servizi dovute alle loro relazioni d’affari, anche se non vi hanno in alcun modo contribuito (Corporate Responsibility to Respect Human Rights, II Pilastro).

Si tratta di una responsabilità per azioni ed omissioni. Nel caso della forza lavoro Uigura impiegata nelle fabbriche di abbigliamento localizzate nello Xinjiang, oltre alla negligenza nel non verificare o semplicemente ignorare la provenienza delle materie prime impiegate negli abiti che indossiamo, c’è anche un certo coinvolgimento diretto con la campagna di assimilazione cinese del popolo Uiguro. Come evidenziato sopra, gli investimenti nell’area e l’impiego di ex detenuti come manodopera nelle industrie tessili sono indici di un coinvolgimento più profondo. Il fatto che dietro ci sia uno Stato, dando una sorta di parvenza di legalità, ovviamente non legittima tale condotta.


Una volta implementato operativamente quanto sopra, le imprese dovrebbero realizzare di essere in una posizione unica per negoziare con le autorità cinesi il rispetto dei diritti degli Uiguri: hanno cioè il potere di fare pressione sul governo cinese per cessare questa campagna di ingegneria sociale, mascherata da lotta al terrorismo, finalizzata a realizzare i loro interessi economici nella regione.


(scarica l'analisi in pdf)

Analisi_-_Popolo_Uiguro_e_lavoro_forzato
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Bibliografia/Sitografia


[1] ‘Cina: Uiguri, un popolo in pericolo’, ARTE Reportage, Autore: Antoine Védeilhé e Angélique Forget, Regia: Antoine Védeilhé e Angélique Forget, disponibile a: https://www.arte.tv/it/videos/087898-000-A/cina-uiguri-un-popolo-in-pericolo/;


[2] Due marchi di abbigliamento giapponesi Muji e Uniqlo (ma non solo) sono stati accusati del coinvolgimento degli abusi ai danni degli Uiguri, ‘Japanese brands Muji and Uniqlo flaunt 'Xinjiang Cotton' despite Uyghur human rights concerns’, Erin Handley & Bang Xiao, News, 1 novembre 2019: https://www.abc.net.au/news/2019-11-01/muji-uniqlo-flaunt-xinjiang-cotton-despite-uyghur-human-rights/11645612;


[3] La Cina ha una lunga storia di pratiche di ‘rieducazione attraverso il lavoro’ e di riforma attraverso il lavoro’, come anche di ‘trasformazione attraverso la rieducazione’, concetto di ingegneria sociale spesso applicato nella regione dello Xinjiang, fino ad arrivare a pratiche di c.d. ‘de-estremizzazione’ nei confronti delle minoranze mussulmane locali. Per approfondimenti, ‘New Evidence for China’s Political Re-Education Campaign in Xinjiang’, Global Research & Analysis, The James Town Foundation: https://jamestown.org/program/evidence-for-chinas-political-re-education-campaign-in-xinjiang/?mod=article_inline;


[4] ‘Uiguri: storia di persecuzione e repressione nello Xinjiang cinese’, Osservatorio Diritti, 24 aprile 2019, disponibile a: https://www.osservatoriodiritti.it/2019/04/24/uiguri-cina-chi-sono-storia-persecuzione-xinjiang/;


[5] ‘China says UN criticism of human rights record is 'politically driven'’, The Gurdian, disponibile a: https://www.theguardian.com/world/2018/nov/06/china-un-criticism-human-rights-record;


[6] Rest of World, ‘Returning the Gaze. Uighurs in exile are fighting back against China’s techno-authoritarianism to locate their relatives who have been disappeared’, https://restofworld.org/2020/counter-surveillance-revolution/?fbclid=IwAR3bSbEM6uMYb_9ZR8keaFjFir_UEzary_Gpj3ZZaWdflerAcAexSmgFhDs.

Per maggiori approfondimenti sui collegamenti e le responsabilità dei grandi marchi italiani di abbigliamento: REPORT 2020: Fuori dall’ombra: riflettori puntati sullo sfruttamento nell’industria della moda, Clean Clothes Campaign: https://www.abitipuliti.org/news/2020-report-fuori-dallombra/.

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