Rohingya: il popolo meno voluto al mondo

Aggiornamento: 2 feb

(di Irene Piccolo)


In una giornata come quella di oggi, che per gli internazional-penalisti come me è piena di soddisfazione e speranza di giustizia dopo la condanna all’ergastolo di Ratko Mladic, tra gli autori dei più atroci crimini commessi nella ex Jugoslavia nella prima metà degli anni ’90, genocidio in primis, mi trovo costretta a ricordarvi che altri crimini, tristemente simili, sono tuttora in atto.

In notizie precedenti di questa rubrica vi ho più volte parlato del Burundi e di quello che sta avvenendo a riflettori internazionali, tutto sommato, spenti. Oggi ci spostiamo nel sud est asiatico, in Myanmar, dove dopo anni di dittatura militare il regime è crollato – anche, sebbene non solo, per spinte della comunità internazionale – e al potere è andata la più famosa attivista per i diritti umani e per la democrazia che gli ultimi decenni abbiano partorito: Aung San Suu Kyi.

Sebbene nell’immaginario collettivo il buddhismo sia una religione/filosofia pacifica, anch’esso conosce i suoi fondamentalismi. E in Myanmar questo sta avvenendo: un gruppo etnico, di religione islamica, quali sono appunto i Rohingya, perseguitati da