L’Islam e la radicalizzazione in Asia centrale: da dove viene, cosa succede, è davvero una minaccia?

di Ivana Manelli

L’Islam come fenomeno religioso in Asia centrale è una riscoperta indiscutibilmente recente se comparato alla secolarità caratteristica di altre parti del mondo. Infatti, l’ateismo imposto dall’Unione Sovietica lasciò un vuoto nelle Repubbliche del Kazakistan, dell’Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan e Tagikistan che si fatica tuttora a riempire. I dettami dell’Islam non furono quindi tramandati come si soleva fare, il che generò un vuoto di conoscenze islamiche che indusse le popolazioni centrasiatiche a convincersi che il vero Islam fosse quello “arabo”. La riscoperta dell’Islam all’interno della regione si è presentata come un processo decisamente arduo e ha comportato, soprattutto di recente, dinamiche strettamente collegate all’estremismo e alla radicalizzazione, che preoccupano sia le cinque repubbliche che lo scenario internazionale. Attraverso un brevissimo excursus della situazione storica e del contesto contemporaneo dell’Islam nella regione dell’Asia centrale, questo articolo si propone di analizzare i rischi che la radicalizzazione pone all’interno e all’esterno dell’area.


1. L’Islam nella storia della regione


Se prendessimo in mano una cartina dell’Unione Sovietica del 1989 la prima cosa che probabilmente noteremmo sarebbe la vastità di questo territorio che si muove su due continenti, da est a ovest, da quello asiatico a quello europeo, fino a comprendere quindici repubbliche, che, separandosi, avrebbero conservato ben poco in comune. Nel tentativo di creare una popolazione coesa, l’Unione Sovietica cercò di far fronte alle diversità culturali, religiose e linguistiche, mitigando il patrimonio storico e culturale dei vari popoli. Nei Paesi con retaggi storici musulmani, come Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan, vennero messe in atto politiche indirizzate a scoraggiare la popolazione dal praticare l’Islam. Ma, con l’arrivo di glastnost e successivamente con il progressivo smantellamento dell’URSS a partire dal 1989, iniziò nelle cinque repubbliche centroasiatiche una sorta di “rinascita islamica”. Le popolazioni, a lungo private della libertà di culto, riscoprirono la religione; riattinsero a un insieme di credenze, riti e rappresentazioni che avevano segnato la loro storia passata.


Ma questa volta, l’Islam che rinvigorì il loro culto non era più quello tradizionale di matrice sufi, molto diffuso in queste repubbliche prima dell’istituzione dell’Unione Sovietica, bensì quello di matrice wahhabita[1].


La primavera del rinascimento islamico nella regione, tuttavia, si rivelò caduca e fugace. In Tagikistan, già nel dicembre 1991 dopo le prime elezioni, il Paese fu testimone di uno scontro tra l’Islamic Renaissance Party del Tagikistan (IRP) e il fronte popolare locale; in Uzbekistan nel 1992 iniziò la persecuzione di Adolat[2]; l’ex presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbaev si rifiutò di riconoscere gli alashisti[3], che chiamava fascisti, e così facendo l’Islam veniva man mano ripudiato. Intorno al 1992-1993 iniziò la seconda fase del rifiuto dell’Islam. In questa fase crebbe la persecuzione dell'Islam politico: decine, poi centinaia, di moschee furono chiuse, mentre i politici musulmani “ribelli” e molti leader spirituali furono arrestati. I radicali che riuscirono a evitare l’arresto, diedero vita a movimenti segreti che puntavano a utilizzare l’Islam e la frustrazione dei cittadini come strumento per il raggiungimento dei propri obiettivi politici e diventarono così (e lo rimangono) parte integrante dell’opposizione. Con il crescendo delle frustrazioni e del radicalismo, in Asia centrale e nel Caucaso settentrionale iniziarono a svilupparsi campi di addestramento per militanti islamici, secondo alcuni storici con l’obiettivo principale di ottenere più visibilità all’interno dei rispettivi governi. Nello stesso periodo, in Tagikistan era in corso una guerra civile. In Tatarstan, nel frattempo, maturavano frustrazioni e nazionalismi islamici. Il primo presidente della Cecenia separatista, l'ex maggiore generale dell'Armata Rossa Dzhokhar Dudaev, dichiarava il jihad contro la Russia. A metà degli anni '90 il radicalismo islamico diventava quindi un “attore” ordinario nello scenario post-sovietico.


Sebbene, come affermato da Eleonora Corsale, sia difficile spiegare il passaggio alla violenza radicale e i meccanismi alla base del processo di radicalizzazione, le manifestazioni estremiste all’interno dell’Asia Centrale, storicamente, originano dal desiderio di rappresentazione e opposizione a livello politico.


2. Il radicalismo islamico: dentro o fuori?


Seppur con dovute differenze, gli Stati dell’Asia Centrale continuano a essere, ad oggi, tendenzialmente instabili e autoritari. Comprensibilmente, per preservare la stabilità sociale e statale, praticamente tutte le Repubbliche dell’Asia centrale hanno definito la “lotta” all'estremismo o fondamentalismo islamico come priorità. Questa “lotta”, così come percepita dalle Repubbliche centrasiatiche, prende numerosissime forme e si serve di diversi strumenti, ma è principalmente contro i cosiddetti “nemici” esterni; per portare avanti questa “lotta” occorre quindi innanzitutto chiudere i “confini con l’estero”. Allo stesso tempo però, vi è una minaccia interna, che esige approcci intransigenti verso il minimo segnale di radicalizzazione locale. Entrambe queste tendenze presentano, indubbiamente, le proprie implicazioni. In generale, le popolazioni degli Stati dell'Asia centrale condividono le opinioni dei propri leader secondo cui la difesa delle norme sociali e della sicurezza della comunità ha la precedenza su qualsiasi nozione “straniera” di diritti umani individuali, come appunto la libertà di religione (nonostante ciascuno di questi Paesi abbia firmato diverse convenzioni che li vincolerebbero alla tutela di questi diritti). I leader della regione sostengono semplicemente che la loro responsabilità principale è quella di difendere i propri cittadini dai rischi rappresentati dalle organizzazioni terroristiche globali e locali e dai loro membri, a qualsiasi costo.


Il discorso politico all’interno delle cinque repubbliche si costruisce identificando le istanze di estremismo e radicalizzazione come un problema proveniente prevalentemente dall’esterno e soprattutto dall’Afghanistan, che condivide un confine fluviale di 2.387 chilometri con l’Asia Centrale. Questo determina l’introduzione di limitazioni delle entrate e delle uscite dalle repubbliche, portando in alcuni casi a regimi di visti e a restrizioni su finanziamenti o persino sull'accesso all'istruzione straniera, con ovvie ripercussioni negative in ambito commerciale e economico. Ma questo comporta, inoltre, controllo dell'accesso alle informazioni su Internet, restrizioni sui media, diritti di riunione e sulla diffusione di materiale religioso stampato o trasmesso verbalmente, optando per politiche che enfatizzano uno stretto monitoraggio e controllo dei leader religiosi e delle pratiche religiose[4].


Proprio come in epoca sovietica, il ruolo assegnato alla religione è oggigiorno ancora una volta determinato dal governo, piuttosto che dalle comunità di credenti. Basti pensare che in ciascun Paese dell’Asia Centrale, l'autorità religiosa musulmana più anziana, il Mufti, è scelta dallo Stato. Queste restrizioni sono generalmente incorporate nella legislazione, il che preoccupa, comprensibilmente, numerosi esperti internazionali di diritti umani.


3. Da radicalizzazione a terrorismo


Nella regione, la radicalizzazione si è raramente tramutata in terrorismo “accertato” fino a quando, il 29 luglio 2018 quattro ciclisti, di cui due americani, uno olandese e uno svizzero, sono stati uccisi nel Tagikistan meridionale. Due giorni dopo, Amaq, agenzia di stampa e organo di propaganda delle principali operazioni dello Stato Islamico dell'Iraq e della Siria (ISIS), ha pubblicato un video in cui gli aggressori giuravano fedeltà al leader del gruppo Abu Bakr al-Baghdadi e dichiaravano il loro obiettivo di “stabilire il governo dell'Onnipotente su questa terra”. Questo è stato il primo attacco nei confronti di turisti occidentali nella regione in quasi 20 anni e il primo attacco all'interno della regione a essere collegato in modo convincente all'ISIS.


Prima di questo evento, gli asiatici centrali avevano soprattutto fatto notizia con una serie di attacchi principalmente al di fuori della regione. Nel 2017, alcuni cittadini centrasiatici erano stati infatti coinvolti in attacchi terroristici di alto profilo a New York, Stoccolma, Istanbul e San Pietroburgo. Nel 2017 alcune statistiche riportavano che i russofoni fossero il gruppo più numeroso di combattenti stranieri in Siria e Iraq, superando in numero quelli del resto del Medio Oriente. Come se non bastasse, alcune reclute hanno assunto posizioni di autorità all'interno di organizzazioni terroristiche straniere come, ad esempio, il colonnello Gulmurod Khalimov, capo della polizia paramilitare del Tagikistan (OMON), che aderì allo Stato islamico nel maggio 2015, diventandone il ministro della guerra.


Prevedibilmente, questi eventi hanno portato a molte speculazioni su come la regione stesse diventando una “fonte crescente di terrorismo” e un “terreno fertile” per il reclutamento. Tuttavia, il rischio interno della regione stessa è statisticamente molto limitato. In Asia centrale dal 2008 al 2018 si sono verificati solo 19 attacchi avviati da attori non statali e etichettati dai governi come episodi di terrorismo, provocando “solo” 142 vittime. Delle vittime, la stragrande maggioranza erano membri delle forze dell'ordine del Paese; 49 di queste vittime erano membri degli stessi gruppi terroristici; le restanti 23 vittime erano civili che, ad eccezione dei quattro uccisi nel Tagikistan meridionale a luglio, sono state definite spesso come “danni collaterali”.


Interessante è osservare anche come la metà di questi incidenti si sia verificata nel Paese più prospero della regione, il Kazakistan; mentre, la metà dei decessi ha avuto luogo in Tagikistan. Per quanto riguarda il reclutamento di gruppi terroristici all’interno di quest’area georgrafica, dati raccolti da Edward Lemon per il Wilson Centre confermano che solo lo 0,005 per cento della popolazione della regione si è unito a gruppi terroristici, il che può sembrare molto ristretto.


Infatti, in Asia Centrale, la minaccia terroristica, sebbene sia “una realtà che non può essere ignorata”, come hanno recentemente sostenuto gli analisti Anna Matveeva e Antonio Guistozzi, è spesso stata manipolata e ingigantita dai regimi autoritari centrasiatici. Questi ultimi infatti usano spesso la minaccia terroristica interna per giustificare l’inasprimento delle repressioni nei confronti dei gruppi dell’opposizione o minimizzano la questione per dimostrare il successo del controllo statale, a seconda della situazione. A dimostrazione di ciò si veda come nell'ultimo decennio siano stati gli stessi sforzi dei governi centrasiatici volti al contrasto dell'estremismo e del terrorismo ad aver provocato il maggior numero di vittime, piuttosto che il terrorismo stesso.


Il “terrorismo”, nella rappresentazione centrasiatica diventa quindi un’arma a doppio taglio: quasi tutti gli attacchi registrati dai governi finora hanno preso di mira le forze dell'ordine, i servizi di sicurezza, la polizia e l'esercito, e molti di questi attacchi sono successivamente stati ridefiniti dai media occidentali come proteste, raggruppamenti dell’opposizione, invece che attacchi terroristici veri e propri. È così quindi che si innesca un circolo vizioso in cui da una parte il governo si propone di mantenere la struttura statale stabile grazie a questi servizi di sicurezza pervasivi, ma allo stesso tempo, sono proprio questi a essere oggetto degli “attacchi” stessi (attacchi secondo la definizione dei governi centrasiatici). È quindi possibile fidarsi della definizione di terrorismo dei regimi della regione e dei dati a riguardo divulgati dagli stessi?


Il centro di ricerca Sharq afferma che la base sociale per la radicalizzazione in Tagikistan, il Paese con più rischi di spillover dall’Afghanistan e con numero più alto tra le cinque repubbliche di volontari in gruppi terroristici, costituisce il 6-7% della popolazione, numero seppur ridotto, alquanto significativo. Definire invece quanti radicalizzati poi si propongano volontari per il jihad è più difficile. Secondo fonti governative, i dati sulle reclute dell’ISIS, Al-Qaeda e altri gruppi come Jabhat al-Nusra nella regione al 2019 sono i seguenti: circa 800 dal Kazakistan e dal Kirghizistan, tra 1500 e 3000 per l’Uzbekistan, 1900 dal Tagikistan e 500 per il Turkmenistan. Si ritiene che oltre 150 volontari tagiki siano stati uccisi all'estero ad oggi, principalmente in Siria.


Secondo questi dati del Soufan Center, ciò vorrebbe dire che il numero pro capite di volontari per il jihad all'estero è elevato: oltre 200 per milione in Tagikistan, 125 in Kirghizistan, 100 in Turkmenistan, 90 in Uzbekistan e 34 in Kazakistan. Inoltre, dal 2013, l'Interpol ha inserito circa 1400 cittadini del Tagikistan nella sua lista internazionale dei ricercati in connessione con sospetti di estremismo e terrorismo. Questi, a volte, cercano di tornare poi nel proprio Paese di origine con l’obiettivo di radicalizzare, istruire e reclutare nuovi volontari, ma al fine di limitare il più possibile il rientro di coloro che sono stati collegati a organizzazioni terroristiche al di fuori della regione, i governi centrasiatici hanno in misura diversa modificato le legislazioni per renderne possibile la revoca della cittadinanza e dando allo Stato di diritto il potere di deportarli o bloccarli ai confini.


Infine, sono molte le letture dei rischi causati dall’estremismo e dal terrorismo in Asia centrale, con studiosi e ricercatori che le giustificano con l’esagerazione delle istituzioni governative e altri che la definiscono come una problematica importante a cui non viene attribuita abbastanza importanza. Nonostante i dati, che dipendentemente dall’interpretazione possono sembrare significativi o irrisori, e nonostante l’iperbolizzazione del pericolo che spesso i governi centrasiatici hanno trasmesso, non si può non ammettere la minaccia che il terrorismo comporta per la regione e soprattutto al di fuori. Anche se in queste dinamiche multivariate, interdipendenti e estremamente complesse è difficile dare una definizione univoca e universale al tipo e dimensione di minaccia con cui si ha a che fare, il rischio che il terrorismo pone all’interno dell’Asia centrale e il contributo che i cittadini centrasiatici danno al jihad globale, esiste, ed è, sicuramente, “una realtà che non può essere ignorata”.


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Note

[1] Il wahhabismo indica una scuola religiosa apparsa nel diciottesimo secolo nella penisola arabica centrale guidata dallo sceicco Muhammad ibn Abd al-Wahhab, che propose un ritorno a un passato islamico idealizzato attraverso la riaffermazione del monoteismo e l'affidamento al Corano e agli hadith, scuola di pensiero descritta come “ultraconservatrice”, “puritana” e “fonte principale dell’estremismo islamico” (http://www.oxfordislamicstudies.com/article/opr/t125/e2467; https://www.bbc.co.uk/programmes/b03trqh1) [2] Il Partito socialdemocratico della giustizia (Adolat Sotsial Demokratik Partiyasi) è un partito politico in Uzbekistan storicamente legato al Movimento Islamico dell’Uzbekistan, gruppo terrorista secondo gli USA. [3] In Asia Centrale è comune identificarsi innanzitutto tramite l’appartenenza a determinate tribù e etnicità piuttosto che paesi o regioni, il che a sua volta determina la rappresentanza a livello politico. Gli alashisti ritenevano che in una società democratica l'armonia degli interessi di classi, tribù e etnie diverse fosse possibile nel quadro dello Stato di diritto. [4] Per sapere di più sulla tipologia di regime autoritario in Kazakistan si rimanda all’articolo di Giusy Musarò “Kazakistan: ascesa dell'autoritarismo digitale”.


Bibliografia/Sitografia


  1. 1A. MALASHENKO, Islam, Politics and Security of Central Asia, Russian Social Science Review, 2005, vol. 46, pp. 4-18

  2. A. MATVEEVA e A. GIUSTOZZI, The Central Asian Militants: Cannon Fodder of Global Jihadism or Revolutionary Vanguard?, London, 2018, pp. 189-206

  3. E. LEMON, Kennan Cable No. 38: Talking Up Terrorism in Central Asia, Wilson Center, 2018 https://www.wilsoncenter.org/publication/kennan-cable-no-38-talking-terrorism-central-asia

  4. E. ZHIRUKHINA, Foreign Fighters from Central Asia: Between Renunciation and Repatriation, 2019, https://www.ispionline.it/en/pubblicazione/foreign-fighters-central-asia-between-renunciation-and-repatriation-24072

  5. G. TAZMINI, The Islamic revival in Central Asia: a potent force or misconception?, Central Asian Survey, 2001, vol. 1, pp. 63-83

  6. M. B. OLCOTT, Religion and State Policy in Central Asia, The Review of Faith and International Affairs, 2014, pp. 1-15

  7. R. BARRET, Beyond the Caliphate: Foreign Fighters and the Threat of Returnees, 2017, https://thesoufancenter.org/wp-content/uploads/2017/11/Beyond-the-Caliphate-Foreign-Fighters-and-the-Threat-of-Returnees-TSC-Report-October-2017-v3.pdf

  8. R. ZANCA, Explaining Islam in Central Asia: An Anthropological Approach for Uzbekistan, Journal of Muslim Affairs, 2004, vol. 24, pp. 99-107

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