Yazidi: minoranza etnico-culturale tra miti e interessi geopolitici (Parte I)

di F. Adele Casale

Abstract


The Yazidis have been one of the most damaged minority by recent ISIS’s abuse, war crimes and crimes against humanity, but why the Yazidis? This could seem a simple question, but it is not, because the several answers are in Middle eastern complex multicultural context. The following analysis tries to investigate some of the root causes at the base of ISIS’s atrocities examining the main cultural features of an isolated population through some Iraqi geographic and historical frameworks. The goal is not to justify ISIS’s crimes, rather to highlight the elements of this complex context, in order to place the several arguments, and to understand what is behind.


Introduzione


Originari del nord dell’odierno Iraq, gli Yazidi[1] hanno recentemente attirato l’attenzione internazionale, in quanto tra le vittime più colpite dall’ISIS, tra il 2014 e il 2015.


Perché proprio gli Yazidi?


Infedeli che occupano perlopiù quelle che erano le terre degli al-Rāshidūn (632-661), fertili e di utilità strategica[2], il popolo yazida è circondato da un’aura misteriosa e impenetrabile. Sia per il posizionamento geografico, sia per alcuni aspetti culturali che ne impongono l’endogamia, così isolato, ha attirato l’appellativo di “Adoratore del Diavolo”. Al contempo, però, esso è inserito nella grande e multietnica arena mediorientale, dove interessi faziosi, rivalità e alleanze identitarie muovono le principali dinamiche geopolitiche locali; proprio all’interno di questo sistema complesso è possibile ripercorrere la storia culturale identitaria yazida, per cercare di guardare oltre la semplice narrazione carnefici-vittime. A tale proposito si puntualizza che non c’è l’intenzione di negare le aberranti atrocità perpetrate dallo Stato Islamico, lo scopo è, piuttosto, quello di scrollarsi di dosso interpretazioni semplicistiche e decontestualizzate.


Ci si soffermerà, dunque, su quegli aspetti geografici, storici e culturali che, dialogando con i contesti circostanti, vanno a determinare sin dalle origini, una particolare identità[3] con tutto ciò che comporta, tra interessi geopolitici e geostrategici. Alcune note per la guida alla lettura. Consapevole delle circostanze storico-politiche relative a alcune fonti consultate, soprattutto a quelle meno recenti, si è cercato di estrapolare e elaborare le informazioni in modo critico, alla luce degli strumenti di analisi e delle conoscenze maturati sin qui. Infine, la presente è parte di uno studio più ampio che prevede una successiva pubblicazione sulle questioni geopolitiche più recenti che hanno interessato gli Yazidi.


Fonte PICHON, E., CLAROS, E., Minorities in Iraq. Pushed to the brink of existence, European Parliamentary Research Service Author, 2015[4]

1.Gli Yazidi tra storia e geografia


I primi insediamenti yazidi si sono riscontrati, nella parte sudorientale dell’attuale Turchia, nel nord della Siria, nelle zone caucasiche e in parte dell’Iran, ma l’epicentro delle origini è da individuare presso l’attuale Governatorato di Ninawa, nella parte settentrionale curda dell’Iraq, che include Mosul. L’intreccio tra eventi storici e geografia, rendicontato anche dalla letteratura religiosa, individua, nello specifico, la regione del Jebel Sinjar chiamata Jazīrah. Luogo tradizionale di salvataggio dal Diluvio Universale, è caratterizzato dalla presenza di una catena montuosa estesa tra il fiume Khabur nella Siria settentrionale e il fiume Tigri.


La parte alta della montagna costituisce un buon avamposto strategico, perché permette di controllare la pianura tra il Sinjar e Mardin. Essa domina sulle circostanti pianure steppiche a sud dal suolo secco e roccioso che, in assenza di corsi d’acqua, hanno contribuito all’isolamento delle popolazioni che vi vivono. Al contrario, internamente, il Jebel Sinjar è fertile e ricco di sorgenti idriche alimentate dalle piogge annuali, che favoriscono l’agricoltura pluviale nelle zone sulle colline basse del lato sud-orientale. Agricoltori e allevatori seminomadi, a partire dal 1975 sono stati spostati nei mujamma’at [5]creati dal governo a guida baathista, per evitare che supportassero le istanze indipendentiste del Movimento Curdo Nazionalista. Con gli spostamenti forzati le attività produttive tradizionali vanno a perdersi.


Recentemente censiti in numero oscillante tra i 200.000 e 1.000.000 (dati aggiornati tra il 2019 e il 2020 ( Yazidi | History, Culture, & Religion | Britannica )[6], attualmente la maggioranza degli Yazidi del Sinjar è dislocata in campi profughi nelle province di Duhok, Erbil e Sulaimaniyah, e sulla montagna stessa, nonostante la ricostruzione dei villaggi distrutti dall’ISIS non è ancora possibile[7].L’ orografia dei territori dove risiedono, in parte spiega l’isolamento entro il quale è maturata l’identità culturale yazida, e le risorse in essi contenute sono tra le ragioni di persecuzione di queste comunità, in ogni epoca, ieri, come oggi.

Distribuzione delle comunità in Medio Oriente. Fonte https://www.yazidiculturalheritage.com/wp-content/uploads/2019/11/13_Fig.3-Distribution-of-Yazidi-in-the-Near-East.jpg

Mentre nella storiografia vi è abbastanza unanimità sulle zone geografiche di riferimento, le origini etniche sono più dibattute. Infatti “è probabile che i gruppi cui le fonti attribuiscono tale denominazione [Yazidi] siano almeno due (ma forse di più), uno più antico, l’altro ben più recente”[8].


Il primo, verosimilmente, vuole le loro origini durante il periodo umayyade, dopo il governo degli al-Rāshidūn (632-661), i Ben Guidati, nel quale cominciano a emergere le varie differenze all’interno dell’Islam, frutto di interpretazioni diverse, principalmente politiche. Più specificatamente, durante il califfato di Damasco, nel corso dei regni di Yazīd II ibn ‘Abd al-Malik tra il 720 e il 724, e di Marwan II, di origini curde, tra il 744 e il 750 con politiche favorevoli alle interpretazioni mistiche.

Fonte: da alcuni appunti personali dalle lezioni di Storia e Istituzioni del Mondo Arabo-Musulmano

Le fonti più recenti risalenti al sec. XII[9], invece, menzionano un’altra comunità yazida apparsa nella zona di Mosul. Esse sono coeve alla fondazione della tarīqa dell’ʿAdwiyyah, la cui prima zawiya viene fondata per mano di Sheikh ‘Adī (1078-1162/63), a Lālīsh dove ritroviamo anche la sua tomba, tra i luoghi di massima devozione per l’intera comunità[10].


Seguendo l’intreccio tra storiografia e mito, attraverso le figure e i luoghi chiave tradizionali, e il culto dei santi[11], è possibile tracciare il percorso storico dello Yazidismo, che a partire dal sec. XIII, sfruttando le lotte intestine, si espande soprattutto tra i gruppi curdi, conquistando, prima il monte Sinjar sotto la guida di Sheikh Hasan (1196ca- 1249/54), e poi arrivando fino a Sulaimaniyah, Antiochia e nella Turchia sud-orientale tra Diyarbakir e Sīrt, fino a divenire religione ufficiale del principato indipendente di Jazīrah alla fine del sec. XIV[12]. L’espansione geografica va di pari passo con il potenziamento politico-religioso che, durante il sec. XV, comincia a essere percepito come una minaccia dagli Ottomani musulmani. Inoltre, l’isolamento e la chiusura verso l’esterno delle comunità yazide non hanno giocato a loro favore, per cui vengono bollati come briganti evasori delle tasse e riluttanti a servire la collettività, evitando il servizio militare. Tali conflitti portano a diversi scontri che vedono il numero degli Yazidi ridursi sia a causa delle uccisioni, sia per le conversioni forzate e/o volontarie.


Con la decadenza dell’impero ottomano, il popolo yazida viene coinvolto nelle diatribe intestine esacerbate dalle mire espansionistiche lungo le zone di confine, soprattutto transcaucasica, ma rimane un gruppo etnico-religioso ben distinto, considerato dai più apostata, e ai margini della società, seppur combattente per ottenere gli stessi diritti politici delle comunità ebraiche e cristiane in qualità di ahl al-dhimma.


Alla fine della Prima guerra mondiale, con i Trattati di Sèvres (1920 mai entrato in vigore) e Losanna (1923) gli Yazidi vengono incorporati nel neonato protettorato inglese dell’Iraq e più avanti, nel 1931, sono riconosciuti come parte della regione curda del Paese, con le loro specificità. Nello stesso anno, la fine delle lotte interne con i capi clan e gli abitanti del Sinjar per ottenere più autorità e autonomia in materia religiosa è sancita dal Memoriale di Sheikhan. Tale documento è importante per la strutturazione socio-politica interna e il consolidamento dei poteri della famiglia del mīr.


Quest’ ultima, infatti, con l’indipendenza dell’Iraq, nel 1932, diviene punto di riferimento per gli Yazidi della diaspora delle zone caucasiche prima, e tedesche dopo la metà del sec. XX. Infine, durante i governi baathisti, come menzionato, sono target di massicce campagne di arabizzazione insieme ai curdi[13], accentuate con la guerra del Golfo (1990-1991). Massacri e migrazioni forzate hanno avuto come conseguenza una rinascita religiosa e identitaria, ad oggi molto presente nella tradizione culturale e letteraria, che la stessa esperienza ISIS ha rafforzato.


2.Interessi geopolitici e identità culturali


Gli Yazidi parlano prevalentemente il kurmanji, un dialetto curdo settentrionale[14] utilizzato anche solo come lingua liturgica presso alcune delle comunità yazide arabofone. Tale popolo si riconosce nelle denominazioni Ēzid, Ēzī, o Izid


Molte regole rituali sono fisse, altre variano a seconda delle regioni. Similmente, le preghiere quotidiane vanno a scandire i momenti salienti della quotidianità. Non ci sono tradizioni che prevedano la preghiera o le liturgie pubbliche, ma vi è il pellegrinaggio, obbligatorio almeno una volta nella vita, verso Lālīsh.


Gnosticismo, Manicheismo, religioni induiste, Cristianesimo, Zoroastrismo, Islam, e in particolare Sciismo e Sufismo, tra ortodossia e eterodossia[15], sono le principali correnti filosofico-religiose che influenzano originariamente lo Yazidismo. Lo si può notare, per esempio, nella numerologia. Dio è uno e unico, ma non si interessa agli affari degli uomini, per i quali ha delegato i sette Angeli, attivi e centrali nella vita politica e societaria degli umani. Sette sono anche gli shuyūkh d’alto rango spirituale, reincarnazione dei Sette Angeli, e capostipiti dei principali clan yazidi. L’Angelo Pavone, in particolare, con la sua connotazione altamente simbolica di immortalità, rinascita e unione degli opposti[16] , è anello di congiunzione tra Dio e gli esseri umani. Egli domina su tutti gli altri, in quanto parte della Trinità yazida, per cui Dio si manifesta sotto tre forme: Melek Tā’us, l’Angelo Pavone; il giovane Sultan Yazīd II; l’anziano Sheikh ‘Adī. Il suo uovo cosmico è alla base della genesi del popolo yazida. Da un lato, sebbene sia nel Cristianesimo che nell’Islam delle origini l’immagine del pavone ricorra frequentemente come simbolo di vita eterna, e, in particolare, nella tradizione islamica lo si ritrova raffigurato nell’architettura funeraria, sui tessuti, sugli oggetti in metallo e in ceramica, e nel periodo ottomano sia considerato l’uccello del Paradiso, ad oggi, la sua figura è ambigua. Accostato al male e a Satana nelle culture vicino-orientali, tradizionalmente il suo culto restituisce agli yazidi la fama di essere “Adoratori del Diavolo”, alimentata, probabilmente, anche dall’isolamento che circonda tali comunità unito all’osservazione dell’endogamia, così come prescritta dai Testi Sacri[17]. D’altro canto, però, la comunità yazida tutta deve aspirare alla purezza, in questo senso, la trasmigrazione delle anime è ritenuta frutto di un percorso di purificazione spirituale. Al contempo, si prevede una serie di obblighi e divieti che presiedono minuziosamente alla vita quotidiana, partendo da alcuni ingredienti culinari e cibi, passando per le usanze sull’abbigliamento, fino a arrivare all’uso di determinate parole. A nessuno, infatti, per esempio, è permesso pronunciare il nome di Satana, Shaytān, né altre parole foneticamente assimilabili. Una serie di proibizioni, permessi, liceità regolano, quindi, la quotidianità dei fedeli, contrapponendoli a quelli che, dal loro punto di vista, sono gli infedeli, e che, in quanto tali, vengono ignorati da Melek Ta ‘us, così come essi stessi hanno ignorato Lui in passato. Ecco uno dei motivi principali per cui i contatti con l’esterno sono scoraggiati: è tutto racchiuso nei Testi Sacri, il Kitāb al-Jilwah e il Mishefa Rēsh[18].


“Prima che tutto fosse creato, fu mandato sulla Terra Melek Tā’us tramite ‘Abd Tā’us [Dio] per separare la Verità dall’Errore”, mandato ad un popolo in particolare, inizialmente in forma orale, e solo in seguito in forma scritta, di qui il Kitāb al-Jilwah (redatto probabilmente nel 558 da Fakr ad-Dīn, sotto dettatura di ‘Adī[19]) che gli estranei alla comunità non possono né leggere, né vedere. I contenuti degli altri Libri (in riferimento ai Testi Sacri ebraici, cristiani, musulmani) che non siano questo, sono alterati, e, nonostante ciò, se ne proibisce la diffusione per evitarne, appunto, la distorsione. Per lo stesso motivo gli Yazidi rimangono illetterati fino a poche decine di anni fa: la gerarchia sociale, prescritta dallo stesso Testo, si rispecchia nell’accesso a informazioni e fonti, che non è uguale per tutti[20]. Il livello più alto nella gerarchia politico-religiosa è occupato dal mīr di Sheikhan[21], carica ereditaria, e dai membri della sua famiglia. Egli è capo politico e difensore della fede, mentre l’autorità religiosa è rappresentata dal baba sheikh, anch’essa carica ereditaria, ma nominata dal mīr. Ad ogni casta corrisponde una o più divisione tribale ben precisa, legata a loro volta, ai sette Angeli e ai Santi loro discendenti, figure di interazione tra i fenomeni naturali e Dio. La sede del baba sheikh è nel cortile interno del santuario di Sheikh ‘Adī a Lālīsh e egli presiede tutte le cerimonie e i rituali, nei quali è assistito dal pesh imam, anch’egli nominato dal mīr. Le caste dei non religiosi costituiscono i discepoli, sono la maggioranza della popolazione e il mezzo di sostentamento delle classi superiori.


Al Kitāb al-Jilwah segue il Mishefa Rēsh, (scritto nel 743), il Libro della cosmogonia precedente alla creazione, in un primo momento di Adamo e, poi, di Eva. Il litigio tra i due per il primato genitoriale sulla specie umana, dà vita alla divisione tra Yazidi, originati dal primo, e le altre comunità, generate da Eva, discendenza meno prestigiosa[22]. La catena genealogica è descritta in dettaglio fino a giungere agli antenati delle tre caste politico-religiose tutt’oggi pertinenti. Il rigore descrittivo ha lo scopo di raccogliere gruppi etnici dalle origini tribali diverse sotto un’identità religiosa unica per la gestione dei diversi interessi politici e economici.


Se esiste un’organizzazione interna ben definita, speculare è la narrazione che li vuole distinti dall’esterno. Nello stesso Testo si narra come le comunità yazide siano state vittime di persecuzioni da parte di ebrei, cristiani, musulmani, Persiani: “…ci hanno combattuto, ma non sono riusciti a sottometterci, perché nella forza del Signore prevalemmo contro di loro”[23]. Eventi storici, popoli, conflitti, aspetti linguistico-culturali, personaggi passano sotto la luce interpretativa mitologica, sia nelle versioni presupposte più accademiche, sia in quelle che sembrano più popolari per restituire l’identità yazida per distacco dalla religione di Muhammad e dal resto del cosmo multiculturale dell’area. Facendo dell’avversione nei loro confronti, un topos culturale identitario, si rimarca la differenza tra un “noi” discendenti di Adamo, e un “loro” discendenti di Eva.


Conclusione


Nella complessità del quadro multietnico mediorientale, dunque, la dogmatizzazione dell’origine degli Yazidi e i loro relativi interessi. I diversi aspetti culturali si declinano in intrecci religiosi e politici caratterizzanti l’identità etnica trattata nel presente lavoro, dinamica che coinvolge l’Islam politico dell’ISIS stesso.


Alla luce di quanto esposto è possibile “appiattire” il giudizio morale per lasciare spazio alle motivazioni geopolitiche e geostrategiche delle parti in gioco partendo, appunto, dalle rispettive tradizioni e identità storiche. Con ciò non si vuole assolutamente negare le atrocità e il dolore causato alle comunità yazide per mano dell’ISIS, ma, solamente rifuggire narrazioni dicotomiche e semplicistiche, e poter meglio collocare i diversi attori e i relativi interessi.


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Yazidi minoranza etnico-culturale tra mi
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Note

[1] Usiamo qui il termine «yazida» come aggettivo e nome. Tutte queste espressioni, secondo la maggior parte degli studiosi, rimanderebbero a un’etimologia medio-persiana che significa «Dio». Altre ipotesi, meno diffuse, farebbero derivare il nome dalla città di Yazd, in Iran, antico centro della religione zoroastriana, o dal califfo umayyade Yazid II. Per il commento prettamente linguistico, che riporto di seguito, si ringrazia Massimiliano Nima Lacerra, iranianista e analista del Centro Studi AMIStaDeS per l’area MENA: Yazida = yazata “degno di adorazione”, o “Dio”, tuttora riscontrabile nell’Avesta, libro sacro ai zoroastriani (la cui redazione definitiva verosimilmente viene fatta durante il regno sasanide di Sapore II 309-379 https://www.treccani.it/enciclopedia/avesta/ ) con il medesimo significato. La città iraniana Yazd ha la stessa radice. [2] Attraverso lo studio delle mappe https://gulf2000.columbia.edu/maps.shtml è possibile esplorare diverse motivazione per cui gli Yazidi sono stati nel mirino delle persecuzioni dell’ISIS. Oltre alla volontà di purificazione delle terre del Califfato dagli infedeli, sussistono interessi geoeconomici e geostrategici sulle terre da essi occupate. [3] Utile è stato consultare https://www.facebook.com/%D8%A7%D9%84%D9%85%D8%AC%D9%84%D8%B3-%D8%A7%D9%84%D8%B1%D9%88%D8%AD%D8%A7%D9%86%D9%8A-%D8%A7%D9%84%D8%A7%D9%8A%D8%B2%D9%8A%D8%AF%D9%8A-Supreme-Spiritual-Council-Yezidi-1841810786067245/ [4] Non si sono trovate fonti più recenti se non tra le mappe di Gulf2000, che, però, non sono disponibili. Il grafico vuole dare un’idea del panorama culturale presente nel paese, sui numeri c’è da considerare l’avvicendarsi di conflitti e esodi. [5] I villaggi collettivi nella regione del Kurdistan iracheno, costruiti a sud e a nord lontano dalle montagne e le loro proprietà confiscate, i loro villaggi distrutti. [6] Non è chiaro se, a oggi esiste un censimento che abbia dato risultati netti. Nel 2019 l’Iraq ha approvato la legge sul censimento. https://gds.gov.iq/the-cabinet-approves-the-amendment-of-the-census-law-and-the-draft-law-for-female-yazidi-survivors/ e molti sono i report, soprattutto di ONG come Amnesty International sulle comunità yazide vittime dell’ISIS, ma non si sono trovati dati aggregati, se non quelli notificati. [7] Solo il 15-20% dei profughi è potuto tornare al Sinjar. La parte sud della regione ha sofferto maggiormente a causa dell’occupazione dell’ISIS: quasi tutti i villaggi sono stati distrutti e sul territorio sono state disseminate mine. PICHON, E., CLAROS, E., Minorities in Iraq. Pushed to the brink of existence, European Parliamentary Research Service Author, 2015 [8] Per un dibattito esauriente cfr. CONTE, R., Alcune considerazioni sulle origini dei Yazidi o Yezidi, 2015 e relativa bibliografia. [9] Il genealogista ‘Abd al-Karīm al-Sam‘ānī (1113ca – 1167ca), nel suo Kitāb al-Ansāb, parla di una comunità, quella della Yazīdiyya stanziata tra il Tigri e il Grande Zab (affluente del Tigri che nasce in Turchia), vicino al Jebel Maqlūb, a nord di Mosul nella regione di Hulwān. L’area dal nord di Mosul fino alla valle di Lālīsh e all’area di Bashiqa, insieme alla regione del Sinjar, è caratterizzata dalla coesistenza di diversi gruppi etnici, tribali e clanici. [10] Di qui le radici sufiche. Infatti, Sheikh ‘Adī è allievo del celebre Qādir al-Jīlanī, fondatore della tarīqa Qadiriyya, tra le più diffuse nei mondi arabo-musulmani. Tra gli insegnanti di Sheikh ‘Adī, fu lui a supportarlo nella sua scelta di ritirarsi sulle montagne curde, in quanto proprio in quei luoghi al-Jīlānī aveva molti seguaci, per la maggior parte sostenitori della dinastia Umayyade, a sua volta sostenitrice delle vie mistiche dell’Islam. È però sotto la guida di Sheikh Ḥasan che lo Yazidismo inizia a distaccarsi dall’Islam ortodosso, anche se non è noto come questo accadde. [11] Il culto dei Santi presso gli Yazidi è legato alla cura di malattie, a fenomeni naturali, a comportamenti del regno animale, e viene onorato in edifici sacri, templi, mausolei. Per le interpretazioni molto strette dell’Islam, il culto dei Santi è paragonabile al politeismo, nonostante le tradizioni riferibili a tali pratiche cultuali siano innumerevoli e diffuse in ogni angolo dei mondi arabo-musulmani. [12] Inoltre, le invasioni mongole del sec. XIII, ne favoriscono l’espansione anche nelle attuali zone siriane e egiziane. [13] Per una panoramica, interessante è il seguente articolo L’Identità Plurale dei Curdihttps://ilbolive.unipd.it/it/news/curdi-chi-sono-siria-erdogan-turchia [14] I dialetti curdi fanno parte delle lingue iraniche, come confermato anche da Massimiliano Nima Lacerra, iranianista e analista del Centro Studi AMIStaDeS per l’area MENA. Per un approfondimento vd. CONTE, R., Op. cit., 2015, p. 2 [15] ISYA., J., Yezidi Texts (Translation), The American Journal of Semitic Languages and Literatures, n° 2, Vol XXV, gennaio 1909, p. 118 [16] È un volatile originario dell’India, noto in Mesopotamia a partire dalla fine dell’VIII secolo a.C., raffigurato anche su placchette in edifici sasanidi. [17] Ampia è la testimonianza da molti viaggiatori, missionari, diplomatici occidentali in Medio Oriente sin dai tempi della Campagna napoleonica d’Egitto tra il 1798 e il 1801 (con la quale incomincia ufficialmente la corsa all’accaparramento delle terre ottomane). Per una lettura interessante sulle esplorazioni occidentali, soprattutto francesi e francofone, e gli Yazidi, si rimanda al testo BIBO DARWESH, S., POINDRON, P., Voyageurs Français en Pays Yézidi, du XVIIe au tout début du XXe Siècle : Les Récits de leur Périple, leurs itinéraires et leurs Observations, Journal Asiatique, Peeters, 2018 [18] Rispettivamente il “Libro della Rivelazione” e il “Libro Nero”. Nel presente lavoro si preferisce preservare l’originalità linguistica nei limiti delle concessioni permesse dalla translitterazione. [19] Il testo completo viene poi pubblicato per la prima volta nel 1895, e in esso sono rintracciabili diverse tradizioni letterarie. Per una trattazione più completa si rimanda a ISYA., J., Yezidi Texts (Translation), The American Journal of Semitic Languages and Literatures, n° 2, Vol XXV, gennaio 1909, pp. 112 e seg., e anche note 1 e 2 ; e anche il sito https://www.yazidiculturalheritage.com/ [20] Riflessione sulle pagine di ISYA., J., Op. cit.,1909, p. 111 [21] L’ultimo mîr ,Tahsinè morto nel gennaio 2019 https://www.rudaw.net/english/kurdistan/28012019?keyword=tahsin [22] Nella versione presentata da ISYA., J., Op. cit.,1909: “Dopo una lunga discussione Adamo ed Eva si accordarono sul gettare il proprio seme, ognuno in un vaso, chiuderlo e sigillarlo. Dopo nove mesi aprendo i rispettivi contenitori, Adamo trova due bambini, maschio e femmina. Ora da questi due la nostra setta, gli Yezidi; nlla giara, Eva non trova altro che vermi marci con un cattivo odore. Solo in un secondo momento, dall’unione di Adamo ed Eva, nascono i figli che danno i natali agli ebrei, ai cristiani, e ai musulmani, e alle altre nazioni.” In un’altra versione, https://www.yazidiculturalheritage.com/it/religione/ dopo la creazione del mondo e degli angeli, Dio annuncia la creazione di Adamo e Eva, a dai lombi di Adamo nasce Shehîd bin Jerr, e da questo il popolo di ‘Azazîl, ossia gli Yazidi. [23] ISYA., J., Op. cit., 1909, p. 221 e seg.


Bibliografia


  • BIBO DARWESH, S., POINDRON, P., Voyafeurs Français en Pays Yézidi, du XVIIe au tout début du XXe Siècle : Les Récits de leur Périple, leurs itinéraires et leurs Observations, Journal Asiatique, Vol. 306,1, Peeters, 2018, pp. 41-83

  • CONTE, R., Alcune considerazioni sulle origini degli Yazidi o Yezidi, Rivista di Studi Indo-Mediterranei V, ASTREA, 2015

  • ENDRESS, G., a cura di VERCELLIN, G., Introduzione alla Storia del Mondo Musulmano, Marsilio, Venezia, 2001

  • FUCCARO, N., Ethnicity, State Formation, and Conscription in Postcolonial Iraq, International Journal of Middle East Studies, Vol. 29, No. 4 pp. 559-580, Cambridge University Press, 1997

  • FURLANI, G., Gli Adoratori del Pavone. I yezidi: i Testi Sacri di una Religione perseguitata, Jouvence, 2016

  • FUSCO, F., Il Sole di Erbil. Genesi e sviluppo politico del Kurdistan iracheno, Rivista di Studi Politici Internazionali, vol. 84, no. 2 (334), pp. 177–191, 2017

  • ISYA., J., Yezidi Texts (Translation), The American Journal of Semitic Languages and Literatures, n° 2, Vol XXV, gennaio 1909

  • PICHON, E., CLAROS, E., Minorities in Iraq. Pushed to the brink of existence, European Parliamentary Research Service Author, 2015


Sitografia


www.treccani.it

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