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Il tatuaggio copto in Egitto: una prospettiva cristiana infra-culturale

Aggiornamento: 2 mag 2022

Elaborazione grafica di Simone Esposito


Abstract


Il tatuaggio, come pittura corporea permanente, è una manifestazione simbolica che va sempre relativizzata culturalmente. Nell’area geografica analizzata nel presente lavoro, nello specifico, presso i copti, la minoranza etno-culturale egiziana più numerosa, circa il 10% della popolazione, il tatuaggio gode di uno status identificativo peculiare, seppur esso abbia cambiato il suo significato nel corso del tempo. Si tratta di una pratica molto antica che, nonostante le evoluzioni, conserva memoria delle sue radici afferenti alla sfera del sacro, che il viaggiatore non deve sottovalutare, soprattutto considerando il rischio socioculturale a cui è esposto circa un quarto della popolazione italiana tatuata tra i 35 e i 44 anni.


1. Introduzione


Il tatuaggio presso i Copti in Egitto è frutto di una pratica culturale molto antica che, pur seguendo diverse evoluzioni, afferisce ad uno spazio simbolico ben preciso, quello del sacro, entro il quale si organizzano i rapporti socio-politici. Questi ultimi sono ampiamente legati a meccanismi storici e culturali sviluppatisi non tanto in seno alle istituzioni e al cristianesimo dei Testi, quanto, piuttosto, nella vita quotidiana della minoranza egiziana copta che ne conserva la memoria. Si assiste a uno sviluppo complesso di pratiche identitarie etno-religiose locali, inclusa quella del tatuaggio, che emerge con caratteristiche proprie a partire dal sec. V, principalmente in seno al fenomeno monastico. La sua eredità culturale si ritrova anche nelle mete turistiche nelle aree settentrionali del Nilo. Di qui la presente riflessione su alcuni dei rischi socio-culturali nei quali dei viaggiatori, in visita ai suddetti, potrebbero imbattersi.


Nello specifico, il lavoro è rivolto a una ipotetica agenzia di viaggi che opera sul territorio nazionale nostrano, che vuole mettere in agenda un percorso culturale risalendo la porzione nord del Nilo, attraverso i luoghi copti. Esso rappresenta una riflessione introduttiva rispetto ad alcuni dei rischi legati a diverse interpretazioni culturali delle immagini sacre cristiane impiegate come soggetti tatuativi. Ciò, proprio considerando che, in Italia, “il numero maggiore di tatuati rientra nella fascia d’età tra i 35 e i 44 anni (23,9%).” Attraverso una breve presentazione politica nazionale e la contestualizzazione storico culturale, dunque, si spiega in cosa consiste il macro-rischio socio-culturale rappresentato dal portare sul proprio corpo immagini che, in determinati luoghi, rappresentano vere e proprie testimonianze di fede.

2. Pratica tatuativa e dimensione del sacro


Assumendo come punto di partenza la definizione del tatuaggio come segno identitario, è possibile affermare che presso i copti esso abbia rivestito, attraverso le epoche, un ruolo identificativo politico, religioso ed etno-culturale.


Un valore sacro, dunque, ben presente ancora nelle fonti ellenistiche. Si narra, infatti, che lo stesso Tolomeo, successore di Alessandro Magno nei territori dell’attuale Maghreb, si fosse fatto tatuare sotto il segno di Dioniso così da consacrare il proprio corpo alla divinità. Tolomeo, considerato l’inventore del concetto moderno di propaganda, stampò sul suo corpo una foglia d’edera, cara al dio, rilanciando la moda tra i regnanti dell’antica Mezzaluna Fertile. Un evento fondamentale per comprendere come un governatore conquistatore, considerata l’importanza sacrale rivestita dalla pittura corporea in quell’area, abbia deciso di intraprendere un percorso permanente, oltre che molto differente rispetto agli usi macedoni dell’epoca.


Tra i secc. XI e XIII, le crociate portarono a un vero e proprio contrasto normativo, degno delle moderne esperienze legislative. Pellegrini e soldati decidevano di correre il rischio di tatuarsi simboli religiosi, nonostante il granitico divieto dell’autorità istituzionale di riferimento[1], per essere distinguibili dagli infedeli in caso di morte. Per molti guerrieri, proprio come per i pellegrini privi delle possibilità di acquistare pregiati ornamenti, armature o gioielli, il tatuaggio rappresentava, di fatto, una scelta obbligata e piuttosto pratica. Rischiare una punizione corporale più o meno intensa era preferibile rispetto all’eterna esclusione dalla grazia di Dio.


Il tatuaggio cristiano (nello stile che diverrà tipico della marca copta) diviene, proprio in questo frangente, sia tratto identificativo di uno status politico, etno-culturale, sia una decorazione simbolica protettiva religiosa. Risultato di pratiche e credenze regionali sincretizzate, come per esempio, con quella islamica dei jinn, era uno strumento che rappresentava una garanzia eterna oltre la mera permanenza fisica. Per la prima volta, proprio presso la classe militare cavalleresca l’esperienza cristiana del tatuaggio matura nella dimensione del sacro, che assume da questo momento il nome specifico “marca”. Essa era ampiamente praticata nel Nord Africa e nell’ Europa orientale, in voga presso i pellegrini cristiani diretti a Loreto e a Gerusalemme in un’area crocevia di genti appartenenti ai tre monoteismi. Si sviluppano così, veri e propri stili pittorici contaminati, all’origine del tatuaggio copto, che lo accompagnano nelle diverse evoluzioni, avendo continuato le popolazioni cristiane dell’attuale Egitto a praticarne l’arte, nonostante il divieto istituzionale da parte della Chiesa.

Loreto-Gerusalemme-Cairo: Il triangolo della tradizione. Queste tre città sono accomunate dalla tradizione del tatuaggio cristiano, eseguito a mano, sulla base di stampi in legno che rappresentano principalmente simboli religiosi


Alcuni fattori che ricorrono sono il disegno di un singolo blocco spesso usato per più di un’iconografia, come per esempio il disegno della testa tagliata senza corpo che valeva sia per San Giacomo, a cui gli Armeni erano molto devoti, sia per San Giovanni Battista. La stessa poteva essere riadattata per tatuare l’immagine del volto di Gesù impresso sul Velo della Veronica, soggetto maggiormente richiesto dai cattolici.


Le figure copte sono caratterizzate normalmente da tratti bassi e tarchiati, peculiarità sviluppatesi dopo la scissione con gli ortodossi, normata dal Concilio di Calcedonia nel 451, nel primo anno del periodo copto, durante il quale le immagini umane mostrano distorsioni per differenziarsi dalle figure esili e slanciate dell’iconografia bizantina.


A oggi, molto diffusa è una croce copta tatuata all’interno del polso destro, traccia simbolica identitaria in tempi più antichi; segno di benedizioni ricevute e voti espressi in epoche più recenti. Seppur negli ultimi decenni si assista ad una riduzione della pratica tatuativa presso i copti d’Egitto, soprattutto negli spazi urbani, rimane la diffusa consapevolezza di tale eredità culturale.


3. Il tatuaggio copto in Egitto come testimonianza di fede e strumento di ordine politico-culturale


Con l’89% di musulmani sunniti, circa il 10% di ortodossi copti [2], e l’1% di protestanti, l’odierno Egitto è una Repubblica Presidenziale militare. La sua Costituzione originaria, così come quella modificata nel 2014 afferma, sin dai primi articoli, che l’Islam è la religione ufficiale e i principi sciaraitici sono la fonte primaria di diritto. Pur riconoscendo la libertà di culto, almeno per le religioni abramitiche in qualità di dhimmi, e la diversità culturale, anche se non particolarmente variegata, le questioni religiose sono regolate in ogni caso dal potere centrale.

L’economia egiziana dipende perlopiù dal Nilo, risorsa intorno alla quale si concentra lo stanziamento territoriale della popolazione, e all’ importante polo economico-commerciale del canale di Suez, attraverso il quale transita circa il 12% del traffico marittimo mondiale.

Fonte: MOHAMOUD, Y. A., CUADROS D. F., ABU-RADDAD, L. J., Characterizing the Copts in Egypt: Demographic, socioeconomic and health indicators, QScience, 2013

Inoltre, con il suo centro politico-culturale musulmano dell’università di al-Azhar, questo Paese aspira a un ruolo di leadership a livello regionale. In particolare, la priorità del regime del Presidente Abdel Fattah al-Sisi è il mantenimento della sicurezza interna[3] passando per la stabilizzazione dei confini. In quest’ottica si può leggere il rapporto positivo che sia al-Azhar che al-Sisi, a oggi, intrattengono con i copti e con la loro Chiesa nazionale, centro di potere[4] al Cairo presieduto dal Patriarca di Alessandria, Papa il cui potere deriva direttamente dall’evangelista San Marco.


Istituzione di riferimento, secondo la tradizione, essa è stata fondata nel 40 dall’apostolo Marco e istituzionalizzata dallo scisma dei monofisiti dopo il Concilio di Calcedonia nel 451. Mantenendo il copto come lingua liturgica[5], essa è il veicolo principale nelle relazioni politiche con alleati o oppositori, che si sono avvicendati nell’area attraverso le varie epoche. Accanto al lato istituzionale del cristianesimo dei Testi, espressione dell’autorità centrale, si assiste a uno sviluppo complesso di pratiche identitarie etno-religiose locali, che emerge con caratteristiche proprie a partire dal sec. V principalmente in seno al fenomeno monastico, e di cui il tatuaggio è tra le principali espressioni ormai accettate dalle istituzioni copte, al contrario, scoraggiata da ebraismo e islamismo.


Sia durante le epoche mamelucca che ottomana i copti occupano posizioni amministrative di rilievo e sin dalla fine del 1800 si impegnano sempre più in politica sostenendo le rivendicazioni nazionaliste accanto ai musulmani. Ciò nonostante, la Chiesa copta, verso la metà del XIX secolo, versa in una condizione di grande debolezza a causa del conflitto tra l’elemento laico borghese e quello ecclesiastico. Nel 1873 alcuni laici, stimolati dal confronto con le missioni protestanti, costituiscono un Majlis milli, Consiglio di Comunità, per la gestione e la modernizzazione della Chiesa, istituzionalizzato solo nel 1912. In tale fase nascono anche le Scuole della Domenica, punti di riferimento per l’istruzione.


Tra i secc. XIX e XX i copti cominciano a identificarsi sempre più con il nome di Copti Ortodossi per distinguersi sia dai convertiti al cattolicesimo copto romano, sia dalla Chiesa Ortodossa d’Oriente che include i Greci ortodossi rappresentati dal Patriarca di Alessandria. Tali evoluzioni influiscono sulla pratica tatuativa, e sono da contestualizzarsi sia accanto all’espandersi del panarabismo nel sec. XX, sia in relazione all’assoluto divieto di tatuazione posto dal Corano. In tale periodo aumenta l’emarginazione della Chiesa copta con un conseguente compattarsi dei fedeli attorno a essa, coincidendo così con un periodo di rinnovamento interno. Il patriarcato di Shenouda III, a partire dal 1971, è caratterizzato da una forte politicizzazione per affrontare la questione della partecipazione della minoranza etno-religiosa alla vita politica del Paese tra assorbimento culturale da parte dell’Islam da un lato, e insorgenza dei movimenti salafiti dall’altro.


I Copti Ortodossi, dunque, sono organizzati in un governo democratico sin dalla fine del 1800. Un Patriarca e 12 Vescovi diocesani sono all’apice del sistema, supportati da concili locali a forte componente laica. Questi ultimi amministrano le finanze destinate a chiese, scuole e gli uffici relativi al matrimonio, all'eredità e ad altre questioni private. Alla morte del Patriarca, un collegio elettorale, composto prevalentemente da laici, seleziona tre monaci debitamente qualificati, di età non inferiore ai cinquant’ anni.


4. Classificazione dei rischi di un tatuaggio copto (o simile) nonostante la non adesione a quella fede


Dunque, il tatuaggio presso i Copti d’Egitto non è solo un segno identificativo, ma è un simbolo che rimanda alla sfera del sacro in quanto dimensione ordinante la realtà socio-politica, assumendo così non solo un significato individuale, ma anche collettivo. Ignorarne i significati profondi, o interpretarlo come una pratica unicamente decorativa, potrebbero portare a esperire momenti indimenticabili, ma in negativo.


Esplorare i diversi rischi legati a un eventuale viaggio da parte del gruppo target del presente lavoro, meriterebbe una trattazione a parte, in questa sede ci limitiamo a menzionare almeno tre rischi, con probabilità alta, che ricadono nella sfera socio-culturale secondo gli aspetti fin qui analizzati.


Nella seguente tabella, dunque, i tre danni possibili connessi a determinate circostanze, o a interpretazioni infra-culturali del tatuaggio cristiano, anche tra coloro che non sono particolarmente praticanti o che non badano molto al significato intrinseco delle immagini che sono testimonianze di fede, nei quali un turista, che risponde al modello proposto, potrebbe ritrovarsi.

5. Conclusioni e consigli sulla scorta di quanto visto


A chi si rechi nelle zone di interesse, dunque, si suggerisce di guardare il tatuaggio religioso non soltanto come tratto decorativo del corpo da esporre con leggerezza, o come souvenir da riportare da una terra lontana. Nelle aree menzionate, le figure a tema cristiano rappresentano ornamenti sacri, testimonianze di fede. Nonostante la diffusa presenza di tatuatori di strada, fraintendibile con una volgarizzazione della pratica tatuativa lauretana svuotata del suo significato, così non è. Infatti, presso i copti, essa porta con sé la memoria delle sue radici culturali, nonostante, almeno nei centri urbani, stia andando a perdere la sua carica mistico-religiosa. Proprio la possibilità di tatuare i viaggiatori, come analizzato, rappresenta una delle fondamenta nella cultura locale del tatuaggio, non per questo sottovalutando il valore che il soggetto conferisce al simbolo che decida di porre sul proprio corpo.


L’esperienza interculturale del viaggio sta nel valutare attentamente il contesto, soprattutto qualora si sia parte di quel 23,9% di popolazione italiana che ha il corpo ornato di figure. È necessario riconoscere che forme e significati cambiano attraverso i luoghi e il tempo, e che considerare alcuni aspetti della cultura ospitante può, in molti casi, proteggere da avvenimenti sgradevoli risultati di fraintendimenti nella comunicazione interculturale, o, come in questo caso per i soggetti cristiani, infra-culturale.


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Analisi Copti_MENA_Febbraio2022_Adele.Alessio REV DEF
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Note

[1] La norma derivava direttamente dalla Bibbia, Levitico 19:28, che recita: “Non vi farete incisioni nella carne, né vi farete tatuaggi addosso, io sono il Signore.” [2] I dati non sembrano essere recenti, ma i numeri citati ricorrono in tutte le fonti consultate. Inoltre, si è trovata rispondenza in quanto afferma il Pew Research Center, per cui c’è discrepanza tra i dati istituzionali che non censiscono la popolazione da tempo (assenti minoranze da Costituzione e nei siti web dei diversi ministeri), e i dati, a volte esagerati, della Chiesa Ortodossa copta. Inoltre, non è possibile stabilire un numero preciso a causa della manipolazione dei dati da parte dei funzionari musulmani da una parte, e dall’altra il silenzio ufficiale dei Copti [3] In una chiave anche di controllo di cellule terroristiche di matrice salafita [4] La Chiesa in Egitto si fa carico dell’istruzione primaria e secondaria con un occhio di riguardo a coloro che hanno meno possibilità di accedere all’educazione religiosa. Punti di riferimento sono l’Istituto di Studi Copti con il suo dipartimento di teologia, fondato nel 1954; il Centro di insegnamento della Chiesa copta. [5] Ultimo stadio evolutivo dell’egiziano faraonico, anche se da tempo è invalsa la tendenza a tradurre in arabo diverse parti della liturgia


Bibliografia

  • BAGNALL, R.S.; RATHBONE, D.W., Egypt. From Alexander to the Copts An Archeological and Historical Guide, The American University in Cairo Press Cairo • New York, 2017

  • BORRONI A. I Tatuaggi Di Gerusalemme: Tradizione e Disegni, ALBERO NIRO editore, 2019

  • CERCHIARI, G.L., Chiromanzia e Tatuaggio, Ulrico Hoepli, Milano, 1903

  • FRANKFURTER, D., The Perils of Love: Magic and Countermagic in Coptic Egypt, Journal of the History of Sexuality, Volume 10, N. 3 e 4, University of Texas Press, 2001.

  • The Cult of the Martyrs in Egypt before Constantine: The Evidence of the Coptic ‘Apocalypse of Elijah, Vigiliae Christianae, vol. 48, no. 1, Brill, 1994, pp. 25–47

  • HAZZARD, R.A. Imagination of a Monarchy. Studies in Ptolemaic Propaganda, Phoenix Supplementary Volumes, University of Toronto Press, 2000

  • MEINARDUS, O., Tattoo and Name: A Study on the Marks of Identification of the Egyptian Christians Wiener Zeitschrift Für Die Kunde Des Morgenlandes, vol. 63/64, Department of Oriental Studies, University of Vienna, 1972, pp. 27–39

  • MOHAMOUD, Y. A., CUADROS, D. F., ABU-RADDAD, L. J. Characterizing the Copts in Egypt: Demographic, socioeconomic and health indicators, QScience, Hamad Bin Khalifa University Press, Doha, 2013

  • PIGORINI BERI, C., I Tatuaggi Sacri e Profani: della Santa Casa di Loreto, ALBERO NIRO editore, 2019

  • RUSCONE, L. G., Tattoo: la storia e le origini in Italia, Silvana Editoriale, Milano, 2017

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