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Resistenza armata e terrorismo nel Sinai marginalizzazione, repressione, radicalizzazione

Aggiornato il: 6 giorni fa

di Nicki Anastasio

[Soldati egiziani nel nord del Sinai, novembre 2018 - fonte: Abed Rahim]

Introduzione


La scorsa settimana è esplosa una bomba a mano nella località di al-Arish, a nord del Sinai, uccidendo due membri delle forze di sicurezza egiziane e ferendone altri cinque. L'attacco è l’ultimo di una lunga serie di azioni rivendicate da Wilayat Sinai (Provincia del Sinai), il ramo dello Stato Islamico (IS/Daesh) presente nella Penisola egiziana dal 2014.


Dagli anni Novanta a oggi gli insorti del Sinai hanno sviluppato notevoli capacità tecnico-organizzative cambiando più volte la loro natura e i loro obiettivi, ma hanno sempre preservato un alto grado di autonomia all’interno della galassia jihadista.


Le strategie governative degli ultimi decenni hanno acuito la condizione di marginalizzazione a cui sono sottoposte da sempre le tribù beduine della Penisola aumentando il malcontento locale e favorendo la diffusione del jihadismo salafita.


All’interno di quest’analisi viene analizzata il fenomeno dell’insorgenza armata del Sinai ricostruendo la sua evoluzione nel corso degli anni, i motivi che spiegano la sua resilienza sul territorio e che hanno reso l’area un hub strategico per le reti jihadiste del Nord Africa e del Levante arabo.


1. La nascita del jihadismo salafita in Egitto


La teoria del jihad contemporaneo è nata verso la fine del XVIII sec. con i cosiddetti modernisti, tra cui l’egiziano Muhammad Abdu, il quale sottolineava la necessità di una rinascita delle comunità islamiche attraverso il ritorno all’Islam dei “pii antenati’’ (salaaf, da qui salafismo). Nella seconda metà del secolo scorso, nell’ambito del ripensamento del jihad, si sono sviluppati due filoni: da una parte i Fratelli Musulmani, islamisti moderati, e dall’altra i movimenti insurrezionalisti ispirati alle visioni dell’Islam radicale di Sayyid Qutb.


Qutb criticava la repressione messa in atto dall’allora presidente egiziano Jamal Abd Al-Nasser ponendo l’accento sul carattere militante dell’Islam per epurare le società corrotte. Le sue teorie hanno guidato le azioni del gruppo terroristico egiziano al-Tawhid wa al-Jihad (Il monoteismo e il Jihad) il quale è stato responsabile dell’assassinio del presidente Anwar Sadat nel 1981. Alla sua morte è succeduto Hosni Mubarak, rimasto in carica fino allo scoppio della Primavera araba del 2011.


Nel secondo periodo della presidenza Mubarak il clima iniziale di apparente pluralismo politico viene seguito da un inasprimento del carattere autoritario del regime. Ne è conseguito un aumento degli attentati da parte dei gruppi islamisti radicali. Tra i più cruenti, il massacro di Luxor del 1997.


2. I percorsi di radicalizzazione delle tribù beduine


Nella seconda metà del secolo scorso la liberalizzazione dell’economia egiziana, sotto spinta dei programmi di aggiustamento strutturale degli anni Settanta, e la successiva ondata di neo-liberalizzazione, sotto Mubarak, hanno escluso ampi segmenti della popolazione dai benefici della modernizzazione economica. In particolare, le classi sociali residenti nelle aree periferiche del paese.


La Penisola del Sinai è scarsamente popolata a causa delle sue caratteristiche geografiche, nonché area marginalizzata rispetto all’Egitto continentale e ben lontana dai centri di potere situati nei pressi del Delta del Nilo. La popolazione locale è formata in gran parte da tribù beduine, il cui rapporto con il governo centrale è sempre stato conflittuale per via delle politiche discriminatorie adottate nei loro confronti.

[Divisione territoriale delle tribù del Sinai - fonte: AllSinai.info]

A seguito degli accordi Camp David e il conseguente ritiro di Israele dal Sinai, il governo egiziano ha iniziato a considerare questa regione una zona cuscinetto piuttosto che parte integrante del territorio statale. Negli anni Novanta il presidente Mubarak ha promosso lo sviluppo del settore turistico nelle aree meridionali della Penisola mentre a nord ha disposto una massiccia militarizzazione, soprattutto al confine con la Striscia di Gaza, nonché controlli serrati da parte delle forze di sicurezza.


Gli attentati che hanno avuto luogo tra il 2004 e il 2006 nelle località turistiche del sud del Sinai, rivendicati dal gruppo terroristico al-Tawhid wa al-Jihad, hanno incentivato gli arresti arbitrari e le misure di punizione collettiva messe in atto dalle forze di sicurezza governative ai danni delle tribù beduine del nord. Queste dinamiche hanno favorito il loro avvicinamento alle reti jihadiste che già da tempo trafficavano sul territorio. L’uccisione del leader di al-Tawhid wa al-Jihad Abu Musa Al-Suri, avvenuta nel settembre 2005, non ha ostacolato le azioni del gruppo che ha continuato a ricevere supporto logistico e finanziario da al-Qaeda.


Il progressivo peggioramento delle condizioni di vita delle tribù beduine del Sinai ha incentivato i traffici illegali all’interno dell’area. Questi flussi hanno favorito l’arrivo di predicatori salafiti dall’esterno, in primis dalla Striscia di Gaza, i quali hanno contribuito alla diffusione delle nuove teorie del jihad. Agli occhi delle comunità locali, in particolare quelle del nord, queste figure erano viste come benefattori e difensori in quanto offrivano loro aiuti materiali e finanziari a differenza del governo centrale.


3. L’evoluzione dei gruppi armati del Sinai


Al-Zawahiri, diventato il leader di al-Qaeda a seguito della morte di Osama Bin Laden, ha scritto nel 2001 l’opera Cavalieri sotto lo stendardo del profeta in cui ha esposto le nuove teorie del jihad globale, fortemente impattanti sui movimenti insurrezionalisti ispirati all’Islam radicale. Il Sinai viene descritto come il luogo ideale per ospitare campi di addestramento e basi di guerriglia in quanto le altre aree dell’Egitto, sia per le loro caratteristiche geografiche sia perché sotto il controllo di un forte apparato di sicurezza, risultano inadatte a tali scopi. La Penisola era un nascondiglio perfetto sia per i radicalizzati che fuggivano dalle persecuzioni del governo di Mubarak sia per i jihadisti provenienti dalla Striscia di Gaza.


Con lo scoppio della Primavera araba, e i conseguenti vuoti di potere che ne sono emersi, i jihadisti che già da tempo trafficavano nel Sinai, in gran parte affiliati a al-Tawhid wa al-Jihad, hanno perfezionato le loro strategie di combattimento e rafforzato i rapporti con i salafiti presenti nel Deserto occidentale, al confine tra Egitto e Libia.


Queste dinamiche hanno portato alla ristrutturazione dei gruppi armati presenti nel Sinai sotto il nome di Ansar Bayt al-Maqdis (I sostenitori della casa santa). Il gruppo terroristico ha dichiarato la sua esistenza nel luglio 2012. Lo stesso anno il presidente egiziano Muhammad Morsi, democraticamente eletto a seguito delle dimissioni di Mubarak, ha inviato una delegazione di figure politiche e religiose nella Penisola allo scopo dialogare con i jihadisti di Ansar Bayt al-Maqdis, i cui obiettivi principali erano Israele e le comunità ebraiche del nord, ma senza successo.


A seguito del golpe militare del luglio 2013 il generale Abd Al-Fattah Al-Sisi ha iniziato l’ascesa politica che lo ha reso l’attuale presidente dell’Egitto. Egli ha espresso sin da subito l’intenzione di neutralizzare qualsiasi forma di contestazione interna al suo potere, senza distinzione tra islamisti moderati e radicali, come ha dimostrato la violenta repressione delle proteste pro-islamiste avvenute in piazza Rabaa al-Adawiya nell'agosto 2013 e come emerge tutt’oggi dalla sua politica di zero tolleranza nei confronti di attivisti, giornalisti e ONG. Ed è proprio nello stesso anno che l’agenda operativa dei jihadisti del Sinai era cambiata: il loro bersaglio principale era diventato il governo egiziano.

[Lo stemma di Ansar Bayt Al-Maqdis - fonte: Wikipedia]

Nel novembre 2014 Ansar Bayt Al-Maqdis ha dichiarato la sua fedeltà (in arabo bay'a) allo Stato Islamico (IS/Daesh) assumendo la forma di Wilayat Sinai (Provincia del Sinai). Ne è conseguito un inasprimento delle azioni di violenza ai danni delle forze di sicurezza presenti sul territorio e delle comunità locali accusate di collaborare con il governo centrale, tra cui le minoranze copte di al-Arish.


4. Gli abusi delle strategie di contrasto


In risposta all’intensificarsi degli attentati compiuti da Wilayat Sinai a nord della Penisola, nel 2015 viene lanciata l’operazione di contrasto Martyr’s Right ma senza risultati significativi. A seguito del massacro avvenuto nella moschea di Al-Rawdah nel dicembre 2017, il presidente al-Sisi ha espresso la volontà di sconfiggere definitivamente Wilayat Sinai nell’arco di tre mesi. A febbraio 2018 viene quindi lanciata Comprehensive Operation Sinai. Questa nuova operazione di contrasto, oltre alla Penisola egiziana, ha interessato anche il Delta del Nilo e il Deserto Occidentale e ha visto l’impiego di forze aeree e marittime. Inoltre, è stato massiccio il supporto offerto da Stati Uniti e Israele.

[Forze armate egiziane nel Sinai, aprile 2020 - fonte: Egyptian Streets]

Comprehensive Operation Sinai ha acuito il precario quadro socioeconomico della Penisola egiziana, portando alla distruzione di interi villaggi e dei possedimenti delle comunità locali. Gli arresti arbitrari, i dislocamenti forzati, le torture e le esecuzioni extragiudiziali – per mano delle forze governative - hanno causato numerose vittime. I loro abusi di potere sono stati accompagnati da gravi violazioni dei diritti umani, come testimonia il report di Human Rights Watch del 2019.


Nel tentativo di contrastare l’insorgenza armata del Sinai sono state coinvolte milizie irregolari arruolate ad hoc. Questi piccoli gruppi militari, chiamati manadeeb (delegati) e gawasees (spie), stando alle dichiarazioni dei residenti hanno abusato del loro ruolo per i loro scopi personali. Tutto ciò in un contesto socioeconomico già fortemente precario e instabile.


5. Lo status degli insorti nella galassia jihadista


Nell'agosto 2013 fonti dell'intelligence hanno ottenuto preziose informazioni riguardo le nuove strategie del jihad. Abu Khalid Al-Suri, figura di spicco coinvolta nel conflitto siriano, proponeva una struttura articolata su tre cerchi del terrore. Quello principale era rappresentato dai vertici di al-Qaeda. Il secondo era formato dalle sue ramificazioni presenti in Medio Oriente e Nord Africa ed era responsabile del coordinamento e del finanziamento delle cellule locali.


L’ultimo cerchio del terrore era costituito da singoli individui e piccoli gruppi chiamati unità di resistenza, il cui compito era quello di creare pressione sugli apparati di sicurezza dei governi dei paesi per indebolirli. Elementi appartenenti a questo cerchio erano presenti nel Sinai già a partire dalla fine degli anni Novanta, in gran parte provenienti dalla Striscia di Gaza, e si sono progressivamente radicati sul territorio trovando nuovi affiliati e sviluppando notevoli capacità tecnico-organizzative. Nel 2015 Wilayat Sinai è riuscito ad abbattere un aereo turistico russo partito da Sharm el-Sheikh con a bordo 224 persone.


[I combattenti di Wilayat Sinai - fonte: EA World]

Sebbene con la nascita di Wilayat Sinai i jihadisti della Penisola abbiano formalmente adottato l’agenda operativa dello Stato Islamico, questi hanno mantenuto una discreta autonomia da Daesh preservando il loro obiettivo principale: rovesciare il governo egiziano, piuttosto che creare un califfato globale. La pianificazione degli attacchi è rimasta infatti sotto la direzione delle unità di resistenza e i loro obiettivi strettamente locali.


Nel 2020 sono stati numerosi gli attentati compiuti da Wilayat Sinai, in un’area compresa tra Bir al-Abd a Rafah. A partire dallo scorso marzo il gruppo è riuscito a estendere il suo raggio d’azione verso ovest, colpendo campi militari e occupando diversi villaggi. Nelle sue ultime comunicazioni online ha invitato i musulmani a unirsi alla lotta contro il cosiddetto nuovo faraone dell’Egitto, ovvero il presidente Al-Sisi, ed è stato ribadito che la legge islamica, nella sua interpretazione salafita, è la loro unica salvezza.


Conclusione


Le attuali instabilità del Sinai sono influenzate da fattori di diversa natura – il mancato riassorbimento delle tribù beduine nella società egiziana, le disuguaglianze strutturali tra centro-periferia e la forte repressione governativa – i quali hanno spinto le tribù beduine a considerare la militanza jihadista come unico strumento di riscatto sociale e a collaborare con i salafiti provenienti dall’esterno. Le recenti operazioni di contrasto non hanno certo favorito processi di de-radicalizzazione, ma hanno acuito il malcontento locale verso il governo egiziano e hanno portato ad un peggioramento delle condizioni di vita delle tribù beduine.


Il fenomeno dell’insorgenza armata del Sinai è specchio delle problematiche di un paese in cui la politica del sospetto e di zero tolleranza non favoriscono nient’altro che l'alienazione politica e la marginalizzazione socioeconomica degli strati più poveri della società, ma il nuovo faraone non vuole saperne e i jihadisti della Penisola sono sempre più resilienti.


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Bibliografia


B. Berti, Z. Gold, Security Vacuum in the Sinai, 2012, The National Interest

Z. Gold, Salaf Jihadist Violence in Egypt’s North Sinai: From Local Insurgency to Islamic State Province, 2016, The Hague 7 no. 3, The International Centre for Counter-Terrorism

Ashour O., Sinai's Insurgency: Implications of Enhanced Guerilla Warfare, 2019, Studies in Conflict & Terrorism


Sitografia


https://carnegieendowment.org/sada/82218

https://www.geneva-academy.ch/geneva-humanrights-platform/news/detail/180-egypt-a-non-international-armed-conflict-in-the-sinai-peninsula-with-wilayat-sinai

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/jihadist-hotbeds-understanding-local-radicalization-processes-15418

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