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Breve storia delle relazioni tra Cina e Russia: un’amicizia con molti limiti. II Parte (1962 -1992)

Aggiornamento: 25 lug 2023

Fig.1: Stretta di mano tra Xi Jinping e Vladimir Putin durante l’incontro dei due leader a Mosca, 21 marzo 2023. Fonte: Xinhua/Xie Huanchi

Alla vigilia degli anni Sessanta del Novecento, l’era d’oro dei rapporti Sino-Sovietici stava ormai giungendo al termine. Rotta la collaborazione politico-economica tra i due Paesi, riaffioravano le antiche discordie sui confini siberiani, parte di una generale instabilità globale dovuta all’intensificarsi della Guerra Fredda. La Cina non era più disposta a detenere il ruolo di junior partner nei confronti dell’ingombrante vicino: “la Repubblica Popolare non si sottometterà mai all’Unione Sovietica”, per citare Zhou Enlai in seguito al XXI Congresso del PCUS.


(Per un approfondimento, vedi la prima parte)


1. La crisi sino-sovietica


Nel giro di pochi anni, i fattori di instabilità, che erano rimasti latenti durante gli anni Cinquanta in nome delle necessità economiche condivise e della situazione internazionale favorevole, riemersero violentemente a galla. Le principali interpretazioni sulle ragioni di una così netta rottura tra i due Paesi comunisti si concentrano sulle differenze di interessi nazionali, il ruolo degli Stati Uniti, l’impatto delle contrastanti scelte in politica interna, e in definitiva gli scontri ideologici sulla corretta interpretazione del Marxismo-Leninismo[1]. Pechino ormai, lungi dal considerarsi gerarchicamente inferiore all’Unione Sovietica nel blocco comunista, iniziava a vedersi come la “nuova Roma” del socialismo mondiale, con Mao quale “vero erede di Marx e Stalin” [2]. Ennesima conferma, agli occhi del Partito Comunista Cinese, della differenza di visione con i sovietici in politica estera, fu rappresentata dal comportamento di questi ultimi durante la crisi missilistica cubana del 1962. La leadership cinese, dopo aver appoggiato in pieno la decisione dei vicini di fornire missili intercontinentali all’isola, rimase sbigottita dal compromesso raggiunto tra Khruschev e Kennedy, accusando veementemente i compagni di essere troppo deboli nei confronti del nemico per antonomasia.


Gli screzi tra i due governi, oltre a manifestarsi durante i Congressi dei vari partiti comunisti europei (Italia, Albania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria), cominciarono a trasformarsi in veri e propri scontri, specialmente nelle zone di confine. Nel 1962, una rivolta organizzata da cittadini sovietici residenti nella remota regione cinese dello Xingjiang provocò, tra furti e vandalismo, danni per circa 100 milioni di yuan.

L’ambiguo comportamento delle guardie di frontiera dell’URSS, che permisero ai rivoltosi di ritornare in patria senza coordinarsi con le corrispettive cinesi, immediatamente provocò l’ira di Pechino, che accusò il PCUS di incoraggiare azioni sovversive e insurrezioni armate nella regione. Tutte le ambasciate sovietiche, ad eccezione di quella nella capitale, furono chiuse, e i cittadini dell’URSS residenti nello Xingjiang vennero caldamente invitati a tornare in patria: dopo essere stati decine di migliaia nei primi anni Cinquanta, nel 1964 ne erano rimasti solo 500 [3].


Da reciproca diffidenza, il rapporto tra Cina e Unione Sovietica si stava trasformando in aperta rivalità. Nella visione del Grande Timoniere, il quadro che andava delineandosi era molto chiaro: gli Stati Uniti rappresentavano l’imperialismo, l’URSS il revisionismo, lui il marxismo.

Fig.2: Vignetta satirica del Washington Post sullo scontro tra Mao e Khrushchev, 1960 Fonte: Holachina.com

2. Scontri di confine


Nel frattempo, anche alla frontiera sud-occidentale del Paese la situazione cominciava a farsi scabrosa. Le relazioni con l’India, specialmente vista l’ospitalità che essa aveva garantito al Dalai Lama in seguito alla Rivolta del Tibet del 1959, si erano rapidamente deteriorate. Annose dispute sul confine himalayano (che perdurano tutt’oggi)[4] portarono Mao nell’ottobre 1962 a ordinare un’operazione militare nella regione nord-orientale del Ladakh; in pochi giorni, le truppe dell’Esercito Popolare di Liberazione avanzarono di 160 km in territorio indiano, sbaragliando facilmente l’esercito avversario, e spegnendo sul nascere ogni proposito bellicoso insito nella “politica di avanzamento” del premier Nehru.


La posizione dell’Unione Sovietica sulla questione si dimostrò ancora una volta incerta. Nonostante il supporto promesso a Pechino prima dell’attacco, i sovietici non interruppero subito la vendita all’esercito indiano dei caccia MiG-21, che già nei primi mesi del 1962 aveva annunciato di voler utilizzare in un eventuale conflitto con la Cina. Non solo: subito dopo la rinuncia al dispiegamento dei missili balistici a Cuba (5 novembre), la posizione sovietica sul conflitto sino-indiano mutò notevolmente, ora spingendo per un negoziato e aprendo alle ragioni dell’India. Un simile voltafaccia, sommata alle concessioni fatte durante la crisi cubana, fece infuriare la leadership cinese, ormai su posizioni sempre più radicali. L’Unione Sovietica veniva apertamente bollata dai vertici del PCC come “traditrice del marxismo-leninismo”, “revisionista”, e addirittura “portavoce della borghesia” [5], in un clima politico interno sempre più indirizzato verso la Rivoluzione Culturale.


Le tensioni alle frontiere non si fermarono qui. Sempre più paranoico, a metà anni Sessanta Mao cominciò a temere fortemente un attacco preventivo sovietico al proprio confine settentrionale, specialmente nello Xingjiang, dove i cittadini sovietici precedentemente espatriati fomentavano retoriche aggressive, supportati dal Segretario del Partito Comunista della Repubblica Socialista Sovietica del Kazakistan. Lo spettro di un potenziale secondo fronte bellico - si ricordi che nel 1964, in seguito all’incidente del golfo del Tonchino, l’America era entrata ufficialmente in guerra contro il Vietnam - sembrò materializzarsi quando l’Unione Sovietica, nel 1968, stipulò con la Mongolia un trattato di alleanza che le permise di stazionare ben sei divisioni al confine con la Cina. Nei primi di marzo del 1969, presso l’isola Zhenbao, situata sul fiume Ussuri che delinea ancora oggi il confine tra l’Heilongjiang cinese e la Siberia russa, una precedente scaramuccia tra guardie di confine si trasformò in una vera e propria battaglia tra i due eserciti, che lasciò sul terreno circa 100 vittime sovietiche e 800 cinesi [6]. In agosto, dopo ulteriori scontri nello Xingjiang, all’interno del Politburo sovietico fu addirittura ventilata l’opzione di un attacco atomico preventivo contro la Cina.


In un momento di altissima tensione, con il PCC consapevole di non poter vincere in una guerra totale contro il più potente vicino, gli Stati Uniti decisero di intervenire, avvertendo Mosca che non sarebbero rimasti neutrali di fronte a una simile escalation nucleare [7].

Fig. 3: Dispute territoriali sul confine Sino-Sovietico . Fonte: Wikipedia

Fig. 4: Dispute territoriali sul confine Sino-Indiano Fonte: Wikipedia

3. Il ruolo degli Stati Uniti


Il rischio di una guerra atomica con la più potente Unione Sovietica produsse una vera e propria svolta nella politica estera cinese e nella psicologia collettiva della sua leadership. Ancora durante tutto il 1970, il problema di come rispondere a un eventuale invasione da Nord, giustificabile dalla recente Dottrina Brezhnev già messa in pratica in Cecoslovacchia, rimase centrale in tutte le decisioni politiche di Pechino. Per mesi, l’ufficio di Zhou Enlai a Zhongnanhai, sede centrale del Partito, rimase vuoto per timore di un potenziale attacco atomico sovietico [8].


L’inasprimento dei rapporti tra i due ex fratelli comunisti permise agli Stati Uniti di aggiornare la propria politica estera, vedendo ora la Cina come un potenziale asset in funzione anti-sovietica, invece che considerare i due Paesi come un unico blocco ostile. Già nel 1967, in un famoso articolo per la rivista Foreign Affairs, il presidente Nixon iniziò a dipingere la Cina con toni meno ostili, negando ad esempio il legame di Pechino con i Vietcong. L’obiettivo del presidente era prevalentemente interno: egli necessitava una solida base di consenso finalizzata a giustificare future azioni diplomatiche di distensione con il gigante asiatico [9].


Anche Mao, realizzata l’impossibilità per una Cina uscita a pezzi dalla Rivoluzione Culturale di mantenere un tale livello di ostilità con le due più grandi superpotenze del mondo, iniziò a percepire un rapproachment con l’ex nemico giurato come un mezzo per costringere l’Unione Sovietica sulla difensiva. Un simile cambiamento nei rapporti di potere tra Cina, Stati Uniti e Unione Sovietica fu naturalmente lungo, difficile e ricco di momenti di tensione [10]. Ciò nonostante, la chiara convergenza di interessi strategici tra Washington e Pechino permise ciò che i sovietici ritenevano impossibile: a una visita segreta del segretario di stato Henry Kissinger nel luglio 1971, seguì quella del presidente Nixon nel febbraio 1972, che pose le basi per lo sviluppo di relazioni diplomatiche ufficiali con la Cina continentale. In cambio di un aiuto nel disimpegno statunitense in Vietnam, Washington abbandonò la propria politica delle “due Cine”, ritirando quindi le proprie forze armate dall’isola di Taiwan - ma non la vendita delle armi -, e scambiando il seggio alle Nazioni Unite della Repubblica di Cina con quello della Repubblica Popolare.


A Mosca, questi inaspettati eventi vennero recepiti con un misto di incredulità e di sconforto. La misteriosa morte di Lin Biao, rivale di Zhou Enlai e fautore di una linea più moderata con i sovietici, confermò a questi ultimi l’impossibilità di un riavvicinamento diplomatico con Pechino, nonostante i ripetuti tentativi compiuti durante tutti gli anni Settanta [11]. La leadership cinese, consapevole di non poter ancora competere a livello economico o militare con le due superpotenze, decise pragmaticamente di allinearsi con quella che riteneva essere una minaccia meno immediata per la propria sicurezza nazionale: gli eventi del 1969 e la presenza di quasi due milioni di truppe sovietiche sul confine settentrionale avevano minato in profondità la fiducia cinese nel minaccioso vicino.

Fig.5: Stretta di mano tra Richard Nixon e Mao Zedong a Zhongnanhai, Pechino, 21 febbraio 1972 Fonte: US Nationa Archive Catalog

4. La distensione nei rapporti Sino-Sovietici


Dopo uno stallo nella normalizzazione dei rapporti dovuto a problemi di politica interna - l’impeachment di Nixon e la morte di Mao su tutti -, Cina e Stati Uniti si presentarono all’alba degli anni Ottanta con priorità strategiche nuove. Con il programma di “riforme e apertura” di Deng Xiaoping, succeduto a Mao come capo indiscusso del Partito, la Cina desiderava concentrarsi sull’avanzamento economico e la stabilizzazione sociale interna. Per questo motivo Deng iniziò a spingere per una distensione con i rivali storici (Unione Sovietica, Giappone, Stati Uniti), conscio della necessità di investimenti stranieri per lo sviluppo dell’ancora arretrata industria nazionale.


Negli Stati Uniti, l’arrivo di Ronald Reagan alla Casa Bianca coincise con una recrudescenza del sentimento antisovietico in patria, e allo stesso tempo una maggiore attenzione al problema di Taiwan, la cui conquista era tornata in cima alle priorità politiche del PCC [12]. L’occasione del raffreddamento della cooperazione militare tra Cina e Stati Uniti fu subito colta dall’Unione Sovietica, che gradualmente riprese i contatti con il vicino tra il 1981 e il 1984. Ciò nonostante, un riallacciamento diplomatico ufficiale tra i due Paesi, secondo Pechino, era reso difficoltoso dai cosiddetti “tre problemi”: l’occupazione dell’Afghanistan, la massiccia presenza militare ai confini settentrionali, e il supporto al Vietnam nell’invasione della Cambogia [13].


Solo con l’elezione di Gorbachev a Segretario Generale del PCUS, nel 1985, le richieste cinesi iniziarono a essere prese davvero in considerazione. In un famoso discorso tenuto a Vladivostok l’anno successivo, Gorbachev si dichiarò favorevole a “cordiali relazioni di buon vicinato” con la Cina, tagliando di quasi un quarto il numero di truppe sovietiche stanziate nel settore orientale, comprese quelle in Mongolia, e mettendo in moto il processo di ritiro dall’Afghanistan, che si completò nel 1989. Inoltre, in seguito alle pressioni sovietiche su Hanoi, nel 1988 il Partito Comunista Vietnamita ritirò le proprie forze dalla Cambogia. Risolti tutti i “tre problemi”, i tempi erano maturi per un incontro tra i due capi di Stato cinese e sovietico: il 4 giugno 1989 Gorbachev atterrava a Pechino, trent’anni dopo l’ultimo incontro tra i leader dei due Paesi, quello tra Khrushchev e Mao del 1959.


Esso non era che il risultato di un decennio di intensificazione dei rapporti economici e culturali tra Unione Sovietica e Cina, entrambe alle prese con i propri progetti di modernizzazione e apertura dell’economia, obiettivi per i quali tensione geopolitica e alte spese militari semplicemente non erano funzionali. Tra il 1984 e il 1986, il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi raddoppiò, e la condivisione di know-how, specialmente dall’Unione Sovietica alla Cina, riprese a livelli che non si vedevano dagli anni Cinquanta. Oltre 50 grandi progetti condivisi in vari settori produttivi vennero firmati nel solo 1988, con altri 400 ancora in via di definizione durante l’incontro Gorbachev-Deng del 1989 [14].

Fig.6: Brindisi tra Gorbachev e Deng, giugno 1989 Fonte: South China Morning Post

5. Piazza Tiananmen e il crollo dell’Unione Sovietica


Nel biennio 1989-1991, tanti dei buoni propositi di normalizzazione delle relazioni economiche e diplomatiche si arenarono, vittime di alcuni degli stravolgimenti geopolitici più importanti dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. I fatti di Piazza Tienanmen, seguiti dalla durissima repressione dell’Esercito Popolare Cinese, che ebbero inizio quando Gorbachev ancora si trovava a Pechino, provocarono forte sdegno nel mondo occidentale, raffreddando considerevolmente i rapporti con Washington. La paranoia cinese di un complotto statunitense per trasformare politicamente il Paese secondo la dottrina dell’“Evoluzione Pacifica”, inaugurò una stagione di rinnovato dogmatismo ideologico, seguita da una brutale epurazione degli elementi ritenuti potenzialmente “controrivoluzionari” [15].


La reazione sovietica a Piazza Tiananmen e ai contemporanei eventi in Europa Orientale - elezioni libere in Polonia, caduta del Muro di Berlino - provocò grande disappunto nella leadership cinese, che ormai vedeva le politiche di glasnost’ e perestrojka come apertamente revisioniste e contrarie ai principi del marxismo-leninismo. Il crollo dei regimi comunisti europei rappresentava chiaramente per Pechino un grosso problema, visto il conseguente rafforzamento del blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti; ciò nonostante, fedeli alla propria linea di non interferenza negli affari interni delle altre nazioni, la Cina fu tra i primi Paesi a riconoscere le repubbliche nate dalla disgregazione dell’URSS.


Il fallimento del colpo di stato dell’agosto 1991, ultimo tentativo da parte della leadership sovietica più oltranzista di salvare il sistema comunista, e la rapidità degli eventi geopolitici che lo seguirono imposero al PCC un’intensa riflessione sui pericoli che poteva correre in futuro anche il proprio regime. Furono identificati due errori capitali compiuti dal PCUS, a cui in definitiva imputare la propria fine: innanzitutto, la mancanza di unità con le forze armate, che si dimostrarono incapaci di supportare efficacemente il colpo di stato del 1991, a differenza dell’EPL che era stato cruciale nella sopravvivenza del regime dopo Tiananmen; in secondo luogo, il non aver posto la questione della stabilità politica interna prima di quella delle riforme, le quali alla fine non avevano elevato il livello di benessere della popolazione a sufficienza per assicurarsi una forte base di consenso popolare al sistema comunista [16]. Il mantra “prima la prosperità”, che promette il benessere economico diffuso in cambio del controllo politico sulla società, corrisponde ancora oggi all’implicito patto sociale stipulato tra il Partito e il popolo cinese.


In politica estera, consci degli enormi pericoli posti dai nuovi equilibri di potere internazionali, e del pressante bisogno di investimenti esteri per contrastare un tenore di vita diffuso ancora molto basso, Deng formulò la famosa politica “dei 24 caratteri”, per guidare la Cina in un decennio che si prevedeva ricco di insidie: “Osservare gli sviluppi sobriamente, mantenere le nostre posizioni, affrontare le sfide con calma, nascondere le nostre capacità, attendere il nostro momento, rimanere liberi dalle ambizioni e non rivendicare mai la leadership”[17].


Con una Russia allo sbando e una Cina indirizzata verso il boom economico, i rapporti di potere tra i due Paesi negli anni Novanta iniziarono ad assumere nuove forme, le cui conseguenze sono chiaramente visibili ancora oggi.

Fig.7: Leggendaria foto del rivoltoso sconosciuto di fronte ai carri armati, Piazza Tiananmen, 5 giugno 1989 Fonte: WikipediaFig.7: Leggendaria foto del rivoltoso sconosciuto di fronte ai carri armati, Piazza Tiananmen, 5 giugno 1989 Fonte: Wikipedia

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Note

[1] L. M. Lüthi., The Sino-Soviet Split, Princeton, 2008 (X edizione), pp. 3-4 [2] R. MacFarquhar, The Origins of the Cultural Revolution, Vol. 3: The Coming of the Cataclysm 1961-1966, New York, 1997, p. 361-362 [3] D. Li, Y. Xia, Jockeying for leadership. Mao and the Sino-Soviet Split, in Journal of Cold War Studies, Inverno 2014, vol.16, n. 1, pp. 34-37 [4] Basti ricordare lo scontro del giugno 2020 nella regione di Ladakh, dove militari cinesi e indiani si sono affrontati a colpi di mazze chiodate, lasciando decine di uomini sul terreno [5] Li, Xia, op. cit., p. 50 [6] Per un racconto più dettagliato dello scontro, si veda K. Yang, The Sino-Soviet Border Clash of 1969: From Zhenbao Island to Sino-American Rapprochment, in Cold War History, Agosto 2000, vol. 1, n. 1, pp. 21-52 [7] A. Berkofsky, Russia and China: The Past and Present of a Rocky Relationship, in Il Politico, Settembre-Dicembre 2014, vol. 79, n.3., pp.115-116 [8] K. Yang, op. cit., p. 47 [9] R. Nixon, Asia after Vietnam, in Foreign Affairs, Ottobre 1967, vol. 46, n. 1, pp. 111-125 [10] Per una descrizione più dettagliata dell’evoluzione delle prospettive dei tre attori, si veda C. Su, Us-China relations: Soviet Views and Policies, in Asian Survey, Maggio 1983, vol. 23, n. 5, pp. 555-579 [11] A. W. Hummel, China changing relations with the US and the USSR, in Proceeding of the American Philosophical Society, Marzo 1989, vol. 133, n. 1, p. 79 [12] C. Su, op. cit., pp. 567-568 [13] J. W. Garver, The “New Type” of Sino-Soviet Relations, in Asia Survey, Dicembre 1989, vol. 29, n. 12, pp. 1137-1138 [14] Ibid., p. 1145-1147 [15] Per una panoramica più dettagliata degli eventi del giugno 1989 e le reazioni del PCC, vedi F. Dikötter, La Cina dopo Mao. Nascita di una superpotenza, Venezia, 2022, pp. 145-215 [16] G. Segal, China and the disintegration of the Soviet Union, in Asia Survey, Settembre 1992, vol. 32, n. 9, pp. 848-852 [17] J. W. Garver, The Chinese Communist Party and the collapse of Soviet Communism, in The China Quarterly, Marzo 1993, n. 133, p. 5


Bibliografia


  • A. Berkofsky, Russia and China: The Past and Present of a Rocky Relationship, in Il Politico, Settembre-Dicembre 2014, vol. 79, n. 3, pp. 108-123

  • F. Dikötter, La Cina dopo Mao. Nascita di una superpotenza, Venezia, 2022

  • J. W. Garver, The “New Type” of Sino-Soviet Relations, in Asia Survey, Dicembre 1989, vol. 29, n. 12, pp. 1136-1152

  • J. W. Garver, The Chinese Communist Party and the collapse of Soviet Communism, in The China Quarterly, Marzo 1993, n. 133, pp. 1-26

  • A. W. Hummel, China changing relations with the US and the USSR, in Proceeding of the American Philosophical Society, Marzo 1989, vol. 133, n. 1, pp. 75-83

  • D. Li, Y. Xia, Jockeying for leadership. Mao and the Sino-Soviet Split, in Journal of Cold War Studies, Inverno 2014, vol.16, n. 1, pp. 24-60

  • L. M. Lüthi, The Sino-Soviet Split, Princeton, 2008 (X edizione)

  • R. MacFarquhar, The Origins of the Cultural Revolution, Vol. 3: The Coming of the Cataclysm 1961-1966, New York, 1997

  • R. Nixon, Asia after Vietnam, in Foreign Affairs, Ottobre 1967, vol. 46, n. 1, pp. 111-125

  • G. Segal, China and the disintegration of the Soviet Union, in Asia Survey, Settembre 1992, vol. 32, n. 9, pp. 848-868

  • C. Su, Us-China relations: Soviet Views and Policies, in Asian Survey, Maggio 1983, vol. 23, n. 5, pp. 555-579

  • K. Yang, The Sino-Soviet Border Clash of 1969: From Zhenbao Island to Sino-American Rapprochment, in Cold War History, Agosto 2000, vol. 1, n. 1, pp. 21-52








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