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Profili Criminologici e Vittimologia del Terrorismo

Aggiornato il: nov 9

(di Raffaele Lorenzetto)

1. Introduzione


Il dilagante terrorismo, soprattutto di matrice islamica, si presenta come una manifestazione solo apparentemente circoscrivibile a un fenomeno politico-religioso ma che, nei fatti, risulta imprevedibile poiché non appare sempre possibile procedere all’identificazione di un nemico fisico, come avveniva nel passato. La realtà attuale è caratterizzata da una transnazionalità che rende difficoltoso, per le forze di polizia e di intelligence, adottare efficaci strategie di difesa nazionale e internazionale.


Nonostante l’atto terroristico appaia come irrazionale, sarebbe un errore considerare l’autore di tali gesti estremi un folle, come sarebbe parimenti un errore accostarlo ad un comune criminale.


Le modalità di azione del terrorista islamico e, ancor di più, il suo stato psichico presentano delle caratteristiche del tutto peculiari, sulle quali abbiamo l’obbligo di indagare al fine di combatterne la diffusione.

2. Il Terrorismo, una guerra psicologica


Dalle testimonianze raccolte da alcuni collaboratori di giustizia ex jihadisti[1] si evince chiaramente come l’odio verso l’opulenta civiltà occidentale connoti una dimensione archetipica della loro psiche, che si tramanda di padre in figlio e sulla quale fanno leva, attraverso l’indottrinamento, i leader jihadisti, riattivando un odio covato nella dimensione dell’inconscio.


Alla base del terrorismo si colloca una visione dicotomica del mondo secondo la quale il “Male” è identificabile nel non appartenente alla propria cultura, ossia l’“occidentale”, e il “Bene” si identifica con la propria causa. Questo processo psichico conferisce al terrorismo una enorme forza distruttiva poiché fornisce un potente mezzo di neutralizzazione della colpa.[2]


L’Occidente è entrato così progressivamente nella dimensione psichica del “Male”, essendo percepito irrazionalmente come una minaccia incontrollabile e producendo uno spiccato senso di incertezza e di precarietà.


Il terrorismo si manifesta, pertanto, come una guerra psicologica, acquistando un valore simbolico capace di insinuarsi in quello che Freud chiamava il “perturbante” e che Jung definirebbe il “prevalere della dimensione archetipica dell’ombra”[3].

3. La matrice della devianza


Al fine di individuare e comprendere al meglio i meccanismi che spingono alcuni individui a discostarsi in modo significativo e violento dai modelli culturali e di comportamento condivisi dalla collettività, nonché dalle norme che la regolano, occorre porre l’attenzione sul concetto di devianza, ricercandone la matrice attraverso le principali teorie socio-psicologiche.

È necessario, anzitutto, focalizzarsi sulle condizioni esistenziali in cui versano molti gruppi di giovani emarginati che abitano le periferie delle grandi città europee, dalle quali statisticamente provengono la maggior parte dei c.d. lupi solitari[4] e dei foreign fighters[5]. Essi manifestano una palese difficoltà ad interiorizzare le norme che regolano il vivere civile, schierandosi contro la società in cui vivono con il proposito di distruggerla. La scelta terroristica può simboleggiare la conseguenza estrema di un disagio profondo, che evolve in forme di efferata violenza.


I giovani islamici che, pur vivendo in Europa, portano dentro di sé un insuperato problema di integrazione che affonda le sue radici nella necessità di non tradire la cultura d’origine e che viene accresciuto da una forma di disagio endemico (diffuso nella moderna cultura occidentale), spesso determinato da un’assenza di valori, subiscono una sorta di splitting culturale ed emotivo. Questo percorso interiore li spinge ad aggregarsi al fine di condividere il loro disagio, sposando idee radicali che diventano il detonatore per lo sviluppo di un’aggressività paranoica la quale può sfociare, talvolta, nell’antisocialità[6].

4. Le Strain Theories


Le Strain Theories fanno parte di una delle principali correnti di pensiero dedite alla ricerca delle origini della devianza, utili al fine di comprendere al meglio la realtà complessa all’interno della quale interagiscono i terroristi. Sviluppate negli USA a partire dagli anni ’60, queste teorie si focalizzano sull’importanza delle “mete” nella vita psichica di una persona, in rapporto con il contesto sociale.


Il termine “strain viene utilizzato per indicare la pressione esercitata da forze provenienti dall’esterno e che, producendo una tensione, richiedono la necessità di un cambiamento di tipo adattivo. Secondo R.K. Merton tutti i comportamenti devianti possono identificarsi in forme di adattamento, adottate in conseguenza al manifestarsi di un disequilibrio tra le mete proposte dalla società e i mezzi offerti dalla stessa per raggiungerli. In un contesto sociale in cui viene imposto come ideale il raggiungimento di risultati quali il successo e il denaro, le minoranze socioculturali risultano, nei fatti, notevolmente svantaggiate. Il concetto di “anomia” pone in rilievo proprio la discrepanza esistente tra mete e mezzi.[7]


Da una società complessa, contraddistinta dalla relativizzazione dei valori e dalla mancanza di una memoria storica, derivano personalità sempre più fluttuanti e tendenti ad uno stato di frustrazione esistenziale. Si crea così un vuoto interiore che necessita di essere colmato e ciò avviene, talora, attraverso l’adesione a ideologie estreme.[8]

5. Analisi comportamentale dei foreign fighters e dei lupi solitari


Dopo aver analizzato il concetto di matrice della devianza è possibile comprendere più chiaramente la realtà in cui interagiscono due particolari categorie di terroristi citate precedentemente: i foreign fighters e i lupi solitari.

In particolare per questi ultimi, la scelta terroristica risulta espressione di un disagio profondo originato da un’assenza di valori delle società post-moderne occidentali e che, pur essendo condiviso da molti giovani, va a combinarsi con problemi di integrazione e sentimenti di odio nei confronti del sistema in cui vivono. L’odio, combinandosi con idee assolutiste di cieca obbedienza al Credo Islamico e di adesione integralista alla shari'a[9], psicologicamente assume i connotati di una razionalizzazione interna idonea a giustificare azioni brutali.

Non sarebbe corretto parlare di patologia mentale in senso stretto. Tali individui possono definirsi come “antisociali”, in quanto sviluppano delle personalità che li spingono a non rispettare le norme, ad essere in conflitto con l’autorità, a non sentire la colpa e ad essere insensibili verso il dolore altrui. Non mostrano alcuna forma di empatia verso le vittime, che non sono percepite come persone (de-umanizzate) e agiscono come freddi calcolatori, identificandosi solamente con il proprio gruppo di simili.

6. Pseudospeciazione e nascita del fanatismo violento


La forte coesione che si crea all’interno dei gruppi di fanatici può essere spiegata attraverso il meccanismo chiamato “pseudospeciazione”, ossia quel fenomeno per il quale ogni gruppo culturale primitivo sufficientemente circoscritto tende a considerarsi una specie a sé e a non ritenere come veri uomini i membri di altre unità analoghe. Proprio perché coloro che sono percepiti come nemici non sono considerati veri uomini sorge la possibilità di infierire su di essi.[10] A queste cause, si può aggiungere la fede indiscussa verso un leader, la cui forte personalità può attivare, attraverso un atteggiamento acritico, atteggiamenti tipici del fanatismo violento.

7. Profili criminologici del terrorista di matrice islamica


La profilazione psicologica del terrorista rappresenta, ad oggi, un tema sul quale è aperto un enorme dibattito. Non disponiamo di sufficienti studi per poter affermare con certezza che sia verificabile, in questi soggetti, una vera e propria patologia ed eminenti esperti hanno escluso tale ipotesi[11]. In base all’esperienza fino ad oggi maturata, è possibile però affermare che i tratti che caratterizzano in modo costante il profilo del terrorista evidenziano una personalità fortemente disturbata, piuttosto che una psicosi vera e propria.

È quindi necessario procedere, anzitutto, analizzando ciò che appare più evidente: l’attuazione in prima persona di una strage richiede un’assoluta mancanza di empatia. Le vittime vengono oggettivizzate al fine di realizzare dei bisogni di onnipotenza, in una dinamica sadico-perversa[12] che Freud identificava come pulsione di morte. Per i soggetti in esame il nucleo costitutivo del Sé non è una dimensione interna con la quale dialogare attraverso le emozioni, bensì un’immagine idealizzata: si delinea così un disturbo della personalità definito “narcisismo”[13].


Il terrorista, a livello del proprio inconscio, proietta sulle vittime le parti del suo essere che rifiuta e vuole rimuovere, al fine di garantire un’immagine sacralizzata di sé che possa essere coerente con il jihad (che rappresenta il “Bene”).

8. Il borderline


La dimensione della distruttività nasce dalla contrapposizione del Bene e del Male nella mente del terrorista e il suicidio rappresenta l’apoteosi dell’onnipotenza. L’adesione incontrollata ad un’ideologia estrema diventa l’idea di riferimento che investe l’intera esistenza[14], facendo nascere nell’estremista un bisogno di controllo, che va di pari passo con il potere.


Il potere viene incarnato dalla figura del leader, nel quale il terrorista rispecchia il suo ego attraverso l’identificazione proiettiva, derivando così un assoggettamento acritico ad esso.

I tratti fin qui delineati descrivono una personalità fortemente disturbata ma non scissa, come si verificherebbe in una psicosi. Ci troviamo davanti a quella che viene definita una personalità borderline.


Il borderline è un potente narcisista con un atteggiamento polarizzato di amore-odio nelle relazioni e un problema strutturale di identificazione che lo porta a sviluppare un’identità fittizia, oscillante tra il conflitto nevrotico e aspetti di diffusione patologica che convogliano nella tendenza a sviluppare un falso sé[15].

Questa impostazione raffigura in modo più aderente e completo il dinamismo interno della struttura della personalità del terrorista moderno, in quanto permette di non inquadrarlo all’interno di una psicopatologia conclamata.

9. La Vittima del terrorismo


Lo studio della vittimologia ha origini relativamente recenti. Nel 1948 H. Von Hentig completò, per la prima volta nella storia, una trattazione sistematica della materia, pubblicando un’opera dal titolo “The criminal and his victim”, all’interno della quale venne focalizzata l’attenzione sul carattere duale dell’interazione criminale: reo e vittima quale binomio inscindibile Parallelamente agli studi di Von Hentig, si sviluppò la concezione antropologica della “coppia penale” (termine coniato da Mendelsohn nel 1946), costituita dall’autore e dalla vittima del reato. Essa si fonda sul presupposto che quest’ultima possa intervenire positivamente nella maturazione dell’idea criminosa e frequentemente provocare, per un fatto determinato ovvero per un’attitudine della stessa, la realizzazione di quell’azione alla quale soggiacerà. Quello della coppia penale rappresenta un legame psicologico particolarmente complesso e che riveste le forme più diverse[16]. Secondo il Ministero dell’Interno italiano, sono considerate vittime del terrorismo: “quei cittadini italiani, stranieri o apolidi, deceduti o feriti a causa di atti terroristici verificatisi nel territorio nazionale e i cittadini italiani deceduti o feriti a causa di atti terroristici e di stragi di tale natura, verificatisi nel territorio extranazionale”. Tale definizione, soddisfacente sotto il punto di vista formale, non risulta completa nell’ambito della criminologia.

10. La disumanizzazione della vittima e la legittimazione culturale


La caratteristica più evidente legata al binomio autore del crimine-vittima, negli atti terroristici, è l’assoluta assenza di un rapporto pregresso. L’azione avviene senza la partecipazione diretta della vittima, che viene considerata come soggetto “fungibile” (a portata di mano) e senza un volto preciso, incarnazione della cultura che l’autore odia. Si innesca pertanto un meccanismo psicologico complesso chiamato “disumanizzazione”[17], per il quale la vittima viene privata delle proprie caratteristiche individuali e della sua umanità, diventando oggetto di un odio persecutorio di cui non ha alcuna responsabilità. Viene attuata un’identificazione proiettiva sulla vittima indifferenziata, identificandola nell’incarnazione del male che l’aggressore in realtà cova dentro sé stesso. Attraverso meccanismi di razionalizzazione, che non corrispondono alla realtà individuale, i soggetti coinvolti vengono spersonalizzati e identificati in un pericolo per la causa sottesa all’attacco.

A supporto di ciò, si verifica altresì una legittimazione culturale della vittima[18]: la stigmatizzazione di certi individui o gruppi che rappresentano, nella psiche dell’agente, il Male occidentale, legittima la loro vittimizzazione. Gli obiettivi dell’azione criminale vengono percepiti dal gruppo di fanatici come culturalmente idonei a subire tale aggressione, non suscitando alcuna indignazione morale in chi considerano loro simili, come avviene in veri e propri contesti di guerra nei quali l’uccisione del nemico viene invece considerata un atto eroico[19].

11. Le conseguenze sulla vittima


La vittima del terrorismo, dall’altro lato, non comprende in alcun modo le ragioni per cui si trova ad essere coinvolta in eventi di simile portata. L’imprevedibilità agisce come un fattore molto importante nella determinazione e nella natura del trauma. In questo senso, l’attentato terroristico è assimilabile a ciò che Freud chiamava “perturbante”, ossia un’esperienza che esula dal campo del prevedibile, in quanto non codificabile e non riconducibile a nessuna causa-effetto.


Si crea perciò un “trauma” / “frattura” rispetto alla realtà precedente. L’esperienza, rimanendo scissa, diviene patogena poiché il soggetto mette in atto meccanismi difensivi che relegano il contenuto traumatico ad una sfera inconscia, senza eliminarlo. Il tentativo di allontanare dalla coscienza l’angoscia determinata dalla situazione può causare, nell’immediato, l’insorgenza di sintomi dissociativi che si sostanziano in fenomeni di: dissociazione[20] e depersonalizzazione[21].


Alla sintomatologia testé elencata possono associarsi ricordi dell’evento traumatico (flashback), un aumento dello stato di allerta e ipervigilanza, associati alla psicopatologia del disturbo da stress acuto[22].

Qualora la sintomatologia traumatica persista nel tempo e/o sia differita ad oltre sei mesi, con prognosi sfavorevole, può evolvere in un Disturbo Post-Traumatico da Stress[23], causato dalla stabilizzazione dei sintomi descritti.[24]

12. Conclusioni


L’arma più efficace impiegata dal terrorismo di matrice islamica non è un mezzo di distruzione di massa, bensì l’“imprevedibilità”. Le azioni violente che vengono periodicamente compiute nelle città europee spaventano la collettività in quanto appaiono motivate da una logica incomprensibile ai più. Un attacco terroristico non è una decisione, ma il risultato di un processo interiore che ripercorre la vita di chi lo commette, tanto più efficace quanto più riesce a causare delle morti imprevedibili, allungando in questo modo i tempi della paura fino a farla divenire una dimensione stabile e permanente della psicologia delle masse.


È evidente che ci troviamo nel mezzo di una “guerra psicologica”, che deve essere combattuta anzitutto in tale dimensione.

Lupi solitari e foreign fighters, pur compiendo azioni definibili come mostruose, non nascono come dei mostri; nella maggioranza dei casi si tratta di ragazzi denotati da un problema di integrazione socioculturale che lascia dentro di loro un enorme vuoto. L’adesione a gruppi estremi interviene come la naturale conseguenza di una ricerca di valori condivisi in cui credere, valori che non hanno mai trovato all’interno della società occidentale in cui sono cresciuti.


Sarebbe un errore pensare ai terroristi come a soggetti incapaci di intendere o di volere. Essi sono, in molti casi, caratterizzati da disturbi della personalità perfettamente riconoscibili, frutto di un disagio che, prima di ogni cosa, vivono nella loro mente e che deve essere trattato affinché non induca un soggetto all’acting-out, investendo nella promozione di efficaci politiche di de-radicalizzazione, prima ancora che in campo bellico.


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Bibliografia


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Sitografia


http://www.interno.gov.it/it/temi/sicurezza/antiterrorismo/vittime-terrorismo

https://www.treccani.it/vocabolario/foreign-fighter_%28Neologismi%29/

https://www.treccani.it/vocabolario/sharia/


Note

[1] J. HORGAN, Walkingaway from terrorism: accounts of disengagement from radical and extremistmovements, Routledge, London, 2009, 63-77. [2] E. MEI, Terrorismo – Antropo-fenomenologia, profili criminologici e giuridici, Società Editrice Universo, Roma, 2019, p. 114.

[3] J. HORGAN, Psicologia del terrorismo, Edra, Milano, 2014, p. 20 ss. [4] In R. SPAAIJ, Studies in Conflict & Terrorism, 2010, pp. 854-870 il Lupo Solitario viene definito: “soggetto che compie un attacco di matrice terroristica operando individualmente, senza appartenere ad alcun gruppo o network estremista, senza che il suo modus operandi sia diretto o pianificato tramite strutture gerarchiche”. [5] Chi va a combattere in un Paese straniero diviso tra parti in conflitto, in nome e per conto di una causa politica, ideologica, religiosa. Come risulta da https://www.treccani.it/vocabolario/foreign-fighter_%28Neologismi%29/ [6] E. MEI, op. cit., p. 119. [7] R.K. MERTON, Teoria e struttura sociale, vol. II, Il Mulino, Bologna, 2011, cap. VI. [8] V.E. FRANKL, Logoterapia e analisi esistenziale, Marcelliana, Brescia, 2005, p. 80 ss. [9] Legge sacra dell’islamismo, basata principalmente sul Corano e sulla sunna o consuetudine, che raccoglie norme di diverso carattere, fra le quali si distinguono quelle riguardanti il culto e gli obblighi rituali da quelle di natura giuridica e politica; di quest’ultimo gruppo fanno parte le prescrizioni che regolano la conduzione della guerra santa (v. jihad). Come risulta da https://www.treccani.it/vocabolario/sharia/ . [10] K. LORENZ, L’aggressività, Il Saggiatore, Milano, 2008, p. 66 e ss. [11] J. HORGAN, op. cit., p. 20 ss.; F.M. MOGHADDAM, The Staircase to Terrorism, in B.M. BONGARD, M. BROWN, I.N. BRECKERIDGE, P.G. ZIMBARDO, Psichology of terrorism, Oxford University press, 2006. [12] E. MEI, op. cit., p. 128: “Il sadismo è vivere insieme il binomio amore-morte e l’onnipotenza si identifica con il potere di spegnere la vita”. [13] Secondo G. GABBARD, Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005, p. 480: il narcisismo nasce da un’esperienza di grande insicurezza rispetto alla quale l’Io ha posto in essere meccanismi di difesa compensatori di tipo arcaico, quali la negoziazione e la scissione, funzionali al suo ego grandioso e assorbito da fantasie di successo oltre che di potere. [14] L. BISWANGER, Tre forme di esistenza mancata, Garzanti, Milano, 1978, p. 17 ss. [15] E. MEI, op. cit., p. 130; AMERICAN PSYCHIATRIC ASSOCIATION, Principi Fondamentali estratto dal DSM-5, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014, p. 454 ss.; O.F. KEMBERG, Sindromi marginali e narcisismo patologico, Boringhieri, Torino, 1987. [16] P. MARTUCCI, D. RIPONTI, Nuove pagine di criminologiaDalle origini agli orizzonti del terzo millennio, Cedam, Padova, 2017, p. 134 ss.; H. VON HENTIG, The criminal and his victim. Studies in the socio biology of crime, New Haven, 1948. [17] Per completezza si cita anche C. VOLPATO, Negare l’altro. La deumanizzazione e le sue forme, in Psicoterapia e Scienze Umane, maggio 2013, p. 318, la quale spiega come il medesimo meccanismo abbia determinato anche l’agito della società occidentale, sostenendo che la “deumanizzazione”: “È stata ad esempio impiegata dopo l’11 settembre per costruire il consenso alla “guerra al terrore” e far sì che l’opinione pubblica tollerasse violazioni dei diritti umani e trascurasse l’incidenza dei “danni collaterali” alle popolazioni civili. Termini quali “nemici combattenti” e “terroristi” hanno escluso molti prigionieri dall’orizzonte morale, permettendo di sottoporli a trattamenti vietati dalla Convenzione di Ginevra. Il termine “terrorista”, in particolare, è servito a creare una categoria di individui alla quale non vengono applicati i diritti riconosciuti agli esseri umani; tali individui possono essere uccisi fuori da azioni militari ed essere rinchiusi in lager, quali Guantanamo, sottratti alla giurisdizione ordinaria”. [18] P. MARTUCCI, D. RIPONTI, op. cit., p. 148-149. [19] È stato spiegato nel precedente par. 5 come possa intervenire la “pseudospeciazione”, ossia quel fenomeno per il quale ogni gruppo culturale primitivo sufficientemente circoscritto tende a considerarsi una specie a sé e a non ritenere come veri uomini i membri di altre unità analoghe. [20] Il soggetto sente estraneo l’ambiente circostante anche se conosciuto ed ha una diversa percezione del tempo e dello spazio. [21] Alterazioni della personalità sia da un punto di vista somatico, sentendo estraneo il proprio corpo, sia da un punto di vista emotivo per cui egli si percepisce distaccato dalle proprie emozioni. [22] AMERICAN PSYCHIATRIC ASSOCIATION, Principi Fondamentali estratto dal DSM-5, p. 657 ss. [23] AMERICAN PSYCHIATRIC ASSOCIATION, Principi Fondamentali estratto dal DSM-5, p. 650 ss. [24] E. MEI, op. cit., p. 152 ss.

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