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Matteo Messina Denaro: The times they are a-changin’

Aggiornamento: 20 gen 2023

“E non criticate
Quello che non riuscite a capire
I vostri figli e le vostre figlie
Sfuggono dai vostri comandi
La vostra vecchia strada
Sta rapidamente diventando obsoleta
Per favore andate via dalla nuova
Se non potete dare una mano
Perché i tempi stanno cambiando”(t.d.a.).


Anche tradotto approssimativamente, il testo di “The times they are a-changin’”, uno dei più potenti di Bob Dylan, sembra il miglior commento che possa farsi sulla cattura di Matteo Messina Denaro. Lo è, se si ha una visione pessimista o comunque arresa della lotta che lo Stato porta avanti contro le mafie nazionali e internazionali. Lo è, se si vuole vedere l’evento come un successo delle persone per bene, in particolare dei siciliani per bene. Lo è, se si vuol descrivere il rapporto tra la “vecchia” leadership di Totò Riina e il patinato approccio affaristi di Matteo Messina Denaro, l’ultima figura apicale della Cupola corleonese di Cosa Nostra. La più feroce delle declinazioni mafiose siciliane. Per intenderci, proprio quella Mafia che ha mosso guerra prima alla vecchia leadership palermitana dell’organizzazione e poi alle istituzioni con i tristemente noti omicidi eccellenti degli anni ’80 e ‘90.


1. Latitanza


Matteo Messina Denaro era scomparso dalle scene nel 1993, mai catturato e meritandosi il titolo interforze del latitante italiano più ricercato al mondo. Da quel momento “U siccu” diventa un fantasma.

Negli anni successivi, dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e dai sussurri degli informatori, inquirenti ed opinione pubblica apprenderanno che il boss adori i dolci con la ricotta, tenersi in forma con la cyclette, passare le sue ora da latitante dedicandosi al completamento di puzzle e videogames e che abbia rinunciato, a malincuore, alle iniziali sui polsini della camicia. A malincuore sì, visto che tra tutti i suoi illustri colleghi contemporanei, proprio Messina Denaro decide di staccarsi dallo stereotipo del mafioso rurale.


Gli anni ruggenti del precoce e dotato leader di Cosa Nostra sono costellati di auto sportive, belle donne, abiti firmati, night club e una vita sociale perfettamente innestate nel jet set di Palermo. Un modo di essere Capo molto diverso da quello del padre e degli altri Corleonesi, ancora vicini allo stereotipo gretto e rurale del mafioso novecentesco. Figlio d’arte di Francesco Messina Denaro, Don Ciccio, Matteo eredita a 28 anni il mandamento dal padre che entra in latitanza nel 1990 dopo i mandati di cattura scagliati dalla Procura di Marsala, guidata da Paolo Borsellino.


2. Fortuna


I Messina Denaro delle origini sono mafiosi come li si immagina che radicavano la propria forza nella terra. La loro connessione con il territorio di Castelvetrano, in provincia di Trapani, nasce proprio dalla gestione di possedimenti terrieri, e non solo, della famiglia D’Alì Staiti. Una delle famiglie più in vista, ça va sans dire, della costa occidentale siciliana che negli anni d’oro della sua egemonia feudale si dice arrivi a controllare un eccellente istituto di credito palermitano e le saline di Trapani e Marsala oltre, ovviamente, agli svariati ettari di terreno in menzione. Don Ciccio si era poi unito ai Corleonesi di Totò Riina nello scontro con le famiglie palermitane. Una scelta di campo fortunata che garantirà a Francesco Messina Denaro, appunto, la carica di Capomandamento di Castelvetrano.


La figura di Matteo Messina Denaro, o “Diabolik” come pare avrebbe gradito essere chiamato, non è quella di un passivo “figlio di Capo”. Con le persone che ha ucciso, infatti, si potrebbe “fare un cimitero”. Una frase da spaccone criminale attribuita allo stesso Capo clan, a cui i numeri sembrano dare un macabro credito.


Già due anni prima di salire sul trono del padre, a ventisei anni, Matteo inizia a mostrare le più classiche doti sanguinarie e paramilitari tipiche di un picciotto della vecchia guardia. L’occasione, se così possiamo chiamarla, è fornita dalla guerra che scoppia proprio tra i Messina Denaro e le famiglie Ingoia e Accardo, responsabili del controllo di Partanna, un Comune ad un tiro di schioppo da Castelvetrano. Se a dare inizio alle danze sono circostanze legate, principalmente, al traffico di stupefacenti nella zona, a concluderle è anche la spietatezza del giovane Messina Denaro.


Un criminale abile con il kalashnikov e con il coltello ma che allo stesso tempo è tra i primi ad abbracciare e contribuire a edificare una “Nuova Mafia”. Una Mafia, più subdola che finge di abbondare la volgare estorsione e fare entrare gli imprenditori e i commercianti nei business garantendo anche coperture finanziarie. In cambio di tutto ciò Messina Denaro chiede “innocui” pacchetti azionari e “semplici” compartecipazioni.


Questo atteggiamento premia, tanto. I risultati sono così evidenti che lo stesso Totò Riina sceglierà per il proprio protetto un nuovo soprannome: “L’affarista”. L’arresto degli altri membri della Cupola, rivoluzioni politiche e finanziarie, terremoti dello scacchiere geopolitico europeo, l’ascesa di nuove organizzazioni criminali e la ristrutturazione del sistema antimafia italiano: nulla impoverisce il potere e gli affari di Matteo Messina Denaro negli anni della sua latitanza. Basti pensare che con l’operazione “Eolo”, (nomen omen) originata dalla poco trasparente gestione delle pale eoliche dell’Isola, tra le indagini del 2007 e la sentenza del 2011 verrà stimato e sequestrato un patrimonio complessivo di 700 milioni di dollari gestito da una “testa di legno”.

3. Omertà


Matteo Messina Denaro o Andrea Bonafede come, documenti alla mano, si è presentato agli agenti del ROS questa mattina, svolgeva periodicamente terapie e controlli nella clinica privata “La Maddalena”. Siamo in pieno centro a Palermo, nella zona di Lorenzo. Ammesso e non concesso che il latitante abbia viaggiato nel corso di questi anni, lascia sempre perplessi vedere le immagini di questi arresti effettuati nei cuori di quelle stesse città che le mafie stritolano e divorano.


L’arresto di oggi effettuato dai Carabinieri e coordinato dal procuratore capo De Lucia, quindi, rappresenta una tappa fondamentale della lotta alla Mafia.


E questo proprio perché a prescindere dal valore che si voglia dare alla cattura di Matteo Messina Denaro, a prescindere da interpretazioni pessimistiche o ottimistiche del testo di Bob Dylan, i tempi cambiano. L’identikit degli affari e della personalità del Capomandamento permettono di comprendere quanto sia delirante continuare ad immaginare questo fenomeno criminale come ormai passato o, ormai, ritornato nelle remote comunità rurali meridionali in cui era nato. Matteo Messina Denaro è lampante dimostrazione di come già a metà degli anni ’90 Cosa Nostra abbia fatto delle vere e proprie scelte “aziendali”, decidendo in alcuni casi di appaltare la violenza più pura e predatoria a realtà criminali “minori” dedicandosi al riciclaggio dello sterminato patrimonio illecito che detiene.


4. Una nuova percezione delle mafie


Se già “U siccu”, sostanzialmente un giovane autodidatta, combinava efficacemente lupara e mercati finanziari, figuriamoci come i vertici criminali contemporanei siano stati forgiati proprio per rientrare all’interno di questo progetto.


Allo stesso tempo, però, non può che riconoscersi come l’omertà e il silenzio che circonda il malaffare siano ancora ben lontani dall’essere debellati. Un arresto, inoltre, a cui difficilmente seguirà chissà quale lotta per la successione o plateali spargimenti di sangue. Cosa Nostra, a differenza delle altre organizzazioni criminali di stampo mafioso è, sempre, arrivata piuttosto preparata a questi incontri con la giustizia. Ciò non necessariamente abbracciando la visione più maliziosa del rapporto Stato-Mafia, ma perché la compartimentazione delle informazioni e la solida gerarchia hanno saputo resistere efficacemente agli attacchi esterni.


Nonostante, poi, quella di Messina Denaro sia stata una stagione mafiosa meno sanguinaria ed eclatante del picco terroristico di inizio anni ’90, sembra proprio che le capacità intimidatorie e finanziarie di Cosa Nostra abbiano ottenuto una certa grazia dal passare del tempo.


Un invecchiamento galantuomo che non ci permette di ritenere l’assenza della Mafia siciliana dalle prime pagine, sinonimo di un suo effettivo depotenziamento.


Giuseppe Pitré, controverso antropologo di inizio ‘900, definiva la Mafia come “ipertrofia dell’Io”, un concentrato di coraggio e orgoglio. Per Pitré, come recentemente scritto da Giovanni Landi, prima del Risorgimento il termine “mafioso” era usato per descrivere giovani valorosi e ragazze fiere, nonostante il ruolo marginale a loro riservato dalla società dell’epoca.


“Mafia” era quindi sinonimo di forza individuale manifestata con una forte insofferenza all’autorità altrui.


Ecco, questa ricostruzione del fenomeno mafioso risulta tremendamente attuale e spaventosamente concreta. Vero è che parlare di “mafia” in questi termini rischia di offrire il fianco ad una visione, forse colpevolmente ingenua e tendenzialmente innocua del fenomeno mafioso. Ma si commetterebbe un errore. È facile prendere le distanze da esplosivi al plastico che imbottiscono piloni dell’autostrada e dallo scioglimento nell’acido di persone per bene. Diverso, è condannare come “mafioso” ed evitare tutta una serie di atteggiamenti quotidiani che rappresentano il piano inclinato che permette alla vita del cittadino comune di scivolare tra le fauci delle organizzazioni criminali. Che la Mafia prosperi nelle lacune dello Stato resta una verità e, per questi sistemi perversi, la più grande tra le opportunità.


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