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Le rotte orientali dopo la “crisi migratoria” del 2015

Aggiornamento: 10 mag 2023

1. Introduzione


Il naufragio di un’imbarcazione con a bordo migranti avvenuto a pochi metri dalle coste calabresi il 26 febbraio 2023 ha richiamato l’attenzione sulle rotte migratorie orientali.


Dopo le migliaia di migranti e rifugiati che nel 2015 hanno raggiunto l’Unione Europea (UE) attraverso la Grecia e i Paesi balcanici, i flussi lungo i percorsi orientali si sono notevolmente ridotti, non esaurendosi tuttavia mai del tutto.


Nonostante l’approccio securitario con il quale è stata affrontata la “crisi migratoria” da parte dell’UE e le pratiche respingenti a cui hanno fatto ricorso i suoi Stati Membri per impedire ai migranti di entrare nei propri territori, le rotte a Est non sono svanite, ma si sono diversificate: le difficoltà a sbarcare sulle coste greche e a attraversare la penisola balcanica hanno comportato la comparsa di rotte marittime alternative e l’apertura di nuovi canali migratori all’interno della penisola balcanica.


Inoltre, l’UE e i suoi Stati Membri non hanno messo in atto misure di carattere umanitario volte all’accoglienza del numero consistente di migranti e rifugiati in viaggio verso l’Europa, lasciando migliaia di persone affrontare viaggi lunghi e pericolosi senza un’assistenza adeguata.


2. La dimensione dei flussi di migranti sulla rotta del Mediterraneo orientale e la rotta balcanica durante la “crisi migratoria” del 2015


Il 2015 rappresenta l’anno chiave della “crisi migratoria” in Europa: i flussi verso l’UE aumentano sensibilmente a Est, interessando la Grecia e successivamente i Paesi della penisola balcanica. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), oltre un milione di migranti hanno fatto ingresso nel territorio dell’UE nel 2015, di cui oltre 800.000 attraverso la Grecia, utilizzando il passaggio marittimo tra la Turchia e le isole greche del Mar Egeo.


Nel biennio 2014-2015 è aumentato il numero dei Siriani che ha abbandonato il proprio Paese d’origine e i campi profughi in Libano, Giordania e Turchia[1]. Queste persone si sono aggiunte alle migliaia di migranti provenienti da Afghanistan, Iraq e altri Paesi di grande rilevanza per la provenienza dei flussi.

Fig.2: la rotta balcanica e la rotta del Mediterraneo orientale. Fonte: NEXUS Institute (https://nexusinstitute.net/2017/10/31/tackling-human-traffickingalong-the-balkan-route-how-to-improve-identification-and-assistance-of-trafficked-migrants-and-refugees/).

La costante crescita del numero di profughi in Turchia è stata accompagnata dall'aumento del numero di persone che decidono di tentare il rischioso viaggio attraverso il Mar Egeo e i Balcani. La rotta del Mediterraneo orientale[2] e la rotta balcanica[3] sono diventate canali migratori centrali, percorsi da migliaia di migranti diretti verso gli Stati dell’Europa nord-occidentale e in particolare la Germania.


3. Misure adottate dai Paesi della regione balcanica e dell’Europa orientale


In risposta all’intensa pressione migratoria del 2015, gli Stati Membri frontalieri e gli Stati balcanici hanno fatto ricorso a diverse pratiche respingenti, come operazioni di push-back e la costruzione di barriere per proteggere i propri confini dai movimenti migratori.


Il sistema Schengen della libera circolazione è andato in crisi: alcuni Paesi Membri hanno ripristinato i controlli alle frontiere interne e hanno fortificato i propri confini, seguiti anche dagli Stati della rotta balcanica fuori dall’area Schengen, i quali hanno praticato il blocco del transito nei loro territori ai migranti e ai richiedenti asilo.

Fig.3: recinzione metallica alla frontiera serbo-ungherese. Fonte: ISPI (https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-muro-dellungheria-di-orban-ferita-nelleuropa-di-oggi-24329).

Nel 2014 la Bulgaria ha iniziato a innalzare un muro al confine con la Turchia; il 15 settembre 2015, l’Ungheria ha terminato la costruzione di una recinzione metallica lungo la frontiera serbo-ungherese, poi replicata al confine con la Croazia, sigillando i propri confini. Quando anche la Macedonia, il 7 marzo 2016, ha chiuso le frontiere ai migranti in arrivo dalla Grecia: il flusso che per mesi si era dispiegato dalla Turchia verso il Nord Europa è stato interrotto, lasciando migliaia di persone bloccate in Grecia[4].

Fig.4: i binari della ferrovia che attraversano il campo di Idomeni (Grecia), il 29 aprile 2016. (Gregorio Borgia, Ap/Ansa).

4. Le soluzioni dell’Europa alla “crisi migratoria”


L’intensa pressione migratoria sulle frontiere esterne dell’UE nel 2015 ha posto gli Stati membri e le istituzioni europee di fronte all’esigenza di predisporre contromisure efficaci per la gestione del fenomeno migratorio.


Sul lato interno l’UE ha agito mediante il lancio, a settembre 2015, del meccanismo di ricollocazione di emergenza in favore di Italia e Grecia, consistente nella redistribuzione interna all’Unione di 160.000 persone bisognose di protezione internazionale dalla Grecia e dall’Italia verso gli altri Stati membri in un’ottica di condivisione delle responsabilità. Il meccanismo di solidarietà ha da subito incontrato la decisa opposizione da parte di alcuni Stati membri e con solamente 33.846 richiedenti asilo ricollocati è risultato essere una misura fallimentare, mostrando la mancanza di cooperazione e solidarietà tra i Paesi membri.


Sul piano esterno, l’UE ha portato avanti l’ampliamento e il potenziamento di Frontex, trasformandola nell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. L’Unione ha inoltre intrapreso una serie di negoziati con la Turchia, in qualità di partner strategico dal punto di vista del contenimento degli arrivi in Europa, che hanno condotto all’adozione, il 18 marzo del 2016, della Dichiarazione UE-Turchia. Tale “accordo” delinea una partnership volta a una gestione condivisa e coordinata della crescente spinta migratoria. A fronte del sostegno finanziario e logistico per la gestione dei profughi siriani e dell’avvio di un processo che facilitasse la ripresa del negoziato per la membership turca nell’UE da parte di Bruxelles, la Turchia, si impegnava a gestire e controllare il flusso di migranti e rifugiati diretti verso i Paesi dell’UE applicando misure che portassero al rimpatrio in Turchia di tutti coloro giunti ​​in Grecia irregolarmente e/o la cui domanda di asilo fosse giudicata inammissibile o infondata.


5. La situazione in Grecia e nei Balcani dopo l’implementazione dell’accordo con la Turchia


A seguito dell’accordo con la Turchia gli arrivi in Grecia si sono sensibilmente ridotti (dati UNHCR). Tuttavia, il numero di migranti e rifugiati sul territorio greco è aumentato[5]e a settembre 2016 erano più di 60.000 le persone bloccate in Grecia nei centri di accoglienza.


Dall’entrata in vigore dell’accordo con la Turchia, le isole greche si sono convertite in luoghi deputati all’identificazione e all’attesa dei migranti e i rifugiati: le persone che sbarcano sulle isole greche devono registrarsi, fare domanda d’asilo e attendere che i loro casi siano analizzati prima di essere mandati sul continente o, in alternativa, essere rimandati in Turchia. Durante l’attesa vivono in centri sovraffollati in condizioni di forte disagio. Un rapporto di OXFAM del 2019 denuncia il sovraffollamento e le scarse condizioni igienico-sanitarie dei centri di accoglienza sulle isole greche ed evidenzia come la carenza di personale qualificato e le procedure in continuo aggiornamento non permettano di valutare e assistere adeguatamente le persone più vulnerabili.


Alle precarie condizioni in cui vivono i richiedenti asilo nei centri di accoglienza in Grecia, si aggiungono le accuse di respingimenti alle frontiere terrestri e marittime attuati dalle autorità greche: nel 2020, nonostante il numero di arrivi fosse in calo, è stato registrato un aumento dei respingimenti, in particolare in mare.


Alcune inchieste portate avanti da Lighthouse Reports, hanno fornito ulteriori prove degli abusi e delle violazioni dei diritti umani commessi dalla polizia e dalla guardia costiera greca e hanno rivelato che l’agenzia europea Frontex avrebbe coperto numerosi respingimenti illegali di migranti operati dalla Grecia nelle sue acque territoriali per costringere i migranti e i richiedenti asilo che attraversavano il Mar Egeo a tornare in Turchia. La situazione resta grave anche alla frontiera terrestre greco-turca nella regione di Evros, dove continuano i respingimenti e si verificano episodi di mancata assistenza ai migranti in transito.

La rotta dei Balcani occidentali rimane una delle principali vie di migrazione verso l'Europa. Dopo il numero elevato di arrivi nell'UE nel 2015, il numero di migranti irregolari che hanno scelto questa rotta è diminuito costantemente per alcuni anni. Tuttavia, dal 2019 ha ricominciato ad aumentare.

Fig.5: rilevamenti di attraversamenti illegali delle frontiere UE attraverso la regione composta da Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia. I dati mostrano il numero di rilevamenti e non il numero di persone che ha attraversato le frontiere ed è giunta in Europa. Infatti, la stessa persona può aver tentato più volte l’ingresso oppure può non essere stata intercettata. Fonte: Frontex (https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-migration-policy/western-balkans-route/#situation).

Nel 2018, nella penisola balcanica si registra il numero più basso di ingressi in UE dal 2012 e si osserva una diversificazione delle rotte percorse dai migranti e rifugiati nella regione per raggiungere l’UE: nel 2016 il 95% dei migranti in transito nella regione veniva registrato in Slovenia, Croazia, Serbia e la Macedonia del Nord. Nel 2018, il forte incremento dei flussi in Albania e in Montenegro e l’elevata presenza di migranti in Bosnia-Erzegovina, mostrano lo spostamento dei movimenti migratori verso l’Europa. La Bosnia-Erzegovina è diventata in questo modo il baricentro dei flussi nei Balcani in quanto Stato direttamente confinante con la Croazia, membro UE più vicino.

Fig.6: migranti Bihać, Bosnia-Erzegovina. Fonte: IOM (https://dtm.iom.int/reports/europe-%E2%80%94-mixed-migration-flows-western-balkans-2018-overview?close=true).

Al numero di presenze decisamente minimo rispetto a quello del 2015-16 è corrisposto un aumento esponenziale di respingimenti illegali e di violenze perpetrati da parte delle autorità di frontiera europee e una sempre maggiore difficoltà per i migranti ad accedere alla protezione internazionale.

Fig. 7: numero di richieste di protezione inoltrate, accolte e rifiutate nei Paesi dell’Europa sud-orientale e nei Paesi della penisola balcanica nel 2021. Fonte: elaborazione su dati Aida e Ecre.

Per coloro che riescono a presentare una domanda di asilo nei Paesi di confine dell’UE in molti casi le richieste vengono processate con tempi molto lunghi e tra quelle su cui è presa immediatamente una decisione, il numero delle richieste accettate risulta molto basso.


Con il deteriorarsi della situazione umanitaria in Grecia e nei Balcani e le difficoltà a sbarcare sulle coste greche e a attraversare la penisola balcanica, sono aumentati gli arrivi di imbarcazioni provenienti dalla Turchia in Puglia e Calabria: nella seconda metà del 2018 il 13% degli sbarchi irregolari in Italia riguardava imbarcazioni provenienti da Turchia e Grecia con a bordo principalmente migranti Pakistani ed Iracheni. La tendenza è in continua crescita e nel 2022 circa 22.500 persone sono partite dalla Turchia e sono sbarcate sulle coste dell’Italia meridionale, ma il viaggio è molto più pericoloso rispetto a quello verso la Grecia a causa della maggiore durata della traversata.


Conclusioni


L’UE e i Capi di Stato e di Governo non hanno mai accennato all’adozione di una misura straordinaria di carattere umanitario per la gestione dei consistenti flussi migratori, mentre hanno deciso di implementare delle politiche volte a esternalizzare la responsabilità del controllo dei flussi e a rinforzare i controlli di frontiera, limitando l’arrivo di migranti presso le frontiere esterne dell’Unione.


Le misure messe in atto hanno avuto l’effetto di ridurre il numero di arrivi in Europa; tuttavia, le condizioni dei migranti che provano ad attraversare la penisola balcanica e il Mar Egeo sono drasticamente peggiorate.


L’approccio securitario nella gestione dei flussi migratori è problematico in quanto non permette un’adeguata tutela dei diritti dei migranti e spinge le persone ad affidarsi a reti criminali per attraversare i confini. Risulta inoltre fallimentare dal punto di vista del contenimento degli arrivi: le diverse misure adottate negli anni per bloccare i flussi migratori, come la costruzione di muri e il ricorso a pratiche di respingento, non hanno avuto l’effetto di fermare i flussi. I migranti pur di arrivare in Europa si affidano a reti di trafficanti per superare le barriere e compiere viaggi alternativi sempre più lunghi e rischiosi.

Non è possibile continuare a trattare il fenomeno migratorio in maniera emergenziale e lasciare la gestione dei flussi migratori ai trafficanti e alle reti criminali che sfruttano le vulnerabilità delle persone. È necessario che l’UE adotti un piano strutturale di accoglienza che preveda l’apertura di canali legali, controllati e sicuri di migrazione per permettere alle persone di accedere alla protezione internazionale senza rischiare la vita in viaggi lunghi e pericolosi.


(scarica l'analisi)

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Note

[1] Nel 2014 la Siria rappresentava il primo Paese al mondo per origine di rifugiati, con circa 3.9 milioni di individui. La Turchia risultava il Paese ospitante il maggior numero di rifugiati (1.59 milioni), seguita dal Pakistan (1.51 milioni), Libano (1.15 milioni), Iran (982,000), Etiopia (659,500) e Giordania (654,100) (dati UNHCR). Nel 2015 la Turchia si conferma il primo Paese al mondo per numero di rifugiati sul proprio territorio (2,5 milioni); la Siria si conferma al primo posto per provenienza dei rifugiati con quasi 4 milioni di persone (dati UNHCR). [2] La rotta del Mediterraneo orientale fa riferimento agli arrivi in Bulgaria, in Grecia e a Cipro. [3] Con rotta balcanica ci si riferisce comunemente a un percorso variabile che dalla Turchia e dalla Grecia giunge fino ai confini orientali dell’Unione Europea attraversando la penisola balcanica. [4] Al 16 marzo 2016 risulta che rimangono bloccate 42,688 persone in Grecia, 1,706 in Serbia e 1,171 in Macedonia del Nord (fonte IOM). [5] A marzo 2016 erano presenti in Grecia circa 40.000 migranti e rifugiati, ma durante l’estate sono continuati gli sbarchi sulle isole greche. Dal 1° gennaio al 30 settembre 2016 sono stati registrati 166.889 arrivi sulle coste greche e a settembre erano più di 60.000 le persone bloccate in Grecia nei centri di accoglienza. Si registrano in Grecia circa 54.000 persone nel 2017, 63.000 nel 2018, 103.000 nel 2019 (dati OIM) e 77.000 nel 2020.


Bibliografia/Sitografia






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