*Le opinioni espresse nelle analisi sono presentate dall’Autore a titolo personale e non riflettono necessariamente la posizione dell'Associazione sui temi affrontati.

La guerra non guerra che alimenta le migrazioni

(di Irene Piccolo)

Oggi si torna nel continente africano per parlare di un conflitto sospeso: la guerra mai finita tra Eritrea ed Etiopia. La prima, nata dalla costola della seconda, nel non troppo lontano 1992, è attualmente nota come il Paese più chiuso al mondo (sì, anche più chiusa della Corea del Nord dei tempi peggiori!), dove dal 1993 è al potere il dittatore Isaias Afeworki che, da un lato, ha chiuso le università (fosse mai che poi la gente si mette a pensare…) sostituendole con dei college inseriti nel più ampio contesto del servizio di leva e ha espulso i cronisti stranieri dopo aver posto sotto il proprio controllo la stampa nazionale mentre, dall’altro lato, come ogni dittatore che si rispetti manda gli oppositori al confino sfruttando al meglio la posizione geografica e la situazione climatica eritrea: li rinchiude in bungalow di lamiera costruiti nel deserto lasciandoli morire di fame e di sete, oltre che cotti dal sole rovente.

Non che l’Etiopia se la passi benissimo dal punto di vista del multipartitismo, però sicuramente il confronto politico è molto più aperto se paragonato a quello eritreo. In più, dal mese di Aprile, ad Addis Abeba si è insediato il governo di Abiy Ahmed, appartenente all’etnia oromo che, seppur importante, è stata emarginata dalla gestione del potere per decenni, prima a favore dell’etnia amhara e poi di quella tigrina. Dal clima che ha portato alla sua elezione scaturisce la decisione etiope di riconoscere i confini stabiliti dalla Commissione indipendente delle Nazioni Unite che, nel 2000, era stata appositamente incaricata dai due Paesi. Infatti, in conflitto scoppiato nel 1998 tra Eritrea ed Etiopia era connesso a una disputa di confine sul villaggio di Badme. Nel 2000 l’Etiopia si era rifiutata di accettare il responso onusiano impedendo quindi la conclusione di accordi di pace e, conseguentemente, della guerra e l’Eritrea, a propria tutela, decise allora di imporre lo stato d’emergenza nel Paese, dopo che il conflitto col vicino etiope era già costato la vita a oltre 19 mila soldati eritrei.

Sullo stato d’emergenza poggia, innanzitutto, la lotta ai giornalisti portata avanti da Afeworki, che in nome della sicurezza nazionale li ha praticamente imprigionati tutti: nel 2015, ad esempio, ha vinto l’ultima posizione nella classifica redatta da Reporter senza Frontiere. Ma, ancor di più, lo stato d’emergenza influenza un altro fenomeno: la forte migrazione di eritrei verso il nostro Paese. Difatti, gli eritrei che, in percentuali altissime (e, come dimostra il grafico, le più alte rispetto agli altri Paesi), ottengono lo status di rifugiato sono solo in parte oppositori al dittatore e quindi dissidenti politici: la maggior parte di loro sono, invece, persone fuggite dal Paese per sottrarsi alla coscrizione obbligatoria a vita. Difatti, sebbene formalmente la legge eritrea preveda un servizio di leva di 18 mesi, per tutti i cittadini, maschi e femmine, tra i 18 e i 40 anni, il permanere dello stato di guerra dal 2000 ad oggi fa attivare l’art. 21 della medesima legge (Proclamation on National Service del 1995), secondo cui "in caso di guerra o di mobilitazione generale la durata del servizio obbligatorio può essere protratta a meno che l’autorità competente non abbia congedato ufficialmente (e singolarmente) la persona tenuta a prestare Servizio nazionale". Il fatto che non si specifichi per “quanto” può essere protratta ne comporta la durata illimitata e, di fatto, è divenuta una coscrizione a vita per tutti i cittadini eritrei.

Qualora l’Eritrea rispondesse positivamente al messaggio di distensione lanciato dall’Etiopia, non è da escludere che Afeworki decida di sospendere lo stato d’emergenza facendo così venir meno la principale causa della migrazione eritrea verso l’Europa e l’Italia in particolare.

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