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RDC: cenni storici di un conflitto senza fine

Esercito, Congo
Fig.1: Esercito regolare congolese Fonte: Avvenire

1. Introduzione


La Repubblica Democratica del Congo – RDC (chiamata Zaire tra il 1971 e il 1997) è il secondo paese più grande del continente africano, con 2.26 milioni di chilometri quadrati di superficie, ed è situato nella regione dei Grandi Laghi. È estremamente ricco in risorse naturali, inclusi minerali, corsi d’acqua, foreste e terre coltivabili ed è il più grande produttore di metalli, cobalto (con il 45 per cento delle riserve mondiali) coltan, diamanti, argento e petrolio. La RDC confina con nove stati (a nord con la Repubblica Centrafricana e il Sudan del Sud; a nord-est con l’Uganda; a est con il Ruanda, il Burundi e la Tanzania; a sud con lo Zambia e l’Angola; a ovest con la Repubblica del Congo e, sullo stesso versante, presenta un piccolo sbocco sull’Oceano Atlantico). Dato, questo, che ne condiziona mutualmente la stabilità politica e lo sviluppo economico. Infatti, fin dall’indipendenza dal Belgio nel 1960, la RDC affronta conflitti che hanno un carattere multidimensionale, poiché si inseriscono in un quadro che trova le sue radici al di là dei propri confini statali e che esige quindi un’analisi regionale ai fini di una maggiore comprensione. La presente analisi tenta di ripercorrere e riassumere le cause dei conflitti, che vanno dall’incongruenza delle politiche di decolonizzazione, alla costruzione di una superiorità etnica come base delle tensioni razziali, alla manipolazione internazionale a nome del controllo delle risorse del paese.


2. La RDC prima della colonizzazione


La Repubblica Democratica del Congo è popolata da 80.000 anni, e nei suoi territori sono presenti alcuni dei primi insediamenti umani della storia. Nelle terre del Congo viveva infatti una moltitudine di differenti popolazioni di cacciatori-agricoltori. Tra il VII e l'VIII secolo vi si insediarono le tribù bantu provenienti dall'attuale Nigeria. Queste popolazioni diedero luogo a un certo numero di regni che, nel XIV secolo, furono unificati nel potente Regno del Congo. Al suo momento di massima espansione, il regno controllava un territorio che si estendeva dall'oceano Atlantico a ovest fino al fiume Kwango a est, e dal fiume Congo a nord fino al fiume Kwanza a sud.


A livello regionale, occorre osservare che nell’area dei Grandi Laghi (nella regione occupata oggi dal Rwanda e dal Burundi) gli agricoltori hutu cominciarono ad arrivare nel VI secolo. Qualche secolo dopo, tra l’VIII e il IX e tra il XII e il XIII, gli allevatori tutsi si installarono nella regione, co-abitando in maniera più o meno pacifica con gli hutu. Verso il XVI secolo, i primi dissensi tra hutu e tutsi furono perlopiù determinati da questioni etniche e di classe (i tutsi prevalentemente descritti come ricchi e gli hutu come un popolo da civilizzare) ma ebbero gradualmente una ripercussione sulla relazione tra allevatori e agricoltori, il cui contrasto era altresì incentivato dalla cosmogonia.


3. Le spinte coloniali di Leopoldo II


Durante la Conferenza di Berlino indetta dal cancelliere tedesco Otto von Bismarck nel novembre 1884 e conclusasi nel febbraio 1885, e volta a regolare il commercio europeo in Africa centro-occidentale, trovò legittimazione l’Association Internationale du Congo, ovvero un’organizzazione fondata dal sovrano belga Leopoldo II con la collaborazione di alcuni esploratori europei, uno tra tutti il britannico Henry M. Stanley. Nel 1885, gli sforzi di Leopoldo per stabilire l’influenza belga nel bacino del Congo furono premiati con l’État Indépendant du Congo (CFS, Congo Free State). Con una risoluzione approvata dal Parlamento belga, Leopoldo divenne re sovrano della neonata CFS, sulla quale godette di un controllo quasi assoluto.

Il governo coloniale assegnò quindi in concessione ad alcune imprese private ampie regioni del territorio congolese, concedendo loro un monopolio commerciale. Le compagnie concessionarie e i funzionari coloniali nelle regioni fecero ricorso al lavoro forzato e ad altri metodi coercitivi per costringere le popolazioni africane a consegnare l’avorio e ad estrarre la gomma selvatica. Si stima che durante la dominazione di re Leopoldo morirono circa dieci milioni di persone.


Un’inchiesta sui traffici di caucciù, condotta dal giornalista britannico Edmund Morel, costrinse il sovrano filantropo a nominare una commissione d’inchiesta. Il rapporto, pubblicato nel 1905 dal diplomatico Roger David Casement, confermò la gravità delle violenze perpetrate ai danni delle popolazioni locali. Leopoldo II, a causa di accordi stabiliti in precedenza con il governo belga, fu costretto a cedere la sovranità del Congo al proprio Paese di origine; l’annessione al Belgio divenne un fatto compiuto il 15 novembre 1908, poco più di un anno prima della morte del re Leopoldo, avvenuta il 17 dicembre 1909.


Sotto l’amministrazione belga (1908 – 1960) le condizioni di lavoro delle popolazioni migliorarono; lo stato belga si occupò di applicare politiche di intervento per la costruzione di aeroporti, ferrovie e reti stradali. Tuttavia, l’eterogeneo profilo etnico degli abitanti, costituì la base per l’invocazione di una superiorità etnica che giustificasse l’assegnazione ai tutsi dei posti migliori nell’esercito e nell’amministrazione pubblica (in origine occupati dagli hutu). Questa prassi fu rafforzata dai coloni belgi nel XX secolo che obbligarono tutti i nascituri ad avere una carta di identità con l’indicazione dell’etnia di provenienza.


4. Dall’indipendenza a Mobutu


Durante le elezioni nazionali del giugno 1960, il panafricanista Patrice Lumumba si distinse particolarmente per il suo discorso anti-colonialista alla conferenza di Bruxelles sul Congo (20 gennaio – 20 febbraio 1960). Il 27 luglio 1960 il Congo ottenne la sua indipendenza a seguito delle mutinerie dei soldati dall’Esercito Nazionale Congolese (ANC) nelle maggiori città del paese. Il Belgio, temendo una guerra di indipendenza alla stregua di quella che stava infiammando l’Algeria, aveva optato per concedere l’indipendenza. Lumumba divenne primo ministro, ma l’esercito rimase a comando belga, suscitando le critiche di Lumumba e lasciando progressivamente il posto a caporioni locali. Nei primi anni dell’indipendenza, gli hutu cominciarono a riguadagnare le posizioni pubbliche di cui furono in precedenza privati, e la partenza dei belgi era considerata come un colpo duro da parte dei tutsi, che fino ad allora ne avevano goduto del sostegno.


Nella regione del Katanga, dotata di statuto speciale durante la colonizzazione e avente ancora una fitta presenza di coloni belgi, i tentativi secessionisti di Moise Tshombe erano ampiamente sostenuti, soprattutto finanziariamente, dalla multinazionale mineraria l’Unione Mineraria dell’Alto Katanga, creata nel 1906.


Il governo centrale, con a capo il primo ministro Lumumba, di fronte a questa violazione della sovranità da parte del Belgio, procedette alla rottura delle relazioni diplomatiche, chiedendo alle Nazioni Unite di ristabilire l’integrità del paese attraverso il ritiro delle truppe. Tuttavia, la secessione del Katanga ottenne l’appoggio delle potenze occidentali, che incentivarono il movimento separatista appoggiandosi sulle pretese delle élite locali katanghesi, frustrate per non aver ottenuto nomine di rilievo nel governo centrale.


Gli Stati Uniti vedevano Lumumba come un alleato del blocco sovietico, che doveva quindi essere prontamente eliminato, al fine di ottenere la riconciliazione dei leader pro-occidentali della capitale, allora Leopoldville (oggi Kinshasa) e quelli della capitale della provincia del Katanga, allora Elisabethville (oggi Lumubashi). Grazie all’appoggio delle potenze occidentali, il Katanga si dotò di un esercito sostenuto da mercenari belgi, francesi e sudafricani. Lumumba, minacciando di appellarsi alle truppe sovietiche, attirò un vasto astio internazionale, che culiminò nel suo arresto e poi nell’assassinio il 17 gennaio 1961. Il suo successore fu Mobutu, fautore di una delle dittature più aspre e durature della storia del continente.


L’eliminazione di Lumumba non servì tuttavia alla tanto agognata riconciliazione tra Leopoldville e Elisabethville, favorendo la secessione del Katanga (l’11 luglio 1960), cui seguì quella del Sud Kasai, proclamato stato autonomo e minerario (anche quest’ultimo controllato da un’impresa mineraria belga, la Forminiere).


I partigiani di Lumumba, perseguitati, si rifugiarono nel Congo Brazzaville, dove fondarono il Consiglio Nazionale di Liberazione (CNL) sostenuti finanziariamente e militarmente dai paesi del blocco dell'est e altri paesi africani progressisti (Egitto, Algeria, Ghana, Mali, Tanzania) che consentirono loro di minacciare il potere centrale di Mobutu.


Il governo di Mobutu volle riformare lo stato africano, dapprima con la nazionalizzazione di molte industrie, che ridusse gli investimenti stranieri, e poi con il sottofinanziamento di interi settori statali. Nel 1971 lo stato venne ribattezzato Zaire.

Mobutu, Indipendenza, Congo
Fig.2: Mobutu commemora la festa dell’indipendenza nel 1966 Fonte: G Dupui/JA

5. Dalle tensioni etniche alla guerra del Congo


Da questo momento, il destino congolese fu segnato da quello di altri stati confinanti, in particolare il Ruanda e l’Uganda, determinato dai discorsi sulla superiorità razziale dei tutsi, considerati alla stregua di “popolo eletto” che avrebbe dovuto quindi primeggiare sugli hutu, considerati come razza inferiore. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, molti tutsi furono costretti a migrare dal Ruanda nelle terre congolesi e in Ruanda presero piede i primi movimenti armati tutsi tra cui il Fronte patriottico ruandese (FPR) avente come missione quella di riportare i tutsi al potere. Al contempo, gli hutu cominciarono ad essere reclutati nelle milizie estremiste (le interhamwe).


Nell’aprile del 1994, l’attentato al presidente ruandese Habyarimana, di ritorno dalla Tanzania per un vertice di trattative con l’FPR, servì da pretesto al massacro, da tempo programmato, dei tutsi accusati di complotto. Nel frattempo, la guerriglia dell’FPR sotto il commando di Paul Kagame invase il nord del Ruanda. Dopo 3 mesi di combattimenti e 800.000 vittime, i tutsi conquistarono Kigali e portarono alla caduta del regime hutu, ponendo fine al genocidio. Il risultato di questi combattimenti fu lo spostamento di milioni di hutu nel vicino Congo, in particolare nel campo di rifugiati del Kivu, e il timore di una contro offensiva hutu, che divenne realtà quando le milizie hutu si riorganizzarono e massacrarono i civili.


Nell’ottobre del 1996, la ribellione dei Banyamulenge (tutsi di origine ruandese installati da molti anni nel Kivu) la cui nazionalità era messa in discussione dal governo congolese, distrusse il campo dei rifugiati ruandesi e generò una nuova catastrofe umanitaria. I tutsi ribelli si riorganizzarono nell’Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo/Zaire (AFDL) sotto la leadership di Desiré Kabila, ponendo fine al regime di Mobutu, che morì in esilio in Marocco nel settembre del 1997.


Con decreto presidenziale del 1998 Kabila espulse tutti i ruandesi che si trovavano in Congo e nel 1998 i ribelli, appoggiati da Ruanda e Uganda, minacciarono Kabila e gli dichiararono guerra. La guerra regionale vide coinvolte principalmente due coalizioni, le truppe governative di Kabila da una parte, e le milizie ruandesi e congolesi (soprattutto i Mai Mai) dall’altra. Solo la metà occidentale del paese era controllata da Kabila, il resto in mano ai ribelli. Nell’agosto 1999 furono firmati gli accordi di Lusaka di cessate il fuoco, che chiesero il rimpatrio delle truppe straniere e il disarmo di differenti regioni del paese. Nel frattempo, la Missione delle Nazioni Unite in Congo, la MONUC, si installò nel paese, diventando la più costosa di tutti i tempi. Di fatto però i combattimenti continuarono, e portano nel gennaio 2001 all’assassinio di Kabila, rimpiazzato dal figlio Joseph.


Fu solo alla fine del 2002 che le truppe straniere si ritirarono e nell’aprile del 2003, sotto l’egida del Sudafrica, le parti in causa firmano a Sun City il protocollo dell’atto finale del dialogo intercontinentale, con l’instaurazione di un governo di transizione (2002-2006) culminato con le prime elezioni libere nel paese dopo piu di 40 anni, che videro Kabila vincere contro Jean Pierrre Bemba.


6. Il conflitto nel Kivu


Dal 2004 al 2008 si aprì una crisi tra il governo e i ribelli nel Nord e nel Sud Kivu, avente come principale ragione la questione della nazionalità delle persone di lingua ruandese e che vide affrontarsi tre attori principali:

  1. L’esercito congolese (FARDC)

  2. I ribelli hutu ruandesi delle forze democratiche per la liberazione del Ruanda (FDLR) costituite principalmente da persone nate durante l’esilio congolese

  3. I 5000 soldati membri del CNDP e di etnia tutsi

Nel 2008, l’accordo di Goma tra il governo congolese e le milizie prevedeva anche una cooperazione tra Kinshasa e Kigali per un piano di disarmamento delle forze democratiche per la liberazione del Ruanda ed un accordo di pace con il CNDP. L’accordo prevedeva anche la trasformazione del CDNP da gruppo ribelle a partito politico, e la sua integrazione nella polizia e nell’esercito congolese, in cambio della liberazione di prigionieri e della loro integrazione nell'amministrazione del Nord Kivu.


Dopo un anno di relativa stabilità, nell’autunno del 2008 riesplosero gli scontri tra l'esercito regolare (FARDC) e le milizie del CNDP del generale Laurent Nkunda, che provocarono oltre 250 000 sfollati nel Nord Kivu e nelle province confinanti. Nel gennaio del 2009 le parti in lotta hanno improvvisamente trovato un accordo, anche a causa della sostituzione di Laurent Nkunda con il suo luogotenente Bosco Ntaganda, in seguito al quale è scattata un'operazione congiunta FARDC/CNDP/Esercito Rwandese contro il FPLR nei pressi del Lago Edoardo (Nord Kivu).


L’economia della guerra si è tuttavia perenizzata nel Kivu e nel nord del Katanga, alimentata dalla sete di materie prime strategiche che ha creato delle alleanze solide tra trafficanti d’armi, reti mafiose, imprese private e le stesse élite statali, che hanno tentato di mantenere la dinamica di guerra per approfittare di questo disordine


7. I gruppi armati: focus sull’M23


Da 25 anni, la Repubblica Democratica del Congo è una zona di non diritto dove opera una moltitudine di gruppi armati a carattere transnazionale. Dalla fine del 2021, in virtù dell’accordo di Kinshasa, l’Uganda mantiene una presenza militare nell’est del paese, al fine di combattere le forze democratiche alleate, un gruppo armato di origine ugandese. Un recente rapporto del Kivu Security Tracker stima la presenza di 120 milizie ribelli nel nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, in un territorio compreso tra le provincie di Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu e Tanganyka. È in questo contesto che un gruppo armato congolese ormai dato per moribondo, l’M23, è riaffiorato nel corso del 2021, principalmente nel Kivu.

Creato nell’aprile del 2012, ha subito acquisito notorietà internazionale quando nel novembre 2012 ha occupato la città di Goma, capitale della provincia del Nord-Kivu, dopo otto mesi di combattimenti intensi nella provincia. Nel 2013, indebolito dalla Brigata di intervento regionale, era stato costretto a firmare un accordo di pace con il governo, nel quale accettava di trasformarsi in partito politico.


Uno degli aspetti importanti da sottolineare è che questo movimento è stato sempre diretto da combattenti tutsi, che hanno avuto legami storici con l’esercito ruandese: alcuni membri hanno addirittura integrato il FPR nella lotta per rovesciare il regime estremista hutu in Ruanda.


Di fatto l’M23 è una fazione del CNDP, che aveva denunciato Joseph Kabila di non mantenere gli accordi del 23 marzo 2009 con i quali aveva promesso di integrare il CNDP nell’esercito regolare.


Fra le altre rivendicazioni dell’M23 vi sono:

  1. Il ritorno dei rifugiati tutsi che si trovano in Ruanda e Tanzania

  2. La protezione del popolo tutsi contro il FDLR.

8. Conclusioni


Dal suo arrivo al potere nel gennaio del 2019, il presidente della RDC Félix Thisekedi ha rivolto un’attenzione considerevole all’instaurazione di buone relazioni con i paesi vicini della regione dei Grandi Laghi. Fra questi, si è fatto portavoce dell’idea della creazione di una forza militare regionale che avrebbe permesso alle truppe ruandesi, ugandesi e burundesi di dare la caccia ai gruppi ribelli sul territorio congolese. Se questa iniziativa ha avuto il sostegno del Ruanda, è stata anche ostacolata da Uganda e Burundi, che temono che questa presenza del Ruanda possa tradursi in un attacco arbitrario dei due paesi.


Il conflitto in Congo è causato e porta vantaggio non solo alla criminalità organizzata, ma anche e soprattutto ai rivali storici del paese, in particolare il Ruanda, che sotto pretesto di dare caccia ai gruppi armati attivi nei territori confinanti, sembra alimentarli col pretesto di ricavarne benefici economici in primis dallo sfruttamento delle risorse minerarie e naturali.


(scarica l'analisi)

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