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L’autoritarismo di Saied e la nuova Costituzione tunisina

Aggiornamento: 29 mag 2023

Fig.1: Il Presidente Kais Saied presta giuramento a Tunisi, Tunisia. (Reuters)

1. Introduzione


Con il referendum costituzionale del 2022 e la promulgazione di una nuova Costituzione a carattere antidemocratico, continua la parabola autoritaria tunisina, mentre crescono il malcontento popolare e l’isolamento del Presidente. Negli ultimi 12 anni la Tunisia è diventata emblema, nonché capofila, di quell’ondata di proteste che sotto il nome di “Primavere arabe’’(https://www.amistades.info/post/primavere-arabe-10-anni-dopo) ha cambiato per sempre il volto di molti paesi tra Nord Africa e Medio Oriente. La transizione democratica avviata nel Paese ne ha fatto un unicum nel panorama nordafricano e medio orientale, considerata non solo come la più solida, ma anche come quella più orientata alla tutela dei diritti e delle libertà. Eppure dal 2021 con il presidente Kais Saied stiamo assistendo ad un’inversione di rotta di tipo autoritario.


2. Il post Ben Ali


Il 17 dicembre 2010 l’ambulante Mohamed Bouazizi si diede fuoco dopo aver subito la confisca della sua merce da parte delle forze dell’ordine. Alla disperazione di quel gesto ne seguirono altri, così come tante proteste di chi aveva deciso di alzare la voce e scendere in strada contro il regime.


Il 14 gennaio 2011 Ben Ali fu cacciato e la Tunisia si liberò di quel regime autoritario che durava dal 1987, anno della salita al potere di Ben Ali.


Quel giorno cambiò la storia della Tunisia e dimostrò ai molti, nel mondo arabo, ma non solo, quanto la Tunisia fosse convinta e decisa, nonostante le frammentazioni politiche e sociali, a costruire uno stato di diritto.


Dopo il 2011 c’è stata la vittoria del partito islamista Ennhada (https://www.amistades.info/post/dieci-anni-rivolte-arabe-minacce-islamiste-autoritarie) e nel 2014 la promulgazione di una Costituzione che dava grande centralità ai diritti e al principio della separazione tra i poteri .


In molti avevano investito speranze e aspettative nel Paese e nella sua decisa seppur lenta transizione democratica. Nel 2015 il “Quartetto per il dialogo nazionale tunisino’’ aveva vinto il Premio Nobel per la Pace e la coscienza civile, in quegli anni post rivoluzione, si faceva sempre più forte.


Negli anni la frammentazione politica ha raggiunto livelli molto alti, con un susseguirsi di presidenti e mozioni di sfiducia, mentre le riforme promesse, soprattutto quelle economiche, sono rimaste inattuate e le difficoltà economiche sono cresciute. Uno dei maggiori ostacoli risiedeva e risiede ancora oggi nella poca fiducia che i tunisini ripongono nelle loro istituzioni e nei personaggi politici.


3. La deriva autoritaria


Il 25 luglio 2021 è il giorno in cui la Tunisia ha festeggiato il 64esimo anniversario della proclamazione della Repubblica ed è anche il giorno in cui il Presidente Saied ha sospeso il Parlamento per 30 giorni e ha rimosso il primo ministro Hichem Mechichi.


Saied, ex professore di diritto costituzionale, si presentò alle elezioni del 2019 come colui che doveva cambiare il volto della Tunisia, dando vita ad una “nuova Repubblica’’. Non ha avuto un passato in politica e questo forse gli ha riservato il vantaggio di apparire agli occhi della popolazione meno corrotto e più genuino nelle intenzioni.


Dinnanzi a un palese accentramento dei poteri, Saied ha giustificato le sue azioni appellandosi proprio a quella Costituzione del 2014, espressione alta del consenso democratico, che le diverse forze politiche e la società civile avevano prodotto in accordo.


All’art.80 infatti è prevista la sospensione del Parlamento in presenza di un pericolo imminente che minacci l'integrità, la sicurezza e l’indipendenza del Paese; pericolo che dovrebbe constatare la Corte Costituzionale, organo però mai creato. Non solo, ha prima sospeso la Costituzione del 2014, tassello fondamentale nella costruzione di uno stato di diritto in Tunisia, e poi tra febbraio e marzo 2022 ha sciolto il Parlamento e il Consiglio superiore della magistratura, iniziando a legiferare per decreti presidenziali e mettendo in crisi principi cardine di ogni democrazia, quale la separazione dei poteri e l’indipendenza del sistema giudiziario.


4. L’astensionismo e il ruolo dell’opposizione


Nonostante gli attacchi alle istituzioni democratiche e il suo ruolo di alfiere della deriva autoritaria, Saied è rimasto al potere per altri quattro anni dalla sua salita al potere nel 2019. Molte delle sue decisioni e iniziative sono state presentate come mosse necessarie per mettere la popolazione tunisina al riparo dalla crisi economica, che con gli anni è solo che peggiorata, e dagli effetti disastrosi della pandemia.


Le iniziative autoritarie messe in campo negli ultimi anni e i malumori crescenti nella popolazione non lo hanno fermato dal promuovere un referendum costituzionale, senza quorum, nel luglio 2022 tramite il quale introdurre un nuovo testo costituzionale che cancellasse quello del 2014.


A confermare la distanza che separa le istituzioni, e in particolare la persona del Presidente dal popolo, ha contribuito il forte astensionismo registratosi tra gli elettori, in occasione sia del referendum costituzionale sia delle elezioni legislative dello scorso dicembre, durante le quali solo il 9% degli aventi diritto si è recato alle urne, mentre al ballottaggio di fine gennaio si è registrata un’affluenza dell’11%. Per queste elezioni c’è stata anche una forte azione di boicottaggio da parte di molti settori della società civile e in particolare da parte di sindacati e partiti politici, decisi a tentare in tutti i modi di arrestare il declino del Paese. Il rischio però è di lasciare ulteriore spazio a mosse ormai chiaramente anticostituzionali.


Ad esempio è specifica la scelta di Saied di creare governi tecnici, populisti e civici, molto antipolitici, vista anche l’assenza di un suo partito, quasi a voler mantenere la facciata di paladino della lotta alla corruzione. Le elezioni del dicembre 2022 sono state le prime svoltesi dopo l’adozione della nuova legge elettorale che prevede che al voto partecipino solo candidati singoli e indipendenti. Durante le elezioni l’opposizione era quasi del tutto assente, visti anche i numerosi divieti, tra cui quello di raccogliere fondi a mezzo di partito.


A livello internazionale ci sono stati dei richiami e delle sollecitazioni, ma bisogna muoversi con molta cautela vista la posizione strategica del Paese. Va ricordata infatti la presenza del gasdotto transtunisino e l’importanza della Tunisia come tappa della rotta migratoria che collega l’Africa al vecchio continente. Tuttavia, se un tempo a partire erano principalmente i migranti dell’Africa subsahariana, oggi sono anche tanti i tunisini che decidono di abbandonare il loro Paese e attraversare il Mediterraneo.

Fig.2: Proteste di massa a Tunisi contro il Presidente Saied (Aljazeera)

5. L’attacco alla Costituzione


Con il referendum costituzionale del 25 luglio 2022 e la partecipazione al voto di circa il 30,5% degli aventi diritto, la regressione autoritaria si fatta più forte ed evidente. Oltre a non essere stata prevista una soglia minima di affluenza e a essere stato indetto in pieno stato di emergenza, il referendum è avvenuto in una quasi totale assenza di informazione e dibattito pubblico, con esclusione da quest’ultimo di molti osservatori, anche stranieri, e giornalisti.


Il nuovo testo costituzionale è stato preparato da una cerchia molto ristretta di tecnici e la mancata partecipazione- cosa gravissima per uno stato di diritto- dei partiti politici. Ai sensi della Costituzione del 2014, invece, gli emendamenti costituzionali dovevano avere il voto di almeno due terzi del Parlamento e ottenere la maggioranza assoluta dei voti qualora sottoposti a referendum.


Il nuovo testo delinea il passaggio da un sistema semipresidenziale quale era, ad uno iperpresidenziale, con una riduzione al minimo dei meccanismi di check and balances. La nomina del primo ministro e del governo spetterebbe al presidente, nelle cui mani si concentra la maggior parte delle responsabilità, nonché molti dei poteri legislativi.


Se all’art.100 del testo costituzionale si stabilisce che il presidente determina le politiche generali dello Stato, all’art.111 si subordina la politica generale dello Stato alle scelte presidenziali. Marginale anche il ruolo del Parlamento, passibile di essere sciolto in qualsiasi momento dal presidente stesso, specie in caso di ripetute mozioni di sfiducia al Governo.


6. Il confronto con la Costituzione del 2014


La Costituzione del 2014 dava un peso notevole a una serie di organi statali indipendenti, tra cui alcuni deputati alla gestione dei media, della lotta alla corruzione e che invece non sono menzionati nella nuova Carta, a indicare l’ulteriore stacco rispetto alle garanzie volute da chi scrisse il testo del 2014. Viene limitato fortemente il controllo di costituzionalità e l’indipendenza del potere giudiziario.


Inoltre, ci sarebbe il rischio reale di dar vita a una dittatura illimitata dal momento che è previsto che il presidente rimanga in carica qualora si presenti un “pericolo imminente per lo Stato’’.


Mentre la Costituzione del 2014 era stata il risultato di un confronto trasparente e democratico tra forze politiche e società civile, seguendo un meccanismo di tipo bottom-up, nella Costituzione del 2022, frutto di un procedimento di tipo top-down, non vi è stata trasparenza ed è stata caratterizzata da una forte esclusione della società civile, nonché da un ruolo pressoché esclusivo del presidente.


I suoi progetti di legge infatti avrebbero la precedenza sugli altri e a lui spetterebbe il compito di occuparsi sia dei disegni delle leggi di bilancio che della ratifica dei trattati internazionali. I giudici vengono nominati su base di una “raccomandazione’' da parte del Consiglio superiore della magistratura, su cui ha grossi poteri di influenza; non si contempla il potere del Parlamento di mettere sotto accusa il presidente; inoltre i giudici, i componenti dell’esercito e delle forze di sicurezza non possono scioperare.


Sono molti in generale gli organi costituzionali di cui è stata impedita l’istituzione, nonostante la previsione in Costituzione, o che siano stato sostituiti con organi dipendenti dal presidente.


Infine, bisogna sottolineare, come elemento non di secondo piano, che mentre la Carta del 2014 affermava che la religione dello Stato fosse l’Islam, nella nuova Costituzione è presente un articolo che sancisce che la Tunisia fa parte della Umma islamica e che deve lavorare per realizzare gli scopi, i Maqasid, dell’Islam.


Sono molti i dubbi che questa disposizione solleva, specie perché il rischio sarebbe quello di andare incontro a un regime teocratico. Sicuramente non è stata una scelta casuale, anzi va a indicare l’intenzione di marcare sempre di più il ruolo centrale dell’Islam nella sopravvivenza e prosperità dello Stato.


In generale, si sta assistendo a un indebolimento nella tutela dei diritti tanto faticosamente conquistati e secondo Freedom House la Tunisia è passata dall’essere Paese “free’’ a essere un Paese “partly free’’.

È capitato più frequentemente che venissero negati i permessi per manifestare e sono numerosi i casi di giornalisti, sindacalisti e oppositori della società civile arrestati perché troppo critici nei confronti del governo. È stato introdotto il crimine informatico per chi diffonde notizie false online, con pene detentive fino a cinque anni, finendo in questo modo per mettere a repentaglio la libertà di stampa e di espressione non solo dei giornalisti, ma di tutti i cittadini.

7. L’isolamento internazionale e la crisi economica


A questa situazione di profonda instabilità politica si intreccia la fragilità economica del Paese, che Saied ha sistematicamente sfruttato a vantaggio suo e del suo iperpresidenzialismo. Gravano sulle spalle dei tunisini l’aumento dell’inflazione e l’insolvenza sul debito straniero, oltre alla difficoltà di reperire beni di prima necessità; il tutto unito a salari molto bassi, con una media di circa 200 euro al mese. Il debito pubblico si attesta al 94 % rispetto al PIL, mentre nella soglia di popolazione al di sotto dei 30 anni il tasso di disoccupazione è di circa il 40 %. Negli anni infatti la situazione è andata sempre peggiorando. Gli attacchi terroristici del 2015 e la pandemia, mal gestita da parte delle autorità tunisine, hanno schiacciato sempre di più l’economia nazionale. Inoltre, molte agenzie di rating hanno declassato la Tunisia, a riprova della gravità della situazione economica e politica.


Cresce la preoccupazione che la Tunisia vada in bancarotta, specie all’estero e tra i paesi che avevano sostenuto e sperato nella transizione democratica tunisina. Di contro la Tunisia ripone anche molte speranze negli aiuti finanziari che possono provenire dal FMI e dall’Europa. Il primo, con cui era stato raggiunto un accordo preliminare di 2 miliardi, avrebbe però posto delle condizioni molto impegnative, che premerebbero su un contesto economico, sociale e politico già pesantemente compromesso: dal sospendere gli aiuti di stato su alcuni beni e sul prezzo del carburante fino a ridurre gli stipendi della pubblica amministrazione e investire sulla privatizzazione. Di parere contrario è l’UGTT secondo il quale queste riforme economiche per quanto necessarie graverebbero in modo enormemente sui cittadini. Fuori dai confini sono state molte le sollecitazioni da parte di Usa ed Europa, volte a spingere Saied a ripristinare lo stato di diritto e a invertire la rotta autoritaria. Anche la commissione relazioni estere del Senato degli Stati Uniti si è espressa in tal senso, esortando un ritorno alla trasparenza e alla separazione dei poteri. Da parte dell’Europa c’è anche un forte interesse a fermare i continui sbarchi sulle sue coste di migranti subsahariani irregolari che partono proprio dal Paese nordafricano.


Infine, è importante ricordare come Saied abbia dalla sua l’appoggio di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, i quali allo scopo di indebolire le alleanze della Tunisia con i paesi occidentali hanno proposto aiuti e investimenti nel Paese. Tuttavia, gli aiuti internazionali non risolverebbero dall’oggi al domani la situazione tunisina, viste le profonde e radicate diseguaglianze sociali e gli scarsi investimenti esteri nel Paese.


8. Conclusioni


Tra i sondaggi effettuati sulla popolazione tunisina sicuramente la crisi economica rappresenta l’urgenza maggiore. Di fronte alla promessa di riforme economiche, mai effettivamente realizzate o portate a termine, la popolazione ha atteso prima di avviare un’opposizione pubblica che fosse al pari di quella avvenuta ai tempi della cacciata di Ben Ali. Ed è proprio ricattando il popolo con la promessa di risollevare l’economia che Saied ha potuto mantenere il potere fino ad oggi.


Celandosi dietro riforme e provvedimenti a suo dire necessari per contenere la crisi economica e l’immigrazione clandestina, in realtà Saied, sfruttando il suo passato da ex giurista ed esperto di diritto costituzionale, naviga ampiamente in un terreno che potremmo definire extracostituzionale, continuando a mettere a repentaglio le principali istituzioni democratiche e non ottenendo in cambio alcun sviluppo positivo degno di nota, specie nel settore economico.


Il rischio della concomitanza di instabilità politica e crisi economica è che le necessità di tipo economico finiscano per porsi davanti a quelle democratiche e liberali. Le proteste, specie da parte dell’opposizione, continuano ad infiammare il paese, specie dopo il referendum costituzionale e l’adozione del nuovo testo costituzionale. Eppure Saied ha agito sfruttando il quadro composito della popolazione tunisina, una cui parte, secondo i sondaggi, per quanto si definisca social democratica è più predisposta ad accogliere un sistema a carattere presidenziale e di tipo esecutivo ma che garantisca un’economia di tipo redistributiva.

Dall’altro lato l’alto tasso di astensionismo va letto come segnale di un governo non voluto, lontano dalle istanze del popolo e di uno scollamento dalle istituzioni, con una conseguente e pericolosa carenza di legittimazione popolare.


Saied rimane isolato e al di là del Mediterraneo le democrazie occidentali e in particolare l’Unione europea stanno portando avanti trattative molto delicate. Concedendo gli aiuti finanziari si andrebbe a scongiurare, anche se non per certo, lo scoppio di tensioni sempre più alte nel paese nordafricano. Dall’altro è inconcepibile fingere che la nuova Carta costituzionale non sia un segnale dell’involuzione avviata da Saied.


È di fine marzo infatti la visita di Paolo Gentiloni, Commissario per gli affari economici dell’Unione Europea, a Tunisi, dove ha incontrato vari ministri tunisini e il governatore della Banca Centrale. Si ragiona su un maxi aiuto finanziario che supporti il Paese, eviti il collasso economico e, grande preoccupazione degli stati europei, scongiuri una ennesima ondata migratoria verso le coste europee. Al momento però ad essere congelati non sono solo gli aiuti del Fondo Monetario Internazionale, ma anche alcuni programmi di assistenza finanziaria della Banca Mondiale.


Il sovranismo populista, inoltre, sta mietendo molte vittime in Tunisia: Saied ha apertamente indirizzato discorsi razzisti e di odio verso i migranti provenienti dai Paesi dell’Africa subsahariana, addossando loro le colpe del declino dell’economia tunisina e scatenando un odio popolare nei loro confronti.


Spesso i migranti di cui si parla sono gli stessi tunisini, stanchi della crisi alimentare, della povertà e degli stipendi bassi. Queste necessità economiche, nonché il difficile rapporto con le istituzioni, considerate corrotte, ci spingono a chiederci se i tunisini indietreggeranno nella lotta per la tutela dei diritti civili o se ritroveranno quella forza mostrata a tutto il mondo 12 anni fa.


Gli aiuti economici sicuramente servono, anche per evitare che la Tunisia finisca per rivolgersi altrove, ma al tempo stesso sarebbe fondamentale, anche in un’ottica lungimirante, puntare sulla ripresa della transizione democratica e della stabilità politica e scongiurare in questo modo una perdita totale della legittimazione popolare.


La decisione spetta al presidente Saied: continuare sulla strada dell’autoritarismo, rischiando di raggiungere una delegittimazione da cui non potrà più tornare indietro; oppure, aprire le porte agli aiuti finanziari stranieri e fare qualche passo indietro, consentendo ai tunisini di mantenere quelle conquiste in tema di diritti e libertà ottenute in questi 12 anni di proteste e sofferenze.


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