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Il Myanmar dei militari visto dalla Cina: un pericolo o un alleato?

di Nicolò Rizzo

1. Introduzione: cosa succede in Myanmar?


Il 31 gennaio l’esercito birmano ha arrestato il Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi e altre figure chiave tra cui il presidente Win Myint, dichiarando lo stato d’emergenza per un anno. Durante tale lasso temporale, la costituzione del 2008 dovrebbe essere emendata per restaurare il potere democratico.


Si tratta del culmine delle tensioni conseguenza delle elezioni di novembre, che hanno visto trionfare la “Lega Nazionale per la Democrazia”, guidata da Aung San Suu Kyi, sul “Partito dell'Unione della Solidarietà e dello Sviluppo”, braccio politico dell’esercito birmano. Infatti, se la commissione elettorale ha già dichiarato la regolarità delle elezioni, l’esercito ha costantemente denunciato brogli, malgrado la mancanza di prove. La situazione è tanto più grave in quanto si combina con l’emergenza per la pandemia di COVID-19.


L’Unione Europea e la nuova amministrazione statunitense non hanno tardato a condannare gli avvenimenti in Myanmar come “colpo di stato”. Altri Paesi, tra cui la Repubblica popolare cinese, mantengono un approccio più cauto.

Quest’articolo esamina l’approccio cinese verso gli attuali avvenimenti in Myanmar. A tal fine verranno dapprima presentati i principali interessi geopolitici della Cina nel Paese. Ciò consentirà di comprendere perché la Repubblica popolare adotti un approccio estremamente prudente e perché tale atteggiamento non cambierà nel prossimo futuro.


2. La Cina in Myanmar: confini (in)sicuri, Nuove vie della seta, investimenti e sviluppo


Indipendente dal 1948, il Myanmar è stato tra i primi Stati non comunisti a riconoscere la Repubblica popolare cinese già nel 1950. Prima che scoppiasse la pandemia di COVID-19, Xi Jinping si è recato a Naypyidaw, dove insieme ad Aung San Suu Kyi ha celebrato il settantesimo anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche. Per i 2 leader si è trattato di un’ottima opportunità per riaffermare la propria determinazione nell’approfondire ulteriormente le relazioni bilaterali.


Non si tratta di mere promesse d’amore: esse non esistono in diplomazia. Al contrario, si tratta di una scelta lucida, poiché Pechino ha delle ottime ragioni di carattere securitario, strategico, energetico, economico per desiderare la stabilità e la prosperità del vicino e per voler intrattenere ottime relazioni con il Myanmar, uno dei 14 Paesi con cui confina.

2.1. Instabilità ai confini


Uno dei tratti più stupefacenti del Myanmar è indubbiamente la sua incredibile varietà etnica. Il governo birmano riconosce ufficialmente 135 etnie. La principale è quella Bamar, cui appartiene circa il 68% della popolazione, seguita dall’etnia Shan (10%). Tuttavia, la classificazione ufficiale non esaurisce la complessità etnografica birmana. Infatti, dal computo restano escluse importanti minoranze, tra cui quella Han (3%) e quella Rohingya, oggi tristemente nota a causa della persecuzione di cui è vittima.

Figura 1 - Principali gruppi etnici in Myanmar

Al di là dell’interesse etnografico, dal punto di vista geopolitico è interessante notare dove queste entità si collochino nello spazio. Se l’etnia Bamar abita soprattutto l’area centrale e la vasta pianura del fiume Irrawaddy, lo stesso non si può dire delle altre etnie, che popolano le zone di confine con l’India, la Repubblica popolare, il Laos, la Tailandia e il Bangladesh. Si tratta di confini montuosi e porosi, dove i vari gruppi armati e le minoranze etniche trovano il terreno ideale per condurre la guerriglia contro il Tatmadaw, l’esercito birmano, e sfuggire al controllo del governo centrale.


Proprio poiché tali scontri avvengono lungo i confini, essi catturano l’attenzione dei vicini, ivi compresa la Repubblica popolare, tanto più che molte etnie, come i Wa e i Dai, vivono a cavallo tra i due Stati. Non è dunque raro che Pechino interagisca direttamente con tali etnie o gruppi armati sia a fini securitari che economici, come nel caso della United Wa State Army, di cui sono noti gli stretti legami con Pechino. Ciò si rende tanto più necessario in quanto il governo centrale esercita un controllo puramente nominale su tali aree.


Le preoccupazioni cinesi non si limitano agli sconfinamenti dei guerriglieri in fuga dagli scontri con il Tatmadaw, che si vuole campione dell’unità nazionale. Vi sono anche preoccupazioni di carattere umanitario: una guerra civile su larga scala risulterebbe in una catastrofe umanitaria, con ingenti flussi di rifugiati in fuga dal Myanmar verso gli Stati confinanti.


In quei confini potrebbero poi nascondersi elementi capaci di destabilizzare l’ordine quantomeno nella provincia dello Yunnan. Ciò è confermato anche dall’esperienza storica: molti militanti del Kuomintang si erano rifugiati tra quei monti al termine della guerra civile cinese nel 1949, sperando di contrattaccare, sebbene ciò non sia mai avvenuto. Il confine sino-birmano fu fissato solo dopo la cacciata delle truppe del Kuomintang nel 1960 con un trattato bilaterale, con il quale la Repubblica popolare rinunciava a tutte le sue pretese territoriali oltreconfine.

2.2. Il Myanmar e le Nuove vie della seta, o “come aggirare gli stretti e accerchiare l’India”


L’interesse cinese per il Myanmar non si ferma ai confini. Al contrario, Naypyidaw riveste un interesse strategico che si mescola a considerazioni energetiche e a calcoli economici. Questi fattori hanno portato Pechino a includere il Paese all’interno delle Nuove vie della seta.


Grazie alla sua posizione proiettata sul golfo del Bengala e sul mar delle Andamane, il Myanmar possiede un importante valore strategico. In quest’ottica, la penetrazione cinese attraverso le Nuove vie della seta ha due risvolti principali: consentire a Pechino di proiettarsi direttamente sul golfo del Bengala e sul Mar delle Andamane, ed esercitare pressione sull’India. Negli ultimi anni la Repubblica popolare ha infatti migliorato le relazioni con i Paesi confinanti con l’India quali il Bangladesh, il Pakistan, il Nepal, le Maldive lo Sri Lanka e il Myanmar. Ciò è visto con sospetto da Nuova Delhi, che vi scorge il disegno cinese di accerchiare il subcontinente. Tale sospetto è ulteriormente alimentato dalle dispute territoriali, ulteriormente inaspritesi in seguito agli scontri nella regione del Ladakh nell’estate del 2020.

Figura 2 - Il corridoio economico sino-birmano

Dal punto di vista della sicurezza energetica il Myanmar offre poi una potenziale soluzione al “dilemma degli stretti”. L’80% del greggio importato dalla Repubblica popolare proviene dal Medio Oriente e dall’Africa e giunge a destinazione attraverso lo stretto di Malacca e il Mar Cinese Meridionale. Tuttavia, gli stretti sono de facto controllati dalla potenza militare statunitense e dai suoi alleati regionali. Tale dato pone un rompicapo strategico ai vertici dell’Esercito popolare di liberazione, perfettamente conscio che se gli Stati Uniti decidessero di bloccare il passaggio attraverso gli stretti, il Paese sarebbe strangolato da una crisi energetica. Il Myanmar potrebbe fornire la soluzione al problema, attraverso un sistema di oleodotti e gasdotti, già previsto nella cornice del corridoio economico sino-birmano.


Tuttavia, si stima che tale sistema di approvvigionamento non potrà sostituire i traffici attraverso lo stretto di Malacca. Innanzitutto, l’oleodotto non riesce a fornire che 5 milioni di tonnellate di greggio a semestre. Inoltre, il corridoio economico sino-birmano attraversa regioni instabili su cui il governo centrale birmano esercita un controllo parziale o addirittura nullo. Nondimeno, esso consente alla Repubblica popolare di diversificare la provenienza delle materie prime.

2.3. Gli investimenti cinesi in Myanmar e lo sviluppo dello Yunnan


Oltre a ricoprire un valore strategico, i progetti delle Nuove vie della seta hanno anche una ricaduta economica notevole. Nel 2020, durante la visita di Xi Jinping in Myanmar è stata concordata la realizzazione di 33 nuovi progetti e la Cina è ad oggi il secondo investitore in Myanmar dopo Singapore, col 25% del totale degli investimenti.

Sin dagli anni ’90 l’amministrazione cinese ha poi guardato al Myanmar come al “porto dello Yunnan”, ossia come a un’opportunità per sviluppare l’economia della provincia del sud-ovest, ancora relativamente depressa. In quest’ottica, è ancora una volta importante il corridoio economico sino-birmano, pensato proprio per collegare la città portuale di Kyaukphyu e Kunming.

Sono poi necessarie considerazioni legate ai traffici illegali che dal Myanmar giungono nella provincia cinese dello Yunnan. Non si tratta solo di merce contraffatta, ma anche di droghe. Secondo i dati del “report sulla situazione della droga in Cina nel 2019”, pubblicato dal governo della Repubblica popolare, si stima che 27,3 tonnellate (82,7% del totale) di droga tra cui soprattutto anfetamine, eroina e ketamina arrivino in Cina dal triangolo d’oro, regione all’intersezione tra Laos, Myanmar e Tailandia. Soprattutto nello Stato di Shan vi sono estese coltivazioni di oppio. Tuttavia, la cooperazione sino-birmana per il contrasto a tale fenomeno resta difficile, per le note difficoltà di Naypyidaw nel controllare ciò che succede in tali regioni.

Figura 3 - Il triangolo d'oro

3. La difficile scelta di Pechino: Aung San Suu Kyi o i militari?


Dati i numerosi interessi cinesi, non stupisce la prudenza della Repubblica popolare nel prendere posizione su quanto stia accadendo in Myanmar. Pechino ha mostrato prudenza nel parlare di “rimpasto di governo” commentando le azioni del Tatmadaw. La Repubblica popolare ha poi bloccato una prima dichiarazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condannava il “colpo di Stato”, temendo che ciò potesse aprire a sanzioni. Inoltre, consapevole della pericolosità di quanto sta avvenendo, ha rafforzato il proprio dispositivo militare lungo i confini, dispiegando 12.000 truppe, 10 cacciabombardieri e 1 aereo da ricognizione.


Le mosse di Pechino non sono però semplicemente etichettabili come “antidemocratiche”. La Repubblica popolare sa perfettamente che le sanzioni potrebbero avere conseguenze imprevedibili e finanche nefaste. Esse colpirebbero un Paese di per sé instabile e potrebbero diventare la miccia disgregatrice del Myanmar. Inoltre, non si può escludere una crisi umanitaria con un ulteriore aumento degli sfollati e con l’attraversamento dei confini da parte di persone in cerca di un rifugio dal potenziale intensificarsi di scontri tra gruppi armati.


È innegabile che Pechino non sia entusiasta dell’arresto di Aung San Suu Kyi, una leader con cui ha da sempre intrattenuto ottimi rapporti. Già vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1991, essa è stata a lungo considerata la paladina della democrazia in Myanmar. Il supporto dei Paesi occidentali è però scemato in seguito alla crisi umanitaria dei Rohingya nel 2017, momento a partire dal quale Pechino ha ulteriormente intensificato la sua attività diplomatica fino all’apice raggiunto con la visita di Xi Jinping nel gennaio del 2020.


Si può notare una netta convergenza di interessi tra Pechino e Washington nel voler mantenere al potere Aung San Suu Kyi, sebbene lo spirito sia diverso: la prima mirerebbe a preservare un alleato, la seconda al rispetto dell’esito elettorale di novembre e quindi dei principi democratici. Se non vi fosse una simile acrimonia tra le due Potenze, esse potrebbero certamente cooperare per pressare l’esercito birmano, ma nel clima di competizione sino-americana tale prospettiva di collaborazione risulta impossibile.


Dal canto suo, l’esercito birmano si vuole difensore dell’unità nazionale. Il Tatmadaw guarda con sospetto alla Repubblica popolare, in passato apertamente accusata di sostenere formazioni indipendentiste, come la Ta’ang National Liberation Army, cui nel 2019 sono state sequestrate delle armi di fabbricazione cinese. Tuttavia, adesso il Tatmadaw si trova nella necessità di ottenere supporto e riconoscimento a livello internazionale e non potrà che bussare alla porta del potente vicino, visto l’atteggiamento duro dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.


In secondo luogo, l’esercito è inviso alle minoranze etniche birmane, e ciò lo costringe a rafforzare il suo dispositivo militare. Ancora una volta, di fronte all’irrigidimento occidentale, esso non potrà che corteggiare la Cina, che potrebbe facilmente ampliare la propria influenza nel Paese fornendo le armi necessarie.


Infine, per quanto ciò appaia adesso paradossale, qualora la transizione di 12 mesi promessa dai militari dovesse avvenire senza ostacoli, la propaganda di Pechino potrebbe arrogarsi il merito di aver contribuito alla soluzione della difficile crisi in Myanmar. Dal punto di vista regionale e globale, per la Cina si tratterebbe di una ghiotta occasione per porsi come Potenza responsabile, fornitrice di beni pubblici globali e promotrice della sicurezza regionale.


Nel pensare la propria strategia verso il Myanmar i governi Occidentali dovranno tenere in considerazione questi fattori, sempre restando fedeli ai propri valori.


(scarica l'analisi)

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