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Il Festival del Cinema in Burkina Faso: uno strumento di politica interna e internazionale

Aggiornato il: apr 3

(di Elisa Chiara)

Introduzione

Il Festival panafricano del cinema e della televisione di Ouagadougou (Fespaco) è un evento biennale che si tiene a partire dall’ultimo sabato di febbraio negli anni dispari in Burkina Faso, e che rappresenta per eccellenza il festival del cinema in Africa e per l’Africa.

Dal 1969 ad oggi, il festival ha visto il susseguirsi di vari regimi politici e capricci diplomatici, senza pertanto vedere minacciata la sua esistenza e il forte interesse dimostrato dal pubblico, nazionale ed internazionale.

Qui di seguito, attraverso un richiamo alla storia del Fespaco e ad alcuni fatti politici e diplomatici interni ed esterni al Burkina Faso, scopriremo come questi siano strettamente correlati alla manifestazione cinematografica che, in cinquant’anni di storia, ha saputo essere la narratrice per eccellenza della lotta civile africana per i diritti e la democrazia, divenendo così l’emblema del potere politico, civile e militante.


1. La nascita del Fespaco: decolonizzare il grande schermo

All’inizio degli anni 60, quasi tutte le colonie africane avevano già raggiunto la loro indipendenza. Prima di questa, il cinema africano si era diffuso nel contesto della dominazione coloniale, a cavallo tra la produzione di film documentari che esaltavano l’operato delle potenze coloniali e quella di documentari sugli usi e costumi degli indigeni. Ne sono esempi film quali A casa dei cannibali di Martin e Osa Johnson (1912), Dai bevitori di sangue, il vero volto dell’Africa di Baron Gourgaud (1932) e Nel paese degli stregoni e della morte di Maquis Waurin (1933).

Ad anticipare la nascita del festival del cinema africano in Burkina Faso furono, prima dell’indipedenza, eventi culturali quali la realizzazione di un film sull’indipendenza (A mezzanotte l’indipendenza di Serge Ricci, 1960) e la creazione di una sezione cinema in seno al Ministero dell’Informazione dell’Alto Volta [1] nel 1961, incaricata di diffondere, a costi minimi, dei corto metraggi didattici ed educativi di autori africani.

Il cinema come strumento di propaganda dell’impero coloniale fu alla base di un movimento cinematografico continentale in Africa, che prese avvio grazie all’iniziativa di giovani cineasti e appassionati di cinema che si erano indignati dell’assenza di film realizzati da registi africani, nonché dell’immagine degradante con cui gli africani erano descritti nei film coloniali. Da questa presa di posizione scaturì la necessità di una riappropriazione della cultura africana come strumento di rivendicazione.

Fu in questo periodo che i panafricanisti decisero di dare vita ad una organizzazione federale di stati indipendenti. Gli ideatori si riunirono quindi ad Addis-Abeba il 25 maggio del 1963, dando vita alla Carta dell’Organizzazione dell'Unità Africana [2]. La Carta menzionava esplicitamente gli obiettivi da cui sarebbe passata la rinascita dell’Africa, tra cui la cooperazione internazionale tra stati membri che avrebbero dovuto armonizzare le loro politiche, tra le quali quelle in materia di cultura. La creazione della Federazione panafricana dei cineasti, nel 1970, e l’avvio di altri festival culturali di ispirazione panafricanista, si ispirarono alla carta del 1963.

Summit dell'OUA, Addis Abeba, 1963. Tra i Capi di Stato, l'egiziano Nasser e l'etiope Hailé Salassié

Appare quindi semplice comprendere il contesto nel quale Il primo festival del cinema di Ouagadougou giunse a creazione. L’indipendenza dell’Alto Volta era stata conquistata da 9 anni, quando, nel 1969, si svolse nella capitale la prima edizione della Settimana del cinema africano, dal 1 al 15 febbraio. Prima di questa data, il Centro culturale francese (CCF) di Ouagadougou aveva iniziato a organizzare delle proiezioni gratuite nell’ambito del suo cine-club, al fine di diffondere il ricco e variegato materiale cinematografico africano, quasi inesistente sugli schermi del continente nero; su iniziativa di 15 amici cineasti, fra i quali l’allora direttore del Centro culturale francese Claude Prieux, alla fine di dicembre del 1968 nacque il primo comitato di organizzazione del festival. La sua più importante missione fu la diffusione, in Africa, di tutte le opere del cinema africano, al fine di contribuire allo sviluppo e alla salvaguardia della settima arte in quanto mezzo di espressione, di educazione e di riflessione. La prima edizione registrò la partecipazione di 5 paesi africani e due paesi europei, per un totale di 24 film di cui 18 africani e 10.000 spettatori. Il festival fu aperto agli Stati dell’Africa dell’Ovest, e proiettò i film di Burkina Faso, Senegal, Costa d’Avorio, Mali e Niger. Nel 1970 furono accolti nove paesi africani, per un totale di 40 film e 20.000 spettatori.


2. La nazionalizzazione del festival tra diplomazia e interessi economici

Benché l’iniziativa di dar vita ad un festival del cinema panafricano sia di origine privata, il ruolo e l’influenza dello stato nella sua organizzazione e promozione fin dalla sua prima edizione fu indiscusso: non a caso, già nel 1969 questa fu patrocinata dal Capo di stato. Nell’edizione del 1970 [3] l’Alto Volta fu coinvolto politicamente nello svolgimento della manifestazione e in particolare per mezzo del generale Aboubacar Sangoulé Lamizana, secondo presidente dell’Alto Volta indipendente. Si potrebbe dunque pensare che il cinema fosse considerato come strategico per il regime politico: da un lato, come abbiamo visto, si trattò di dar vita ad un festival impegnato a favore dell’emancipazione e del panafricanismo; dall’altro, il festival fu fin da subito utilizzato come messaggero verso l’Occidente, e verso l’Africa in primo luogo, al fine di sottolineare la capacità dell’Africa di produrre e diffondere autonomamente la sua cinematografia, con un accento importante sul ruolo degli stati nella promozione della settima arte.

Un atto di rilevanza che dimostra il carattere politico del festival fu la nazionalizzazione delle sale cinematografiche dell’Alto Volta avvenuta per mezzo di un’ordinanza [4] del Capo di stato il 5 gennaio del 1970, mediante la quale fu creata la Società nazionale del cinema dell’alto volta (Sonavoci). Prima di allora, le due società francesi di distribuzione che avevano il monopolio in Africa dell’Ovest, la Secma e la Comacico, avevano tentato di aumentare del 25% il prezzo dei posti a sedere al cinema, e, dopo la nazionalizzazione tentarono di impedire alla Sonavoci di rifarsi ad altri circuiti di distribuzione; questo costrinse la società a uniformarsi ad un contratto di programmazione con le altre due che nel frattempo erano state rimpiazzate dalla Sopacia.

Nonostante l’epilogo infelice è importante osservare come l’esempio dell’Alto Volta fu di ispirazione per altri paesi africani nella resistenza alla dominazione straniera nel circuito di distribuzione cinematografica.

Nel 1972, lo stato istituzionalizzò definitivamente il Festival, creando quello che conosciamo oggi come Fespaco; in questa occasione anche il Comitato di organizzazione diventò nazionale. L’istituzionalizzazione del festival e la nazionalizzazione delle sale consentirono pertanto all’Alto Volta di dimostrare all’esterno di saper prendere in mano la sua politica interna.

Nel tempo, il contesto sociale dell’Alto Volta evolse parallelamente alla sua instabilità politica, e questa relazione rappresenta un importante parametro da prendere in considerazione nell’analisi della storia del Fespaco. Le prime tre edizioni ebbero infatti luogo fra tre colpi di stato e la quinta del 1976 si realizzò in piena instabilità politica, con un cambio di governo alla vigilia della chiusura della manifestazione.

Nonostante gli sbalzi politici, è importante osservare come il consensus sul Fespaco non sia quasi mai stato messo in discussione. A livello interno, il governo ha sempre avuto l’interesse a che la manifestazione si rinnovasse e a livello internazionale l’Alto Volta è stato spesso sostenuto da istituzioni di portata internazionale come l’Unesco; inoltre, a livello della società civile, il Fespaco diventò lo strumento di garanzia della sicurezza interna in un periodo di agitazioni popolari e scioperi sindacali.

Anche le relazioni internazionali sono state spesso al centro del Fespaco: ne sono un esempio le conseguenze che scaturirono dalla denuncia del ruolo della Francia colonizzatrice nei film L’alba dei dannati di Ahmed Rachedi del 1965. Film di questo tipo hanno rischiato di non essere proiettati a causa delle continue pressioni esercitate dalle ambasciate francesi in Africa a causa dell’immagine negativa della Francia riportata nelle sceneggiature. Dalla prima edizione, il Fespaco è stato minacciato perché considerato destabilizzatore degli interessi stranieri in Africa.

Questo dualismo tra esigenze di autodeterminazione e indipendenza da una parte e necessità di ottenere finanziamenti puntuali (dai quali sarebbe dipesa la sostenibilità economica del festival) dall’altra, ha caratterizzato il festival per cinquant’anni. Non a caso, la Francia fu la prima nazione non africana ad essere invitata alla prima edizione del ‘69, ed è uno dei paesi europei che ha maggiormente finanziato i film in competizione al Fespaco (solo tra il 1960 e il 1970, l’aiuto francese al cinema africano si aggira in torno ai 500.000 franchi). È quindi evidente che questi aiuti non siano stati solo meri atti economici, ma anche e soprattutto politico-culturali, che diedero la possibilità ai finanziatori di influenzare l’organizzazione di un intero festival, sia dal punto di vista dei contenuti dei film, che di quello meramente logistico ricreativo.


3. L’era del militantisimo di Sankara

Thomas Senkara

Il Burkina Faso visse la sua age d’or negli anni della presidenza di Thomas Sankara (1983 – 1987). L’ottava edizione del Fespaco nel 1983 fa parte di quella che viene definita “era rivoluzionaria”, durante la quale anche gli orientamenti politici in materia di cultura produssero i loro effetti sulla manifestazione cinematografica.

Dopo aver coperto il ruolo di Primo Ministro, nel 1985, Sankara divenne Capo di stato: fu negli anni della sua presidenza che il festival si estese alla diaspora nera nel mondo (Stati Uniti, Brasile, Caraibi), fino alla creazione, nella competizione del 1987, della categoria Diaspora con la consegna del Premio Robeson [5] e l’aggiunta della sezione America Latina tra il 1985 e il 1987.

Fu in particolare la nona edizione del 1985 quella maggiormente influenzata dagli orientamenti politici e dagli slogan del Consiglio Nazionale della Rivoluzione [6]. Non è un caso infatti che in occasione della nona edizione Sankara effettuò degli interventi mirati durante le cerimonie pubbliche e rimise personalmente lo Stallone d’Oro di Yennega [7] al film premiato.

Durante la presidenza di Sankara il cinema si confermò come il manifesto dell’anti colonialismo: il tema del 1987 “Cinema e identità culturale”, volle in particolare sottolineare l’importanza della riappropriazione della propria cultura come rifiuto della dominazione straniera. Il festival diventò inoltre un tentativo di massificazione della settima arte: nell’introduzione del Bilancio Generale e Finanziario della decima edizione del festival (1987) furono inserite in programma delle proiezioni popolari, un preludio alla decentralizzazione. Alla base di questa decisione c’era la volontà di rendere il cinema accessibile e gratuito alle zone periferiche: durante la nona edizione il festival si decentralizzò infatti a Bobo Dioulasso, la seconda città del paese.


4. Il Fespaco come palcoscenico della crisi ivoriana degli anni 2000

Il 22 ottobre 2000 Laurent Gbagbo fu eletto alla Presidenza della Repubblica della Costa d’Avorio. Il generale Guéï, al potere dal 1999, resistette fortemente alle pressioni di lasciare il potere, e la lotta armata ebbe quindi il sopravvento. Il 25 ottobre del 2000, 57 uomini di etnia dioula [8] furono ritrovati martoriati nel quartiere di Yopungon ad Abidjan: era la realizzazione infelice del concetto di iviorianité, che inglobava tutti i popoli esistenti in Costa d’Avorio compresi quelli che non erano ivoiriani ma ne condividevano le caratteristiche principali. Fra questi, milioni di burkinabé che erano nati e cresciuti nel paese (che nel 1999 rappresentavano il 56% della popolazione ivoiriana). Nel 2001, 80.000 burkinabé della diaspora furono costretti a fuggire dalla Costa d’Avorio in direzione del Burkina Faso, accusato di sostenere le forze ribelli.

La tensione delle relazioni tra i due paesi fu estremamente percettibile a Ouagadougou, e nel 2001, il Fespaco si aprì in piena crisi politico militare. Nel 2001, l’Unione economica e monetaria dell’africa occidentale (Uemoa) ricompensò tre film trattanti il tema dell’integrazione. Tra i membri della commissione giudicatrice c’era anche Hanny Tchelley, una famosa attrice del film “Viso di Donna” di Desiré Ecaré. In quel periodo l’attrice era speaker all’emissione televisiva “Siamo insieme”, conosciuta più volte per aver avuto esternazioni xenofobe nei confronti dei burkinabé. Tutta la popolazione ouagalese si mobilitò per escludere l’attrice dalla commissione giudicatrice. L’Uemoa cedette quindi alle richieste della popolazione. Ecco come la popolazione burkinabé, toccata dalla crisi politica, ha utilizzato il Fespaco come tribuna di rivendicazione e rifiuto della xenofobia.


5. I cinquant’anni del Fespaco

La recente edizione del Fespaco, svoltasi dal 23 febbraio al 2 marzo 2019, ha celebrato i cinquant’anni della manifestazione. Memoria e futuro dei cinema africani è stato il tema centrale della XXVI edizione speciale della biennale. Differenti conferenze e symposium, che hanno luogo dal 1983 in collaborazione con organizzazioni specifiche fra le quali l’Università di Ouagadougou, hanno avuto come scopo principale la capitalizzazione della storia del Fespaco come occasione di riflessione del suo futuro. La manifestazione, con una straordinaria eterogeneità di filmakers, nazionalità, esperienze e vissuti, ha saputo accumunare i 50 anni della storia africana, scandita non solo dalle atrocità della colonizzazione, del fallimento delle classi dirigenti post-indipendenza, del neo-colonialismo, dell’imperialismo economico e politico, dell’assassinio di panafricanisti convinti e battenti (fra i quali lo stesso Sankara), ma anche dei movimenti di liberazione, del dialogo e della riflessione su temi attuali quali la migrazione, il terrorismo e il radicalismo religioso. Oggi il festival è ancora in bilico tra militantismo e tutela degli interessi internazionali: non a caso, ad aggiudicarsi lo Stallone d’Oro è stato il film La misericordia della giungla del ruandese Joel Kerekezi: il Rwanda è stato l’invitato d’onore di questa 26 esima edizione, nella persona di Paul Kagame presente alle cerimonie di apertura e di chiusura. Il film racconta la storia del sergente Xavier, l’eroe della guerra ruandese, e del giovane soldato Faustin, che si ritrovano nella giunga durante la guerra in Congo e devono affrontare la paura e la desolazione interiore. Nella loro solitudine si ritroveranno fratelli, l’uno l’eroe dell’altro. Il film è una critica all’assurdità della guerra.

Possiamo tuttavia apprezzare il cambio di rotta del Fespaco, che si arricchisce oggi di nuovi spunti per la lotta civile. Lo stallone d’argento è andato a Karma, dell’egiziano Khaled Youssef, che racconta le relazioni tese tra musulmani e cristiani all’immagine della storia d’amore tra un musulmano e una cristiana. Lo stallone di bronzo è andato a Fatwa, del tunisino Mahmoud Ben Mahmoud, e racconta la storia di un intellettuale tunisino che precipita nel circuito della jihad.

L’ultima edizione del Fespaco è stata senza dubbio testimone e sostenitrice delle avanguardie del cinema africano: ne è fra tutti un esempio il film Rafiki, del Kenyano Wanuri Kahiyu, che racconta la storia di un amore lesbo in Kenya.


6. Conclusioni

Abbiamo visto come il Fespaco sia stato, in cinquant’anni di storia, non solo il palcoscenico dell’autodeterminazione del popolo africano attraverso il cinema, ma anche e soprattutto la sede delle negoziazioni politiche interne e diplomatiche del Burkina Faso. L’ancoraggio del Fespaco allo Stato gli ha da sempre attribuito una credibilità e importanza tale da saper resistere a qualsiasi tentativo di stabilizzazione ideologica o economica. È indubbio che il Fespaco non avrebbe potuto avere questa connotazione senza il ruolo centrale e impegnato del regime politico. Possiamo quindi affermare che il Fespaco sia un affare di stato, una vetrina politica importante per buona immagine del paese che permette un’analisi politica del contesto burkinabé.


Bibliografia e sitografia

C. DUPRE, Fespaco, une affaire d’Etat(s), Paris, 2013.

Comité de coordination du colloque du cinquantenaire du Fespaco, Confronting our memory and shaping the future of a Pan-African cinema in its essence, economy and diversity, Ouagadougou, 2019

P.G. ILBOUDO, Le Fespaco 1969 – 1989. Les cineastes africains et leurs œuvres, Ouagadougou, 1988.

https://www.france24.com/fr/20190224-burkina-faso-fespaco-festival-vitrine-cinema-afrique-50-ans-etalon-or-yennenga-culture

https://www.institutfrancais.com/fr/zoom/fespaco-2019-cinquante-ans-de-cinema-africain

https://maliactu.net/fespaco-le-cineaste-rwandais-joel-karekezi-decroche-letalon-dor-de-yennenga/

[1] Così si chiamava l’attuale Burkina Faso prima dell’ascesa al potere di Thomas Sankara.

[2] Scaricabile sul sito dell’Unione Africana www.africaunion.org

[3] Il festival allora era ancora di edizione annuale.

[4] N°70/001/PRES

[5] Paul LeRoy Bustill Robeson è stato un attore e attivista statunitense per i diritti civili.

[6] Fra i quali “Al tempo del popolo, un cinema del popolo!”, “La camera al popolo”, “Cineasti Africani in avanti”

[7] Il premio consegnato al film vincitore della competizione, ispirato al mito della principessa Yennega, fondatrice del popolo Mossi.

[8] Il popolo Dioula è composto da 3.000.000 di persone che vivono tra Mali, Costa d’Avorio e Burkina Faso.

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