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Il Brasile e l’Africa: un ponte sull’Atlantico?

Aggiornato il: nov 1

(di Letizia Gianfranceschi)

Introduzione: il destino manifesto e incompiuto del Brasile

Alla cerimonia di insediamento di Jair Bolsonaro alla presidenza del Brasile, di leader africani se ne sono visti pochi. A rappresentare il continente africano c’erano, infatti, solo i capi di Stato di Marocco e Capo Verde. Dov’erano tutti? E soprattutto, che fine ha fatto la politica africana del Brasile, un tempo cavallo di battaglia della politica estera del gigante sudamericano?

Per anni la politica africana del Brasile sembrava dover contribuire a realizzare l’unico destino possibile per il paese del Carnevale: entrare a far parte del club delle grandi potenze.

Che le nazioni abbiano un destino proprio è una credenza che rientra tra i miti fondativi delle nazioni stesse. Non dovrebbe sorprendere più di tanto: le nazioni sono, secondo la definizione di Benedict Anderson, “comunità immaginate” e, in quanto tali, è necessario che gli individui che le abitano condividano una certa narrazione sulle nazioni stesse, sulle loro origini e sul loro posto nel mondo. Spesso questa narrazione richiama un passato mitico abitato da civilità all’avanguardia, una storia di imprese eroiche o di drammi indimenticabili intorno ai quali si consolida un’idea di destino. I primi a parlare di “destino manifesto” furono gli americani, convinti di essere titolari della missione di espandere il proprio territorio e, così facendo, diffondere la loro libertà. Nel resto del continente americano, però, in pochi hanno visto di buono occhio la missione statunitense. Per i Paesi della parte meridionale del continente, infatti, la volontà degli Stati Uniti di esportare la loro presunta libertà ha rappresentato più una minaccia che un’aspirazione condivisa. Ciò non ha comunque impedito che altri si appropriassero della retorica del destino. È questo il caso del Brasile.

Nell'élite politico-economica del gigante del sud, infatti, è radicata la convinzione che il Paese sia destinato ad essere protagonista sulla scena internazionale, svolgendo un ruolo di leader naturale sul piano regionale e proiettano la potenza all’esterno della regione. Questa aspirazione al riconoscimento internazionale, considerata da alcuni come costitutiva della stessa identità nazionale brasiliana, ha orientato la politica estera del gigante sudamericano fin dall’inzio del XXI secolo, ancor prima dell’avvento del Brasile democratico, nel 1988.


La “piccola Africa” non è più Rio

Sul piano extraregionale, la proiezione brasiliana alla ricerca di un ruolo di primo piano nell’ordine internazionale è avvenuta innanzitutto in Africa.

La relazione afro-brasiliana è stata a lungo fondata sul commercio degli schiavi. Il Brasile ha ricevuto più schiavi di qualsiasi altro Paese nelle Americhe, compresi gli Stati Uniti. Questo ha creato legami culturali più irreversibili e profondi di quelli intrinseci della società statunitense. Il consolidamento di questi legami, però, è avvenuto ad un costo altissimo: il Brasile è stato l’ultimo Paese del continente ad abolire la schiavitù, nel 1888. Nel secondo dopoguerra, poi, le élites brasiliane hanno tentato di minimizzare il ruolo degli afrodiscendenti nella costruzione dell’identità nazionale.

In realtà, le culture africane trapiantate in Brasile attraverso il commercio transatlantico degli schiavi nel XVI secolo sopravvivono tuttora nella società brasiliana, non solo nelle comunità di afrodiscendenti. L’eredità culturale africana è evidente nella musica e nei balli, nella letteratura orale, nelle credenze religiose, nella cucina baiana, nelle tecniche artistiche e di artigianato, nel vocabolario e nella filosofia di vita brasiliana. Le tracce di questa cultura sono riscontrabili nella black music degli anni Settanta, che allora si ballava ogni sabato sera in tutta Rio de Janeiro, così come nella samba e nel carnevale, che negli anni Cinquanta non erano ancora lo spettacolo popolare che oggi tutto il mondo conosce. Addirittura, la vecchia Rio e la zona del porto sono state a lungo soprannominate “la piccola Africa”.


Anche per questo, la politica estera brasiliana è stata a lungo una politica africana. Ciò è vero almeno a partire dalla nascita delle nuove nazioni africane. Non a caso, al termine delle guerre africane di indipendenza, finalmente liberato dai dilemmi posti dalla colonizzazione, il Brasile ha potuto compiere i primi passi verso il rafforzamento dei vincoli con alcuni Paesi africani. Prima di allora, infatti, la storica ambiguità del Brasile faceva oscillare la politica estera del Paese sudamericano tra Lisbona e l’Africa portoghese, nel maldestro tentativo di mantenere buoni rapporti con entrambi e di tenersi il più lontano possibile dalle tensioni luso-africane. Tra gli anni ‘60 e 70 l’apertura delle ambasciate, lo scambio di visite tra i capi di Stato, il riconoscimento dell’indipendenza della Guinea-Bissau e di Capo Verde (nel 1974, in anticipo rispetto alla ex madrepatria portoghese) e gli investimenti nel settore petrolifero in Angola e Nigeria hanno confermato le intenzioni di apertura verso “il continente del futuro”.

Gilberto Freyre (1900-87), sociologo brasiliano e teorico del meticciato, ha sostenuto che dalla fusione di indigeni, europei e afrodiscendenti sarebbe nato un Brasile pacifico e multirazziale. La politica africana sarebbe, dunque, una propensione naturale del Brasile. La tesi di Freyre, però, sembra non cogliere la complessità che caratterizza la società brasiliana, fatta di asimmetrie di potere tra i diversi gruppi etnici, e oggi più polarizzata che mai. Più probabile, dunque, che la politica africana del Brasile sia stata storicamente dettata da ragioni di realpolitik. Tra queste, vi è la vulnerabilità energetica del Brasile che, acuitasi in occasione della crisi petrolifera del 1973, ha costretto il Paese a guardare alla Nigeria e all’Angola come potenziali fornitori di carburante. I primi investimenti della Petrobras in Angola risalgono proprio alla fine degli anni Settanta.

Negli anni Novanta, poi, quando ormai l’era democratica era cominciata, si è intensificata la ricerca di prestigio internazionale. Un Brasile status-seeker immaginava, addirittura, di poter diventare membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Anche a questo fine, la cooperazione allo sviluppo è entrata con forza nell’agenda di politica estera del Partito dei lavoratori (PT), durante la presidenza Inacio Lula da Silva e quella di Dilma Roussef.


Il sogno di Lula: un ponte sull’Atlantico

Durante la sua presidenza, Lula ha viaggiato a lungo in Africa. Ci è stato dodici volte, visitando 21 paesi. Ben 47 leader africani provenienti da 27 paesi gli hanno fatto visita durante il suo governo. Se a questo si aggiungono l’apertura, avvenuta nel 2003, di una rappresentanza diplomatica a Sao Tomé, ultimo paese lusofono ad esserne fino a quel momento priva, si capisce perché alcuni osservatori hanno descritto la politica africana di Lula come il tentativo di costruire “un ponte sull’Atlantico”.

In questo contesto è stato inaugurato il nuovo ruolo del Brasile come donatore di aiuto allo sviluppo. Come India e Cina, da allora anche il Brasile sta tentando di superare l’interazione tradizionale tra donatore e beneficiario attraverso uno scambio tra eguali, con benefici e responsabilità reciproche. Questa profonda differenza tra la cooperazione nord-sud e quella sud-sud, insieme alla tendenza “terzomondista” del presidente Lula, ha contribuito ad attribuire al Brasile di un “capitale di simpatia” da spendere in Africa. Così, negli anni il Brasile ha promosso le relazioni bilaterali con i Paesi africani in diversi ambiti: la salute e, in particolare, la lotta alle malattie attraverso il capacity building, il rafforzamento istituzionale e lo scambio di tecniche e conoscenze; l’educazione, promossa attraverso accordi con 20 Stati africani e focalizzata sulla formazione professionale; l’agricoltura, un settore nel quale la cooperazione si fonda sulla somiglianza tra la savana africana e quella brasiliana e si inserisce nel quadro di un accordo con i principali paesi Produttori di cotone per migliorare quantità e qualità della produzione; l’acquacoltura e pesca attraverso accordi con Guinea-Bissau, Burkina Faso, Congo, Sao Tomé; l’energia con la Petrobras presente in 5 Paesi africani.

Tuttavia, durante la presidenza di Dilma Roussef, la cooperazione sud-sud si è indebolita, per effetto dei tagli al ministero degli esteri e della mancanza di una volontà politica sufficientemente pari a quella del suo predecessore. Lo dimostra il fatto che nel 2014, i progetti implementati dall’agenzia brasiliana di cooperazione in Africa sono stati 161 contro il 253 del 2010.


Il Brasile di Bolsonaro non è la Cina di Xi Jinping

Gli sconvolgimenti politici ed economici vissuti dal Brasile negli ultimi anni non hanno certamente favorito la proiezione internazionale del gigante sudamericano, che sembra perennemente in attesa che il proprio destino manifesto si compia. Tuttavia, per quanto ridotti, gli interventi brasiliani nel continente africano non sono del tutto scomparsi.

Oltre all’intervento in Mozambico per far fronte all’emergenza umanitaria dopo il ciclone Idai, negli ultimi anni sono stati realizzate iniziative di cooperazione bilaterale con l’Algeria nel settore della produzione di gemme; con Benin, Botswana, Senegal nel settore dell’agroeconoligia e con il Togo sulla produzione di manioca. In generale, negli ultimi trent’anni il Brasile, un paese tradizionalmente beneficiario di aiuto allo sviluppo, è diventato un donatore. Ciò non significa, tuttavia, che il paese abbia già vinto tutte le sue sfide interne: sulla disguaglianza, sulla criminalità, ma anche sull’istruzione e sulla salute resta ancora tanto da fare. Lo stesso vale nell’ambito della coesione sociale: la radicalizzazione del discorso politico dell’attuale presidente rende particolarmente tese le relazioni con le comunità di afro-discendenti e con le minoranze. È difficile prevedere quale sarà la rilevanza dell’Africa nelle relazioni esterne del Brasile di Bolsonaro. Il nuovo presidente appare meno incline dei suoi predecessori a sostenere la cooperazione sud-sud considerata un tema tipico dell’agenda dei governi pietisti. Alcuni analisti ritengono che le scelte di politica estera del governo Bolsonaro avranno spiccato carattere ideologico e si focalizzaeranno sulle alleanze con Stati Uniti, Israele, ma anche Ungheria e Polonia. Nel frattempo, la via della seta è già una realtà in Africa. La Cina di Xi Jinping ha riservato un posto privilegiato al continente africano nella sua One Bealt One Road Initiative, finanziando grandi progetti infrastrutturali in diversi paesi e proponendosi come principale partner commerciale. Anche per questo, il ponte sull’Atlantico per il momento può aspettare.


Bibliografia

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