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Pressioni e freni all’attivismo e alla libertà di espressione nel complesso panorama mediorientale

protesta
Figura 1 - Manifestazione in Medio Oriente (Iran)

1. Premessa


Quando ci si approccia all’analisi di uno Stato dell’occidente democratico, è inevitabile vagliarne anche il livello di attivismo sociale, il ruolo politico e la capacità di esercitare la propria autonomia, libertà e indipendenza. L’attivismo, che si esprima sotto forma di manifestazioni, propaganda social o scioperi, è un esercizio democratico di sviluppo del pensiero critico, della libertà di espressione e del dibattito civico. La sua intenzione è nobile: garantire certezza e trasparenza, dare ai cittadini il beneficio del dubbio per capire dove risieda la verità e quindi esigere onestà e responsabilità da chi detiene il potere. La cosiddetta "pressione dal basso" può contribuire ad un lento processo di cambiamento politico e a riforme istituzionali - favorevoli allo sviluppo sociale.


Qual è la realtà e il campo d’azione dell’attivismo in paesi, come quelli della regione mediorientale? Quali forme di attivismo si stanno affermando attualmente, considerando anche l’influenza delle nuove tecnologie digitali e il ruolo dei social media come nuovi spazi di discussione e di scambio gratuiti, che oltrepassano senza ostacoli i confini nazionali?


2. Introduzione


Molti Stati Mediorientali mostrano tradizionalmente una tendenza verso varie forme di intransigenza politica e di autoritarismo, limitando la partecipazione politica attiva di alcune frange della società civile. Diverse forme di mobilitazione “controllate” dall’alto di alcune categorie sociali (come donne, attivist*, giovani) frenano di fatto una cultura partecipativa allargata. L'attivismo collettivo, inteso in termini di movimenti sociali urbani, è, quindi, un fenomeno che in Medio Oriente non ancora genera associazioni di categorie, o iniziative sindacali strutturate, per esempio. Qui la centralità culturale dei legami familiari spesso rende le solidarietà primarie più diffuse dei movimenti sociali. Alcuni movimenti islamisti[1] dell’area mediorientale potrebbero essere considerati come la versione locale dei movimenti sociali urbani. Alcuni di questi movimenti, in particolare quelli dell'Islam sociale, fungono da vettori, per i gruppi più svantaggiati, non solo attraverso la somministrazione diretta di servizi e di assistenza, ma anche perché incoraggiano altri gruppi sociali e istituzioni, come le agenzie statali e le ONG laiche, a svolgere gli stessi interventi assistenziali.


L’intento di quest’analisi è, quindi, quello di cercare di contestualizzare quanto più possibile il panorama in cui si esercita e come si esercita l’attivismo in Medio Oriente, senza la pretesa di voler fornire una visione esaustiva di quanto accade in un’area la cui definizione “mediorientale” è geopoliticamente ampia e contiene in sé grandi e profonde differenze, nonché complessità che andrebbero affrontate caso per caso. Per documentare l’impegno popolare nella vita politica e sociale di uno Stato, ci si soffermerà sull’attualissimo caso dell’ondata di proteste iraniane che, non solo sta scuotendo la politica interna, ma anche l’intera comunità internazionale. Il contesto in cui attiviste e attivisti manifestano il loro dissenso, è messo tra l’altro a dura prova da sistemi di repressione discutibili.

Figura 2 - Espressione di dissenso sociale

3. Strutture sociali contraddittorie


L'ideologia della centralità dello Stato e la disponibilità finanziaria dei regimi hanno reso possibile l’applicazione del sistema del contratto sociale: fedeltà assoluta dei cittadini, pace sociale in cambio di servizi da parte dello Stato, quale fonte principale, se non unica, del benessere nazionale. Questo modello, secondo cui lo Stato è il principale attore della gestione interna, concede alla società un raggio d’azione ridotto affinché non emergano gruppi d’interesse che competano e agiscano in modo troppo autonomo.


Questa concezione contrattualista, sedimentata e diffusa nei Paesi in cui il populismo autoritario è ancora predominante (per esempio in Iran, Libia, Siria), dà ai sistemi di governo una struttura che tende a ostacolare la libera espressione sociale, silenziando l’opinione pubblica.


In ciascuno dei tre paesi menzionati della regione mediorientale, a titolo di esempio, la situazione sociale è certamente diversa. Ad esempio, le azioni di repressione sociale in Siria non hanno mai assunto contorni di tipo etnico, quanto piuttosto di tipo politico [2]. Rispetto al resto del MO, Israele escluso, in linea di massima in Siria vi è una formale e consolidata uguaglianza di genere, se si considera che a Damasco fino al 2011, è tollerata una grande e vivace comunità lgbt.


Dal canto suo ad esempio la Libia, - anche ai tempi di Gheddafi – ha mantenuto un approccio socio-economico-politico laico, consentendo una certa dose di libera impresa. Pertanto è tutt'ora possibile trovare su vari social media degli account di giovani alto borghesi libici, fortemente occidentalizzati.


Con l’avvio della liberalizzazione economica, a partire dagli anni ’80, nuove categorie sociali sono andate emergendo: le classi operaie, le classi medie, i giovani istruiti e le donne pubblicamente attive. Nuove e grandi forze sociali si confrontano con i loro Stati di appartenenza alla ricerca di canali istituzionali a garanzia dell’espressione dei loro particolari interessi ed esigenze.


Quando vengono messe in atto politiche economiche neoliberali, cresce di pari passo l’aspettativa che si costruisca una struttura politica liberale, quale impulso a tipologie di aperture che consentano la conquista di nuove libertà, come ad esempio riforme progressiste, attente anche alle questioni di genere, argomento delicato e sensibile per questa area geopolitica. In Arabia Saudita, ad esempio, molti attivisti per i diritti delle donne sperimentano la prigionia accanto alle detenzioni politiche. Eppure, ampliare l’accesso del mondo del lavoro alle donne è uno degli impegni programmatici incentivato dall’Arabia Saudita, così da incrementare la partecipazione femminile alla vita sociopolitica: una strategia che cela l’intenzione di distaccarsi dall’etichetta di Paese misogino e, al tempo stesso, intende offrire un’immagine più moderna dell’Arabia Saudita, attraendo investimenti fruttuosi per costruire rapporti economici con i paesi a ovest[3]. L’aumento del costo della vita a partire dagli anni ‘90, ha consentito la partecipazione di molte donne nel mondo del lavoro con una loro conseguente indipendenza economica. Questo passaggio non si è sempre tradotto in una maggiore libertà decisionale delle donne, ma ha consentito almeno l’apertura di nuovi luoghi per altre lotte.


L’emergere di diverse contraddizioni sociopolitiche nella vasta regione mediorientale, l’incapacità di alcuni di questi Stati di incorporare nuove spinte sociali (come quelle dei giovani meglio istruiti, delle classi medie e medio-basse, delle donne), prendendo scarsamente in considerazione le particolari esigenze e richieste, spinge i nuovi gruppi sociali emergenti ad intraprendere vere e proprie azioni di protesta.


4. Le forme di espressione dell’opinione pubblica in MO


Il Medio Oriente, come accennato, non è stato immune dagli effetti della globalizzazione: la diffusione e la centralità del concetto dei diritti umani e dell’attivismo sociale spingono a integrare le varie agende politiche.


Gli attivisti per i diritti umani, gli artisti, gli scrittori, le figure religiose e i gruppi professionali, esercitano pressioni sui governi per richiamare ad una maggiore responsabilità e apertura sociale. La protesta urbana di massa è l’azione di pressione sociale spesso espressa in Medio Oriente. Quando le contestazioni si iscrivono in un contesto locale e non assumono, quindi, una portata nazionale, o addirittura internazionale, i governi riescono facilmente a reprimere i dissensi urbani di massa che nascono spontaneamente e ad hoc. I malesseri per un’inadeguata gestione economica o casi di violazione dei diritti umani, il più delle volte commessi contro donne o minoranze, riescono a raggiungere anche una copertura mediatica internazionale tale da contribuire, non solo a inasprire il clima politico interno allo Stato, ma a fomentare maggiormente la forza della manifestazione stessa. Laddove, quindi, si presentano delle occasioni propizie, la partecipazione dal basso esplode per necessità di auto-aiuto o per il desiderio di fare pressione sull’assunzione di responsabilità governativa. Tali rivolte urbane, il più delle volte dure e durature, appaiono come il risultato sociale dell'assenza di meccanismi efficaci e istituzionalizzati di risoluzione dei conflitti, per cui il rischio di violenza e repressione rimane alto.


L’attivismo sociale per i diritti, nel panorama geopolitico mediorientale, va collocato all’interno di un sistema composto da elementi etnici, religiosi, culturali e socio-economici i cui limiti e le cui complessità, vanno a determinare codici diversi di espressione.

Figura 3 - Autoritarismo digitale

5. Social media sotto stretta “osservazione”


Le manifestazioni montanti in Medioriente sono guidate anche da esponenti della cosiddetta generazione Z, la categoria più giovane della società[4]. Alla luce di ciò, sembra opportuno prendere anche in considerazione il ruolo, che oramai, assumono, nei contesti di dissenso, i mezzi di comunicazione prediletti dalla nuova generazione: i social media. Si assiste a un impatto sempre maggiore della realtà online nella vita offline: dai social network prendono avvio, infatti, lo sviluppo e l’amplificazione delle questioni che diventano, poi, il fulcro delle proteste e dei movimenti sociali. I giovani scelgono i social per perseguire il cambiamento sociale. Moltissimi attivisti si sono riversati e si riversano sui social e sui forum online per avviare campagne, creare una rete di collegamento, esprimere e diffondere idee, pronunciarsi più o meno esplicitamente sui governi.


I governi dal canto loro non hanno atteso, bensì investito ingenti risorse economiche nell’acquisto di software per la sorveglianza della rete e per l’intercettazione delle attività degli utenti, in contrapposizione alla disposizione prevista dall’art. 32 della Carta araba dei diritti umani – ratificata da tutti i paesi del Golfo salvo che dall’Oman - che garantisce “il diritto all’informazione e alla libertà di opinione e di espressione, così come il diritto di cercare, ricevere e fornire informazioni e idee attraverso ogni mezzo”. I suddetti diritti possono andare incontro a limitazioni, nel rispetto dei principi di prevenzione, precauzione, proporzionalità ed adeguatezza. Le misure governative di controllo dei contenuti sui social vengono normalmente definite interventi preventivi a tutela della violenza e dell’odio online, quando piuttosto risultano essere plateali metodi di censura e di discriminazione. Nella sfera pubblica mediorientale oggi, quindi, si assiste alla coesistenza critica di comunicazione digitale, “controllo” dell'informazione e attivismo online. A fronte delle violazioni di tali diritti, è più che lecita una regolamentazione globale che coinvolga sia gli attori statali che quelli privati per una gestione comune ed egualitaria del cyberspazio.


6. Il cambiamento sociale passa per i social media


Negli ultimi anni, l'uso dei social media ha prodotto nuove dinamiche politiche e sociali, talvolta definite come "Facebook Revolution" e "Twitter Revolution", guadagnando un posto nel dibattito pubblico generale. L’utilizzo dei social media è diventato il nuovo modo di essere politici: l'accesso a Internet, le numerose piattaforme digitali e la crescente consapevolezza popolare del suo potere di divulgazione e aggregazione hanno generato un ambiente più favorevole alle attività politiche e un’estensione di ciò che rientra nella “sfera del politico”. Inoltre, internet rende i confini fluidi, offuscando la separazione tra interno ed esterno, favorendo, così, le interconnessioni transnazionali e anche la diffusione del dissenso.


La propagazione e l'intensificazione dell’impegno sociale, incoraggiate dalle infrastrutture informatiche, hanno suscitato nuove forme di rigore verso il digitale da parte delle autorità: sorveglianza, manipolazione, disinformazione e repressione mirata. Un nuovo autoritarismo digitale si esprime in diverse forme: la manipolazione delle informazioni, operazioni di propaganda, sorveglianza degli utenti attraverso l'analisi dei big data, lo spyware e le app di tracciamento e la censura.


Le stesse piattaforme di social media, tradizionalmente nate per favorire la condivisione e la libertà d’espressione, potrebbero essere incentivate ad intervenire, prevedendo ed imponendo sistemi che limitino un’eventuale ingerenza illecita e punitiva da parte di istituzioni nazionali, anche in risposta ai costi di reputazione che le piattaforme stesse potrebbero subire. Alcune piattaforme, come Telegram, Signal e Threema, già prevedono garanzie di riservatezza e inaccessibilità a governi che intendono imporre metodi di repressione. Le piattaforme, in primis, potrebbero sviluppare regole di contrasto ai sistemi che esercitano una forma di autoritarismo digitale in favore di un più libero ed egualitario accesso che preservi il diritto all’informazione e all’espressione.


7. La questione iraniana

Figura 4 - Proteste in Iran

Per rimanere su temi d’attualità, è inevitabile dedicare uno spazio di analisi ai recenti e massicci disordini sociali in Iran. Il governo iraniano non è esente dallo scoppio di repentine e aspre manifestazioni sociali che, spesso, hanno anche raggiunto dimensioni internazionali, rendendo il Paese oggetto di dure critiche.


Negli anni ’90, in Iran molti giovani hanno protestato per una migliore fornitura di acqua potabile e una riduzione dei costi dei trasporti[5]. Più recentemente, negli ultimi cinque anni, una serie di proteste e scioperi minori, contro la povertà diffusa e la cattiva gestione economica, si sono moltiplicati nel Paese. L'economia iraniana fa leva principalmente sull'industria petrolifera, ma il peggioramento delle entrate economiche generate da questa risorsa e, allo stesso tempo, l’innalzamento dei livelli di inflazione, disuguaglianza e disoccupazione tra la popolazione e il conseguente peggioramento generale delle condizioni di vita, nel 2017 ha visto già centinaia di persone scendere in strada per manifestare contro l’aumento del caro vita. Tra il 2019 e il 2020, altre proteste simili si sono diffuse in tutto il paese per l’innalzamento del prezzo del carburante (dal 50% al 200%), allorché un movimento di protesta, ribattezzato "Novembre di sangue", contestò l’uccisione di circa 1.500 manifestanti da parte delle autorità iraniane[6].


8. Tumulti popolari


Per tornare ai giorni nostri, l’Iran è di nuovo al centro dell’attenzione mondiale per le proteste e le conseguenti repressioni avvenute dopo la morte sospetta di Mahsa Amini, una ragazza iraniana, di origine curda, di 21 anni arrestata per "hijab improprio" dalla Polizia morale (forza ausiliaria impegnata in varie attività, tra le quali la tutela dell'ordine pubblico in momenti di emergenza) e deceduta dopo tre giorni di detenzione. Dal 1979 una serie di crisi ha deteriorato le relazioni tra governanti e una maggioranza crescente del popolo iraniano, portando a rivolte sporadiche ma sempre più intense. Durante i numerosi periodi caldi di protesta susseguitesi in Iran, il regime, trovandosi di fronte a numerosi problemi da gestire, ha fatto ricorso a un maggiore uso dello strumento di repressione. Un sussulto sociale, iniziato per esprimere il disaccordo popolare su una situazione socioeconomica specifica, considerata non più sostenibile, acquista una estensione tale da impattare e causare un effetto “domino” sulla collettività nazionale e internazionale, trasformandosi in una manifestazione di malessere generale: un diffuso coinvolgimento popolare di un movimento sociale trascina e coinvolge gradualmente la società iraniana, superando divisioni etniche, di genere e generazionali. Le attuali proteste rinviano alle storiche fratture sociali iraniane tra laici e religiosi, nonché al confronto tra due generazioni (chi era presente alla rivoluzione del 1979 e chi no).


9. Il fervore delle donne iraniane


Il profondo divario tra uomini e donne a livello economico, sociale e politico, la diffusa misoginia e la generale mancanza di uguaglianza di genere, hanno spinto molte donne iraniane ad assumere il ruolo di attiviste. Alcune hanno scritto su blog, altre hanno scattato e pubblicato fotografie, molte altre hanno preferito i social media. La diffusione del cellulare ha dato a tutti, e quindi a molte più donne, l'accesso alla rete e alla possibilità di ogni tipo di comunicazione personale/privata che sfugge allo stretto controllo sia dei genitori che dei parenti maschi, compresi i mariti. Un elemento interessante su cui concentrare l’attenzione è l’evoluzione che le donne stanno imprimendo all’attivismo: non solo per l’estensione della protesta, ma anche per essere riuscite a inglobarvi nuove forme di dissenso più duro e provocatorio, come il taglio dei capelli, o la sfida di togliere e bruciare il burqa. Nuove e vecchie questioni sono messe in discussione. Nel 2014 è esplosa la campagna social "My Stealthy Freedom" (La mia libertà furtiva) che ha coinvolto migliaia di donne iraniane che hanno osato sfidare il regime togliendosi il velo all'interno della Repubblica islamica e postando, poi, la foto.


Le nuove proteste, in cui significativa è la componente femminile, stanno provocando il regime autoritario. Il dinamismo sociale che si è innescato ambisce al riconoscimento dei diritti femminili e di altri gruppi minoritari, come cittadini politici, consumatori e gruppi di interesse emergenti. A essere messi in discussione sono i comportamenti sociali prevalenti nel Paese, come la violenza domestica e la sessualità, che, ora, escono dal confine privato e si affacciano alla sfera pubblica e politica. Le donne protestano per infrangere i tabù sociali, per sollevare nuove questioni contro il potere dei valori patriarcali che si trovano prima e dietro il potere statale.

10. Protesta o rivoluzione?


Contro questa onda sociale si scontra l’uso della forza dello Stato iraniano che reprime il tentativo di espressione di malessere sociale in atto di qualunque forma o dimensione. Si è assistito a interventi delle forze armate per sedare le proteste di quanti vengono dipinti dal governo come “rivoltosi e antirivoluzionari”. I manifestanti sono stati colpiti, arrestati, torturati e aggrediti dalle Guardie rivoluzionarie, dai paramilitari basiji, dal Comando per il mantenimento dell’ordine pubblico, della polizia antisommossa e degli agenti in borghese [7].


In Iran, quindi, l'attivismo è stato seriamente compromesso nella sua piena e libera espressione di dissenso sociale. Non resta che domandarsi quale forma ed evoluzione subiranno le attuali proteste montanti: spingeranno il regime a mettere in atto una stretta apertura, per limitare instabilità, danni e una insistente pressione esterna, o prediligeranno il consueto esercizio della forza per reprimere totalmente qualsiasi tentativo di destabilizzazione o ci ritroveremo alle porte di una nuova rivoluzione sociale?


La notizia dell’abolizione della Polizia morale in Iran, sebbene non ancora del tutto confermata, attesta la portata della pressione sociale che le manifestazioni e le sollecitazioni finanche internazionali hanno generato sulle autorità, fortemente scosse dalle proteste cittadine che si stanno ormai susseguendo da mesi. Si rincorrono voci secondo cui, se le tensioni non rientreranno, potrebbe essere aperto un dialogo tra autorità e manifestanti, attraverso la mediazione dei riformisti, per il timore di entrambe le parti di un incombente collasso sociale derivante dal perdurare delle proteste. Questi segni, sebbene non del tutto verificabili, potrebbero essere indice di una incrinatura ai vertici del regime iraniano che aprirebbe una prospettiva inesplorata: quella di una teocrazia al governo incapace di frenare le proteste e che si affida alle Guardie rivoluzionarie. Mentre le manifestazioni continuano e le prime esecuzioni hanno luogo[8], trapelano notizie sull’esistenza di un piano di fuga in caso di golpe: le autorità iraniane hanno avviato negoziati con Maduro per una fuga a Caracas in caso la situazione dovesse precipitare definitivamente[9].


Il cambiamento, come ipotesi evolutiva del mero processo di protesta, è temuto sia dalle autorità che dagli stessi riformisti in quanto comporterebbe una mutazione radicale verso un modello nuovo, magari orientato più verso una forma di presidenzialismo autocratico. Le circostanze potrebbero accelerare la delicata fase di transizione scardinando i delicati equilibri tra teocrazia e apparato economico-militare, senza riuscire a passare attraverso un proficuo dialogo tra le parti, ma solo mediante il consueto e noto uso della forza.


11. Conclusioni


Restano timori, dubbi e perplessità sui tempi di risposta governativa alle contestazioni urbane, su chi e con quali strumenti si possa garantire il traghettamento dell’Iran, come pure di altre forme di governo mediorientali più o meno autocratiche, verso una nuova e diversa condizione, spesso acclamata e richiesta, ma che nessuno può ancora ipotizzare possa effettivamente essere preferibile a quella attuale, in termini di rispetto delle garanzie dei diritti fondamentali.


Boezio, parafrasando una sentenza di Platone, diceva: “La dialettica fra diverse tesi e concetti sviluppa la libertà degli uomini e il loro pensiero, ma genera disordine e conflitti”. Si evince che disordine può intendersi anche quale sinonimo di libertà d’azione e di pensiero da ogni filtro.


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Medio Oriente De Baptistis_rev.4 DEF
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Note

[1] Gli Hezbollah presentano nel proprio secondo manifesto (2009) la difesa delle diversità etnico-religiose del Libano (non a caso è politicamente alleato con sunniti, cristiani e drusi). Diversamente, la Fratellanza Musulmana ha tradizionalmente tentato di riformare l'islamismo verso la democrazia, pur mantenendo la natura religiosa, rispetto ai movimenti islamisti salafiti (non necessariamente jihadisti) [2] Nel 2011, una serie di proteste si sono susseguite in Siria per manifestare il forte dissenso verso il regime di al-Assad e schierarsi dalla parte di un sistema democratico. Le manifestazioni sono state represse con l’uso della forza per mano delle forze di polizia e di militari. [3] F. Adele Casale, Il femminismo islamico alla base del piano SaudiVision2030: decostruzione di un’etichetta – AMIStaDeS – Fai Amicizia con il Sapere, 27 agosto 2021 [4] Asef BAYAT, “Social Movements, Activism and Social Development in the Middle East”, United Nations Research Institute for Social Development – 2000 [5] Luigi Mastrodonato, In Iran e Pakistan si protesta per il diritto all’acqua a causa di crisi climatica e cattiva gestione - 2021 [6] Iran gasoline rationing price hikes draw street protests, su uk.reuters.com. [7] Amnesty International, Ordini dall’alto alle forze armate, ‘affrontare senza pietà chi manifesta’ – 30 settembre 2022 [8] Mariano Giustino, “Il piano B di Teheran se crolla il regime: la fuga in Venezuela” – 9 dicembre 2022 [9] Idem


Bibliografia/Sitografia



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