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Scontri nel distretto Loliondo, Tanzania: identità e tutela ambientale contro le leggi del capitale

Aggiornamento: 11 dic 2022

Ciò che colpisce di questo popolo è lo sguardo, triste e penetrante. Ma non sconfitto. Quegli occhi fieri, orgogliosi di appartenere al popolo Masai[1].

Masai, Bambini, Bestiame
Fig.1: Bambini masai che pascolano il bestiame. Fonte: Pexels

1. Introduzione


Ormai da decenni, le cause, la natura e le dinamiche dei conflitti sono profondamente e strutturalmente mutate, superando le logiche della guerra tradizionale che vede coinvolti due o più Paesi in contrasto tra loro in un sistema internazionale fondato sullo Stato-nazione (l’attuale conflitto in Ucraina rappresenta, almeno sotto determinati aspetti, un’eccezione nell’ambito di tale tendenza).


Oggi, le necessità legate a un sistema di mercato di capitalismo avanzato, a una continua crescita della popolazione accompagnata a una selvaggia urbanizzazione e, di contro, le problematiche relative a una sempre più preoccupante scarsità di risorse, aggravata dai cambiamenti climatici in atto, sono alla base di numerosi conflitti che vedono coinvolti attori non statali particolarmente colpiti da tali dinamiche.


Comunità locali, minoranze etniche e popoli indigeni, infatti, rivendicano sempre più a gran voce il riconoscimento giuridico-istituzionale della propria identità e dei propri diritti sulle terre da loro abitate, coltivate e tutelate, con le loro istanze di coinvolgimento e partecipazione attiva ai processi decisionali riguardanti tali territori e le loro risorse.


Come enunciato in una precedente analisi, all’affermazione di queste “nuove” voci nei discorsi relativi alla tutela ambientale, alla sovranità alimentare e all’accesso e alla distribuzione delle risorse, si accompagna l’emergere di un nuovo protagonismo da parte di altri attori non statali, le imprese multinazionali, il cui potere economico è in grado di influenzare le decisioni dei governi anche in materia di diritti umani, sociali e ambientali. Minoranze etniche e gruppi locali, infatti, sono spesso vittime degli effetti pregiudizievoli che l’esecuzione dei regimi di land grabbing comporta sulla loro sovranità e sulle loro situazioni giuridiche soggettive, minacciate e violate attraverso lo sfratto dalle terre occupate da tali comunità, dalla loro esclusione nei processi decisionali in materia, dall’assenza del benefit-sharing in loro favore e dal mancato accesso alle risorse alimentari e idriche[2].


Tali provvedimenti risultano inoltre non conformi ad importanti disposizioni della Dichiarazione universale sui diritti umani, in particolare quelle che riconoscono all’individuo: a) il diritto ad una effettiva tutela giurisdizionale contro atti che violino i suoi diritti fondamentali (art. 8); il diritto alla proprietà (art. 12); il diritto all’occupazione ad adeguate condizioni di lavoro (art. 23); il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della propria famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione (art. 25)[3].


Il presente contributo intende dunque analizzare l’impatto delle imprese multinazionali sulle politiche nazionali che coinvolgono le terre abitate e le risorse utilizzate da parte dei gruppi locali, la cui identità e sussistenza si fonda sul legame con la terra, e le sue conseguenze in termini di violazioni in materia di diritti umani, utilizzando come caso studio la disputa terriera che ha avuto luogo nel distretto di Loliondo, nella regione di Arusha, in Tanzania, tra la comunità masai locali e il governo tanzaniano.


2. Identità e appartenenza alla terra nella cultura Masai


Sebbene quella dei masai sia sicuramente la minoranza etnica situata in Africa subsahariana più nota al di fuori del continente, la conoscenza che l’Occidente può vantare di questo antichissimo popolo si limita quasi esclusivamente al nome, accanto a un immaginario collettivo stereotipato costellato da visioni idilliache che ritraggono il guerriero masai come il “buon selvaggio” di rousseauiana memoria. Tuttavia, la storia e la cultura del popolo Masai è ben più complessa e più ricca di quanto uno sguardo o un approccio superficiale possa cogliere, e sintetizzarla in poche righe sarebbe estremamente riduttivo e irrispettoso. Perciò, questo paragrafo si limiterà a fornire qualche rapida delucidazione e informazione generale, per meglio inquadrare la disputa territoriale nel distretto di Loliondo dal punto di vista delle comunità masai colpite dai provvedimenti di sfratto da parte delle autorità locali.


I Masai sono un popolo nilotico che, circa 500 anni fa, è giunto dalla Valle del Nilo agli altipiani dell’attuale confine tra Kenya e Tanzania, dove vivono tutt’oggi allevando bestiame e, in alcuni casi, soprattutto per quanto riguarda i gruppi sedentari situati per lo più in Tanzania, di agricoltura. Elemento centrale nella vita, nella cultura e nell’identità masai è la terra, anticamente suddivisa in aree di proprietà collettiva di modo che ciascun membro della comunità avesse accesso alle risorse naturali e, soprattutto, ogni famiglia, intesa più come clan che come nucleo familiare in senso stretto, possedesse terra sufficiente per pascolare il bestiame, fonte di sostentamento primaria per il popolo masai.


Originariamente allevatori semi-nomadi i cui itinerari seguivano le piogge stagionali e le mandrie, alla ricerca di pascoli, i masai fondano ancora oggi, sebbene in misura minore rispetto al passato, la propria sussistenza sul bestiame, prediligendo latte e carne sia come base per la propria alimentazione che come prodotto di scambio. Tale stile di vita ha consentito a questo popolo di instaurare un legame quasi “simbiotico” con l’ambiente circostante, in cui la terra diventa non oggetto di diritto in capo a un singolo individuo-proprietario, ma fonte di sostentamento a favore dell’intera collettività e, di conseguenza, un bene da rispettare e tutelare.


La centralità del bestiame e la necessità di spostarsi, seguendo i ritmi ciclici della natura, dunque, non solo hanno influenzato il concetto di “proprietà” secondo i masai, inteso maggiormente nel senso di “zone” piuttosto che di aree delimitate da confini precisi, ma anche inciso sul rapporto tra questo popolo e la terra, un bene inalienabile nei confronti di ciascun membro della comunità in quanto non riducibile a proprietà del singolo.

Pascoli, Arusha, Riserva
Fig.2: Arusha Region, vicina all’area di conservazione di Ngorongoro, Tanzania. Fonte: Pexels

3. Stato vs comunità locali: quando gli effetti della (de)colonizzazione si ripercuotono sulla proprietà della terra


Com’è ben noto, la decolonizzazione dei Paesi in via di sviluppo è stata complessa e la definizione dei confini degli Stati sorti al termine di tale processo è stata, per utilizzare un eufemismo, piuttosto controversa, per non dire arbitraria, con popolazioni e comunità divise, difficoltà per i popoli nomadi e sistemi di assegnazione delle terre che non rispecchiavano le abitudini e le consuetudini pre-coloniali. Sintetizzando, le terre che in precedenza appartenevano alle potenze coloniali sono state “consegnate” ai governi nazionali i quali, a loro volta, ne hanno destinato una parte alle minoranze etniche e ai gruppi locali che da tempi immemori le avevano abitate e coltivate, senza però riconoscere loro alcun diritto di proprietà.


Tuttavia, questa assenza di riconoscimento e, di conseguenza, di tutela legale a favore di tali attori, rende questi ultimi particolarmente vulnerabili ed esposti alle dinamiche derivanti da un sistema economico globalizzato fondato sull’internazionalizzazione delle attività produttive, che ha tra i suoi presupposti lo sfruttamento delle risorse di terra e di acqua dei paesi in cui queste vi sono in (relativa) abbondanza. Come spiegato in una precedente analisi di chi scrive, esiste una sorta di accountability gap da parte del sistema internazionale in merito alle violazioni dei diritti umani poste in essere nell’ambito delle attività delle imprese multinazionali la cui influenza economica, combinata alla necessità degli Stati, soprattutto quelli in via di sviluppo, di attrarre investimenti, può “interferire con la capacità regolamentare dello Stato quando si tratti di elevare gli standard legislativi interni in materia sociale e ambientale”[4].


In questo contesto si collocano gli avvenimenti che hanno interessato il distretto di Loliondo, in Tanzania, dove la comunità masai ivi stanziata si è scontrata con la polizia e l’esercito a seguito della decisione da parte del governo di sfrattare i membri della comunità al fine di riconvertire l’area in una riserva di caccia e safari affidata a operatori internazionali.


4. Il progetto: “iniziativa di protezione ambientale” o mera operazione di business internazionale?


Più nello specifico, il progetto prevede la creazione di un’area protetta di 1500 km2 e la trasformazione delle cosiddette Game controlled areas, aree in cui la protezione della fauna locale non implica il divieto di insediamento, in Game reserves, aree volte alla salvaguardia dell’ecosistema e alla conservazione della fauna selvatica. In queste ultime, da una parte, non è consentito l’insediamento a favore dei gruppi locali, accusati di cacciare senza riguardo all’equilibrio della fauna selvatica e, dall’altra vengono permessi safari e forme di caccia “regolamentate”. Tali riserve, infatti, sono gestite dal Tanzania Department of Wildlife e costituiscono un’importante attrazione turistica per il paese grazie soprattutto alla presenza dei cosiddetti “big five”, i cinque animali- rinoceronte, elefante, bufalo, leopardo e leone- più ambiti dai cacciatori e, sempre più spesso, dai bracconieri. Il governo ha dunque parlato di “iniziativa di protezione ambientale”, dietro la quale si celerebbe in realtà un’operazione di business nel settore del turismo internazionale, col passaggio dalla gestione dell’area a favore della Otterlo business company, con sede negli Emirati Arabi, famosa per organizzare soggiorni e battute di caccia per clienti e visitatori facoltosi. Gli interessi della compagnia nell’area sono noti e non così recenti, e il suo coinvolgimento nelle operazioni di sfratto e dislocazione dei masai stanziati nella regione risale almeno al 2009, con un inasprimento dei conflitti che vede il suo culmine nel 2017, quando alcune abitazioni sono state bruciate e un ventenne è stato ucciso dalle autorità.


La situazione era dunque diventata talmente insostenibile e pericolosa che le comunità masai locali hanno deciso di rivolgersi alla Corte di giustizia dell’Africa orientale, la quale si è espressa a favore dei masai ponendo fine, almeno temporaneamente, al processo di espulsione dei gruppi stanziati all’interno dell’area. Tuttavia, la sentenza definitiva da parte della Corte tarda ad arrivare e l’assenza di tutela giuridica a favore dei gruppi locali ha fatto sì che il governo operasse in maniera sostanzialmente arbitraria, procedendo nuovamente con sfratti massivi che hanno riportato alla luce tensioni e antagonismi mai completamente superati.


5. La resistenza masai: un grido di battaglia in mezzo a un assordante silenzio


L'11 gennaio 2022, il commissario regionale della regione di Arusha, John Mongella, si è recato nella città di Wasso, nel quartier generale del distretto di Ngorongoro, per un incontro coi rappresentanti delle comunità masai stanziate nel territorio al fine di informare queste ultime circa il provvedimento di sfratto stabilito dal governo a loro danno. I leader masai si sono dunque rifiutati di firmare l'elenco dei partecipanti a tale incontro, nel timore di essere manipolati dal governo e per impedire che la loro firma potesse essere interpretata, in mala fede, come un consenso per l’avvio del provvedimento di sfratto.


Nella giornata dell’8 giugno, numerosi funzionari della polizia e dell’esercito, affiancati da agenti in tenuta antisommossa, si sono recati nel distretto di Loliondo per delimitare l’area destinata alla nuova riserva di caccia in gestione della compagnia degli Emirati Arabi, operazione a cui è seguita l’immediata risposta da parte delle comunità masai del posto. Tale reazione era sicuramente prevista e le autorità non hanno tardato a respingere la protesta facendo ricorso alle armi e alla violenza, col lancio di gas lacrimogeni e spari ad altezza uomo che hanno colpito i manifestanti, tra cui diverse donne, accrescendo l’indignazione, la frustrazione e la rabbia dei gruppi locali. La protesta è dunque degenerata in uno scontro aperto, e i masai hanno risposto al fuoco scagliando pietre e frecce contro le autorità, provocando la morte di un agente di polizia. Ciò ha portato all’arresto di venticinque pastori masai coinvolti nella protesta, i quali sono comparsi, nella giornata del primo luglio, dinanzi al tribunale della magistratura nella città settentrionale di Arusha, formalmente accusati dell’omicidio dell’agente a seguito del loro coinvolgimento nelle proteste durante le quali, secondo l’accusa, è stato posto in essere un vero e proprio attacco alle autorità. Di fronte a una tale esplosione di violenza risulta necessario, se non impellente, domandarsi se, e in che modo, possa instaurarsi un dialogo pacifico e costruttivo tra tutte le parti coinvolte che abbia come punto di partenza il rispetto dei diritti umani e la possibilità, a favore delle categorie sociali più vulnerabili e meno tutelate, di ottenere riconoscimento e spazi di espressione nell’ambito delle dinamiche che le coinvolgono.


L’episodio solleva, o dovrebbe sollevare, un dibattito, o almeno dei dubbi, circa l’attuale sistema di assegnazione e distribuzione della terra a favore delle comunità masai presenti in Tanzania, un sistema ambiguo e lacunoso che impedisce ai gruppi in questione di godere effettivamente delle garanzie legate al diritto di proprietà della terra. Le tutele derivanti dal diritto consuetudinario e dagli accordi, con tanto di registrazione formale, tra i rappresentanti delle comunità locali e il governo tanzaniano sono spesso insufficienti in quanto troppo “flessibili” e non idonei a garantire quella certezza del diritto necessaria ad un pieno godimento e a un libero accesso e utilizzo delle risorse presenti sul territorio. Nonostante un quadro giuridico poco chiaro ed efficace, la condotta delle autorità tanzaniane e della Otterlo business company sono comunque qualificabili come vere e proprie violazioni non solo delle situazioni giuridiche soggettive e della sovranità delle comunità masai colpite dai provvedimenti di sfratto, ma anche del loro diritto a un’abitazione, all’accesso al cibo e all’acqua, soprattutto in considerazione del fatto che la sussistenza dei masai dipende strettamente dalle risorse naturali del territorio.


Vi è inoltre un problema legato alla sfiducia che le comunità masai nutrono nei confronti dell’autorità governativa che, sebbene spesso giustificata, incide negativamente sulle relazioni tra questi attori rendendo ancora più difficoltoso un dialogo tra le parti il quale, già minato in partenza dall’asimmetria della posizione degli interlocutori, diviene totalmente privo di senso. Nel caso in esame, sebbene almeno a livello formale i rappresentanti masai siano stati inclusi nel processo decisionale in merito alla gestione delle terre “contese”, a livello sostanziale essi sono stati messi di fronte al dato di fatto, una condotta da parte delle autorità governative che ha svuotato di contenuto l’effettività della rappresentanza masai.

Graffito, Turismo, Protesta
Figura 3: Graffito di protesta contro il turismo di massa. Fonte: Unsplash

6. Il caso masai: quando la perdita della propria terra equivale allo smarrimento dell’identità


Quando la sussistenza ma anche le pratiche culturali di un popolo sono strettamente connesse alla terra in cui esso vive e alle risorse di cui si serve, la perdita, anzi, la sottrazione di queste ultime diventa un problema non solo dal punto di vista dell’accesso ai mezzi di sostentamento, ma anche da quello identitario e di preservazione di uno stile di vita non conforme all’imperativo consumista dilagante. Uno degli aspetti forse più dolorosi ma al tempo stesso maggiormente sottovalutati per quanto riguarda la disputa terriera che coinvolge il popolo Masai e la Otterlo Business Company, e in generale tutte le questioni riguardanti fenomeni comel and e water grabbing e minoranze etniche, gruppi locali e/o popoli indigeni, è infatti la progressiva perdita d’identità e l’impoverimento culturale che colpisce tali comunità.


Per quanto riguarda i masai stanziati in Tanzania e colpiti dalle politiche nazionali in materia di turismo, necessarie secondo il governo al fine di attirare investimenti esteri, i provvedimenti di sfratto hanno costretto le comunità a stabilirsi in aree meno fertili e meno adatte ai pascoli, costringendo molti membri ad abbandonare lo stile di vita tradizionale, a causa della scarsità di risorse aggravata dal cambiamento climatico. Numerosi masai si sono dunque trasferiti sulla costa, nelle zone turistiche vicino alla nota isola di Zanzibar, finendo per “portare come maschera quello che un tempo era il loro autentico volto”[5], riducendosi a grottesca caricatura di sé stessi ed esibendosi in danze tradizionali, coi costumi tipici, per il diletto degli ospiti dei resort di lusso e dei turisti stranieri pronti a scattare selfie. Altri hanno in affitto, a prezzi per loro elevatissimi, piccole botteghe sulla spiaggia dove vendono souvenir, stoffe, bracciali e collane di produzione masai, mentre altri ancora svolgono lavori stagionali come custodi, fattorini e camerieri nei lussuosi resort in costante aumento nelle aree costiere del paese. Il turismo è infatti uno dei settori in più rapida espansione dell’economia tanzaniana e tale crescita non coinvolge solamente Zanzibar e la costa vicino l’isola, ma anche i parchi nazionali e le riserve naturali, mete sempre più ambite dai turisti e minacciate dai bracconieri. Il sistema del safari, la caccia e il bracconaggio, nonché i diversi parchi di divertimento destinanti alla clientela internazionale stanno dunque compromettendo non solo il benessere dell’ecosistema e l’incolumità della fauna locale, ma anche l’identità e la cultura di uno dei più antichi e affascinanti popoli del continente africano.


Se il turismo, da una parte, costituisce un’importante risorsa per il paese e una potenziale fonte di reddito per numerosi tanzaniani impiegati nel settore, dall’altra la sua massificazione si accompagna a fenomeni, come quello del land grabbing, che risultano deleteri per le comunità del territorio, sradicate da quella che considerano la propria terra natìa per favorire politiche di cui spesso non sono beneficiarie. L’esecuzione di tali politiche, anzi, rischiano di compromettere la sussistenza dei gruppi locali, costringendoli ad adattarsi e nuovi modelli di produzione e stili di vita, spesso non conformi alle loro tradizioni e insostenibili da un punto di vista tanto sociale quanto ambientale, impoverendone la cultura e annullandone l’identità.


7. Conclusioni


La questione della proprietà della terra in Africa subsahariana è molto vasta ed estremamente complessa e non riguarda meramente il problema, già di per sé titanico, dell’allocazione e della distribuzione delle risorse, ma investe anche temi quali l’identità delle comunità locali e delle minoranze etniche, nonché la loro auto-percezione e auto-definizione come custodi dell’ecosistema di cui si sentono parte integrante.


Di conseguenza, inquadrare i conflitti che coinvolgono minoranze etniche, comunità locali e gruppi indigeni localizzati in numerosi Paesi in via di sviluppo-e non solo- esclusivamente in termini economici o politici, significa limitarne la narrazione a una questione meramente giuridica e/o economica, sottostimando la portata della componente identitaria e culturale nell’ambito delle dispute per la proprietà della terra e l’accesso alle risorse.


Nel caso in esame, se l’identificazione e l’auto-rappresentazione delle comunità masai in quanto custodi delle proprie terre, garanti dell’ecosistema e al tempo stesso parte integrante dell’ambiente naturale non viene socialmente e giuridicamente riconosciuta, le logiche del sistema di mercato globalizzato continueranno a prevalere sui diritti umani e ambientali. Inoltre, se le questioni identitarie non verranno adeguatamente incluse nelle analisi dei sempre più numerosi conflitti legati all’accaparramento e alla distribuzione delle risorse, questi ultimi non troveranno mai soluzioni definitive che possano soddisfare tutte le parti coinvolte e continueranno a polarizzare gli attori, emergenti o emersi, che caratterizzano un sistema internazionale sempre più complesso e connotato da diseguaglianze economiche e ingiustizie sociali.

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Note

[1] Andrea Maffei, Masai, i segreti di un popolo, La storia (difficile) del popolo Masai (insideover.com) [2] M. Nino, Il fenomeno della corsa all’accaparramento delle terre e la tutela dei diritti umani delle popolazioni coinvolte, a cura di G. Cataldi, “I diritti umani a settant’anni dalla Dichiarazione Universale, Editoriale Scientifica, Via San Biagio dei Librai, Napoli, 2019, p. 226 [3] Ivi, p. 227 [4] M. Fasciglione, I Principi Guida ONU su impresa e diritti umani e il consolidamento del regime internazionale in materia a settant’anni dalla Dichiarazione universale, a cura di G. Cataldi, op. cit. [5] La storia (difficile) del popolo Masai (insideover.com)


Bibliografia/Sitografia

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