Il femminismo islamico alla base del piano Saudi Vision2030: decostruzione di un’etichetta

Aggiornato il: gen 31

di F. Adele Casale

Abstract


In 2016 Chairman of the Council of Economic and Development Affairs Mohammed bin Salman al-Saud approved the strategic framework Saudi Vision2030, in order to “make the heart of the Arab and Islamic world, a global engine for investment and a hub that connects three continents (Europe, Asia, Africa)”. As a lot of the political actions focus on 49% of the population that is young and female, the International Community sees the reforms as a sign of changes resulting from the activity of Saudi “Islamic feminism” without considering the local contexts, but, especially, without highlighting what is behind Saudi Vision2030.

Fonte Saudi Arabia | Geography, History, & Maps | Britannica

1. Introduzione


Il piano Saudi Vision2030, presentato nel 2016 dall’attuale Principe Ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman al-Saud, prevede diverse azioni di coinvolgimento delle donne soprattutto nel mercato del lavoro. Per fare ciò sono previste diverse aperture atte a dare più libertà, che la Comunità Internazionale accoglie con entusiasmo come riforme progressiste attente alle questioni di genere. Parallelamente, però, in Arabia Saudita molti attivisti per i diritti delle donne sono in carcere e le detenzioni politiche continuano. Si tratta, allora, di una contraddizione? Cosa c’è oltre il programma Saudi Vision2030? In quale contesto socio-politico si inserisce? Il Principe Ereditario è un femminista incompreso, o i suoi interessi sono ben altri rispetto a quello dell’agevolare un attivismo per i diritti delle donne che, peraltro, già esiste e è vigoroso?


2. Il programma SaudiVision2030 e i suoi contesti di riferimento


Nel 2016, il Consiglio degli affari economici e dello sviluppo (CEDA) saudita presieduto dall’attuale Principe Ereditario (nominato nel 2017) e Viceministro Mohammed bin Salman al-Saud, ha avviato il piano di sviluppo Saudi Vision2030, monitorato dallo stesso organo promulgatore, e finanziato dal Public investment fund (PIF).


Le azioni previste, atte a potenziare principalmente le attività nazionali, hanno l’obiettivo di rilanciare l’immagine del paese sul piano internazionale, puntando a rendere “il cuore del mondo arabo e islamico, un motore globale per gli investimenti e un hub che collega tre continenti (Europa, Asia, Africa), migliorando al contempo la qualità di vita dei propri abitanti”.

Fonte https://www.internazionale.it/tag/paesi/arabia-saudita

Nonostante gli avvenimenti degli ultimi anni[1], l’Arabia Saudita vuole riconquistare il suo ruolo di leader sunnita in chiave antisciita e di punto di stabilità regionale tra Israele, Libano, Siria, Iran, con il favore della Comunità Internazionale, ammiccando al capitale estero[2].

Fonte: Vision 2030 - Reale Ambasciata dell'Arabia Saudita (arabia-saudita.it)

Se da una parte il programma costituisce un progetto socio-politico scaturito dalla presa di coscienza della necessità di riformare il modello economico finora perseguito, in cui metodi moderni di produzione si sono sovrapposti a una società tradizionale, dall’altra è un prodotto influenzato dalle nuove generazioni e dal loro essere mediamente altamente istruite, spesso emigrate all'estero, le quali aspirano ad una maggiore inclusione sociale e lavorativa. Sempre più urbanizzato e multietnico, il Paese promuove l'assistenza sanitaria e la famiglia con il risultato di avere un alto tasso di natalità e una popolazione giovane. Le politiche familiari, vanno a inserirsi nel più ampio quadro giuridico della Legge fondamentale del governo, al-Niẓām al-Asāsī li al-Hukm , emanata nel 1992, la cui parola d’ordine è unicità. Unicità religiosa, legislativa, politica, etnica e sociale, stretta intorno al patto tra potere centrale e Wahhabismo, che, insieme, si fanno promotori e garanti dei diritti dei cittadini e delle loro tradizioni culturali. La critica al governo è ammessa, ma negli appositi spazi dedicati dei diversi Concili presieduti dal Re, il quale rimane all’apice del sistema politico e giudiziario in una società dalle forti identità tribali dove esse stesse costituiscono un potente fattore di controllo sociale influenzando anche lo status delle donne. La condizione (nell’ambito del mercato del lavoro) di queste ultime è ampiamente contemplata nel Saudi Vision2030.


3. Target Saudi Vision2030, perché proprio le donne?


Le politiche a favore delle donne del Saudi Vision2030 si muovono sulla scia delle aperture fatte nell’ultimo ventennio, rispondendo a una strategia ben precisa[3], seppur verso ovest siano state acclamate come profonde riforme socio-politiche in una prospettiva di genere. Nonostante il Paese sia tra i firmatari della Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) del 1981, non sembra questo il documento di riferimento.


La componente femminile rappresenta il 49% della popolazione saudita composta da circa 33.699.947 persone e una crescita annua pari al 2%. Con un’età media di 28 anni e una presenza rilevante sia di studentesse che di lavoratrici soprattutto nell’educazione e nella sanità, che spesso supera la parte maschile, essa partecipa poco alla crescita economica nazionale: “unemployment rate of women is more than five times higher than men’s unemployment rate”[4] .


Con questi numeri le donne costituiscono una risorsa irrinunciabile[5], e, in effetti, tra gli impegni di Vision2030 c’è quello di rendere loro il mondo del lavoro più accessibile e attrattivo, incrementandone la partecipazione dal 17% al 25% entro il 2020 secondo il Delivery Plan, e dal 22% al 30% entro il 2030[6]. Per loro un programma di supporto allo spostamento e al trasporto; e un aiuto per le lavoratrici con figli. Tutto ciò ha riflessi positivi sull’immagine dell’Arabia Saudita, e attrae investimenti verso un target di acquirenti nuovo e molto fruttuoso. Un esempio: nell’ estate 2018 le donne hanno ottenuto il permesso di guidare. Dal seguente diagramma si può notare quanto sia importante l’impatto in termini di revenue.

[7] Fonte https://www.pwc.com/m1/en/publications/documents/women-driving-the-transformation-of-the-ksa-automotive-market.pdf

Tuttavia, tali novità sembrano essere più uno specchietto per le allodole che profonde riforme progressiste. D’altronde, dati i contesti internazionale, regionale, nazionale e i molti stakeholders da tenere in considerazione, non si può dire di certo che il Principe Ereditario sia un femminista aperto al cambiamento. Spia di ciò è il fatto che molti attivisti, inclusi quelli per i diritti delle donne, sono detenuti con l’accusa di attentare alla sicurezza dello Stato , come denunciato ampiamente.


4. L’ attivismo per i diritti delle donne in Arabia Saudita


L’attivismo di genere è uno di quei fenomeni che nasce all’interno del dibattito della rinascita storico-culturale nei mondi arabo-musulmani, an-Nahdah, tra i secc. XIX e XX. Prendendo inizialmente forma nazionale, per poi passare in seno all’Umma globale, diviene sempre meno elitario, e si esplica spesso in chiave anticoloniale e antimperialista. In particolare, la definizione di femminismo islamico[8] nasce negli anni ‘90 su impulso della prima guerra del Golfo (1990-1991)[9], e la sua principale sfida consiste nel reinterpretare la tradizione musulmana racchiusa nel Corano e nella Sunna in una prospettiva di genere. La ricerca indipendente sulle fonti religiose, l’ijtihad; l’esegesi, il tafsir; le metodologie fornite dalle discipline storiche e sociali sono impiegate per lo studio delle figure femminili che hanno fatto la storia dell’Islam. Alla base c’è la denuncia dell’interpretazione sessista che il diritto, fiqh fa della Legge Shari ‘a. A essere messa in dubbio non è la sacralità dei Testi, bensì la temporalità delle loro interpretazioni, e tale punto di vista cambia a seconda del contesto locale, delle posizioni politiche, collocandosi in un continuum dinamico[10], dove la centralità della religione musulmana rappresenta una reinvenzione individuale e collettiva legittimata in validi schemi culturali, totalmente in linea con le sfide tanto locali, quanto globali del sec. XXI.


Per capire l’attivismo saudita per i diritti delle donne è necessario considerare elementi etnici, religiosi, culturali e socio-economici i cui limiti, che vanno a determinare diversi codici (d’abbigliamento, di accesso al mercato del lavoro e alla mobilità), danno vita a spazi di lotta che si aprono contestualmente ad ampi cambiamenti sociali. La percezione occidentale della discriminazione basata unicamente sul concetto di genere non è pertinente, in quanto l’attivismo saudita, seppur immerso in una società patriarcale, non è a esso che reagisce direttamente, laddove sono coinvolti altri fattori di privilegio o di bisogno come acqua pulita, cibo e cure accessibili. La discriminazione non sta, per esempio, negli spazi riservati alle sole donne, tutt’altro: molte preferiscono ambienti separati in quanto le rendono autonome in una cultura che valorizza le differenze tra uomini e donne. Similmente con l’aumento del costo della vita a partire dagli anni ‘90, la famiglia monoreddito è diventata gradualmente una condizione insostenibile. L’entrata nel mondo del lavoro di molte donne e la loro conseguente indipendenza economica, per molte non si è tradotta in una maggiore libertà decisionale, al contrario, per alcune, è stata la base per ulteriori restrizioni e limitazioni, ma ha promosso l’apertura di nuovi luoghi per altre lotte[11].


Gli attivisti sauditi possono essere raggruppati in quattro grandi gruppi politici: i liberali, libralliyya, che vogliono una maggiore partecipazione femminile nella vita pubblica; gli huquqiyya, che indicano le loro richieste nel più ampio quadro della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo; i gruppi femministi, nasawiyya Islamiyya, che pensano che il cambiamento sia possibile solo a partire dall’interpretazione delle fonti; infine i conservatori, muhafitha, che ritengono che l’emancipazione della donna è da collocarsi all’interno del ruolo datole dall’Islam in una chiave assolutamente anticoloniale e antimperialista[12]. Inoltre, ogni orientamento politico ha due varianti che oscillano tra la totale critica nei confronti dello Stato, alla totale complicità con esso. All’interno di queste categorizzazioni generali, alcuni gruppi abbracciano una struttura associativa formale, altri si configurano come reti fluide senza leadership che interagiscono virtualmente attraverso i social media. Altri ancora appaiono in reazione a un evento per poi dissolversi rapidamente, o, al contrario, hanno una componente permanente in cui i membri si identificano indipendentemente da ciò che accade. Di base, comunque, molti attivisti non lavorano in gruppo per cercare di passare inosservati e essere percepiti dal potere centrale come più innocui, e quindi rischiare meno il carcere. Nonostante i diversi punti di vista, c’è l’obiettivo comune di perseguire programmi di cambiamento sociale, evitando perlopiù l’etichetta di femminista[13]alla quale, per esempio, si preferisce quella di womanist per allontanarsi da un approccio salvifico e da una narrazione senza luogo e senza tempo che non appartengono a tali realtà.


Infine, indipendentemente dalla loro forma, le militanze sono influenzate dalle nuove tecnologie digitali che forniscono nuovi spazi di discussione e di scambio, oltrepassando i confini nazionali. A titolo esemplificativo, c’è chi si ispira ai valori occidentali come Musawah, MENA Rights Group; o chi cerca il confronto nel dialogo interculturale e interreligioso: ALQST, Kaiciid Dialogue Centre; o, ancora, chi ha un approccio misto come il GIERFI; o coloro che sono per uno spazio collettivo internazionale per le donne che vivono sotto la legge islamica o che da essa sono condizionate come WLUML.


Il panorama non manca di scontri tra punti di vista diversi, per esempio, nel 2009, in risposta all’appello della scrittrice W. al- Huweidar per l'abolizione del sistema mahram, la principessa Jawaher bint Jalawi, ha lanciato una contro-campagna, chiamata “My Guardian Knows What's Best For Me" sostenendo che il sistema di tutela maschile va a vantaggio dell’onore delle donne saudite in un’ottica opposta all’occidentalizzazione dei principi dell'Islam.


5. Conclusione


Saudi Vision 2030 non è un piano di profonde riforme dell’establishment politico e sociale in Arabia Saudita, e l’etichetta di femminismo islamico non trova poi tanto spazio nel contesto vario, vivace e dinamico dell’attivismo saudita per i diritti delle donne. Esso, infatti, va collocato all’interno di un sistema composto da elementi etnici, religiosi, culturali e socio-economici i cui limiti vanno a determinare codici diversi. Le libertà di genere concesse dal programma hanno il preciso scopo di attrarre investimenti esteri e consolidare il potere centrale con il favore della Comunità Internazionale, laddove l’immagine del Paese ha perso il suo smalto con gli avvenimenti degli ultimi anni.


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Note


[1] L’immagine del Paese ha perso colore sia a livello internazionale con la perpetrazione della guerra in Yemen sin dal 2015, con l’avvicinamento agli USA e all’amministrazione Trump nel 2017, con l’omicidio Khashoggi, con le detenzioni politiche di attivisti e attiviste; sia a livello regionale con l’avvicinamento a Israele. https://www.internazionale.it/opinione/madawi-al-rasheed/2020/09/11/arabia-saudita-salman-politica-estera [2] L’Arabia Saudita è effettivamente aperta al capitale internazionale che può salvarla dai pericoli della dipendenza da un unico prodotto, il petrolio, soggetto a fluttuazioni di prezzo, soprattutto dopo le crisi economiche e finanziarie, inclusa quella provocata dalla pandemia da COVID-19 https://www.internazionale.it/notizie/2020/06/16/arabia-saudita-fondo-investimento Con lo stesso spirito si è presentata al G20 a fine novembre https://www.consilium.europa.eu/it/meetings/international-summit/2020/11/21-22/# [3] Non sembrano essere “il risultato dell’incessante azione delle femministe e delle attivistehttps://www.amnesty.it/arabia-saudita-femminismo-omosessualita-ateismo-idee-estremiste/ , piuttosto vengono fatte quando è necessario ridare un’immagine positiva del Paese all’estero. Per esempio, nel 2001, subito dopo i fatti dell’11 Settembre, le autorità saudite hanno concesso la carta d’identità alle donne per prima volta nella storia del Regno. Nel 2009, la dott.ssa Noura al Fayez diventa la prima donna a ricoprire la carica di Vice Ministro. Nel 2013 tre donne vengono nominate Vicepresidenti della Commissione per i diritti umani e le petizioni (la dott.ssa Thurayya Obeid); della Commissione per l'informazione e la cultura (la dott.ssa Zainab Abu Talib); della Commissione per la salute e l'ambiente (la dott.ssa Lubna Al Ansari); e la dott.ssa Hanan bint Abdurrahim bin Mutlaq Al-Ahmadi è la prima donna al Consiglio Consultivo, Majlis al-Shura . Nel dicembre 2015 per la prima volta le donne hanno votato e sono state elette nelle cariche amministrative. Nel febbraio 2018, con la nascita del nuovo governo, Tamader Al Rammah Yousef Mogbel Al Rammah è stata nominata Vice Ministro del Lavoro. L’anno successivo l’Arabia Saudita ha nominato la sua prima ambasciatrice negli USA: la principessa Rima bint Bandar al Saud, conosciuta per difendere i diritti delle donne nel paese, e dallo stesso anno le donne possono possedere un passaporto e viaggiare da sole e senza l’autorizzazione di un tutore (maschio) https://www.britannica.com/place/Saudi-Arabia/Crown-Prince-Mohammed-bin-Salman anche se il sistema mahram non è mai stato abolito, anzi evolve insieme alle nuove tecnologie (vd. l’applicazione Absher). [4] General Authority for Statistics, Statistical Analysis and Decision Support Center, Saudi women The partner of success, 2019, pp. 26 e seg.; Info Mercati Esteri, Arabia Saudita, 2019 [5] Giusto per avere un’idea dell’impatto economico che il coinvolgimento della componente femminile può apportare, si propone il seguente documento riguardante il permesso di guidare dato alle donne https://www.pwc.com/m1/en/publications/documents/women-driving-the-transformation-of-the-ksa-automotive-market.pdf [6] Per un quadro più completo cfr. Kingdom of Saudi Arabia, Vision 2030 ,2016, pp. 39 e seg.; Kingdom of Saudi Arabia, National Transformation Program, Delivery Plan 2018-2020, pp. 78 e seg. [7] Fonte https://www.pwc.com/m1/en/publications/documents/women-driving-the-transformation-of-the-ksa-automotive-market.pdf [8]che nel presente lavoro descriviamo come attivismo per i diritti delle donne per cercare di render conto del grande dibattito attorno alla dicitura femminismo che ha schemi storico-culturali di riferimento fuori i mondi arabo-musulmani. [9] Per una trattazione storica dell’argomento si rimanda a PEPICELLI, R. Femminismo islamico. Corano, diritti, riforme, 2010; e a ABDALLAH LATTE, S. Islamic Feminism Twenty Years On: The Economy Of A Debate And New Fields of Research , 2010 [10] La stessa antropologa Ziba Mir-Hosseini https://www.youtube.com/watch?v=Fzf2D43wcTc&app=desktop sottolinea quanto sia fondamentale contestualizzare gli attivismi per i diritti delle donne, poiché Corano non definisce precisamente il concetto di giustizia, esso si limita a fornire esempi e casi di ingiustizia, e in esso i concetti di giustizia e equità sono intesi come pari opportunità, e non come pari diritti. [11] HOZA, J. L., Is there Feminism in Saudi Arabia?, Journal of Undergraduate Research, Volume 20, Issue 2, University of Florida, 2018/2019 [12] Con la consapevolezza che tale categorizzazione, però, lascia fuori le donne straniere, le migranti prive di documenti, le lavoratrici domestiche. [13] Questa elusione suggerisce che le donne saudite sentono poca affinità con il femminismo occidentale. Molte giovani donne saudite esprimono il loro consenso infrangendo le regole dei codici. A tale proposito si consiglia la lettura del libro di PEPICELLI, R., Il velo nell'Islam. Storia, politica, estetica, 2012


Bibliografia


ABDALLAH LATTE, S. Islamic Feminism Twenty Years On: The Economy Of A Debate And New Fields of Research , Critique Internationale, Vol. 46, SciencePo les Presses, Paris, 2010


BIN ABDULAZIZ AL-SAUD, F., Basic Law of Governance, Riyad 1992


The Embassy of Kingdom of Saudi Arabia, Arabia, Saudi Arabia’s Reforms and Programs to Empower Women, Washington, 2019


General Authority for Statistics, Statistical Analysis and Decision Support Center, Saudi women The partner of success, 2019


HASSAN, R., Equal Before Allah? Woman-man equality in the Islamic Tradition, Women living under muslim laws, Dossier 5-6, 1988


HOZA, J. L., Is there Feminism in Saudi Arabia?, Journal of Undergraduate Research, Volume 20, Issue 2, University of Florida, 2018/2019


Info Mercati Esteri, Arabia Saudita, 2019

Kingdom of Saudi Arabia, National Transformation Program, Delivery Plan 2018-2020, Vision 2030


Kingdom of Saudi Arabia, Vision 2030, 2016


PEPICELLI, R., Femminismo islamico. Corano, diritti, riforme, Roma, 2010; Il velo nell'Islam. Storia, politica, estetica, 2012


PwC, Women driving the transformation of the KSA automotive market, 2018


VANZAN, A., Lo sguardo dell’Altra. Donne dell’Islam e nuovi femminismi orientalisti, Altre Modernità, Università degli Studi di Milano, n°8, Milano, 2012


Sitografia


www.aljazeera.com

www.wluml.org

www.arabia-saudita.it

www.vision2030.gov.sa

www.internazionale.it

www.consilium.europa.eu

www.middleeastmonitor.com

www.britannica.com

www.my.gov.sa

www.shura.gov.sa

www.infomercatiesteri.it

www.sustg.com

www.cilecenter.org

www.middleeastmonitor.com

www.cairn-int.info

www.pwc.com

www.news.un.org

www.amnestyinternational.it

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