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Dentro l’Unione Africana: Israele nelle vesti di Paese osservatore

Aggiornamento: 20 lug 2022

*Si ringrazia il Coordinatore del Comitato Scientifico e di Indirizzo dell’Associazione Italiana Analisti di Intelligence e Geopolitica (AIAIG), Giovanni Conio, per l’opportunità di confronto sul metodo ai fini del presente lavoro


1. Introduzione


Il 23 luglio 2021, lo Stato ebraico di Israele è stato ammesso nell’Unione Africana (UA) come membro osservatore, a seguito di intense politiche di relazioni diplomatiche, dopo la rimozione a seguito del rimodellamento dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA 1963-2002) nel 2002.


Il 6 febbraio il suo status è stato sospeso a seguito delle proteste da parte di alcuni Stati membri e le consultazioni sull’argomento rinviate a inizio 2023. Nella vicenda sono implicati diversi interessi geopolitici e commerciali per cui lo Stato ebraico ha intrapreso grandi cambiamenti strutturali, soprattutto durante l’era Netanyahu, sin dal 2009, che hanno investito anche le modalità di gestione degli affari africani, dando vita a anni di diplomazia attiva con ogni singolo Stato.


Se tra gli anni ’50 e ’60 il neonato Stato giudaico si interessa all’Africa per supplire al suo isolamento geopolitico, negli ultimi tempi, in particolare a partire da 2009, Israele concorre alla nuova corsa all’Africa per le risorse e per la ricerca di nuovi mercati.


Lo stesso Naftali Bennett, nuovo Primo Ministro dal 2021, ha esordito la sua attività estera con una visita in Egitto (uno dei player chiave in Africa e in Medio Oriente ) anche se il suo impegno in Africa non sembra equipararsi a quello dell’era Netanyahu, in quanto preferisce fare leva sui rapporti con le monarchie del Golfo per curare gli interessi nazionali nel Continente.


2. L’Unione Africana e lo status di osservatore presso di essa


L’ Unione Africana nasce nel 2002 dalle ceneri dell’Organizzazione dell’Unità Africana (1963-1999) con lo scopo di promuovere la cooperazione tra i componenti in un’ottica di emancipazione e autodeterminazione, è composta da cinquantacinque Stati membri divisi in cinque regioni geografiche (centrale, orientale, settentrionale, meridionale, occidentale).


Nel 2013 presenta lAgenda2063 che si innesta sulla mission panafricana, e ne rafforza gli obiettivi di sviluppo sostenibile e inclusivo per essere competitivi nell’arena globale.


I trattati che ne presiedono l’attività sono L’Atto Costitutivo e il Protocollo di Emendamento all’Atto Costitutivo e è composta da diversi organi, tra cui un’Assemblea, un Parlamento panafricano, una Commissione. A quest’ultima è necessario rivolgersi per richiedere l’accreditamento come osservatore.


Uno Stato non membro acquisisce tale condizione se in linea con l’interesse supremo dell’UA in accordo con gli altri organi, e secondo quanto stabilito dai Criteri di Sirte del 2005. Nello specifico, la Parte II, Sez. II, dà indicazioni in caso una richiesta di accreditamento incontrasse la disapprovazione di uno o più Stati membri, per cui il Presidente della Commissione deve considerare tali richieste in conformità con gli obiettivi dei Trattati Costitutivi, e in accordo con gli altri organi.


Lo Stato accreditato, in cambio, deve stabilire relazioni di stretta collaborazione con l’Unione, con la quale intrattiene consultazioni regolari in materia di interessi comuni come descritto nella Sez. IV, Punto 1.


Gli strumenti che ne regolano l’attività sono la Convenzione Generale sui Privilegi e le Immunità dell’Organizzazione dell’ Unità Africana , e Il testo che regola l’acquisizione del suddetto status per le Organizzazioni Non Governative secondo il quale, oltre ad avere la mission conforme agli obiettivi e ai principi dell’Atto Costitutivo dell’UA, all’osservatore è permessa la rappresentanza ai diversi incontri dell’UA su invito; l’ accesso ristretto a documenti non confidenziali o che lo riguardano; nonché la partecipazione passiva alle sessioni pubbliche del Consiglio Economico, Sociale, Culturale e di altre Commissioni Tecniche Specifiche. Lo Stato Osservatore deve, inoltre, mantenere dei rapporti di estrema cooperazione, consultazioni regolari, e presentare un rapporto triennale.


3. Israele nel continente africano


La presenza di Tel Aviv nel continente africano inizia sin dagli anni ’50, quando il neo stato cerca consenso geopolitico intorno a sé, presso i primi Paesi indipendenti.


Israele si fa strada instaurando relazioni con circa trenta neonate nazioni, offrendo loro assistenza tecnica e militare in diversi settori, rappresentando un modello di modernizzazione e di emancipazione dalla colonizzazione, latore di strategie risolutive, competenze tecniche e nuove tecnologie.


Tra gli anni ’70 e ’80 tale proiezione è ostacolata dal fatto che l’Organizzazione difende la causa palestinese esplicitamente adottando la Risoluzione 77 (XII) del 1975[1].


Con l’era Netanyahu, sin dal 2009, si assiste ad un trasferimento di potere interno sempre più verso il gabinetto del Primo Ministro e a una trasformazione dell’assetto istituzionale interno, con la presenza del binomio sicurezza-intelligence sempre più caratterizzante la diplomazia.


Per quanto riguarda gli affari africani, principalmente ci sono due uffici dedicati presso il Ministero degli Affari Esteri: Africa 1, concernente Nord Africa, Costa d’Avorio, Camerun, Etiopia, Kenya, Eritrea, Nigeria, RDC, Congo, Tanzania. Africa 2 che si occupa di Sud Africa, Eswatini, Namibia, Botswana, Angola, Zambia, Malawi, Mozambico, Mauritius, Madagascar. Entrambi operano in tandem con un corollario di altri enti istituzionali, tra i quali Israel's Agency for International Development Cooperation (MASHAV), l’Israel Export Institute (IEI), l’Israel Foreign Trade Risks Insurance Corporation (ASHRA), attraverso attività interdipartimentali che vanno a coprire diversi settori operativi. Inoltre, Un ruolo sempre più prominente spetta al National Security Council. Creato da Benjamin Netanyahu nel 1999, dal 2008 si occupa anche di questioni relative agli affari esteri e alla sicurezza dello Stato d'Israele, facendo capo direttamente al Primo Ministro, come anche il Mossad. Quest’ultimo viene spesso consultato, soprattutto nel caso di viaggi istituzionali e agisce come ponte informativo tra settore privato e settore pubblico.


Ad oggi si parla di un ritorno in Africa, frutto di una capillare attività diplomatica, ad opera, soprattutto di Netanyahu che permette di intrattenere relazioni con almeno 46 Stati membri dell’UA, a seguito di una serie di visite istituzionali e di azioni diplomatiche di apertura, soprattutto a partire dal 2016, con la prima visita del Primo Ministro Netanyahu a trent’anni dall’ultima, con lo scopo annunciato di ricostruire le relazioni. La costante attività diplomatica ha visto l’ex Primo Ministro Netanyahu e il Ministro degli Affari Esteri Avigdor Lieberman viaggiare nel continente a partire da Etiopia, Kenya, Ruanda, Uganda, Nigeria, Ghana nel 2009; in Ruanda, Costa d’Avorio, Ghana, Kenya, Etiopia nel 2014. L’interesse è quello di esplorare nuovi mercati principalmente per i settori agricolo, delle alte tecnologie e della sicurezza[2].


Nel giugno 2017 ritroviamo il Primo Ministro nel summit della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) e nel nord Africa. Ancora, nel 2019 ripristina le relazioni con il Ciad, e a fine 2020 stipula un accordo di normalizzazione delle relazioni con il Sudan.


Infine, nell’estate 2021 il Ministro degli Affari Esteri ribadisce l’impegno per implementare la cooperazione nella lotta alla pandemia da covid-19 e al terrorismo, e a luglio Israele riacquista lo status di Paese osservatore presso l’ Unione Africana, sotto il Presidente della Repubblica Democratica del Congo e dell’Unione Africana (per un anno) H.E. Felix- Antoine Tshisekedi Tshilombo, attraverso il quale Israele ha ottenuto un riavvicinamento su politiche di sicurezza e di interventi ambientali. Presentata dall’ambasciatore di Israele ad Addis Abeba, Aleleign Admasu, la richiesta formale di adesione, è stata accettata unilateralmente dal Presidente della Commissione dell’Unione Africana, il ciadiano H.E. Moussa Faki Mahamat, secondo quanto stabilito dai Criteri di Sirte del 2005.


Nel febbraio 2022, in occasione del cambio di presidenza, passata al Senegal con il Presidente Macky Sall, alcuni Stati membri[3] hanno manifestato espressamente le proprie istanze contro l’ingresso di Israele in UA, rilanciando così le consultazioni interne e istituendo una Commissione, le cui conclusioni verranno presentate al summit annuale 2023 dell’Unione Africana.


4. Quali interessi


L’isolamento geopolitico di Israele, circondato da Paesi arabi e musulmani, nonostante la forte alleanza industriale e militare con gli USA e le sue dimensioni, fanno della ricerca di nuovi mercati per l’export la base della sua economia. L’investimento che Israele fa in Ricerca e Tecnologia corrisponde, secondo gli ultimi dati al 4,9% del PIL, trend in ascesa all’interno del quadro dei Paesi OECD, e, rispetto al 2019, ha implementato del 15% le risorse per la stipulazione di accordi di export nel settore della difesa: verso l’Africa dirige circa il 4% del PIL. L’interesse principale è nei settori agricolo, delle alte tecnologie e della sicurezza per i quali, specularmente l’Agenda 2063 dell’UA lascia ampio spazio di manovra.


Accanto alle relazioni economiche, quelle identitarie: lAliya, il ritorno biblico in Terra Santa, rimane un duplice e potente strumento di politica estera. Infatti, da un lato permette di andare a colmare il suo punto di debolezza nell’essere uno Stato di piccole dimensioni, dall’altro, l’approccio non imperialista è gradito ai Paesi africani, con una speciale attenzione alle comunità giudaiche africane.


Il continente africano, dal lato suo, con le sue materie prime, la giovane età media della sua popolazione e la forte instabilità di molte zone, rappresenta una grande opportunità non solo per essere un mercato inesplorato che ha bisogno di mezzi esterni per sostenere le attività economiche. Israele è presente nello scacchiere con progetti su campo di diversa scala, nei settori agricolo, peschiero, sanitario, dell’aviazione, delle telecomunicazioni, della sicurezza, edilizio, della gestione delle calamità naturali, e con interventi di cooperazione allo sviluppo.


Infine, molti dei Paesi africani sono incoraggiati a intrattenere relazioni con lo Stato giudaico sulla scia dell’esempio di alcuni Paesi leader del mondo arabo-musulmano come l'Arabia Saudita, il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti.


In linea generale, seguendo la ripartizione delle aree regionali dell’UA, per ciò che concerne l’Africa subsahariana, sull’attività diplomatica di Tel Aviv si può dire quanto segue.


L’Africa centrale, con la sua richiesta di acqua, elettricità e di servizi sanitari, permette a Israele di investire in progetti su diverse scale. A seguito di visite diplomatiche, nel 2018, si sono negoziati diversi accordi per sostenere lo sviluppo dell’attività privata nei settori dell’allevamento bovino e di pollame.


L’ Etiopia e il Kenya, con le loro comunità giudaiche, sono i fulcri delle proiezioni geopolitiche israeliane verso alcuni Paesi centrali, come il Rwanda, l’Uganda, la RDC, soprattutto nel settore della sicurezza. Quest’ultimo, responsabile della promozione di Israele in qualità di Osservatore nell’UA, con il Presidente H.E. Felix- Antoine Tshisekedi Tshilombo, è stato un alleato importante anche per gli USA di D. Trump. Infine è necessario considerare la vulnerabilità dell’area dei Grandi Laghi per il passato storico degli anni ’90 culminato nel genocidio del 1994.


In Africa orientale gli interessi di Israele coinvolgono l’area del bacino del Nilo e del Mar Rosso.


Israele è uno dei primi a riconoscere l’indipendenza del Sud Sudan (prevalentemente cristiano) nel 2011 e a intraprendere una normalizzazione dei rapporti con il Sudan a partire dal 2020 con lo scopo di indebolire la Lega Araba della quale il Sudan è membro.


Più nello specifico il Corno d’Africa, con la sua collocazione costiera a cavallo tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, e i giacimenti di materie prime, come uranio, ferro, stagno, gesso, bauxite, rame, sale, gas naturale, petrolio sono tra le risorse ancora poco sfruttate a causa dell’elevata instabilità della scarsa tecnologizzazione, lo stesso insieme di fenomeni che ha creato il mercato per tecnologie di sorveglianza altamente sofisticate fornite dai Paesi del Golfo e da Israele. In particolare, il Somaliland, le cui mire indipendentiste sono riconosciute dallo Stato ebraico, gode di una posizione strategica a ridosso dello stretto di Bab al-Mandeb, arteria chiave del commercio internazionale attraverso il quale transita circa il 10% di tutto il traffico merci marittimo mondiale, e l’8% del petrolio. In tale prospettiva si inseriscono gli interessi di Israele attraverso il porto di Eilat[4], il cui intervento nell’area gli permette di gestire anche i rapporti con i Paesi occidentali e del Golfo, e la lotta al terrorismo di al-Shabaab.


Come accennato, nel giugno 2017 ritroviamo il Primo Ministro al summit mensile della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) in Liberia, a Monrovia, tra i molti altri contatti, con l’ intessere di stabilire partnership commerciali[5]. L’area registra il 75% di esportazioni petrolifere capitanate dalla Nigeria, e il 3% di produzione di pietre preziose. Altrettanto eloquenti sono le importazioni macchinari e dispositivi elettrici. Infine, l’intento di Israele è quello di supportare i governi nella lotta al terrorismo, facendo di quest’ultimo impegno una leva politica metonimica che accende i riflettori su Israele come combattente contro il terrorismo palestinese.


5. Conclusioni


Dalle sue relazioni diplomatiche, commerciali e di cooperazione allo sviluppo con gran parte degli Stati membri dell’Unione Africana, Israele ha buone possibilità di proseguire accanto all’Organizzazione in qualità di osservatore. Le capillari relazioni intessute durante l’epoca Netanyahu sono ben salde e ancorate su quelli che sono i settori vulnerabili locali; il neonato Premier, Bennett, non sembra voler lasciare il continente, seppur muovendosi per altre strade. Più in generale, nonostante gli eventi interni degli ultimi due mesi, culminati nel crollo del governo, Israele e Unione Africana non rinunciano a cooperare, come ribadito in più occasioni da entrambi.


Inoltre, è ormai assodato che l’Africa sia uno scacchiere sempre più considerato laddove molti sono i competitor che si contendono risorse e capitale umano. Certo, l’Unione Africana ricerca indipendenza e autodeterminazione e le sue azioni sembrano essere sempre meno legate agli schieramenti coinvolti nella questione palestinese sull’esempio anche di diversi Paesi arabo-musulmani, ma non può fare a meno dell’esperienza securitaria dello Stato di Israele che può comprenderne e assecondarne a pieno anche gli umori anticoloniali e antimperialisti.


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Note

[1] Inoltre, la Palestina è Paese osservatore nell’UA dal 2013 [2] C’è da distinguere, però, l’attività delle singole piccole e medie imprese israeliane, frutto, magari, di migrazioni generazionali, dalle attività promosse dal Paese che sono nettamente esigue [3] South Africa, Angola, Namibia, Mozambique, Botswana, Zambia, Zimbabwe, Malawi, Eswatini, Lesotho, in Southern Africa, Benin, Cote d'Ivoire, Senegal, Nigeria, Ghana, Togo, Sierra Leone, Liberia, Guinea Bissau, Cape Verde, in West Africa, Egypt, Morocco in North Africa, Rwanda, Ethiopia, Kenya, Uganda, Djibouti, Eritrea, The Comoros, Mauritius, Madagascar in East Africa, Chad, Cameroon, Republic of the Congo, DRC, the Central African Republic, Gabon, Burundi, Equatorial Guinea, Sao Tome and Principe in Central Africa [4] Israele sta puntando molto sui suoi porti attraverso i quali passa circa il 98% di tutto il suo commercio internazionale Il disgelo politico con Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti svela scopi reciproci di sviluppo economico tra il Canale di Suez e il Mar Rosso. Infine, la pandemia da covid-19 ha influenzato negativamente gli scambi commerciali evidenziando alcune debolezze inerenti alla supply chain e alla dipendenza da alcune risorse [5] Spesso sono le piccole e medie imprese israeliane a intrattenere rapporti commerciali locali che poco hanno a che fare con la politica estera del Paese, in quanto spesso frutto del networking del singolo imprenditore a titolo privato


Bibliografia

  • African Union Commission, Agenda 2063. The Africa we want, 2015

  • AUC/OECD, Africa’s Development Dynamics 2022, Regional Value Chains for a Sustainable Recovery, AUC, Addis Ababa/OECD Publishing, Paris, 2022

  • AUGÉ, B., Israel-Africa Relations. What Can We Learn from the Netanyahu Decade?, IFRI, 2020

  • ODED, A., Africa in Israeli Foreign Policy—Expectations and Disenchantment: Historical and Diplomatic Aspects Israel Studies, vol. 15, no. 3, Indiana University Press, 2010, pp. 121–42

  • RAGA, A.A., The Bab el-Mandeb strait: Geopolitical considerations of the strategic chokepoint, Istituto de Español de Estudios Estratégicos, 2020

  • SAVIOLAKIS, I. P., PAZARZI G., Transportation of Energy Resources in the Middle East and Central Asia, International Journal of Energy Economics and Policy, 2013

  • United Nations Conference on Trade and Development, Review on the Maritime Transport, 2020

  • UNIDO, Catalogue of Business Opportunity in Somalia, 2021

Sitografia

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