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Carceri in America Latina: tra bande criminali, micro-traffico e giustizia mancata

Aggiornamento: 7 feb 2022

Foto 1: https://www.france24.com/es/20200521-vulnerables-covid19-coronavirus-carceles-latinoamerica

Il 13 novembre 2021 nel carcere ecuadoregno di Litoral a Guayaquil si è scatenata una rivolta tra detenuti in cui sono intervenute anche le guardie, riportando inizialmente 68 morti tra i detenuti e 25 feriti, sebbene i numeri siano aumentati nei giorni successivi fino a 119 decessi. Nonostante il Paese non sia affatto nuovo a tali accadimenti (nel solo 2021 sono stati uccisi almeno 280 carcerati in Ecuador), questo episodio ha riportato all’attenzione pubblica due fatti noti a tutti ma spesso ignorati: la violenza frequente nelle carceri equadoregne e il controllo che le bande criminali esercitano nelle prigioni. Infatti, l’episodio è stato organizzato tra due bande rivali per ottenere il controllo della zona, importante snodo per il commercio internazionale della droga verso il Nord America e l’Europa. Non a caso, le bande coinvolte sono legate ad alcuni cartelli messicani.

Foto 2: Litoral, Guayaquil, Ecuador: https://www.perfil.com/noticias/internacional/ecuador-imagenes-sangriento-motin-58-muertos-decenas-de-heridos.phtml

1. Il caso Ecuador


Secondo quanto riportato dalla giornalista Yalilé Loaiza, nel periodo 2020-2021, si sono verificati 240 casi di morte violenta in carcere. Il 24 febbraio 2021 ci furono rivolte in quattro carceri contemporaneamente, che causarono 79 morti. Dopo l’episodio di novembre il totale supera i 150 morti. I carcerati si procurano armi, anche pesanti, facendole entrare per via fluviale (nel caso del Litoral, la prigione è vicina ad un fiume), via terra o via aerea usando droni come in Messico, Cile, Argentina e Francia, con il benestare delle guardie.


L’11 ottobre 2021 la polizia ha sequestrato un arsenale di armi di tipo militare che si volevano far entrare nel penitenziario di Guayaquil. A giugno dello stesso anno è stata smantellata una fabbrica di armi artigianali nel Litoral. Del resto, in Ecuador le prigioni sono in mano a sei bande criminali locali affiliate a cartelli messicani. La lotta per il controllo delle prigioni e per il narcotraffico ha reso il 2021 un anno più letale del periodo 2019-2020.


I numeri parlano chiaro. Un altro articolo della stessa giornalista riporta cge in Ecuador, 25 mila persone sono affiliate a bande criminali, ovvero il 65% dei carcerati, quando l’esercito nazionale conta 35 mila soldati. Lo scarto tra le due parti è minimo. La banda più popolosa sono i Choneros, con 12 mila appartenenti, e sono il gruppo carcerario più violento dello Stato. Esportano verso Stati Uniti e Messico, sono vicini al cartello di Sinaloa e avversari del cartello Jalisco. In seconda posizione troviamo i Lobos (8 mila carcerati), alleati al cartello Jalisco, che esportano verso Stati Uniti ed Europa.


In questo contesto, la rivolta del 13 novembre non stupisce: da Guayaquil parte il 70% della droga diretta agli stati Uniti e in Europa.


Lo Stato ha perso gran parte del proprio potere nelle carceri, grazie alle mazzette, ma soprattutto per la sensibile mancanza di personale: si conta una guardia ogni 240 carcerati. Come si può controllare una prigione con questa sproporzione? Per non parlare del fatto che l’ex presidente Rafael Correa ha convertito 70 reati in punibili con la reclusione, aumentando la possibilità di gonfiare ulteriormente le fila dei reclutati in carcere. Infatti, circa il 40 o 50% dei detenuti sono dentro per micro-traffico.


2. La situazione generale nella regione


Come approfondiremo in questa sede, l’America Latina è una regione del mondo ad alta densità di pericolo quando si parla di carceri e episodi come la rivolta del 13 novembre in Ecuador non sono né sporadici né recenti. Nella regione, oltre al sovraffollamento si registrano altre irregolarità, quali ingresso e smercio di armi e sostanze, violenza causata dalle bande, violazioni dei diritti umani, assenza del controllo dello Stato e delle guardie, per citare quelle più comuni.


Riguardo alla popolazione carceraria, gli Stati Uniti hanno il primato in percentuale sulla popolazione e come numeri tutali, ma l’America Latina si colloca in seconda posizione e negli ultimi anni i numeri stanno aumentando, avvicinandola allo scalino superiore. Per la precisione, i dati del 2021 di Word Prison Brief riportati dalla BBC sono i seguenti.

Foto 3: https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-58838582

Nel Sud America, solo il Suriname non raggiunge il 100% di occupazione delle celle (75,2%), mentre il Cile si ferma al 100,4%. Nel Centro America, il Belize si qualifica come virtuoso, con un’occupazione del 49,8%, mentre il Messico rivela una percentuale di occupazione del 101,8%, meno di quanto ci si aspetti dalla nazione dei cartelli che dominano i traffici illegali della regione. Ma entreremo nei dettagli di questo dato più avanti nell’analisi.


Gli aspetti più sconvolgenti di questo rapporto sono due e rendono l’idea di quanto la problematica sia diffusa e dilagante nella regione. Il primo punto è che i sei stati più in alto nella classifica siano equamente distribuiti tra Centro America, Sud America e Caraibi. Haiti raggiunge il 454,4% di affollamento carcerario, un record ancora più spaventoso considerando la dimensione dello Stato e la condizione di vita generale degli abitanti. Seguono Guatemala e Bolivia, con un 367,2% e 269,9% rispettivi.


Il secondo dato preoccupante è che dal 2000 ad oggi la popolazione carceraria nell’America Latina è triplicata, rendendo la regione “la nuova zona di incarcerazione massiva”. Secondo dati di studio, dal 2000 al 2018 la popolazione carceraria mondiale è cresciuta del 24%, mentre in America Latina del 175% e i motivi principali supposti sono la lentezza dei processi giudiziari e l’impiego della reclusione preventiva. Haiti rivela di nuovo un dato allarmante, con l’81,9% di carcerati in attesa di giudizio. In Sud America la percentuale si aggira attorno al 40%, mentre in Centro America verso il 35%.


La maggioranza dei detenuti sono stati arrestati per micro-traffico, un reato tipicamente giovanile che non rivela una pericolosità sociale comparabile ad un’associazione organizzata e tentacolare. Eppure, in carcere entrano in contatto con i capi delle bande maggiori e spesso vengono reclutati. In questo modo, il carcere aumenta la pericolosità sociale, invece di rieducare e reintegrare.


Allo stesso modo, non è una novità che le bande criminali spadroneggino nelle carceri, causando rivolte tra avversari come nell’episodio sopra citato accaduto in Ecuador, e instaurando un regime di co-governo con le autorità ufficiali. Ad esempio, è comprovato che le bande controllino le prigioni in Venezuela, Salvador, Honduras, Messico e Guatemala e che impongano dazi per i servizi che coprono i diritti fondamentali dei detenuti, dalla sicurezza alle visite della famiglia. Tanto che il 23% dei carcerati che hanno partecipato ad un’intervista per uno studio affermano di essere a conoscenza di reati commessi all’esterno ma organizzati dalle prigioni, per esempio estorsioni, furti, traffico di droga e sequestri. In alcuni sistemi carcerari la percentuale di detenuti a conoscenza sale al 36,5%.


A peggiorare il tutto, la tubercolosi nella regione sta aumentando invece di diminuire, proprio a causa dell’affollamento delle carceri e del conseguente caldo.


3. Il caso brasiliano e venezuelano


In una situazione generale degradante, la pandemia ha dato un’ulteriore batosta alla vita in carcere in America Latina.

[Foto 4, in carcere con il Covid: https://www.icrc.org/es/document/covid-19-como-combatir-la-infeccion-la-experiencia-en-las-carceles-de-filipinas

I carcerati in Brasile affrontano una condizione gravissima. Questo Stato è in terza posizione mondiale per numero di detenuti, dopo Stati Uniti e Cina. In aggiunta, la popolazione carceraria è triplicata in 10 anni, ma nello stesso lasso di tempo il budget è aumentato del 20%, una misura assai sproporzionata.


Per avere chiara la situazione, articoli vari riportano dettagli diversi di una stessa situazione inumana. Manca tutto: letti, cibo, igiene, pulizia, acqua, accesso alle viste mediche e alle medicine. Durante la pandemia, per ridurre i contagi si è limitato il diritto all’uscita temporanea, il che ha causato 1.400 fughe nello stato di San Paolo. Il lato positivo è che 30 mila su 700 mila persone già in carcere hanno potuto trasformare la detenzione in arresto domiciliare.


Il Messico, che soffre un’ulteriore piaga di batteri “mangia carne”, ha concesso l’amnistia a chi non abbia utilizzato armi da fuoco e ha liberato i reclusi torturati, gli ultrasettantacinquenni, ultrasessantacinquenni con malattie croniche, o che siano in carcere senza sentenza per reati leggeri. Si noti che il 43% dei detenuti in Messico è dentro per detenzione preventiva.


In Venezuela non va meglio: le prigioni sono vecchie e insalubri, e la limitazione alle visite permette di far entrare meno cibo attraverso le famiglie, motivo per cui a maggio 2020 ci fu una rivolta.


Il governo colombiano ha affrontato la pandemia nelle carceri in modo diverso, liberando 4 mila carcerati che avessero compiuto il 40% della condanna, abbiano più di 60 anni e malattie gravi o disabilità.

Foto 5, Iris Varela: https://www.elnacional.com/sociedad/calificaron-iris-varela-homofobica-por-comentario-twitter_278751/

Il Venezuela è un caso un po’ diverso. Nel 2019, si sono registrate 104 morti in carcere, di cui 66 per le condizioni sanitarie, rimuovendo la violenza dal primo posto. Le cause principali, infatti, sono state la denutrizione e la tubercolosi, con un’incidenza del 63,46%. Il sovraffollamento è del 120%, di cui la metà in attesa di giudizio. Con la pandemia si sono interrotte le visite dall’inizio della quarantena si sono interrotte le visite dei famigliari, che portavano cibo ai carcerati, e la separazione dagli affetti ha causato nei reclusi livelli alti di stress. Manca anche personale.


Dal 2010, poi, il governo divise le prigioni tra regime chiuso o aperto. Quelle a regime chiuso erano controllate dallo Stato, mentre quelle a regime aperto erano in mano ai pran (preso rematado asesino nato), cioè un detenuto “eletto” dagli altri detenuti, che con la sua cerchia decideva della vita di tutti. Nel 2018, si è fatto retromarcia, ma fame, malattie e sovraffollamento restano, come la corruzione.


Secondo un articolo di Jorge Castillo, nelle prigioni controllate dallo Stato, i reclusi mangiano una volta al giorno, mentre i pran si rivelarono efficienti nel consegnare nel controllare i carceri e le zone esterne. Nel 2011 l’allora Ministro del Potere Popolare per il Servizio Penitenziario, Iris Varela, decretò la pace mafiosa, aumentando i poteri dei pran, che ora sono attori politici.


Preoccupante l’aumento dei prigionieri politici (402 nel 2020): 376 uomini e 26 donne, 275 civili e 127 militari, 398 adulti e 4 adolescenti.


Entro settembre 2020 sono morti 162 detenuti, di cui 125 nelle segrete della polizia (contro il totale di 137 fino a settembre 2019). Le cause principali sono denutrizione (40), ammutinamenti (48) e tubercolosi (56), mentre solo 6 per violenza tra reclusi.


4. Il caso Messico


Nonostante sia famoso per essere lo Stato di origine dei cartelli che dominano l’America Latina, il Messico non presenta centri di detenzione sovraffollati (100,4% di occupazione). Ciò nonostante, il Messico rappresenta un esempio di come altri Stati della regione intendano coinvolgere i privati nella gestione delle carceri, sulla scia degli Stati Uniti.


Come gli Stati Uniti, il Messico ha delegato la gestione delle carceri a enti privati. Il che non è una buona idea, almeno per i detenuti. Negli USA esistono carceri private da metà degli anni 80, e i gestori principali sono due: Core Civic (65 prigioni) e GeoGroup (circa 100 prigioni). Si è visto che a fronte di un risparmio di costi per lo Stato non corrispondono servizi adeguati per i detenuti, in quanto le compagnie private tendono a risparmiare per massimizzare i ricavi, e a trasferire i reclusi con facilità. A ciò si aggiunge una maggiore frequenza di commerci illegali, violenza e fughe.


Nello specifico, nelle prigioni private si ricorre ai regimi di clausura 9 volte di più che in quelle statali, gli attacchi ai carcerati risultano essere un 30% in più, mentre le aggressioni al personale aumentano del 50%. Si verificano anche maggiore contrabbando di droga, di armi, di telefoni e mancata assistenza medica.


Si raccomanda di cambiare il focus dalla punizione alla riabilitazione e al reinserimento e di non punire allo stesso modo crimini con pericolosità diverse.


E soprattutto, sarebbe opportuno interrogarsi sulla legittimità di delegare a privati l’amministrazione di un luogo come il carcere in cui lo Stato dovrebbe esercitare il proprio massimo controllo sugli individui. Se Cesare Beccaria condannava la pena di morte perché lo Stato non doveva essere soggetto alle stesse pulsioni dei cittadini, a maggior ragione è lecito che privati amministrino luoghi in cui i reclusi sono in una condizione di vulnerabilità totale?


Nonostante ciò, nel 2016 il Perù ha previsto di permettere prigioni private e Cile, Brasile, Argentina e Uruguay sperimentano la gestione mista, come il Messico.


La vita dei carcerati in Messico è lungi dall’essere rosea. A Città del Messico, lo Stato provvede all’1% delle coperte, dei vestiti e delle scarpe dei reclusi, che suppliscono tramite quello che entra durante le visite. Ciò nonostante, l’80% dei visitatori paga per consegnare cibo, l’82% per consegnare oggetti e il 69% per consegnare vestiti. Questo aumenta il carico economico sulle famiglie vulnerabili o povere.


La situazione è grave nonostante la decisione di rendere le carceri private risalga al 2010 e in questi anni le compagnie abbiano guadagnato molto. L’obiettivo era contrastare il sovraffollamento, la corruzione e l’autogoverno delle carceri, ma sono sorti altri punti critici. Prima di tutto, si contestano i contratti e i pagamenti opachi. In secondo luogo, la Commissione nazionale per i diritti umani (CNDH) denuncia le stesse inefficienze del sistema pubblico e un costo triplicato.

Foto 6, carcere nel deserto: https://www.efe.com/efe/america/mexico/mexico-cierra-la-carcel-de-ciudad-juarez-en-que-estuvo-el-chapo/50000545-4428252

Da notare che le posizioni geograficamente isolate delle dieci carceri private violano il diritto penale nazionale: non sono permessi i processi e non è possibile l’interazione con le famiglie, a causa della posizione geograficamente isolata di tali carceri. Questo rende i reclusi ancora più vulnerabili alla violazione dei loro diritti umani. Infatti, si riscontrano mancato accesso ad un medico e alimentazione insufficiente.


Sono frequenti episodi di tortura sistematica. Si registrano abusi di reclusione preventiva, violenza da parte delle guardie contro donne e comunità LGBTQIA+, autogoverno delle prigioni, ascolto delle chiamate dei detenuti, trasferimenti di massa lontano dalle famiglie, estorsioni. Si conoscono episodi di reclusi denudati, forzati a respirare gas, costretti in posizioni forzate, sottoposti a tecniche di depersonalizzazione.


Riportando dati risalenti al 2007, si nota quanto i diritti umani siano violati anche prima di entrare in prigione. Il numero di carceri e carcerati è cambiato nel tempo, ma problemi strutturali rimangono: difesa inadatta, soprattutto tramite il pubblico ministero (36%), la mancanza di prove (46%), l’assenza del giudice durante il processo, la mancata comunicazione dei loro diritti quali non rispondere alle domande (62%), ausilio dell’avvocato (58%), di continuare a comunicare con l’esterno (30%). Non per niente, metà delle confessioni erano ottenute sotto tortura o intimidazione.


Si consideri che il 92% delle volte le persone erano colte in flagranza di reato, il che dimostra una totale incapacità della polizia di indagare casi complessi e una sostanziale impunità di chi commette azioni non comuni. Non c’erano standard minimi sul trattamento dei prigionieri. Tutto questo incideva sullo stato di diritto.


Non è detto che il rispetto dei diritti umani in Messico sia così arbitrario tutt’ora, ma di sicuro la vita in carcere non è rosea. Non ci sono motivi per essere ottimisti: la pandemia tiene ancora sotto scacco la salute in tutto il mondo e il governo non dimostra di muoversi con convinzione a protezione dei diritti dei carcerati.


5. Conclusioni


L’America Latina è una regione vasta, variata dal punto di vista geografico, politico e culturale e non ovunque il trattamento riservato ai reclusi è uguale. Di certo, però, avere a che fare con il sistema giudiziario e carcerario di questo pezzo di mondo mette a dura prova i più coraggiosi.


Tre aspetti accomunano i principali sistemi carcerari della regione (e probabilmente di altre parti del mondo): l’impunità dei grandi criminali, la connivenza tra autorità statali e crimine organizzato, che in prigione recluta e gestisce vite, e l’alta percentuale di micro-trafficanti e rei comuni. Questi sono i tre punti chiave che portano alla violazione di diritti umani nelle carceri latinoamericane, ma che sono radicati a fondo nella società e per questo sono difficili da eliminare.


(scarica l'analisi)

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