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Il Burkina Faso fa i conti con la democrazia

Fonte: Afrik Intelligentsia

1. Introduzione


Dopo un weekend di agitazioni tra spari nelle caserme e manifestazioni popolari, Ouagadougou si è svegliata lunedì 24 gennaio 2022 con la notizia dell'arresto del presidente democraticamente eletto nel 2015, Roch Marc Christian Kabore. Notizia che ha lasciato spazio all'incertezza iniziale per tramutarsi, qualche ora dopo, nella conferma dell'avvenuto colpo di stato militare, che aveva messo fine ai poteri del capo dello stato. Dopo gli ultimi 18 mesi di tensioni politiche in Mali e Guinea, gli eventi in Burkina Faso sembrano confermare la tendenza dell'Africa occidentale verso soluzioni militari piuttosto che democratiche. Quella del Burkina è tuttavia una crisi tutto sommato annunciata, di cui ripercorreremo le tappe, cercando di capire quale ne sia stata la causa e quali siano i possibili sviluppi per la democrazia del paese.


2. 48 ore di incertezza: riassunto dei fatti


Tutto è cominciato con l'annuncio, nella settimana del 17 gennaio, della tenuta di una manifestazione della società civile contro il (ormai ex) presidente Roch Marc Christian Kabore, programmata per sabato 22 gennaio 2022. L'oggetto del malcontento popolare può sintetizzarsi con la cattiva gestione sociale, economica e più di tutte securitaria del presidente in carica da fine 2015: proprio agli albori della sua presidenza, un attacco terrorista al ristorante italiano “Il Cappuccino” di Ouagadougou aveva avviato l’era degli attentati di matrice terrorista nel paese. Attentati che, se dapprima sembravano circoscritti, si sono via via fatti sempre più frequenti fra le popolazioni civili delle zone frontaliere a Niger e Mali, provocando 1 milione e mezzo di sfollati e la progressiva presa del controllo dei due terzi del territorio nazionale da parte dei gruppi armati jihadisti.


All'annuncio della manifestazione del 22 gennaio il governo Kabore aveva risposto con una serie di avvertimenti sui media, che di fatto invitavano la popolazione a boicottare le proteste. Tuttavia, di fronte alla persistenza delle intenzioni degli “uomini integri”[1] e nel tentativo di impedire la tenuta degli scioperi, il governo si era spinto più in là, con il taglio della connessione internet mobile delle principali tre compagnie telefoniche locali e l'inaccessibilità a Facebook. Una strategia peraltro già adottata lo scorso 27 novembre, in occasione di un'altra grande manifestazione di piazza animata da un sentimento anti-francese senza precedenti. Ma neanche il taglio di internet è bastato per impedire ai burkinabé di ricorrere a reti VPN e aderire all'invito a scendere in piazza. La manifestazione ha quindi avuto luogo, non senza qualche ferito e la repressione della polizia.


Nella notte tra sabato e domenica 23 gennaio si sono segnalati spari, via via sempre più frequenti, provenienti dalle caserme della capitale, in particolare quella di Aboubakar Lamizana Sangoulé, molto vicina alla residenza privata dell'ex capo di stato. Domenica mattina le prime voci dei giornali che annunciavano l'ammutinamento dei militari e l'arresto di Kabore sono state smentite dal ministro della difesa Berthelemy Simporé, che è apparso alla tivù nazionale per annunciare che le autorità avevano il pieno controllo della situazione e che le proteste militari erano comunque limitate a qualche caserma.


Dopo gli spari continui nella notte fra domenica e lunedì, la mattina del 24 gennaio ha visto uomini in uniforme piazzarsi davanti alla tivù di stato, con carri armati e volti tutt'altro che distesi. Una pioggia di commenti, articoli e dirette di telegiornali sembrava presagire l'imminente annuncio del colpo di stato, che tuttavia si è fatto attendere fino alle 17.25 ora locale. Un gruppo di 14 militari è infatti apparso in diretta tv per confermare la consumazione del golpe e il rovesciamento del potere di Kabore di fronte alla “sua manifesta incapacità di prendere in mano il paese”.


Alla destra dell'annunciatore del comunicato sedeva il tenente colonnello Paul Henri Sandaogo Damiba, il nuovo uomo forte del paese e a capo del neo instaurato Movimento patriottico per la salvaguardia e la restaurazione (MPSR). Era l'inizio del potere dei militari, la sospensione della costituzione, l'instaurazione di un coprifuoco notturno e la chiusura delle frontiere. Il presidente Kabore è stato piazzato agli arresti domiciliari, e di lui non si sono più avute notizie; la sua incolumità è stata confermata fortunatamente qualche giorno dopo, ma quattro delle sue guardie del corpo sono state gravemente ferite.


3. La gestione Kabore e gli scismi storici nell'arma burkinabé


Il colpo di stato di fine gennaio non è una sorpresa agli occhi dei burkinabé e di chi segue le vicende geopolitiche del Sahel, e sembra chiudere amaramente il cerchio di un mandato di sei anni in cui le aspettative della popolazione e dei militari sono state perlopiù disattese.


Come anticipato, l'inizio del governo Kabore a fine 2015 ha coinciso con un enorme punto interrogativo relativo alla questione della difesa dei confini nazionali. Giunto al potere infatti, Kabore si trovò impreparato di fronte al primo attentato di grande portata nella capitale Ouagadougou, che il 15 gennaio 2016 fece 30 vittime civili e 71 feriti.


Da notare che alla sua elezione Kabore aveva ereditato l'apparato securitario gestito per 27 lunghi anni dal suo predecessore, il dittatore Blaise Compaoré, in seno al quale vi erano principalmente due caste di attori: da una parte, quella del Reggimento della Sicurezza Presidenziale (RSP), unità d’élite incaricata della protezione di Compaoré ed espressione dell'alta gerarchia militare; dall’altra, i ranghi più bassi che denunciavano la corruzione in seno all'arma e i favoritismi personali di Compaoré.


Lo scisma in seno alle istituzioni militari e la sostanziale inesperienza dei soldati al fronte cominciò a palesarsi proprio a partire dal 2016, di fronte al propagarsi dei gruppi jihadisti regionali e locali, che vedono oggi contrapposti principalmente lo Stato Islamico nel Gran Sahara (EIGS) e il Gruppo di Sostegno all'Islam e ai Musulmani (JNIM).


Di fronte a questa inedita crisi (fino a quel momento impensabile in un paese descritto come culla di religioni e culture eterogenee) invece di effettuare una riforma strutturale del sistema, Kabore ha piuttosto optato per una serie di promozioni e licenziamenti spot che si sono susseguiti nel corso degli anni, quasi sempre all'indomani di un attacco di rilievo nel nord del paese. Purtroppo però la crisi, dapprima limitata alla regione del Sahel, si è via via espansa fino ad inglobare anche altre cinque regioni confinanti con il Mali e il Niger, di fatto rendendo il territorio inaccessibile e rischioso anche per i convogli umanitari.


La transizione post-Compaoré ha notevolmente contribuito ad aumentare le antiche rivalità tra gendarmi e militari, anche considerando che i primi furono di gran lunga i preferiti di Kabore nella strategia di difesa (non a caso, fino al 2021 Kabore ha scelto di non nominare mai un militare alla testa della ministero della difesa) fino addirittura al conferimento di una responsabilità diretta nella lotta al terrorismo.


Inutile dire che la questione della sicurezza va ben al di là delle capacità militari del paese. Disoccupazione giovanile, chiusura delle scuole e dei centri di salute e insicurezza alimentare contribuiscono a creare nei burkinabé l'illusione di potersi riscattare grazie all’arruolamento nelle milizie locali, fenomeno che ha contribuito ad accrescere la presenza dei gruppi armati.


Proprio questa presa di coscienza del carattere endogeno dei conflitti, soprattutto in ambito rurale, è probabilmente una delle chiavi di lettura dell’attuale conflitto burkinabé. Non dimentichiamo che fino ad ottobre 2014, anno della cacciata di Compaoré da parte delle rivolte popolari, anche i villaggi più sperduti del paese erano governati da un fitto meccanismo di alleanze personali dell’ex dittatore, grazie alle quali le élite locali erano in grado di assicurare un ordine politico apparente in cambio di mazzette. Ad oggi invece, la presenza militare sicuramente garantita in capitale e a livello dei capoluoghi di provincia lascia scoperte le zone di frontiera e le vastissime foreste, che diventano quindi rifugio di milizie sempre più organizzate e minacciose.


Per ovviare alla copertura del territorio in risorse umane, a gennaio 2020 il governo Kabore annunciava per legge il reclutamento dei Volontari per la difesa della patria (VDP) un corpo di ausiliari civili in appoggio alle Forze di difesa e sicurezza (FDS): a seguito di una formazione di circa due settimane, questi giovani assicurano una qualche difesa dei territori statali, sempre più spesso interagendo con organizzazioni locali auto costituite e mai perfettamente inquadrate nell’apparato difensivo, quali i Dozo o i Kogwleogo (in lingua mooré, i cacciatori e difensori delle foreste). È chiaro che questa scelta di ricorrere ai civili, benché compresa nello sforzo nazionale di un aumento del 271,14 % del budget dedicato alla difesa, conferma l'inettitudine del governo Kabore ad assicurare la sicurezza nazionale di fronte alla minaccia terrorista.


Ma c’è di più: gli attacchi a target civili dimostrano che l’operato dei VDP favorisce e intensifica i conflitti intercomunitari latenti, piuttosto che dissuadere il nemico: mischiandosi ai Kogwleogo, questi civili si rendono involontariamente complici del regolamento di conti locali, che di fatto si spingono fino ad inglobare questioni legate all’accesso alla terra e il controllo delle risorse locali. Un contesto sicuramente vantaggioso per le milizie jihadiste, che si vestono da garanti della governance locale facendo di fatto le veci dello stato.

Milizie locali di difesa del territorio in Burkina Faso. Fonte: Focus on Africa

4. Gli attacchi di Solhan e Inata: un punto di non ritorno


Il 5 giugno 2021 l'attacco del villaggio di Solhan, nella regione del Sahel, ha causato almeno 132 vittime civili, rappresentando per il paese il più grave attentato contro i civili, ma non essendo tuttavia un episodio isolato; solo nel 2021 gli attacchi armati nell'intero paese sono stati 1.337, provocando 2.294 vittime.


Il 14 novembre 2021, 53 gendarmi incaricati della difesa della miniera di Inata (provincia del Soum, regione del Sahel) hanno perso la vita in un'imboscata notturna. Lo scandalo della vicenda fu immenso: qualche giorno dopo furono pubblicati i tabulati dei comunicati SOS che erano stati ripetutamente lanciati dai militari riguardo l'insufficienza di cibo e i ritardi nella logistica. Allerte che tuttavia erano state lasciate senza risposta, obbligandoli addirittura a cacciare per nutrirsi.


Questo scandalo causò l’ennesima perdita del consenso popolare e militare nei confronti di Kabore, peraltro riconfermato alla guida del paese alle elezioni del 2021. Kabore, ancora una volta, rispose alle accuse con un discorso alla nazione e la promessa che i responsabili dei malfunzionamenti di Inata avrebbero subito, senza eccezione alcuna, pesanti conseguenze. Qualche giorno dopo licenziò il capo del governo, Christophe Dabire, con l'ennesimo rimaneggiamento alla testa dell'arma. Ma il malcontento generale fu placato solo per poche settimane, fino al 10 gennaio 2022, quando fu scagionato un tentativo di colpo di stato da parte del tenente colonnello Emmanuel Zoungrana. Il peggio sarebbe accaduto 14 giorni dopo.


5. Mali, Guinea, Burkina Faso: quid dei principi democratici?


Benché tutti diversi nelle loro peculiarità, i 3 colpi di stato in Mali, Guinea e Burkina Faso rivelano un'amara verità: il fallimento del modello politico proposto, assolutamente disconnesso dalle aspettative della popolazione che, al di là del mero momento elettorale, non trovano risposte.


Questo fallimento porta inevitabilmente la popolazione a preferire una soluzione militare, puntuale e rigorosa, come dimostra il fatto che all’indomani della presa di potere da parte del RPSR, Place de la Nation a Ouagadougou è stata inondata da una folla di sostenitori del putsch, a grandi linee gli stessi che qualche mese prima si erano recati alle urne per riconfermare la fiducia a Kabore.


La quasi legittimazione del colpo di stato proviene anche dalle istanze internazionali. Qualche giorno dopo il golpe, un gruppo di imprenditori militari facenti parte della società russa Wagner, molto vicina a Putin, ha subito indirizzato una corrispondenza al colonnello Damiba, per esprimere tutto il suo consenso e disponibilità a collaborare alla transizione. Il tono della lettera era inequivocabile: offrire al Burkina Faso un’alternativa militare migliore rispetto a quella interna, e soprattutto a quella proposta dalla Francia, che di fatto si è rivelata fallimentare e neocolonialista. Del resto, Wagner sta già avendo molto successo in Mali, dove la scorsa settimana l’ambasciatore francese è stato espulso e alcuni militari russi sono stati ingaggiati per delle consulenze.

Manifestanti a Ouagadougou esprimono il loro sostegno alla cooperazione russa e il loro secco rifiuto a quella francese. Fonte: Anne Mimault, Reuters

Anche l’Ecowas (la Comunità economica degli stati dell'Africa dell’Ovest) sembra perdere il suo ruolo di garante della democrazia sul continente. Se il 28 gennaio aveva annunciato la sospensione del Burkina, qualche giorno dopo, a seguito della sua visita a Ouagadougou e in occasione del summit straordinario del 3 febbraio tenutosi ad Accra, ha ritrattato, barattando la non presa di sanzioni con la promessa, da parte dell’RPSR, di un calendario ragionevole di transizione.


L’atteggiamento dell’Ecowas non è stato lo stesso in Mali, dove all’ennesimo colpo di stato sono state vagliate delle pesanti sanzioni, prima fra tutte l’embargo. È evidente quanto in Burkina l’Ecowas stia cercando di instaurare una relazione costruttiva con le autorità della transizione, ed è evidente che questo venga fatto anche in considerazione del nuovo posizionamento russo e della graduale arresa dei francesi.

L’Ecowas durante il vertice straordinario sul Burkina Faso. Fonte: Unowas

6. Conclusione: quali prospettive per il paese?


Nella notte tra sabato e domenica scorsi, il RPSR ha annunciato l’imminente creazione di una commissione per l’elaborazione di una carta della transizione (il Commandement des opérations du théâtre nationale). Pare che la commissione sia composta da una moltitudine di attori con profili variegati: giuristi, sociologi, ufficiali militari. Ci sono tutti, tranne i politici, che siano essi della vecchia maggioranza o dell’opposizione. Proprio la giunta ha annunciato la sua volontà di sganciare i componenti della transizione non solo dalle vecchie forze vive in gioco, ma anche dallo stesso RPSR, e questo al fine di “preservare l’immagine a-politica dell’azione di queste settimane”. Un altro decreto ha messo fine ai mandati delle collettività territoriali.


Ancora non sappiamo quali siano le prospettive di transizione del paese, che verranno sicuramente annunciate al termine dei lavori delle prossime due settimane. Un eventuale ritardo nella proposizione di un governo civile potrebbe far pensare che, come spesso accade, il RPSR abbia invocato la governance democratica solo per legittimare il colpo di stato e godere dei vantaggi del potere. In quel caso, correrebbe il rischio di essere rovesciato e di perdere completamente il sostegno delle istituzioni che fin qui pare abbiano chiuso un occhio. Sicuramente una delle prime sfide di Damiba sarà quella di mettere d’accordo le varie caste militari, ben deluse dall’operato di Kabore. Risanare lo scisma è dunque la parola d’ordine.


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Il Burkina Faso fa i conti con la democrazia - Elisa Chiara
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Note

[1] Nel 1984, l’allora Alto Volta fu soprannominato “paese degli uomini integri” dal presidente rivoluzionario Thomas Sankara.


Bibliografia e Sitografia

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