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Azúcar y Caribe. Un’ eredità complessa. Cambiamenti climatici, vulnerabilità sociale e resilienza.

Fig.1: Caña de azúcar Diego Rivera 1931. Affresco 145.1 x 239.1 cm Philadelphia Museum of Art.

1. Caraibi e colonialismo. Eco della crisi climatica


La crisi climatica che affrontiamo oggi può essere considerata un eco degli eventi disastrosi scatenati nella regione dei Caraibi durante il colonialismo. Un momento cruciale, che definisce l’origine della condizione sociale, economica e ambientale attuale dei Caraibi è l’arrivo della canna da zucchero ad opera degli spagnoli. L’aumento della domanda di zucchero tra fine Medioevo e inizio Rinascimento tra le élite europee scatena l’interesse delle potenze coloniali sulla coltivazione.


I Caraibi tuttavia si possono considerare come l’ultima tappa di una serie di esperimenti agricoli che i pionieri portoghesi portarono a termine nelle isole della costa africana. La prima piantagione di zucchero sotto l’impresa portoghese fu l’isola di Madeira (legno, in portoghese), così chiamata per i suoi fitti boschi. Su quest’isola si spargono i semi dell’agricoltura colonialista caratterizzata da invasione, espropriazione, collasso ecologico e schiavitù. In un centennio l’intero ecosistema dell’isola crollò completamente a causa della monocoltura. Il crollo di Madeira fu solo l’inizio di altri che si diffusero lungo la costa atlantica. Il viaggio della canna da zucchero è stato quello di un’ecologia disastrosa che ha avuto origini in un arcipelago africano e si è diffusa attraverso l’Atlantico fino ai Caraibi. Colombo porta a Santo Domingo delle piante di canna da zucchero provenienti dalle Canarie e di lì a poco la coltura si estende anche ad Haiti. Gli olandesi, perfezionando l'agricoltura e la raffinazione dello zucchero, faranno decollare la produzione alle Barbados.


Gli inglesi invece, intorno al 1665 avevano completamente ripulito le Barbados dagli alberi. Due decenni dopo, le Barbados erano una terra desolata che importava legname dal Suriname; tre specie di scimmie erano scomparse, mentre altri animali invasivi, come i topi, si facevano spazio. La quantità di persone e alberi necessaria per processare la canna da zucchero era enorme, la deforestazione, come era successo a Madeira, cominciò ad alterare tutto l’ecosistema caraibico, la demografia, l’economia, comprese le epidemie.


2. Dalla lotta per le risorse economiche ai contrasti sociali


Haiti è probabilmente la regione che soffrì la peggiore deforestazione, il suo territorio oggi è per il 98% deforestato. Le forniture energetiche non sono mai state modernizzate, la popolazione dipende dal disboscamento per cucinare; senza alberi, le piogge e gli uragani provocano frane che rovinano i coltivi accrescendo la vulnerabilità degli individui alle tempeste. Secondo un rapporto dell’UNICEF, il numero stimato di bambini sfollati a causa delle tempeste e delle inondazioni nelle isole dei Caraibi è aumentato di sei volte negli ultimi cinque anni. Le isole in particolare sono sempre state zone più fragili, le risorse naturali scarseggiano rispetto alla terra ferma.


La storia dei Caraibi dall’arrivo degli europei è stata una disputa sulla ricchezza e la conversione di questa regione in uno dei perni dell’economia planetaria, attraverso il sistema delle piantagioni, l’ha portata ad affrontare scontri commerciali e sociali, incessanti conflitti e guerre. La lotta per le risorse economiche dall’arrivo degli europei e l’uniformità strutturale delle economie caraibiche sono alla base dei conflitti sociali e hanno fomentato la disgregazione sociale e culturale delle popolazioni della regione. Oggi queste zone non rappresentano più il fulcro economico della produzione mondiale di zucchero di canna ma risultano ancora caratterizzate da estreme criticità, soprattutto per quanto riguarda la salvaguardia dei diritti umani e ambientali. All’interno della filiera della canna da zucchero si verificano gravi violazioni delle condizioni di lavoro, che includono forme d’ impiego forzato, minorile, sottopagato e insicuro, abusi e violenze nonché fenomeni di accaparramento e contaminazione di terre e acqua. Per molte società caraibiche la storia economica è un fattore determinante per capire i conflitti sociali e ambientali attuali.

Fig. 2: Mapa Marítimo del Golfo de México e Islas de la América, (1755) - López, Tomás, 1730-1802 CCBY Real Academia de la Historia — Colección: Departamento de Cartografía y Artes Gráficas — Madrid.

3. Popolazioni vulnerabili


La nascita del capitalismo e il conseguente concetto di razza importato con la schiavitù, spiega l’evoluzione di molte società caraibiche del mondo moderno. Le disuguaglianze sociali, ambientali, sanitarie, economiche e culturali sono intrinsecamente legate l’un l’altra. Nei Caraibi le diseguaglianze colpirono determinate fasce della popolazione, quelle che vivevano in condizioni socioeconomiche di vulnerabilità, come migranti, indigeni e afro-discendenti. Oggi queste popolazioni vengono ancora considerate tra le più vulnerabili. La maggior parte dei lavoratori dell’industria saccarifera proviene da queste popolazioni, le scarse alternative lavorative spesso dovute all’assenza di politiche di sviluppo socioeconomiche, portano le persone ad accettare condizioni di lavoro estremamente dure e pericolose per la salute. La violazione dei diritti dei lavoratori comincia con la contrattazione che si basa su pratiche di subappalto e senza un reale contratto che garantisca l’accesso ai diritti stabiliti dalle leggi nazionali e dalle convenzioni internazionali (limiti di orario, salari minimi, straordinari adeguatamente retribuiti, attrezzatura antinfortunistica, assicurazione medica, previdenza sociale).


Il fattore più a rischio è sicuramente la salute: l’esposizione prolungata alle forti radiazioni solari che caratterizzano le fasce tropicali, i turni di lavoro esageratamente lunghi dovuti alla pratica del cottimo, sono solo alcuni esempi degli innumerevoli rischi alla salute. Inoltre, la retribuzione a cottimo, in base alle tonnellate di canna da zucchero tagliate, rende il guadagno di un bracciante estremamente variabile e dipende da molteplici fattori, quali le condizioni meteorologiche (le piogge cicloniche possono impedire il lavoro, così come l’eccessivo caldo ne rallenta i ritmi), del terreno (fangoso o eccessivamente duro) e del bracciante stesso (le cui forze dipendono dall’età e dallo stato di salute). (MANITESE)

4. Differenze di genere ma non solo.


Gli effetti dei cambiamenti climatici non colpiscono tutti gli individui e i gruppi allo stesso modo, ma sono modellati sulla vulnerabilità e le differenze sociali in termini di stato socioeconomico, sesso, identità di genere, età, etnia e disabilità. Le persone vulnerabili ed emarginate con limitato accesso e controllo ai beni e alle risorse essenziali, nonché alla sicurezza sociale, ai servizi e al credito, troveranno più difficile mitigare, adattarsi e riprendersi dagli shock climatici. In agricoltura, dove le donne già affrontano sfide maggiori, i disastri hanno impatti socioeconomici più forti che sugli uomini. Spesso le donne addette alla sicurezza domestica, non hanno accesso alle risorse o non possiedono le terre da coltivare, non riescono a sviluppare conoscenze attraverso l’istruzione o libertà economiche, per non parlare del limitato accesso alle tecnologie, risorse o training specifici utili per adattarsi al cambiamento climatico (FAO 2021). Gli uomini sono più spesso impiegati in attività come irrigazione o pratiche agricole meccanizzate, mentre le donne sono responsabili del lavoro agricolo intensivo di sussistenza. Questo amplifica la vulnerabilità ai rischi dall’avanzata del cambiamento climatico come risulta dai dati FAO. L’agricoltura appare quindi un campo di azione prioritario per l’emancipazione femminile. L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile ha pensato a due indicatori specifici per il tema agricoltura all’interno del quinto obiettivo gender equality5.a.1 e 5.a.2: aumentando il numero della popolazione femminile con proprietà e diritti garantiti su terreni agricoli e aumentando il numero di paesi in cui il quadro giuridico (compreso il diritto consuetudinario) garantisce pari diritti delle donne alla proprietà e/o al controllo della terra, assicuriamo il raggiungimento dell’uguaglianza di genere. Appare evidente che nel contesto del cambiamento climatico, azione climatica e uguaglianza di genere fanno parte della stessa agenda politica.


5. La resilienza è consapevolezza


La crisi climatica va considerata come agenda globale[1] ma i Paesi dei Caraibi e del sud del mondo che affrontano già enormi diseguaglianze sociali, faticano più di altri a essere resilienti. Le sfide complesse del mondo attuale, le situazioni di squilibrio e le disuguaglianze presenti in questi paesi, rendono necessario un approccio alla pianificazione per affrontare il cambiamento e lo shock, al fine di spronare il rinnovamento e senza interrompere lo sviluppo di queste società. Al riguardo, la valutazione dei danni, delle perdite e bisogni in contesti di emergenza o a rischio risulta un mezzo fondamentale per affrontare le catastrofi dal punto di vista della resilienza.

Fig. 3: Comercio Justo, Beatriz Aurora. 46x34cm, México.

Dominica e Santa Lucia sono tra i primi paesi dei Caraibi che hanno sperimentato la metodologia DL (damage and loss) della FAO come base per costruire un sistema integrato di raccolta dati e per creare un fondamento per le valutazioni post-uragano e dei disastri più generali. La metodologia per il momento è stata applicata in ambito marino e dell’acquacoltura e si è riscontrato che incoraggi i Paesi a espandere i propri sistemi di raccolta dati, incorporare indagini o censimenti di riferimento esistenti sulla pesca e considerare studi e analisi sulla catena del valore.


Queste prove hanno confermato che, sebbene i Paesi disponessero di sistemi esistenti per la catalogazione dei pescatori e degli acquacoltori, mancano di strumenti adeguati a raccogliere, monitorare e valutare l'impatto dei disastri sulla produzione. La resilienza si costruisce in tanti modi (FAO 2019) ma questa metodologia è sicuramente un buon punto di partenza, soprattutto nel settore agricolo. Apporta una conoscenza approfondita del territorio e dei beni, educa la popolazione al monitoraggio della zona, aiuta a conoscere i punti forti e deboli di diverse colture, rende la società consapevole del suo ruolo nella salvaguardia ambientale.

6. Impatto e collettività attiva


Bisogna considerare che le politiche di sviluppo sostenibile per affrontare i cambiamenti climatici non si esauriscono semplicemente con quelle mirate alle popolazioni a rischio. Ad esempio, negli ultimi anni molte analisi si sono focalizzate sull'importante ruolo della donna nel ridurre la vulnerabilità ai disastri naturali, il che ci ha aiutato a capire quanto le donne tutt’oggi rientrino tra le fasce di popolazioni più vulnerabili e come il cambiamento climatico abbia un impatto maggiore sul loro futuro oltre a considerare la necessità urgente di proporre politiche di sviluppo mirate. Talvolta, però, si è finiti per appoggiare lo stereotipo della donna dall’accentuato senso di responsabilità e universalismo che ci ha allontanato dal vero obiettivo, salvaguardare l’esistenza in tutte le sue forme. Sarebbe riduttivo, se non rischioso, immaginare politiche di sviluppo o resilienza solo per quelle fasce che riscontrano bisogni più imminenti.


Il concetto di sviluppo sostenibile e di resilienza climatica si pone un obiettivo molto ambizioso e lodevole, ossia quello di ripensare le nostre società come una struttura ben articolata e interconnessa a ogni fattore, economico, sociale, ambientale, culturale, sanitario etc. Il percorso della canna da zucchero nei Caraibi ci ha mostrato come lo scarso sviluppo o attenzione di un fattore porta ripercussioni su altri fronti. Il raggiungimento dell'uguaglianza di genere o l’emancipazione della popolazione migrante, indigena e afro-discendente, deve tener conto di un impatto sulle diverse sfere della società. Inoltre, quando si parla di resilienza climatica, i programmi di sviluppo non possono essere incentrati solo su attività per un determinato target. Il traguardo deve guardare a creare una comunità attiva, capace di vedersi come parte di un qualcosa di più grande, una collettività motivata e pronta ad agire, pronta a riprendersi rapidamente da eventi catastrofici, una società che pianifica insieme proiettata verso l'innovazione sostenibile.


Al riguardo, va ricordato il diciassettesimo obiettivo di sviluppo sostenibile, la partnership, la collaborazione sono il mezzo per affrontare la lotta al cambiamento climatico in un’ottica di sostenibilità. Tutti, istituzioni, stati, società civile e privata, siamo chiamati a partecipare migliorando la coordinazione in ogni campo oltre a incitare la motivazione.


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Azúcar y Caribe. Un’ eredità complessa
. Cambiamenti climatici, vulnerabilità sociale e res
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Note

[1] “Climate change is already affecting every region on Earth, in multiple ways. The changes we experience will increase with additional warming,” said IPCC Working Group I Co-Chair Panmao Zhai. IPCC IPCC


Bibliografia/Sitografia

  • Franck Moya Pons, Historia del Caribe. Azúcar y plantaciones en el mundo atlántico, Librería Trinitaria, Santo Domingo, 2017.

  • Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, Mondadori, Milano, 2020.

  • Revista de la Universidad de México, El Caribe, Núms. 874/875, Nueva Época, D.F. Julio-Agosto 2021.

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