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Yemen. L’incendio dimenticato che minaccia l’Arabia

Aggiornato il: nov 14

(di Giovanni M. Ficarra)

Fonte: ISPI

La penisola arabica è un luogo dal contesto geopolitico estremamente complesso. Le correnti tribali e religiose che la attraversano sono le più diverse e le tensioni tra di esse si manifestano al loro peggio nel conflitto civile che dal 2014 coinvolge lo Yemen.

Il Paese, situato all’estremo sud ovest della penisola ha una storia travagliata che lo ha visto sino al 1990 diviso in due Stati autonomi rispondenti ai due campi della Guerra Fredda. Dopo l’unificazione Sana’a, capitale dell’ex Repubblica Araba dello Yemen, è divenuta la capitale dello Stato unitario oggi popolato da circa 28 milioni di abitanti.


Introduzione allo Yemen

La parte settentrionale, sciita, si costituì come regno autonomo governato da una serie di Imam sino al 1962. In quell’anno un colpo di stato supportato dall’Arabia Saudita e dall’Egitto di Nasser portò alla sconfitta dei realisti (sostenuti dalla Giordania) e allo stabilimento della Repubblica Araba dello Yemen (RAY). La parte meridionale, a maggioranza sunnita, venne colonizzata dalla Gran Bretagna sin dal 1839 con l’occupazione di Aden. Il territorio, inizialmente governato dalle autorità coloniali stanziate in India divenne, nel 1937, il protettorato di Aden. Gli anni sessanta videro l’insorgere di movimenti indipendentisti di stampo marxista che con il supporto dell’URSS ottennero l’indipendenza nel 1967, creando la Repubblica Popolare dello Yemen del Sud (RPYS).

Il 22 maggio 1990, a seguito del crollo dell’URSS, i due Stati si fusero in un'unica entità statale dopo trecento anni di separazione.


La guerra civile del 1993

Il presidente dello Stato unitario, Abdullah Saleh, si vide presto incapace di conciliare le differenze tribali tra le due parti del Paese. Le elezioni del 1993 confermarono però uno status quo inviso alle formazioni politiche meridionali che guidate dal vicepresidente Ali Salim El-Beidh tentarono di separare nuovamente il Paese in due. La breve ma brutale guerra civile che ne seguì vide il governo centrale sconfiggere gli insorti nel giro di tre mesi e ristabilire un’unità nazionale rimasta incontestata sino alla primavera araba del 2011.


La crisi del 2011 e lo scoppio della guerra civile del 2015

Nel 2011 lo scoppio della primavera araba si tradusse, in Yemen, con una diffusa protesta contro il presidente Saleh. Il Paese si divise essenzialmente tra gli uomini a lui fedeli, decisi a mantenere il controllo del Paese e garantire la successione a suo figlio, e il generale al-Ahmar alla guida di una decisa opposizione interna supportata da una considerevole porzione delle forze armate.

Lo scontro tra le unità dell’esercito regolare rispondenti a una delle due parti si tradusse in un progressivo abbandono di diverse posizioni all’interno del Paese il che condusse alla formazione di movimenti di insorgenza al nord come al sud. La minoranza sunnita (35-40% della popolazione) di etnia Houthi occupò il nord del Paese arrivando ad acquisire posizioni attorno alla capitale Sana’a, mentre nel sud semi-desertico gruppi affiliati all’IS e ad al-Quaeda si sono imposti nelle regioni costiere dell’area di al-Mukalla.

La situazione è stata immediatamente sfruttata dall’Iran. La Repubblica Islamica, desiderosa di sviluppare ulteriormente il suo conflitto a distanza con l’Arabia Saudita ha inviato, mascherandola da operazione antipirateria, navi, armi e consiglieri militari per rafforzare gli Houthi che - data la posizione di confine - si trovano nell’area ideale per creare complessi problemi alla grande monarchia del Golfo.

La risposta saudita si è concretizzata in un tentativo di mediazione tra le parti che ha condotto nel Novembre 2011 alle dimissioni del presidente Saleh a favore del suo vice Hadi.

Il neopresidente si è scontrato però con la situazione di un Paese al collasso, forze armate frammentate e un’insorgenza nella sua parte più ricca ed importante, il nord a maggioranza sciita. Le rivendicazioni di autonomia degli Houthi, troppo lungimiranti per mirare al controllo di un Paese in cui imperversa il caos, hanno condotto ad una serie di scontri con l’esecutivo che nel 2015 si vide costretto ad abbandonare la capitale ormai sotto assedio dopo il rapimento del candidato primo ministro, inviso agli Houthi e il sequestro fallito del presidente Hadi.


La situazione odierna

Ad oggi il Paese è complessivamente occupato da quattro schieramenti contrapposti:

- I ribelli Houthi al nord;

- Le forze filogovernative pro-Hadi nel sud;

- Il consiglio di transizione meridionale nella zona di Aden e Socotra;

- Le forze di al-Quaeda e quelle dell’IS nelle vaste zone semi desertiche del Sud e dell’est del Paese.

I ribelli Houthi sono sponsorizzati prevalentemente dall’Iran e controllano stabilmente il nord del Paese in un’area che ricalca fedelmente i confini dell’ex Repubblica Araba dello Yemen. Nel dicembre 2017 Saleh pare aver tentato di dare il via a una mediazione con le forze filogovernative, ma è stato ucciso appena fuori Sana’a, per mano di alcuni ribelli secondo quanto affermano alcune fonti Houthi.

Anche il governo di Hadi nel frattempo ha perso un pezzo importante. Nonostante il supporto economico e militare della coalizione guidata dall’Arabia Saudita e sponsorizzata da USA e UK nel gennaio 2018, alcune delle tribù meridionali formalmente alleate dei lealisti si sono rivoltate occupando Aden e alcune parti del territorio fondando il “Consiglio di Transizione Meridionale”.

Infine, le terribili condizioni economiche e materiali, legate alla posizione strategica del Paese hanno portato all’insorgenza di gruppi terroristici che occupano ormai stabilmente una porzione considerevole del paese seppur sottoposte ad azioni militari da parte di tutte le forze in gioco.


La crisi umanitaria

Al di là delle ragioni geopolitiche del coinvolgimento dei vari attori, il conflitto è a dir poco distruttivo per la popolazione civile. Dall’inizio delle ostilità esso ha visto tra i 60.000 ed i 90.000 caduti militari. A testimoniarne la durezza, vi sono stati inoltre 50.000 feriti dei quali 10.000 civili feriti durante i combattimenti. Tuttavia, le vere vittime del conflitto non sono dovute all’utilizzo delle armi da fuoco: le pessime condizioni di vita, l’esaurirsi delle scorte mediche ed alimentari e la distruzione della capacità agricola del Paese, nonché il quasi-blocco delle importazioni hanno condotto alla morte per inedia di 80.000 bambini. La situazione è talmente drammatica che l’ONU ha dichiarato che 16 milioni di persone vivono in condizioni di estrema malnutrizione, mentre un’epidemia di colera ha contagiato un milione di abitanti. In proporzione all’Italia è come se l’intera città di Milano fosse contagiata.


Gli accordi di Hodeida

Nel tentativo di portare quantomeno sollievo a una popolazione terribilmente travagliata, il governo svedese è riuscito a dare il via a dei colloqui nello scorso dicembre tra le forze filogovernative e i ribelli Houthi. L’accordo raggiunto che prende il nome di una città portuale dello Yemen occidentale prevede un cessate il fuoco e lo stabilimento di un corridoio umanitario che veda il ritiro delle forze Houthi dalla città e l’invio, tramite il suo porto, di aiuti umanitari nel Paese. Le Nazioni Unite hanno espresso forte soddisfazione per quello che sembra essere un primo passo verso, se non la pace, quantomeno una assenza di scontri che permetta di alleviare le condizioni di vita dei civili.


Armi e ragioni dell’Arabia Saudita

Negli ultimi anni l’Arabia Saudita ha visto la partecipazione militare americana nel Medio Oriente ridursi considerevolmente. Washington appare, quantomeno superficialmente, sempre più restia a impegnare uomini e mezzi in difesa delle lontane posizioni del Medio Oriente, il cui interesse strategico è venuto progressivamente meno grazie allo sviluppo della produzione di greggio interna.

L’Iran, tradizionale nemico nella lotta alla supremazia regionale, continua a fomentare i focolai in Siria, Iraq e nella regione saudita di Dammam a maggioranza sciita (contrariamente a quella sunnita-wahhabita del resto del Paese). Teheran vede la situazione dello Yemen come una ideale continuazione della sua strategia di tensione volta a destabilizzare i Sauditi, una strategia che sembra capace di influenzare le fragilissime dinamiche interne dell’Arabia Saudita.

Riyad non è però rimasta a guardare. La coalizione a guida saudita in Yemen non è focalizzata alla distruzione dei ribelli Houthi, ma al ricondurli al tavolo delle trattative. La famiglia reale si rende conto del forte radicamento sul territorio e dei legami sviluppatisi grazie ai legami tribali sui due lati del confine. Una soluzione negoziata è dunque per loro l’ideale.

Nell’eventualità peggiore il Paese sta però ammassando un grande arsenale. L’import di armi leggere nel 2017 si è attestato sui 708 milioni di dollari mentre quello di mezzi e armamenti pesanti ammonta nello stesso anno a 4,1 miliardi provenienti in massima parte dagli USA e a seguire da UK e Francia.

Fonte: CNN

Considerazioni finali

La situazione in Yemen è di per sé terribile, milioni di persone che patiscono fame, malattie e violenze sono una tragedia, ma il contesto nel quale essa si inserisce preoccupa sinceramente molto di più.

Il fondo sovrano Saudita soffre un deficit annuo del 20% che lo ha portato a passare da 736 miliardi US$ nel 2015 a circa 500 miliardi US$ nel 2018. La grande monarchia sta cercando di diversificare la propria economia costruendo un settore votato ai trasporti marittimi nel Mar Rosso a partire dalla città di Gedda, senza tralasciare il progetto di Neom, la nuova grande città nel nord ovest del Paese, in prossimità con il confine giordano.

Inoltre, l’Arabia Saudita si fonda su un complicato equilibrio economico, religioso e tribale. Le risorse petrolifere, concentrate nell’area del Golfo si trovano in un’area abitata dalla minoranza sciita marginalizzata. Il potere è detenuto dalla minoranza Wahhabita concentrata nell’area centrale del Paese ed estremamente lontana in termini sia geografici che culturali sia dall’est che dall’ovest a maggioranza sunnita, concentrato tra Mecca, Gedda e Medina ma con una discreta minoranza sciita a ridosso del confine yemenita.

In tutto questo - come mostra il grafico precedente - l’Arabia Saudita sta accumulando armi che non può far gestire alle proprie forze armate, delle quali il governo non si fida.

Abbiamo dunque un Paese con un’economia in perdita, basato su un’unica risorsa naturale non rinnovabile, che ha perso importanza agli occhi del suo alleato principale, dilaniato da differenze etniche molto forti nelle sue tre parti principali, coinvolto in una serie di conflitti con l’Iran che - seppur indebolito dalle sanzioni - è molto più stabile e omogeneo degli altri Paesi della regione. In tutto questo, il Paese si è volontariamente trasformato in una gigantesca armeria a cielo aperto che i suoi abitanti non possono utilizzare per timore che si rivoltino contro il governo centrale.

Se la crisi in Yemen degenerasse, se l’economia mondiale attraversasse una nuova grande crisi focalizzata sul petrolio o se la successione al trono fosse bruscamente danneggiata, tra qualche anno potremmo vedere il disastro umanitario che è lo Yemen oggi come una crisi minore rispetto a ciò che in potenza potrebbe accadere in Arabia Saudita.

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