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La strategia di Berlino è non scegliere

Fonte: Federal Ministry of the Interior and Community

1. Diseducazione strategica


Sfogliando la lista degli attori che più stanno patendo i contraccolpi della guerra in Ucraina, il nome della Germania appare oggi in grande evidenza. Berlino sembra essere infatti uno dei grandi perdenti del nuovo stato delle cose. Una condizione le cui ragioni vanno ricercate nella postura che il Paese ha assunto negli scorsi decenni, specie dopo il secondo conflitto mondiale, passaggio fondamentale nella pedagogia nazionale tedesca: ridimensionata nella dimensione territoriale, demografica ed economica, privata di quella militare e divisa tra i due blocchi della guerra fredda, la Germania - quantomeno la sua parte occidentale - fu costretta ad avviarsi verso una dimensione post-storica dall’egemone statunitense, deciso a impedirne la rinascita come potenza tout court. Una condizione che necessitò una progressiva diseducazione alla geopolitica, vista come elemento strettamente militare, e permise di coltivare velleità puramente economiciste che si confacevano tuttavia particolarmente ai tratti culturali di un Paese che considera il negotium quale nobile fine dell’uomo. La contestuale profonda rielaborazione delle colpe naziste ammantarono di stigma negativo le forze armate, delineando una politica estera che rigettava l’uso della forza. Il clima della guerra fredda impose tuttavia l’esistenza di un esercito (la Bundeswehr) comunque rilevante - seppur con una scarsa legittimazione popolare - posto sotto stretta sorveglianza statunitense e inquadrato nelle strutture della NATO. La Germania Ovest fu inoltre costretta - e in parte si autoimpose - a un legame con l’Occidente (Westbindung) che era condizione inedita per un Paese che sempre si era pensato ponte tra oriente e occidente.


Il radicamento di tale postura post-storica e pacifista permise al Paese di accogliere con gioia il crollo del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda in quello che per i tedeschi fu l’ultimo vero contatto con la storia, proprio quando Fukuyama ne vergava la prevista fine. La Germania vedeva così realizzato il mondo tanto agognato: riunificata sotto perfetta postura mercantilista, divenne presto la massima profittatrice della globalizzazione, convinta che tutto il mondo si sarebbe prima o poi piegato al nuovo corso avviandosi alla “Pace perpetua” (ewigen Frieden) teorizzata da Kant, il grande filosofo tedesco proveniente da quella Königsberg che per uno scherzo del destino è oggi l’avamposto nucleare russo di Kaliningrad. Perpetua perché portatrice della fine di qualsiasi forma di ostilità tanto da prevedere, come si legge nel terzo articolo dell’opera kantiana, che “gli eserciti permanenti devono con il tempo scomparire del tutto”. Una speranza così introiettata dai tedeschi, divenuti riluttanti a qualsiasi afflato militarista, da spingere Berlino a operare un gioioso disarmo, nella convinzione che a qualsiasi (improbabile) guaio militare avrebbe provveduto Washington e convinta di schermarsi così da qualsiasi rischio di sobillare la germanofobia dei vicini: così dopo il crollo del Muro la Germania ridusse fortemente uomini, mezzi e spesa militare, scesa ben al di sotto del 2% del Pil richiesto dalla Nato, scatenando le accuse di disimpegno dei propri partner, Washington in primis.


Si andò consolidando, nella stessa fase, la costruzione comunitaria dentro cui ben si è adattato l’economicismo dei tedeschi che, nel mercato unico europeo, possono dare sfogo al surplus commerciale con cui finanziare un elevato stato sociale. Una situazione che ha spinto a parlare di veri piani egemonici tedeschi, tesi a fare dell’Unione Europea una forma di impero proprio; una narrazione che ignora tuttavia la natura in buona misura involontaria di tale egemonia economica tedesca, avvenuta con passaggi - quali l’accettazione dell’euro in luogo dell’amato marco - spesso imposti a Berlino e poi rivelatisi particolarmente adatti alle caratteristiche tedesche.


La convinzione che il mondo tendesse a un pacifismo ecumenico dove la fine della storia sarebbe stato verbo ineluttabile delineò infine l’approccio tedesco a Paesi quali Russia e Cina con cui Berlino avviò la dottrina del Wandel durch Handel (cambiamento attraverso il commercio), nella convinzione che più stretti rapporti commerciali avrebbero ben presto democratizzato questi Paesi, elevando al contempo la Germania a potenza civile (Zivilmacht) garante della pace. Massimo esempio è stato il rafforzarsi del legame energetico ed economico con la Russia: seppur non si tratti di un inedito storico, tale legame si è rafforzato negli ultimi decenni, accrescendo la dipendenza energetica tedesca da Mosca. Una sinergia tanto forte da spingersi fino ai legami personali di molti leader tedeschi e da insinuarsi fin dentro gli apparati. La costruzione dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 è esemplificativa della cecità strategica della Germania, convinta che tramite tale cordone energetico ed economico avrebbe sedato le velleità imperiali di Mosca, passo finale verso la definitiva affermazione della pace perpetua in Europa. Una convinzione di fatto trasversale nelle classi dirigenti tedesche e che neanche gli eventi in Ucraina del 2014 riuscirono a estirpare. Fino al brusco risveglio del febbraio dell’anno scorso.


2. Il crollo di una fragile impalcatura


Il conflitto in Ucraina è giunto a sconvolgere l’impianto su cui si basava la Germania che ha visto di colpo crollare ogni sicurezza energetica, incrinarsi le certezze commerciali con Pechino e ha dovuto aprire gli occhi sul fatto che la guerra non è stata definitivamente estromessa dall’Europa. Tutte le convinzioni tedesche sono venute meno perché basate su un fragile equilibrio, mal tollerato da Washington in periodo di pace, totalmente avversato in fase bellica. Incassato il colpo, Berlino ha cercato di reagire unilateralmente, apparentemente colta da improvviso decisionismo. La crisi energetica dovuta alla chiusura dei rubinetti con la Russia ha obbligato a rivoluzionare la politica energetica: la Germania ha dovuto rinviare la chiusura delle ultime centrali nucleari, riavviare alcune centrali a carbone, aprire nuovi impianti di trasformazione del GNL cercando al contempo di placare le tensioni sociali annunciando - dopo il rifiuto di sostenere un tetto comunitario al prezzo del gas - la creazione di un proprio fondo di 200 miliardi, suscitando gli strali dei partner europei.


La vera svolta unilaterale è stata però l’annuncio di un riequipaggiamento militare di grande rilevanza: in quella che è stata definita come svolta epocale (Zeitenwende), il cancelliere Scholz ha dichiarato la volontà di allinearsi al 2% di spese militari sul PIL richiesto dalla NATO, ma ha soprattutto annunciato l’istituzione di un fondo speciale di 100 miliardi da inserire in Costituzione (Grundgesetz). Un passaggio che renderebbe la Germania nel giro di pochi anni la principale potenza militare convenzionale d’Europa e la terza del mondo dietro Stati Uniti e Cina, certificandola quale Paese normale e dotandola di uno strumento militare - oggi in pessime condizioni - finalmente all’altezza di quello economico.


Tutt’altro decisionismo Berlino sembra invece averlo applicato al sostegno dell’Ucraina verso cui è stata più volte accusata di non fare abbastanza in termini di forniture militari. Una narrazione che, pur largamente diffusa, risulta erronea: la Germania si è infatti dimostrata uno degli attori che maggiormente ha sostenuto l’Ucraina dal punto di vista delle forniture militari, fattore tanto più sorprendente considerato lo stato del suo equipaggiamento. Se consideriamo anche il sostegno ai rifugiati ucraini la Germania risulta infatti il maggiore sostenitore economico di Kiev dopo gli Usa. Vero è invece che i tedeschi si sono dimostrati ponderosi e lenti nell’approvare tali forniture, un approccio attendista adottato dal cancelliere Scholz che ha sempre rimarcato l’urgenza di evitare un conflitto diretto tra Mosca e la NATO. Una linea che se è in parte dovuta a difficoltà tecniche, dall’altra è figlia di una chiara scelta di prudenza: d’altronde come sottolineato dall’analista Kleine-Brockhoff, nessun cancelliere tedesco vorrebbe passare quale promotore di un approccio smaccatamente militarista. Non sorprende tuttavia che tale attendismo abbia generato forti malumori in Ucraina, portandola addirittura a respingere la visita del presidente tedesco Steinmeier.


La svolta militare tedesca e l’attendismo verso Kiev hanno però generato tensioni anche con altri partner. In primo luogo, la Polonia, attore in grande ascesa e fermamente al fianco di Kiev in funzione anti-russa, apparsa in questi mesi notevolmente innervosita dalla postura tedesca. Varsavia non ha mancato di attaccare Berlino su più fronti, rispolverando ad esempio la richiesta dei risarcimenti relativi al secondo conflitto mondiale, prontamente respinta dai tedeschi. I polacchi guardano inoltre con sospetto alla svolta militare tedesca: se da un lato ne apprezzano l’apporto potenziale alla NATO - specie sul fronte orientale - dall’altro, memori del passato, cercano rassicurazioni da Washington che esso avvenga nell’alveo atlantico. Non solo: chiedono anche che Berlino riveda una volta per tutte il proprio approccio alla Russia.

C’è poi il capitolo francese: Parigi considera imprescindibile l’apporto tedesco alle sue velleitarie ambizioni di autonomia strategica europea, ma è sempre stata delusa dalla riluttanza di Berlino. I francesi non possono dunque che apprezzare un maggiore impegno militare tedesco. Tuttavia, la taglia della svolta militare annunciata da Scholz ha generato non poca inquietudine sulle rive della Senna in quanto sconvolgerebbe ulteriormente un rapporto franco-tedesco già sbilanciato sul piano economico e che Parigi poteva riequilibrare solo su quello militare. Di più: Scholz ha attentamente evitato di evidenziare le caratteristiche europee di tale riarmo - deludendo ancora una volta le ambizioni francesi - rincarando poi la dose con l’acquisizione di nuovi velivoli F-35 statunitensi, a detrimento dei progetti militari franco-tedeschi ed europei.


Infine, gli Stati Uniti: Washington ha certamente gioito per la rottura del legame energetico russo-tedesco e, di fronte alla reiterata richiesta a Berlino di raggiungere il target NATO del 2%, dovrebbe apprezzare la svolta tedesca, specie di fronte all’esigenza di una maggiore assunzione di responsabilità dei propri partner così da permettere il simultaneo contenimento di Russia e Cina. Tuttavia, gli statunitensi si trovano di fronte a un dilemma atavico, fonte di forti discussioni negli apparati: la Zeitenwende rappresenta infatti opportunità tattica, ma potenziale pericolo di caratura strategica giacché la teorica rinascita di una potenza tedesca tout court non è passaggio da poco.


3. Tra crisi strategica e faglie interne


La guerra in Ucraina restituisce così una Germania in notevole difficoltà, avulsa da qualsiasi discorso di stampo strategico, ormai estranea a qualsiasi afflato militarista tanto che della Zeitenwende annunciata non vi è ancora alcuna traccia, andata presto perduta tra dubbi e rinvii. Berlino ha infatti provveduto a inserire il fondo straordinario in Costituzione, indirizzandolo alle sole forze tedesche come richiesto dai cristiano-democratici ed evidenziandone l’inquadramento nella Nato: il Paese tedesco sembra però così abdicare a qualsiasi ambizione di autonomia strategica europea e anche a quella di vero egemone continentale. Il governo si è inoltre presto rimangiato la promessa di raggiungere l’obiettivo del 2% di spesa militare sul PIL, target che dopo aver mancato nel 2022 ha dichiarato di non raggiungere con ogni probabilità né nel 2023 né nel 2024. D’altronde tale svolta non è subordinata alla sola volontà delle classi dirigenti tedesche, ma non può invece prescindere da una legittimità popolare che oggi appare difficile da riscontrare nel Paese tedesco dove la fiducia nella Bundeswehr è oggi bassa (Figura 1).

Figura 1

Ma la crisi tedesca è ben più articolata. Berlino deve infatti far fronte anche alla rottura del cordone con Mosca che non pone un problema unicamente energetico ed economico ma anche culturale stante il radicamento della russofilia nel Paese, specie nelle regioni orientali. C’è poi da ripensare il legame commerciale con Pechino: analogamente a quanto avvenuto con Mosca, la Germania ha interpretato negli anni il legame con la Cina in un’ottica puramente economicista, non cogliendo le mire strategiche del dragone. Una postura definita troppo blanda dalla stessa ex cancelliera Merkel alla fine del suo mandato, opinione confermata anche dall’attuale ministro dell’economia Habeck che ha sottolineato l’esigenza di ridurre la dipendenza da Pechino, specie nei settori strategici. Un approccio più duro verso il dragone, che Berlino ha già iniziato ad assumere da alcuni anni - più per imposizione statunitense che motu proprio - ma che rimane decisamente meno risoluto di quanto Washington si aspetterebbe. Permane dunque uno iato tra gli statunitensi e la Germania che, dopo aver dovuto accettare di svincolarsi da Mosca, non può e non vuole rinunciare ai preziosi rapporti con Pechino, suo principale partner commerciale. A riprova di ciò vale il recente investimento cinese nel porto di Amburgo e la visita in Cina da parte di Scholz, con tanto di dirigenti d’azienda al seguito: il cancelliere ha cercato di rilanciare l’industria tedesca dopo i contraccolpi della crisi energetica, cercando al contempo di tranquillizzare Washington assumendo verso Pechino toni duri sia in relazione alle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang che all’importanza dell’integrità territoriale in Europa ma anche in Asia. Un colpo al cerchio e uno alla botte che per Washington potrebbe non essere sufficiente.


Intrecciate a tali difficoltà vi sono poi le numerose faglie - più o meno storiche - che scorrono all’interno del Paese, portato della natura non nazionale della Germania, mai divenuta nazione ma anzi nata quale insieme di piccole tribù e stati diversi. Nel Paese tedesco oggi convivono così diverse nazioni con alterità proprie, tenute insieme dal diffuso benessere e dalla generosità di un formidabile stato sociale che ne colma i disequilibri. Divisioni pronte però a riemergere al sorgere di crisi che minano la costruzione dello Stato tedesco, come è stato evidente dalle richieste di salvataggio giunte dai Länder tedeschi a seguito della crisi energetica e la consapevolezza da parte di Scholz del rischio di bomba sociale.

Figura 2

Tra queste faglie di particolare rilievo è quella est-ovest, esacerbata da decenni di divisione dovuta alla guerra fredda. Lungo tale frattura si registra un’asincronia nell’interpretazione della riunificazione avvenuta nel 1990, considerata certificazione del trionfo del proprio modello e della fine della storia per i tedeschi occidentali, nuovo sconvolgimento le cui ripercussioni perdurano oggi per quelli orientali. Nonostante gli indubbi progressi compiuti negli scorsi tre decenni, nelle regioni orientali persiste infatti un peggiore quadro demografico, economico, sociale e culturale (Figura 2). Due visioni del mondo differenti, con un maggiore occidentalismo diffuso nei Länder occidentali - dove non a caso si riscontra un più forte supporto a una linea dura nei confronti di Mosca e a un più deciso sostegno a Kiev - che si scontra invece con la radicata russofilia dell’ex DDR dove invece si registrano umori più tiepidi e più comprensivi verso le ragioni russe (Figura 3). Un’asimmetria che, di fronte al rischio di strappare il Paese lungo i suoi bordi interni, rende complessa qualsiasi scelta di campo da parte del governo.


Un governo al cui interno si riscontrano d’altronde sensibilità differenti: nel corso di questi mesi i Verdi - tradizionalmente espressione di istanze pacifiste e anti-militariste - si sono fatti portatori di una linea più convinta sulla Zeitenwende, maggiormente russofoba e oltranzista verso Pechino. Un ribaltamento di ruoli che, sottolineando il disorientamento tedesco, si scontra con la linea decisamente più attendista e cauta tenuta invece su tutti e tre i fronti dall’Spd del cancelliere Scholz.

Figura 3

4. Una svolta difficile ma necessaria


La trasformazione che sta vivendo Berlino è in fase dilatata, impossibile da giudicare ora. È chiaro, tuttavia, che quella tedesca è una profonda crisi strategica, scaturigine di un disorientamento che investe l’intero Paese. Introiettata la convinzione che le fosse consentita unicamente una postura minimalista, radicatosi tra la popolazione e le classi dirigenti un forte post-storicismo, la Germania - guidata ancora da logiche essenzialmente economiciste - avrebbe perseguito volentieri lo status quo. Si sarebbe con piacere limitata alla potenza economica in Europa senza divenirne il vero egemone - cosa che implicherebbe redistribuzione verso i partner - e avrebbe volentieri mantenuto la propria triplice dipendenza: militare da Washington, energetica da Mosca e commerciale con Pechino. Una posizione sempre più insostenibile nel nuovo scenario globale.


Pur avendo compreso tutto ciò la Germania si è trovata disorientata dall’immane sfida di delineare una nuova postura. Berlino è oggi per la prima volta dalla fine del secondo conflitto mondiale di fronte a una vera discussione di tipo strategico, in un inedito tentativo di dare una svolta all’approccio culturale del Paese. Ciò basta per intimorire i propri partner con i quali i rapporti si modificheranno inevitabilmente. Su tutti quelli europei: un maggiore decisionismo tedesco - ad esempio in ambito militare – rischia infatti di sbiadire le vesti comunitarie dentro cui Berlino si è fino a oggi celata e schermata dalla germanofobia altrui.


Preoccupazioni che tuttavia sembrano oggi accantonate di fronte all’attendismo tedesco che pare aver arenato nelle maglie del proprio disorientamento l’annunciata Zeitenwende, i cui tempi di realizzazione apparivano già dilatati dal complesso stato delle forze tedesche. Non vi sono infatti dubbi sulle capacità tecniche tedesche di operare tale svolta, tanto per stazza economica quanto per efficienza; già durante la Guerra Fredda, dopo essere stati costretti al completo disarmo, i tedeschi riuscirono a ricostruire forze armate di tutto rispetto in un tempo molto ristretto. Tuttavia la concretizzazione della Zeitenwende deve passare necessariamente da un consenso popolare e da una rilegittimazione dello strumento militare, operazione che - dopo una positiva accoglienza iniziale da parte di un popolo che per disciplina sociale non ha mai deluso - pare oggi ostacolata da decenni di riscrittura della psicologia collettiva e dalle numerose faglie interne: d’altronde come poter operare un riarmo pensato (anche) in chiave anti-russa quando una parte importante del proprio Paese - già oggi poco fiduciosa verso lo stato centrale - conserva un forte legame sentimentale con Mosca? Una sfida complicata che diventa al limite dell’impossibile se affidata a una classe dirigente disabituata a ragionare in termini strategici, incapace di operare un vero cambio di paradigma.


C’è di più: Berlino deve anche considerare quanto spazio di manovra avrà a disposizione in relazione alla postura statunitense. Come accoglierà Washington una reale svolta tedesca, specie sul piano militare? Un rafforzamento delle forze armate tedesche gioverebbe agli imperativi strategici statunitensi dovuti alla necessità di dividersi tra il quadrante indo-pacifico e l’Europa, in funzione anti-russa. D’altro canto, però, a Washington preme aver chiaro dove si inquadrerebbe una rinnovata forza militare tedesca: qualsiasi ambizione autonoma dalle strutture atlantiche sarebbe infatti con ogni probabilità fortemente osteggiata dagli statunitensi.


Se dunque non si può dubitare delle capacità tedesche di produrre un’inevitabile svolta - Berlino ha sovente dimostrato di reagire con lentezza agli sconvolgimenti ma allo stesso tempo con estrema efficienza -, la Germania non sembra tuttavia decisa a ricrearsi soggetto geopolitico tout court, bloccata nelle proprie costrizioni e in quelle imposte dall’appartenenza al campo occidentale e statunitense. Eppure, si tratta di un’operazione oggi quantomai inevitabile di fronte a un mondo che non è più quello a lei gradito, a meno di non voler cullarsi perpetuamente nei progetti kantiani.


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Analisi Alberto Catania - 31 marzo
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Bibliografia

  • U. BECK, Europa tedesca. La nuova geografia del potere, Bari-Roma, 2013

  • G. CORNI, Storia della Germania. Da Bismarck a Merkel, Milano, 2017

  • J. FISCHER, Se l’Europa fallisce?, Milano, 2015

  • F. FUKUYAMA, La fine della storia e l'ultimo uomo, Milano, 2020

  • I. KANT, Per la pace perpetua, Milano, 2013

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