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I paesi baltici: tallone d’Achille o futuro bastione di sicurezza avanzata della NATO?

Aggiornamento: 18 nov 2022

Fig.1: Un soldato francese del 7º Battaglione di montagna indossa una mostrina della NATO presso la base aerea Amari, in Estonia, 17 marzo 2022 (foto di AP tramite l’Esercito francese)

1. Introduzione


Ancor prima dell’ultima aggressione russa dell’Ucraina, avviata lo scorso febbraio, la NATO aveva cominciato a parlare di terzo riassetto geostrategico, con particolare riferimento ai paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania). Ma ora, mentre da 7 mesi si combatte una guerra che avrà conseguenze geopolitiche pesantissime (e che sta già portando, tra le altre cose, ad un ulteriore allargamento dell’Alleanza nordatlantica), focalizzarsi su quest’angolo d’Europa appare ancora più pertinente.


La Russia ha sempre definito le repubbliche baltiche come “vicino estero” (blizhneye zarubezhiye in russo), espressione che sottolinea una certa ambiguità nei confronti dei suoi ex satelliti sovietici. Allo stesso tempo, ha sempre rifiutato la formula alternativa del “vicinato condiviso”, promossa a sua volta dall’Unione Europea. In realtà, Mosca utilizza l’area baltica per esercitare e mantenere una pressione politica e strategica su diversi attori internazionali: in primis gli Stati Uniti e la NATO, ma anche l’UE, gli Stati scandinavi e persino la Bielorussia, che pure è alleata strettissima (per non dire vassallo) di Vladimir Putin.


Ma cosa significano queste attenzioni da parte del “nuovo zar” per il bacino del Baltico? E quali conseguenze hanno provocato i recenti sviluppi bellici nell’assetto strategico dell’area? Per comprendere il delicato equilibrio in questa zona d’Europa non bisogna soffermarsi tanto sulla volontà di Mosca di farla ritornare sotto la sfera di influenza russa, quanto piuttosto sulla possibilità di servirsene come “leva esterna” e, parallelamente, sul fatto che essa offre un teatro operativo ideale in cui mostrare i muscoli senza però scatenare un conflitto aperto con Washington. D’altro canto, il Cremlino esprime nella propria dottrina militare un’opposizione netta all’allargamento della NATO (al punto che, secondo la vulgata putiniana, il rischio che l’Alleanza arrivasse fino in Ucraina ha giustificato la recente invasione) e alla creazione di infrastrutture militari occidentali presso i propri confini – in particolare i sistemi strategici di difesa missilistica, definiti come minacce esistenziali per la sicurezza russa.


2. La sicurezza prima di tutto


Il fatto di costituire una “zona cuscinetto” tra la Russia e l’Europa ha plasmato l’evoluzione politico-sociale dei paesi baltici, influenzandone profondamente le scelte nell’ambito della difesa, condizionate dalla storica ostilità verso l’ingombrante vicino. Senza dilungarci in excursus fuorvianti, basterà ricordare in questa sede che Estonia, Lettonia e Lituania acquisiscono l’indipendenza tra il 1990 ed il 1991, ma in realtà nascono nel loro assetto statuale moderno nel 1918, dopo l’affrancamento dall’impero zarista, per venire quindi inglobate dall’URSS nel 1940, sotto la quale diventano repubbliche socialiste sovietiche. Dopo la famosa “catena baltica” del 1989, Tallinn, Riga e Vilnius seguono la traiettoria di un rapido avvicinamento all’Europa (e di allontanamento dalla Russia) che li colloca saldamente nel campo dell’Occidente e che culmina, nel 2004, con l’ingresso nell’UE. Un mese prima, i tre Stati baltici erano diventati anche membri della NATO: da allora possono attivare il meccanismo di difesa collettiva dell’Alleanza (articolo V del Trattato di Washington), per cui “un attacco armato contro uno o più membri in Europa o Nord America sarà considerato un attacco contro tutti i membri”.


Pochi anni dopo, l’invasione russa della Georgia del 2008 cambia la prospettiva della partecipazione attiva dei baltici alla NATO: rispolverano così un’altra disposizione del Trattato, l’articolo IV, che fa riferimento alla possibilità di ciascun membro di avviare consultazioni in merito a minacce all’integrità territoriale, indipendenza politica o sicurezza di qualunque membro. Nel 2014 viene poi preso in considerazione l’articolo III, che ribadisce l’impegno per lo sviluppo delle capacità di resistenza individuali e collettive ad un attacco esterno. Di conseguenza, Tallinn, Riga e Vilnius iniziano ad aumentare le spese per la difesa in modo da facilitare la ricezione di un numero maggiore di truppe e attrezzature alleate, potenziando al contempo le capacità di difesa nazionali e congiunte.


3. Desiderio di integrazione comune e obiettivi di sicurezza singoli


Originariamente la politica estera dei tre paesi prevedeva lo status di neutralità, aspirando ad un’integrazione il più possibile pacifica con l’Occidente. Ma, subito dopo il ritiro delle truppe russe, nel 1995 Lituania, Estonia e Lettonia presentano la loro domanda di adesione alla NATO, mentre l’anno prima avevano aderito al programma Partnership for Peace (PfP) per allinearsi agli standard dell’Alleanza (una mossa accolta con scetticismo da parte dei futuri alleati, sia europei che americani).


In effetti, il desiderio di protezione militare era già vivo nei baltici: tanto che, ben prima della richiesta formale di adesione alla NATO, i tre paesi avevano adottato un sistema di difesa congiunta che prevedeva addestramento ed esercitazioni comuni e progetti di collaborazione quali il BALTRON (uno squadrone navale) e il BALTNET (una rete di sorveglianza aerea). Inoltre, nel 1999 istituiscono un college di istruzione superiore gestito in “quote” eguali dai rispettivi ministeri della Difesa: il Baltic Defence College a Tartu, in Estonia. Oggi, ognuna delle tre repubbliche ospita un Centro di eccellenza della NATO altamente attrezzato: nel 2008 è stato creato in Estonia il Centro di eccellenza per la difesa informatica (CCD NATO CoE), nel 2012 è la volta del Centro di eccellenza per la sicurezza energetica in Lituania (NATO ENSEC CoE), mentre in Lettonia è stato istituito il Centro di eccellenza per le comunicazioni strategiche (NATO Stracom CoE) nel 2014.


Nel 2017, infine, in risposta alle operazioni russe in Crimea e nel Donbass, la NATO ha creato una presenza costante (Enhanced Forward Presence, efP) che comprende quattro battaglioni tattici multinazionali che ruotano tra Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, a presidiare il cosiddetto fianco orientale dell’Alleanza, quello che corre dal Mar Baltico al Mar Nero e che si trova dunque più esposto ad eventuali attacchi. Tutte e tre le repubbliche baltiche spendono oggi per il bilancio della difesa tra il 2,1% e il 2,3% del proprio Pil, eccedendo dunque l’obiettivo NATO del 2%.


4. Possibili scenari destabilizzanti

Fig. 2: Esercitazione invernale per un battaglione dell’enhanced Forward Presence (eFP), febbraio 2022 (fonte: NATO)

Come detto, la geografia del Mar Baltico pone una sfida di sicurezza non indifferente per la NATO e per l’Europa stessa. È un mare parzialmente chiuso che si collega al Mare del Nord e all’Oceano Atlantico solo attraverso un numero di stretti: ne consegue pertanto che chi controlla questo mare dispone di un vantaggio strategico non trascurabile. Inoltre, dal punto di vista di Mosca i paesi baltici sono l’obiettivo perfetto per applicare la cosiddetta “strategia di difesa attiva”, quella che noi chiamiamo guerra ibrida: una campagna multi-dominio a lungo termine per destabilizzare i singoli membri dell’Alleanza e intaccare la coesione dell’intera organizzazione. Secondo diversi analisti, uno dei possibili errori della NATO sarebbe stato quello di sottovalutare a lungo il potenziale strategico del Baltico, avendolo messo in agenda solo in seguito ad incidenti come l’attacco cibernetico all’Estonia del 2007.


Ad ogni modo, uno degli scenari destabilizzanti più spesso citati vedrebbe i tre paesi venire prima separati fisicamente dal resto dell’Alleanza e poi invasi dalla Russia. A tale scopo il Cremlino avrebbe concepito le esercitazioni militari Zapad (2017) e Union Shield (congiuntamente con la Bielorussia nel 2019), più altre senza preavviso tra il 2014 e il 2015. Questo scenario (ritenuto finora poco probabile, seppur verosimile sul piano operativo) evidenzia il ruolo chiave dell’oblast’ di Kaliningrad: una piccola exclave russa incastonata tra Lituania e Polonia, bastione avanzato di Mosca e unico suo affaccio sul Baltico (c’è una sede della Marina), dove sarebbero schierati circa 25.000 soldati russi che la rendono una delle zone più militarizzate d’Europa. Soprattutto, Kaliningrad è il nucleo della cosiddetta bolla A2/AD (Anti-Access/Area-Denial): un sistema difensivo multiplo che utilizza sistemi di difesa aerei, navali e terrestri integrati per negare lo spazio aereo e difendere i confini marittimi e terrestri dell’oblast’. Il National Threat Assessment lituano del 2020 sottolinea proprio il pericolo rappresentato dall’exclave, dove i sistemi missilistici russi (teoricamente a corto raggio, in grado di raggiungere i 130 km) prevedrebbero anche l’utilizzo dei missili Iskander-M, in grado di raggiungere i 500 km.


Secondo diverse simulazioni, un attacco russo che partisse contemporaneamente da Kaliningrad a sud e dalla Russia continentale (e dalla Bielorussia) ad est travolgerebbe facilmente le repubbliche baltiche, arrivando a minacciare direttamente le rispettive capitali nel giro di un paio di giorni – il tutto con le sole forze convenzionali. Questo sarebbe possibile poiché la continuità territoriale tra i baltici e gli alleati della NATO è garantita esclusivamente dal cosiddetto corridoio di Suwalki, una striscia di terra lunga circa 65 km che collega Polonia e Lituania e separa Kaliningrad dalla Bielorussia. La differenza tra il concepire Suwalki come un “corridoio” tra il territorio dell’Alleanza oppure come un “buco” tra i due “pezzi” della Russia è cruciale a livello strategico, poiché comporta prospettive diametralmente opposte per gli attori coinvolti: mantenere aperto (e agibile) il varco oppure occluderlo e “colmare il buco” per riunire l’exclave alla Federazione. L’importanza di questo luogo per gli Alleati è quindi direttamente proporzionale alle difficoltà nel proteggerlo da eventuali attacchi (anche in ragione della sua conformazione morfologica): uno tra i molti studi sul tema evidenzia come “il corridoio di Suwalki è dove le principali debolezze nella strategia e nella postura delle forze NATO convergono”.


Come detto, tuttavia, un attacco non dovrebbe necessariamente prendere la forma di un’invasione terrestre: la Russia potrebbe eseguire azioni ibride di vario genere. Tra le opzioni più accreditate ci sono attacchi informatici (cyber-warfare) o fisici (sabotaggi di vario tipo) alle infrastrutture critiche, nonché la strumentalizzazione dei flussi energetici (finché ancora ne esistono dalla Russia verso l’Europa). E i timori che Mosca stia aprendo un nuovo fronte di guerra ibrida con l’Occidente si sono diffusi nel Vecchio continente a seguito delle esplosioni che verso fine settembre hanno danneggiato, proprio nelle acque del Baltico, i gasdotti Nord Stream 1 e 2, forse compromessi irreparabilmente. Queste azioni sono particolarmente problematiche perché, sebbene possano avere effetti anche pesanti, restano nella “zona grigia” tra pace e guerra (non è facile definirli attacchi militari e dunque, anche se rivolti contro un paese NATO, non è chiaro se giustificherebbero l’attivazione dell’articolo V), e assicurano inoltre la cosiddetta “plausible deniability”, ossia permettono all’attore (anche statale) che li conducesse di negare ogni coinvolgimento senza rischi di smentita (date le difficoltà nell’individuare con certezza l’artefice).


Da parte sua, dopo quelli che hanno tutta l’aria di essere sabotaggi in piena regola, l’Alleanza ha ribadito che risponderà risolutamente ad eventuali attacchi alle infrastrutture strategiche dei suoi membri, ma la realtà è che difenderle è tutt’altro che facile (soprattutto quelle sottomarine: gasdotti, oleodotti o i cavi che assicurano le telecomunicazioni e le transazioni finanziarie internazionali), il che mette in gioco anche riflessioni sulla preparazione della NATO a questo tipo di azioni, ora che l’attenzione è tutta sullo scontro convenzionale in Ucraina. Al momento sono in corso delle indagini e non sono ancora stati individuati né i responsabili né le modalità del sabotaggio baltico, ma il Cremlino e la Casa Bianca si sono già addossati la colpa a vicenda.


Insomma, un contesto geografico ad alto rischio, che ha fatto parlare dei baltici (e della Lituania in particolare) come della “nuova Berlino ovest”. E tuttavia, secondo le nozioni di strategic foresight (previsione strategica), nell’eventualità di un’aggressione russa il fattore tempo giocherebbe un ruolo cruciale, se gli Alleati fossero in grado di sfruttarlo a loro vantaggio. Il Mar Baltico potrebbe quindi diventare un bastione di sicurezza per la NATO, anziché un tallone d’Achille, a patto di rafforzare la cooperazione avanzata – parallelamente all’ingresso di Finlandia e Svezia nell’organizzazione (vedi par. 5). In particolare, l’isola svedese di Gotland e le isole finlandesi di Åland costituirebbero perni strategici fondamentali per ottenere il dominio del bacino acquatico ed evitare di abbandonare Tallinn, Riga e Vilnius in balia dei sistemi aerei e marittimi avversari.


5. Nuovi alleati: Svezia e Finlandia nella NATO

Fig. 3: Firma del memorandum d’intesa tra Turchia, Finlandia e Svezia al summit NATO a Madrid, 28 giugno 2022 (fonte: NATO)

La Svezia e la Finlandia hanno una tradizione di neutralità che risale al secondo dopoguerra. Quella svedese è “flessibile” e non è sancita per legge, il che ha permesso al paese di investire molto sulla difesa, come gli altri Stati nordici membri della NATO (Norvegia, Islanda, Danimarca). La neutralità finlandese, invece, è nata come condizione di pace imposta dall’URSS in un “accordo di amicizia” del 1948: rappresentava per Helsinki la garanzia dell’indipendenza da Mosca, dopo l’aggressione sovietica nella Guerra d’inverno del 1939. Oggi, entrambi i paesi scandinavi sono parte del PARP (PfP Planning and Review Process), un programma NATO che li assiste nella transizione militare e nella modernizzazione del settore della difesa, ma sono ufficialmente fuori dall’Alleanza.


Senonché, a seguito dell’invasione russa in Ucraina, è cambiato il vento delle opinioni pubbliche: ora svedesi e finlandesi (e le rispettive élite dirigenti) si sono convinti che il loro status neutrale non sarà sufficiente a garantire la loro sicurezza. Helsinki e Stoccolma hanno pertanto chiesto di accedere all’Alleanza, una mossa sostenuta dalla grande maggioranza delle rispettive assemblee parlamentari. Lo scorso luglio, appianate (sulla carta) alcune divergenze che avevano portato la Turchia a porre il veto sul loro ingresso, i due paesi scandinavi hanno siglato i protocolli di adesione tra le proteste della Russia che vedrà così i suoi confini con la NATO raddoppiare dai circa 1.300 km attuali ad oltre 2.600 km. E l’Alleanza potrà contare su due eserciti tecnologicamente avanzati, dotati di alcuni tra i mezzi e i sistemi di difesa più apprezzati al mondo.


Ma l’allargamento effettivo dell’organizzazione richiederà verosimilmente altro tempo, dato che l’ingresso di nuovi membri dev’essere ratificato dai 30 attuali. A fine settembre 2022 manca ancora il via libera di Ungheria e Turchia: e la vera incognita è quest’ultima. Il presidente Recep Tayyip Erdogan, che notoriamente tiene il piede in due staffe (è dentro la NATO ma da anni “flirta” con Putin), sta rallentando la ratifica turca fintantoché non vedrà “progressi concreti” su alcune questioni care ad Ankara, tra cui l’estradizione dei “terroristi curdi” del PKK e dello YPG dalla Svezia e lo stop all’embargo sull’esportazione di armi da Helsinki e Stoccolma verso la repubblica anatolica (imposto proprio a seguito degli attacchi contro i curdi). In Turchia si voterà a giugno 2023: il “dittatore di cui si ha bisogno” (sic) è intenzionato a restare al potere, e un assist inaspettato potrebbe arrivargli proprio dalla Svezia, ora che l’estrema destra ha fatto il botto alle urne e potrà condizionare il prossimo esecutivo (ad esempio a non andare troppo per il sottile nell’espulsione dei rifugiati curdi). Tanto più che, nell’ottica di Ankara, un’apertura verso gli scandinavi potrebbe rendere le cancellerie occidentali più indulgenti circa un’eventuale nuova offensiva turca nel Kurdistan siriano, anche considerando il credito che la Turchia potrebbe maturare nei confronti degli Alleati se dovesse avere successo la mediazione diplomatica tra Mosca e Kiev portata avanti dal “sultano” Erdogan.


6. Clausole di mutua difesa

Fig. 4: Esterno del Bataclan all’indomani dell’attentato terroristico del 13 novembre 2015 (foto ANSA)

Al netto degli ipotetici scenari di crisi, comunque, Estonia, Lettonia e Lituania possono considerarsi relativamente al sicuro in virtù della loro doppia appartenenza alla NATO e all’UE – due strutture che, peraltro, collaborano strettamente e hanno moltiplicato le interazioni dall’inizio del conflitto in Ucraina. Infatti, mentre il Trattato di Washington fonda notoriamente l’Alleanza sul principio della difesa collettiva, forse non tutti sanno che anche l’UE dispone di una norma simile, la cosiddetta clausola di difesa reciproca, che impegna gli Stati membri a prestarsi soccorso tra loro in caso di attacco.


Secondo l’articolo 42(7) del Trattato sull’Unione Europea (TUE), “qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata sul proprio territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione”, in conformità con l’articolo 51 della Carta ONU (principio di auto-difesa) e nel rispetto delle specificità istituzionali dei vari paesi (cioè senza pregiudizio per gli Stati neutrali). Inoltre, la disposizione precisa che “gli impegni e la cooperazione” che scaturissero dalla sua attivazione devono rispettare gli impegni assunti in ambito NATO dagli Stati membri di entrambe le organizzazioni (ad oggi 21 su 27), specificando che l’Alleanza atlantica rimane “il fondamento della loro difesa collettiva e l’istanza di attuazione della stessa”.


La formulazione del TUE appare dunque meno “stringente” di quella della Carta atlantica e lascia un ampio margine di discrezionalità ai Ventisette, che possono quindi fornire soccorso al paese aggredito, ad esempio, tramite missioni civili o di supporto logistico. Non è peraltro prevista alcuna automaticità nel meccanismo, né si delinea un ruolo per le istituzioni comunitarie. In altri termini, spetta agli Stati la definizione di forme e modalità dell’assistenza: nell’unico caso in cui l’articolo 42(7) TUE è stato invocato (dopo gli attacchi terroristici a Parigi del 13 novembre 2015), il paese colpito (la Francia) ha avviato una serie di negoziati bilaterali con i suoi pari, per concordare di volta in volta un sostegno ad hoc a seconda dell’interlocutore.


È utile sottolineare comunque che tale attivazione costituì, secondo gli stessi protagonisti, un atto eminentemente politico: l’allora presidente François Hollande voleva tastare il polso della solidarietà europea, piuttosto che ricevere sostegno militare diretto per combattere lo Stato Islamico in Siria (che aveva rivendicato gli attentati). Invocare l’articolo V del Trattato nordatlantico, d’altro canto, sarebbe stato rischioso: non solo avrebbe potuto evidenziare disaccordi sul tipo di risposta da fornire da parte degli Alleati (con il Canada in procinto di disimpegnarsi dal Medio Oriente), ma avrebbe soprattutto rischiato di inimicare la Russia, attore di primo piano nel teatro siriano che Parigi voleva invece coinvolgere nella lotta all’ISIS insieme a Washington, in un’unica grande coalizione contro il jihadismo. Senza contare, inoltre, la tradizionale rivendicazione francese di un’autonomia strategica europea rispetto all’egemonia americana nella NATO, in eterno contrasto con i membri centro-orientali dell’UE.


7. Conclusioni


Esiste dunque un doppio livello di sicurezza per i baltici, anche se è intuitivo ritenere quella offerta dalla NATO più “efficace” (ovvero con coefficiente di deterrenza maggiore) di quella prevista dai trattati europei: se non altro per il fatto che quella nordatlantica è un’alleanza esclusivamente militare (che s’impernia peraltro sull’esercito più tecnologicamente avanzato del pianeta, quello statunitense), laddove l’UE, nonostante diversi tentativi (l’ultimo solo qualche mese fa con l’approvazione della Bussola strategica), non è ancora riuscita a dotarsi di un apparato di difesa comunitario. Una simile valutazione è stata fatta, evidentemente, anche in Svezia e Finlandia: il fatto che due membri UE abbiano sentito il bisogno di ribaltare decenni di tradizione neutralista per entrare nell’Alleanza ci offre la misura di come l’appartenenza a quest’ultima venga percepito come un’efficiente rete di protezione da aggressioni esterne (con buona pace di chi la definiva “cerebralmente morta” meno di tre anni fa).


Quanto alla difendibilità del Baltico, le criticità in termini operativi sono state evidenziate da tempo, e come visto ruotano soprattutto intorno all’eventualità di un attacco convenzionale sincronizzato da Kaliningrad e dalla Russia continentale. Tallinn, Riga e Vilnius, del resto, hanno chiesto un robusto rafforzamento della presenza NATO nell’area sin dal loro ingresso nell’Alleanza. Le loro richieste sono state parzialmente esaudite, come visto, con lo stazionamento dei battaglioni multinazionali; negli ultimi mesi, poi, a seguito del precipitare degli eventi in Ucraina, i baltici hanno comprensibilmente insistito perché la presenza della NATO sul loro territorio diventasse permanente. Questo non si è ancora verificato, ma si è comunque registrato un incremento delle truppe alleate lungo l’intero fianco orientale: a giugno 2022 tra Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria erano presenti quasi 30.000 militari NATO (circa il doppio di quelli dislocati prima dell’invasione), mentre i battaglioni multinazionali sono passati da 4 a 8 (uno per ciascun paese citato). Nei soli Stati baltici, da febbraio ad aprile sono arrivati quasi 2.300 soldati alleati.


Se quanto osservato finora può avere una qualche valenza teorica, comunque, dobbiamo tuttavia evitare di cedere alla tentazione di considerare qualsiasi eventualità come impossibile in termini assoluti, nemmeno quando può sembrare priva di ogni prospettiva di successo o guadagno per qualunque parte in causa. L’aggressione dell’Ucraina, fino all’ultimo incredibile ai più, ci ha messi davanti alla cruda realtà di un mondo in cui l’ordine internazionale non può essere dato per scontato, e in cui prevedere le azioni di potenze revisioniste come Russia e Cina diventa sempre più complesso.


In tale contesto, va considerata con rinnovata attenzione (come stanno già facendo diverse cancellerie al momento attuale) la questione della vulnerabilità delle infrastrutture strategiche (e non solo dei baltici), ampiamente evidenziata dalla vicenda dei sabotaggi ai Nord Stream. Le capacità di difendersi da attacchi ibridi (o di scoraggiarli) saranno con ogni probabilità catapultate al centro del dibattito sulla sicurezza in Occidente, soprattutto considerando la precarietà dell’approvvigionamento energetico europeo alle porte dell’inverno, che rende il Vecchio continente particolarmente esposto ad eventuali azioni destabilizzanti da parte della Russia (o di altri attori).


La stessa capacità di deterrenza della NATO non è del resto unanimemente riconosciuta, così come non lo è la tempestività della sua reazione, specialmente in un quadrante difficile come quello baltico. Questo forse cambierà nel giro di qualche mese, quando i due Stati scandinavi accederanno finalmente all’Alleanza e le forze nel settore baltico saranno ribilanciate, se non addirittura sbilanciate a svantaggio di Mosca (con tutti i risvolti che questo può provocare). Resta il fatto, quindi, che la zona rimarrà un hotspot da monitorare attentamente anche nei mesi e negli anni a venire.


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