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La geopolitica della raffinazione

(di Greta Zunino)


1. Ciò che muove il mondo non è il petrolio, ma il petrolio raffinato


Quando si pensa alla geopolitica delle risorse energetiche, la prima cosa che ci viene in mente è il controllo delle risorse petrolifere e, in misura minore, di quelle di gas naturale. Senza dubbio il possesso del greggio ha costituito, e costituisce ancora, una moneta di scambio senza eguali nell’economia globale, ma ai fini pratici, il petrolio greggio non è ciò di cui la società moderna ha bisogno nella propria dinamica quotidianità. Ciò che muove il mondo non è il petrolio, ma il petrolio raffinato, e in questo articolo analizzeremo le principali dinamiche che caratterizzano il settore della raffinazione contemporaneo, con le proprie specificità regionali.


2. Raffinazione 1.0


In maniera estremamente schematica, il processo di raffinazione del petrolio greggio consiste nel riscaldare la materia prima all’interno della torre di raffinazione (CDU) [1]. Il calore arriva dal basso e via via che si sale, la temperatura di ebollizione e la viscosità dei prodotti diminuiscono [2]. È importante sottolineare che l’output della torre di raffinazione non sono prodotti finiti, ma semilavorati chiamati « frazioni »che dovranno subire ulteriori trattamenti prima di essere pronti al consumo.


Alla base della CDU troviamo frazioni quasi solide. In linea di massima, tali prodotti richiedono una lavorazione minima e hanno un valore limitato sul mercato: l’olio combustibile (fuel oil), per esempio, è considerato alla stregua di un prodotto di scarto. A metà della CDU si originano frazioni liquide che daranno origine a prodotti redditizi come diesel e benzina, mentre in cima alla torre di raffinazione si troveranno prodotti allo stato gassoso come il GPL - il gas liquefatto utilizzato come combustibile per le automobili, gli accendini, ecc.


3. Economia della raffinazione 1.0


L’andamento del mercato dei prodotti raffinati è intimamente legato a quello della materia prima da cui tali prodotti prendono origine. Vi sono diversi fattori da tenere a mente.


In primo luogo, il costo di produzione del prodotto è direttamente proporzionale al costo della materia prima, essendo quest’ultima il solo grande costo variabile di produzione (manodopera e costo degli impianti tendono ad essere più statici). Tutti i tipi di petrolio greggio sono diversi tra loro, perché diverse sono le condizioni in cui essi si sono formati. Le due caratteristiche fondamentali da considerare sono la viscosità e la quantità di zolfo. La viscosità si misura in una scala chiamata API, che spazia tra i petroli più densi (asse x del grafico, lato sinistro, « heavy") a quelli più liquidi (lato destro, « light »). Di norma, le varietà più ricercate sono quelle light, con bassa viscosità: pur essendo più costose, esse richiedono un processo di raffinazione meno impegnativo [3].


Il secondo fattore distintivo tra i diversi tipi di greggio esistenti è il contenuto di zolfo. Più tale contenuto è elevato, più il greggio in questione è acido (nel grafico, asse y, in alto - « sour »). Le varietà con contenuto di zolfo meno elevato vengono definite dolci, « sweet », ed hanno un valore maggiore sul mercato, in quanto richiedono un numero minore di trattamenti per essere trasformati in prodotti petroliferi di alta qualità. Tenendo a mente che nello stesso paese si possono trovare varietà di greggio molto diverse tra loro, a titolo di esempio possiamo dire che i petroli non convenzionali estratti negli USA attraverso il fracking (varietà Eagle Ford e Bakken) sono light e sweet, ossia poco viscosi e con un contenuto di zolfo molto limitato. I greggi della penisola arabica (Arab, Dubai) cosi come le varietà irachene tendono ad una viscosità media e un contenuto di zolfo medio ma variabile [4].

Tenendo a mente queste due nozioni - viscosità e contenuto di zolfo - proviamo a metterci nei panni di un raffinatore che deve decidere quale tipo di greggio scegliere come materia prima. Una varietà di greggio a bassa viscosità e basso contenuto di zolfo costituirà una materia prima costosa per il raffinatore, il quale pero avrà bisogno di un processo di raffinazione meno complesso - e quindi meno costoso - per ottenere un buon prodotto. Dall’altra parte, un raffinatore che decide di tagliare i costi sulla materia prima e si orienta verso greggi ad alta viscosità e contenuto di zolfo dovrà rassegnarsi a spendere di più nel processo di raffinazione per ottenere un buon prodotto, oppure ad effettuare una raffinazione poco complessa la quale pero darà origine a prodotti di scarso valore sul mercato, come l’olio combustibile. Una volta effettuata la scelta, il raffinatore potrà calcolare il proprio margine, ovvero la differenza tra il prezzo a cui il prodotto raffinato viene venduto e il costo di produzione. In tempi di prezzi del greggio elevati, il margine per i raffinatori diminuisce, ponendo di fatto i due settori, quello dell’estrazione del greggio (upstream) e quello della raffinazione (downstream) in competizione [5].


4. Dinamiche regionali diverse


Le dinamiche di mercato della raffinazione e dei prodotti raffinati stanno attraversando un periodo di grandi cambiamenti nelle diverse macro-regioni globali.

In primo luogo è importante sottolineare che seppure in un contesto di globalizzazione, quello della raffinazione é un settore in cui la dimensione regionale ha ancora un peso importante, rispetto ad altri segmenti per i quali la dimensione globale ha preso il sopravvento. Non sarebbe possibile parlare di questo argomento a livello globale, generale, quindi lo faremo concentrandoci su alcune regioni in cui i cambiamenti sono particolarmente evidenti ed importanti.


5. Europa: la lenta agonia del settore della raffinazione


Il vecchio continente ha assistito alla chiusura di numerosi impianti di raffinazione dell’ultimo decennio, una tendenza che si rafforzerà negli anni a venire. Dietro tale dinamica, la combinazione di domanda stagnante, impianti desueti, spesso bisognosi di interventi i cui costi non sarebbero probabilmente mai stati ammortizzati, regolamentazione delle emissioni in continuo cambiamento e via via più stringenti - senza alcuna garanzia che la messa in regola degli impianti non sia seguita, in tempi brevi, da una revisione della regolamentazione e da nuovi, ingenti costi da sostenere.


A tutto questo si aggiungono gli scenari che vedono una penetrazione sempre più cospicua di bio carburanti, di veicoli a GPL ed elettrici (puri o, in misura maggiore, ibridi), la concorrenza di impianti all’avanguardia in altre aree del mondo e, più recentemente, l’impatto delle misure messe in atto nei diversi paesi per limitare la propagazione del coronavirus, con una drastica diminuzione dei consumi.


Tra il 2009 e il 2015, ben 18 raffinerie hanno chiuso i battenti in Europa [6], mentre 3 sono state convertite in bio-raffinerie, di cui due in Italia (Gela e Porto Marghera, entrambe di proprietà ENI).


6. Africa: la dipendenza cronica dalle importazioni


Una popolazione ed una classe media in continuo aumento hanno portato ad un boom di domanda per i prodotti petroliferi in Africa sub-Sahariana, alla quale non si è però affiancata una crescita della capacità di raffinazione. Al contrario, impianti desueti e senza adeguata manutenzione da anni, corruzione e sussidi irragionevoli sul prezzo del carburante hanno reso il business della raffinazione economicamente impraticabile, portando alla chiusura di almeno 6 impianti negli ultimi 15 anni. Le poche raffinerie ancora aperte hanno accumulato debiti giganteschi e sono spesso fuori uso a causa di incedenti causati dalla scarsa manutenzione o dalla mancanza di materia prima, nell’impossibilità per le società di raffinazione di acquistare il greggio per mancanza di fondi.


Nonostante i numerosi progetti, la ampia disponibilità di greggio locale e una domanda in continua crescita, nessuna raffineria di dimensioni medio-grandi è stata costruita in Africa sub-Sahariana in svariati decenni. La regione si ritrova nel paradosso di esportare ingenti quantità di greggio e di importare prodotti raffinati, con costi elevatissimi e seri problemi di sicurezza degli approvvigionamenti, che portano a frequenti situazioni di razionamento e al ricorso al mercato nero.

Nonostante il quadro desolante, alcuni progetti di piccole raffinerie modulari sono andati a buon fine e un progetto faraonico, la raffineria di Dangote in Nigeria, dovrebbe essere inaugurata in un paio d’anni, riducendo drasticamente le importazioni di prodotti petroliferi nel paese.


7. Medio Oriente: la grande rivincita


Nell’ottica di diversificare le proprie economie dalla mera estrazione di petrolio greggio, alcuni paesi del Golfo hanno deciso di estendere il proprio raggio di azione nella filiera petrolifera e di investire nell’ampliamento e nell’integrazione petrolchimica di numerose raffinerie esistenti, cosi come nella costruzione di nuovi impianti [7], anche a fronte di un aumento 7 di domanda a livello domestico.


8. Conclusioni


Il mercato della raffinazione sta subendo cambiamenti epocali, a livello globale come regionale. L’impatto del coronavirus, con forme più o meno severe di lockdown in tutto il mondo, ha portato ad un calo generalizzato di domanda per i prodotti petroliferi, con un impatto negativo sui raffinatori. La peculiarità di questo momento storico rende difficile fare previsioni su quello che sarà il mondo della raffinazione dopo la fine della pandemia, ma è verosimile che le dinamiche regionali esistenti prima dell’emergenza continuino il proprio corso, o lo vedano addirittura accelerato: l’Asia sulla cresta dell’onda della raffinazione, l’Europa in una situazione di lenta agonia e l’Africa come una grande occasione mancata.


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La geopolitica della raffinazione - Gret
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Note


[1] Crude distillation unit, CDU.

[2] Come si può vedere nel grafico, man mano che si sale i prodotti diventano più « leggeri »: essi hanno un numero minore di atomi di carbonio e sono via via meno viscosi.

[3] Tra i greggi « light » troviamo per esempio le varietà Eagle Ford e Bakken, petroli non convenzionali estratti negli USA attraverso il fracking. I greggi medio orientali (Arab, Dubai) hanno una viscosità media, mentre tra le varietà più viscose troviamo il Maya del Golfo del Messico.

[4] Il contenuto di zolfo può variare tra l’1.7% dell’Arab light e il 2.7% dell’Arab heavy.

[5] Mentre i produttori di greggio non aspettano altro che un prezzo elevato sul mercato globale, ciò è sfavorevole per chi opera nel segmento della raffinazione, che si trova a dover fronteggiare un costo della materia prima elevato al quale non sempre corrisponde un aumento proporzionale del prezzo del prodotto raffinato.

[6] In Italia hanno chiuso le raffinerie di Cremona (proprietà Tamoil, 2011), Roma (TotalErg, 2012) e Mantova (MOL, 2014)

7 In gergo tecnico, le raffinerie costruite da zero vendono indicate come « greenfield », mentre quelle già esistenti che vengono rilevate da una nuova compagnia e devono subire interventi (ampliamento, manutenzione straordinaria, etc) vengono definite « brownfield ». Tale distinzione si può applicare ad ogni tipo di infrastruttura, non solo a quelle nel settore petrolifero.


Bibliografia/Sitografia


Europa https://www.plattsinsight.com/insight/commodity/oil/european-oil-refinery-closuresmodernizations/


Medio Oriente https://www.hellenicshippingnews.com/refinery-news-roundup-works-under-way-inmiddle-

east/


Investimenti greenfield/brownfield https://www.investopedia.com/ask/answers/043015/whatdifference-

between-green-field-and-brown-field-investment.asp


Settore petrolchimico https://en.wikipedia.org/wiki/Petrochemical

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