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Le elezioni in Brasile segnano il ritorno di Lula e delle speranze per la protezione ambientale

Fig. 1: Lula da Silva tenendo un discorso dopo essere stato eletto presidente del Brasile.

1. Introduzione


Luiz Inácio Lula da Silva, conosciuto come Lula, ha vinto le elezioni presidenziali, di nuovo. Dal 1° gennaio 2023 inizierà quindi il suo terzo mandato presidenziale tra i sospiri di sollievo della sinistra brasiliana, gli ambientalisti e il benvenuto da parte della comunità internazionale impegnata nella cooperazione per il cambiamento climatico.


La presente analisi intende fornire un excursus sulle recenti elezioni presidenziali in Brasile e le importanti conseguenze per la protezione dei biomi brasiliani e il cambiamento climatico. L’analisi provvederà a fornire un contesto, mostrando chi erano i candidati e la attuale situazione ambientale in Brasile. Dopodiché, procederà nello specifico analizzando cosa è stato fatto per l’ambiente nei due mandati di Lula e in quello di Jair Bolsonaro, presidente uscente. Successivamente, verranno analizzate le intenzioni di Lula in merito a questioni ambientali, nonché il riposizionamento del Brasile come leading country per le negoziazioni climatiche internazionali, effettuando un focus su COP27 tenutosi a Sharm El-Sheikh, Egitto, dal 6 al 18 novembre 2022.


2. Contesto


Il 30 Ottobre 2022, dopo un affiatato secondo ballottaggio, in cui fino a poche ore dalla sua conclusione non era ben chiaro chi tra Lula e Bolsonaro avrebbe assunto la presidenza del Brasile, Lula vince, con il 50.9%. Lula sarà quindi dal 1° gennaio 2023 il presidente del Brasile, 12 anni dopo la fine del suo secondo mandato. Lula è il rappresentante principale del PT, Partido dos Trabalhadores, un partito di sinistra che si fa portavoce di un ampio spettro della popolazione brasiliana, normalmente quella lavoratrice e prossima a temi quali i diritti sociali, civili e umani, tra cui la protezione ambientale. Lula proviene da ambienti operai sindacali, e sin dalla giovane età è impegnato nella lotta per i diritti dei lavoratori. Egli è amato dal popolo per i suoi traguardi sociali ed aver finalmente fatto uscire il Paese dalla fame nel 2014, secondo i dati FAO (Ministero da Cidadania, 2014). Lula è però anche conosciuto per gli scandali di corruzione. Il giro di tangenti più imponente del Paese conosciuto come Operação Lava Jato che ha colpito alte cariche del PT, ha anche provocato l’incarcerazione di Lula, creando un momentum proficuo per l’ascesa del populismo in Brasile.


L’altro candidato, presidente in carica Jair Bolsonaro, affiliato al Partido Liberal, PL, è un ex militare di estrema destra. È forte sostenitore delle politiche nazionaliste e populiste. Conosciuto per le sue amicizie con altri esponenti del populismo come Donald Trump, è apertamente omofobo, sessista e un nazionalista religioso. Bolsonaro è conosciuto anche per la sua discutibile gestione della pandemia Covid, che ha provocato record di mortalità a livello globale. Infine, è anche noto per la sua disattenzione verso l’ambiente, favorendo gli agrobusinesses e aumentando sensibilmente i tassi di deforestazione di molti biomi brasiliani come l’Amazzonia, il Pantanal e il Cerrado [1] (AlJazeera, 2022).


Un ballottaggio così sudato tra i due candidati che rappresentano idee lontane tra di loro, mostra un bipolarismo crescente anche in Brasile. Tuttavia, questa volta, vince la sinistra. E il 30 ottobre, non solo ha vinto la sinistra, ma anche, almeno sulla carta, i diritti dell’ambiente e delle popolazioni indigene. Gli ambientalisti e i difensori dei diritti umani accolgono l’arrivo di un influente personaggio, che potrebbe coprire un ruolo decisivo nell’emergenza climatica grazie ai suoi chiari impegni ambientali.


3. Lula e l’ambiente

Fig. 2: Aree deforestate nell’Amazzonia.

Come mostrano le fonti INPE, l’Istituto nazionale di ricerca brasiliano, nei due mandati presidenziali di Lula dal 2003 al 2011 si nota una chiara tendenza alla diminuzione nei km² di aree deforestate. Come si evince dal grafico in figura 2, i livelli non erano mai stati così bassi dal 1988 e anzi Lula è riuscito a invertire una linea che tendeva all’alto.

Fig. 3: Variazioni del tasso di deforestazione nell’Amazzonia, mostrando le percentuali in aumento o diminuzione rispetto all’anno precedente.

Si può quindi evincere un impegno serio per la riduzione della deforestazione dovuta alla formazione di solide politiche ambientali. Esempi sono la creazione di un piano nazionale per prevenire la deforestazione (Ppcdam), creazione di riserve protette, un rifiuto delle attività illegali di deforestazione. In questo periodo, gioca un ruolo fondamentale il Ministro dell’Ambiente Marina Silva, una ambientalista che grazie alla sua determinazione è riuscita a salvaguardare tanti biomi brasiliani, in particolare la Amazzonia, nonostante i numerosi scontri con i membri del Congresso interessati al profitto economico.


Durante gli anni della sua presidenza, Lula fu inoltre abile diplomatico in questioni ambientali, rompendo il bipolarismo tra Global North e Global South (il cosiddetto G77 in politiche ambientali) nelle sedute internazionali, portando ai tavoli di negoziazione un nuovo blocco di economie emergenti chiamato BASIC (Brasile, Sud Africa, India e Cina), che riconosceva il proprio peso crescente nelle negoziazioni globali per l’ambiente. Egli fu capace di dare un nuovo respiro alle negoziazioni, creare una leadership che venisse dal Sul del mondo e che creasse nuove forme di cooperazione Sud-Sud.

BASIC, COP 15
Fig. 4: Creazione del Gruppo BASIC ai negoziati del COP 15. Copenhagen, 2009.

4. Bolsonaro e l’ambiente


Limitatamente al Presidente uscente Bolsonaro, la situazione è ben diversa, se non anche grave. Varie fonti, dalle NGOs alle testate giornalistiche dipingono la non curanza verso l’ambiente da parte di Bolsonaro, come anche dei veri e propri attacchi alle popolazioni indigene che abitano i biomi. Come si può vedere dalle figure 2 e 3, la deforestazione durante il mandato Bolsonaro è aumentata raggiungendo livelli record giornalieri, raddoppiando rispetto a quando egli assunse la presidenza. Oltre agli alti livelli di deforestazione, Bolsonaro si è spesso dimostrato tendente al mentire pubblicamente in materia ambientale in contesti locali ma anche internazionali. Un esempio eclatante è stato durante la 76esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in cui Bolsonaro mostrò dei dati falsi in relazione ai tassi di deforestazione. Nello specifico, fu detto che l’agricoltura utilizza l’8% del territorio nazionale, quando secondo MapBiomas e Atlas da Agropecuária Brasileira sarebbe il 29%.


Durante il mandato di Bolsonaro, molte delle misure adottate precedentemente dalla presidenza Lula sono state abrogate al fine di favorire gli enormi interessi economici degli agro-businesses brasiliani. Difatti, è stato rimosso il piano di prevenzione e controllo sulla deforestazione amazzonica, non sono più state create aree protette, rimossi strumenti di impatto ambientale e registrazione delle terre. Infine sono state costruite varie infrastrutture con alto impatto socio-ambientale come dighe idroelettriche.


Uno studio di Environmental Conservation chiamato “Brazil: environment under attack” spiega chiaramente come il Paese abbia subito un escalation di minacce ambientali sotto la presidenza di Bolsonaro, che segue una tendenza iniziata sotto le amministrazioni Rousseff (2011-2016) e Teimer (2016-2018), probabilmente scosse dall’ Operação Lava Jato. Bolsonaro ha colto questo rilassamento in termine di politiche, aggravando la situazione ambientale. Difatti, tante competenze del Ministero dell’Ambiente sono passate ad altre sfere del governo federale, gli accordi con le ONG sono stati sospesi, consigli e comitati ambientali sono stati indeboliti. La situazione è peggiorata quando il FUNAI (Fondazione Nazionale degli Indigeni) è passato sotto la responsabilità del Ministero dell’Agricoltura con il chiaro interesse di impedire la creazione di nuove riserve indigene e permettere l’invasione di riserve già esistenti, rendendo la crisi ambientale anche sociale.


Si vuole ricordare che l’Amazzonia non è stata l’unica area a rischio durante la presidenza Bolsonaro, che ha intensamente deforestato il Cerrado, il Pantanal e la Mata Atlantica, ricchissimi biomi del Paese lusofono (GreenPeace Brasile).

Biomi, Brasile
Fig. 5: Biomi brasiliani. Fonte: nucleodoconhecimento

In termini di diplomazia ambientale, Bolsonaro non ha fatto passo avanti. Nella COP26 tenutasi lo scorso anno a Glasgow, Regno Unito, ad esempio, le dichiarazioni fatte dalla delegazione brasiliane erano state promettenti. Si parlava di anticipare lo stop alla deforestazione illegale dal 2030 al 2028 e di raggiungere net 0 entro il 2050.


Promesse? Sì. Piani di implementazione? Nessuno. Gli osservatori sono quindi rimasti scettici rispetto alla serietà degli impegni climatici del leader nazionalista. A tal proposito, Mongabay, un giornale di tematiche ambientali dichiara che il Brasile avrebbe potuto fallire nei suoi obiettivi di emissioni climatiche per il 137% se Bolsonaro fosse rimasto al potere.


5. Cosa aspettarci adesso?


In questa ultima tornata elettorale, gli impegni di Lula nelle politiche ambientali e di protezione dell’Amazzonia sono stati chiari. Lula ha infatti lanciato una sfida al presidente uscente, sottolineando alla popolazione brasiliana gli immensi danni sociali e ambientali che Bolsonaro ha creato nel Paese, e impegnandosi a terminare la deforestazione e combattere land grabbing e logging illegali. Si è trattata quindi di una campagna in cui il tema verde non è stato toccato superficialmente, bensì in maniera centrale. Il presidente eletto Lula ha dichiarato lo stesso giorno della vittoria: “Il Brasile è pronto per riprendere il suo protagonismo nella lotta contro la crisi climatica, proteggendo tutti i nostri biomi, soprattutto la Foresta Amazzonica. Adesso lotteremo per un’Amazzonia senza deforestazione” (BBC, Nov 22).


Tra le principali proposte in materia ambientale elaborate da Lula e il PT, citiamo alcune: 1) controllo sulla deforestazione nell’Amazzonia e altri biomi; 2) riallineamento con gli Accordi di Parigi di COP21; 3) appoggio a un’economia che sia attenta a questioni socio-ambientali; 4) riconoscimento e protezione di riserve indigene; 5) restaurazione delle aree ecologiche degradate; 6) eliminazione delle attività illegali di deforestazione. Nell’insieme, sembra quindi che Lula abbia intenzioni ambiziose e che si ponga come un nuovo leader di una transizione ecologica per il Brasile.


La vittoria di Lula è stata celebrata anche all’estero, con il benvenuto di tanti capi di Stato e ambientalisti. Tanti fondi che fino ad oggi erano stati congelati, saranno riaperti. Un esempio è il fondo gestito dalla Banca Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale (BNDES) che conteneva 1,4 miliardi di R$ (reais brasiliani) donati dalla Norvegia e dalla Germania per progetti di conservazione ambientale in Brasile.

Lula, Elezioni
Fig. 6: Lula dopo aver vinto le elezioni. 30 Ottobre 2022.

A gennaio 2023 si presenteranno comunque delle grosse sfide per Lula, e solo nel prossimo futuro potremo vedere se effettivamente le promesse avanzate dal nuovo presidente saranno rispettate. Tra i maggiori problemi, si deve considerare che il Congresso è in maggioranza a destra. Si dovranno quindi trovare dei compromessi, a scapito della governabilità, da cui dipenderà la nomina dei Ministri dell’Economia, dell’Agricoltura e dell’Ambiente che giocano un ruolo fondamentale nella transizione ecologica. Inoltre, serviranno grandi liquidità per rimettere in sesto istituti e comitati che hanno subito chiusure o tagli, come Ibama (Istituto Brasiliano dell’Ambiente), ICMBio (Instituto Chico Mendes di Conservazione della Biodiversità) e il FUNAI (Fondazione Nazionale degli Indigeni).


6. Il Brasile alla COP 27 e l’idea di una “OPEC delle foreste pluviali”


Con l’elezione del nuovo presidente avvenuta due settimane prima di COP 27 in Egitto, la comunità internazionale attendeva l’arrivo di Lula alla conferenza. Di fatti, al suo arrivo, egli è stato acclamato con cori e applausi da parte degli attivisti e di varie delegazioni, quasi come se fosse una rock star. Lula ha infatti dimostrato negli anni di essere non solo un abile protettore della foresta amazzonica come mostrano i grafici (vedi figura 3 e 4), ma anche un ottimo negoziatore internazionale, riuscendo a rompere quella dicotomia tra Nord e Sud tipica dei negoziati internazionali, e capeggiare un blocco di Paesi ed economie emergenti, nonché stimolare la cooperazione sud-sud.


A Sharm El-Sheik, egli ha confermato alla comunità internazionale la sua volontà di arrivare a “0 deforestazione” entro il 2030, dicendo che non può esistere sicurezza climatica senza un’Amazzonia protetta, confermando con l’occasione la riattivazione del piano di protezione forestale, abrogato da Bolsonaro.


A proposito della protezione forestale, Lula ha poi concertato la creazione di una sorta di “OPEC delle foreste pluviali” insieme alla Repubblica Democratica del Congo e Indonesia, che insieme contano il 52% delle foreste tropicali. Si tratterebbe di un cartello per la conservazione delle foreste pluviali e i Paesi potrebbero portare avanti politiche comuni volte alla protezione ambientale con maggiore influenza, dalla finanza sostenibile ai carbon markets, nello sforzo di creare le condizioni per permettere ai paesi membri di finanziare i propri progetti di conservazione. L’accordo si pone come un proseguimento dell’intesa raggiunta a COP26 dai tre Paesi di fermare la deforestazione entro il 2030, e si è dimostrato aperto ad avere nuovi candidati come Peru e Colombia.


I rappresentanti delle NGO hanno tuttavia ricordato che tali alleanze dovranno necessariamente considerare il ruolo e i diritti delle popolazioni indigene delle foreste tropicali. Joseph Itongwa Mukumo, rappresentante delle comunità indigene della Repubblica Democratica del Congo, ha infatti ricordato che le proposte di conservare le foreste tropicali che non tutelano i diritti delle popolazioni indigene delle foreste in Africa, America Latina e Indonesia, sono destinate a fallire. La parola adesso va al futuro, che ci potrà dire di più sull’effettiva implementazione di progetti così ambiziosi, data anche la realtà dei tassi di deforestazione, che a oggi nei tre Paesi rimangono elevati.


7. Conclusioni


Lula si erge come un carismatico leader della lotta al cambiamento climatico e per la protezione ambientale. Il suo programma politico ha dato centralità alle questioni ambientali, egli ha dimostrato nei suoi mandati precedenti la capacità di ridurre drasticamente i livelli di deforestazione. Lula è inoltre attento alle questioni sociali e pertanto intende includere le popolazioni indigene, storicamente vittime di ingiustizie sociali e di scarsa rappresentazione, nelle considerazioni ambientali fatte in sede di redazione delle policy. A livello internazionale mantiene alto il suo impegno climatico e porta avanti forme di cooperazione sud-sud.


Nonostante le buone intenzioni, adesso si dovrà vedere come queste verranno implementate. Lula non è in una facile situazione. Infatti, ha davanti a sé un Paese in cui la protezione ambientale è lasciata in mano agli interessi degli agrobusinesses e dell’illegalità. Inoltre, la composizione del Congresso è filo-bolsonarista e queste certamente creerà ostacoli e rallentamenti alle politiche portate avanti da Lula.


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Note

[1] Per maggiori approfondimenti si rimanda a AMIStaDeS (2022), Perrone, R. Lula vs Bolsonaro: Il brasile verso il voto, amistades. amistades. https://www.amistades.info/post/lula-vs-bolsonaro-il-brasile-verso-il-voto


Sitografia

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  • Brazil may fail Paris Agreement targets by 137% if Bolsonaro stays in office (2022) Mongabay Environmental News.

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  • Por Amazônia Real Publicado em: 04/10/2022 às 16:52 and Amazônia Real A agência de jornalismo independente e investigativo Amazônia Real é uma organização sem fins lucrativos (2022) Brasil: Meio Ambiente sob ataque no Governo Bolsonaro, Amazônia Real.

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