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La diffusione del salafismo quietista nel Maghreb

Aggiornato il: ago 17

(di Mario Savina)

Musulmani riuniti in preghiera

Il termine salafismo deriva dall’arabo salafiyyun, “i pii antenati”, le prime generazioni di musulmani, considerati i credenti più devoti. Il salafismo teorizza un ritorno all’Islam originale attraverso l’eliminazione di quegli elementi esogeni introdotti nel corso della storia che ne hanno inevitabilmente cambiato l’essenza.

I salafiti quietisti si concentrano principalmente sul mantenimento della purezza dell’Islam, in conformità con i requisiti del Corano e della Sunna. La strategia di azione favorita dei quietisti si basa su due punti fondamentali: la propaganda e l’istruzione. Essi presumono un’islamizzazione dal basso e non interferiscono con le istituzioni e i loro governi. Ciò è in parte giustificato da una sorta di opportunismo pragmatico: temono che qualsiasi azione politica, in particolar modo l’uso della violenza, possa minacciare lo Stato, che di conseguenza si sentirà giustificato ad utilizzare metodi repressivi per sedare gli spiriti rivoltosi. In questa prospettiva, i movimenti jihadisti vengono criticati perché le loro azioni sono controproducenti e portano effettivamente alla repressione dell’attivismo islamista.

1. La presenza salafita nel Maghreb

I seguaci del salafismo quietista stanno crescendo in influenza in tutto il Nord Africa. Sebbene la loro teoria di partenza sia incentrata sul rifiuto dell’attivismo politico, i quietisti si stanno affermando sempre più nella sfera politico-sociale. Anche se le origini del salafismo politico possono essere fatte risalire all’Arabia Saudita, il fenomeno ha suscitato notevole attenzione solo con l’ascesa di movimenti salafiti politicamente attivi nei paesi del Mahreb, dove la crescita del fenomeno, parte di una più ampia trasformazione e riconfigurazione dell’islamismo, è un sottoprodotto delle tendenze socioeconomiche e politiche in questi paesi, in particolar modo dopo lo scoppio delle primavere arabe.

Il salafismo nordafricano si biforca tra una corrente filonazionalista “indigena”, come nel caso tunisino, e un’altra di importazione saudita, ne sono un esempio i seguaci di al-Madkhali in Libia e in Algeria. I due filoni si sono incrociati in diversi intervalli storici, producendo risultati diversi negli approcci ai vari contesti locali.

Algeria e Tunisia hanno faticato a sviluppare una strategia coerente in modo tale da poter contenere l’espansione del salafismo all’interno delle loro società. I due paesi hanno cercato di revisionare drasticamente la gestione della religione, seguendo l’esempio marocchino: un rafforzamento delle istituzioni tradizionali e una riforma del sistema educativo religioso. Il Marocco ha fatto il possibile per riabilitare le istituzioni tradizionali religiose e ripristinare la dirompente anarchia: il regno è diventato un grande hub internazionale per la formazione di imam stranieri.

In Algeria e Tunisia, il salafismo incarna una ribellione morale contro la crisi delle istituzioni statali, comprese quelle religiose. In Marocco, dove la monarchia gode della legittimità religiosa e del sostegno popolare, il salafismo offre un’alternativa ai conservatori religiosi disincantati dal pragmatismo politico e dalla modernizzazione religiosa di partiti politici islamisti.

Sebbene non esistano cifre precise, le principali ricerche suggeriscono che tale corrente sta crescendo di influenza, in particolar modo in Libia e Algeria.


2. L’ascesa dei quietisti

L’ascesa dei quietisti è stata favorita da una serie di fattori. Il primo è il supporto educativo e materiale fornito dall’Arabia Saudita. L’influenza di Riyad sul salafismo maghrebino è filtrata dai diversi contesti locali. In secondo luogo, i quietisti, specialmente nel caso libico, hanno anche beneficiato della frammentazione politica e istituzionale e il vuoto di sicurezza all’interno del territorio dovuto alla mancanza di un apparato centrale in grado di garantire livelli minimi nella gestione dell’ordine e della sicurezza. Ma forse il fattore più importante è stato il fascino della narrativa trionfalista in risposta alla diffusa delusione che è seguita alle primavere arabe. Protestare o ribellarsi contro i sovrani politici, sostengono i quietisti, è stato sia un errore strategico che una deviazione dall’Islam che ha portato solo caos. Naturalmente questa narrativa della lealtà verso il governo è molto allettante per gli autoritarismi della regione: alcuni governi hanno sostenuto i quietisti nella loro azione per favorire divisione e indebolimento dell’opposizione islamista e, sempre più, nel contrastare l’ideologia dei jihadisti violenti.

La dimensione pro-autoritaria del salafismo quietista ha ricevuto un forte impulso negli insegnamenti e nelle dichiarazioni di un religioso saudita: Rabi bin Hadi al-Madkhali, insegnante all’Università islamica di Medina. L’ascesa di al-Madkhali era parte di una più ampia spinta del regime negli anni Novanta per diminuire il ruolo dei salafiti “attivisti” influenzati dalla Fratellanza Musulmana, i cosiddetti sahwa o “chierici risvegliati”, la cui politicizzazione e critica nei confronti della famiglia dominante al-Saud fu considerata pericolosa. Nonostante il sostegno reale e la sua ascesa, al-Madkhali non ha mai raggiunto una popolarità diffusa in Arabia Saudita. Piuttosto divenne un mezzo da utilizzare nel più ampio progetto missionario saudita che si poneva come obiettivo una maggiore influenza e diffusione in Europa e in Nord Africa. Tale strategia adoperava i media e il proselitismo, ma soprattutto un afflusso costante di studenti stranieri nel regno che studiavano all’Università di Medina per poi tornare nei loro paesi d’origine e lì diffondere le idee di al-Madkhali.


3.I Madkhali Salafis in Libia

In Libia, gli aderenti alla dottrina salafita di al-Madkhali hanno preso piede nei primi anni Duemila come parte degli sforzi di Moammar Gheddafi di promuovere una controcorrente al jihadismo. Sotto la tutela del leader libico, i Madkhalis hanno ampliato la loro influenza nelle scuole religiose e nelle moschee. Negli anni trascorsi dalla caduta di Gheddafi, nel contesto delle crescenti divisioni politiche e del vuoto istituzionale, i quietisti sono costantemente cresciuti come forza sociale, politica, militare e di polizia: hanno ampliato il controllo sulle moschee, scuole e media e hanno usato la violenza contro i gruppi islamici rivali. La lotta contro lo Stato Islamico ha offerto ai Madkhalis un’altra opportunità: combattendo al fianco delle milizie supportate dagli Stati Uniti nella battaglia del 2016 contro la roccaforte dell’Isis a Sirte, i salafiti ne hanno approfittato per espandersi maggiormente sul territorio. Nonostante la loro idea di base di voler formare una comunità coesa di credenti, i Madkhalis si sono scontrati però contro l’iperlocalismo e la frammentazione che caratterizza il territorio libico.

Data la situazione ancora incerta, è molto probabile che i Madkhalis continueranno ad aumentare la loro influenza e a penetrare maggiormente nelle istituzioni statali ancora troppo deboli o assenti.


4.Il quietismo in Algeria

In Algeria, la costante espansione del salafismo quietista ha beneficiato delle opportunità strutturali offerte anche dalla sanguinosa guerra civile che dal 1992 al 1998 contrappose il regime militare all’insurrezione islamista. In questo contesto, i salafiti quietisti si riposizionarono all’interno della sfera religiosa e politica come alternativa all’azione violenta, accattivandosi il governo.

Da qui il sostegno dello Stato a influenti personaggi salafiti come Mohamed Ali Ferkous, considerato il decano del ceppo quietista nel Paese. Ferkous trascorse i suoi anni formativi in Arabia Saudita dove stabilì legami stretti con importanti personaggi salafiti. Dopo la fine della guerra civile, i salafiti continuarono la loro graduale espansione, approfittando del tacito sostegno dello stato, della crescente irrilevanza dei movimenti islamisti tradizionali e del fascino sempre più debole delle tradizionali istituzioni religiose.

Le rivolte arabe del 2011 hanno offerto una nuova opportunità ai salafiti quietisti di dimostrare al regime il loro valore contro le proteste sociopolitiche. Per ora, il quietismo in Algeria continua a diffondersi mentre l’influenza dei partiti islamisti e le organizzazioni sufi diminuiscono in termini di numero e di diffusione. I predicatori sono cresciuti e la loro offensiva ideologica si sta diffondendo attraverso le moschee, i social media e le televisioni private. L’ambiguità del governo nella gestione e nella relazione con i salafiti sta causando malcontento tra gli algerini: il popolo sospetta che lo Stato utilizzi il salafismo per propri scopi politici.

5.La Tunisia e i salafiti dopo Ben Ali

Lungi dall’essere una recente importazione straniera, il salafismo tunisino, sia nella sua versione quietista che in quella jihadista, ha le sue radici nell’insoddisfazione di alcuni islamisti per l’azione del vecchio partito Mouvement de la Tendence Islimique (Mit), che era sceso a compromessi democratici pur di governare. Pertanto, un certo numero di islamisti lasciò il movimento prima che diventasse un partito, per creare clandestinamente il Fronte islamico tunisino (Tif), nel 1986. Numerosi militanti del Tif hanno lasciato la Tunisia per recarsi in Pakistan e in Bosnia, dove hanno preso parte ai jihad; altri andarono in esilio, mentre altri ancora rimasero in patria, emarginati o reclusi. Dopo la caduta di Ben Ali, molti salafiti tornarono in patria o furono liberati, mentre i giovani che avevano adottato il salafismo in maniera clandestina uscirono allo scoperto. L’impulso per la rinascita del salafismo “indigeno”, per quanto limitato, venne dalla contaminazione da parte dei tunisini che si erano impegnati in jihad all’estero. I quietisti istituirono diverse organizzazioni benefiche e scuole, mentre i partiti politici salafiti, di recente costituzione, aumentarono la loro pressione sul nuovo governo per tentare di ritagliarsi un ruolo più importante. Ma furono i jihadisti a trarre il massimo profitto dalla transizione politica. La Tunisia post-2011 ha creato una situazione unica nel mondo arabo, in cui le ideologie jihadiste e l’esperienza democratica si sono mescolate per la prima volta. Diversi analisti e osservatori hanno accolto positivamente la legalizzazione dei partiti salafiti in Tunisia, sostenendo che gli attori di tale corrente che hanno partecipato alla vita democratica sono serviti come contraltare alla presenza della corrente jihadista. L’emarginazione dei salafiti quietisti e la loro oppressione favorirebbe invece una radicalizzazione del movimento.

6. La situazione in Marocco

In Marocco, il salafismo quietista iniziò a emergere come forza influente negli anni Settanta. La monarchia permise ai quietisti quel margine di manovra che serviva a frammentare il campo religioso e contrastare i suoi avversare politici. La famiglia reale ha accolto tacitamente il desiderio dei quietisti di attivare la loro profonda connessione con i salafiti sauditi al servizio della lotta contro i primi gruppi di opposizione islamista. Tuttavia, due eventi hanno scosso la corrente quietista al suo interno. In primo luogo, gli attentati di Casablanca del 2003, in cui gli attacchi suicidi da parte di piccole bande jihadiste hanno rotto il tacito rapporto tra regime e salafiti. Il successivo giro di vite delle autorità contro le Ong salafiti, le scuole e gli spazi utilizzati per riunioni e preghiere è stato un duro colpo alla loro vulnerabilità e al loro bisogno di protezione. Nel corso del tempo, la sensazione di assedio ha portato alla politicizzazione di alcune parti del campo salafita: ciò ha creato contraddizioni e tensioni tra i salafiti, aggravate dalle rivolte arabe del 2011. Le rivolte spinsero la corrente quietista verso un impegno politico meno equivoco rispetto

Salafiti marocchini protestano contro il governo

al passato. Si allearono con il Partito islamico per la giustizia e lo sviluppo, visto come un attore istituzionale degno di fiducia in grado di salvaguardare i loro diritti religiosi e difendere la nazione dal secolarismo aggressivo e dal liberalismo dogmatico strisciante. Nel 2013, tuttavia, i salafiti abbandonarono tale alleanza dopo la piega più repressiva da parte del regime marocchino in seguito al colpo di stato in Egitto. Ora diventava una questione di sopravvivenza allinearsi con il governo. Ciò ha provocato una crepa all’interno del movimento.

Ad oggi, secondo alcune ricerche, le figure religiose più influenti per i salafiti marocchini sono personaggi che vivono al di fuori del regno. Fra questi spiccano gli egiziani Abu Ishaq al-Heweny e Mhammed Hassan, il giordano Al-Albani. Mentre lo sceicco Hammad Kabbaj è il primo tra i marocchini.


7.Conclusioni

L’influenza crescente del quietismo riflette le mutevoli relazioni tra stato e società nel Maghreb. Comprenderlo fornisce una finestra cruciale nelle strategie e nelle insicurezze dei regimi nella regione, così come nelle pressioni demografiche e socioeconomiche. Il posizionamento del quietismo nelle società nordafricane ha anche importanti implicazioni per la strategia antiterrorismo occidentale. Poiché i quietisti condividono alcuni principi dottrinali con i jihadisti, i regimi insieme ad alcuni osservatori li hanno presentati come attori importanti nella “riabilitazione” dei militanti detenuti e un potenziale pericolo per un reclutamento futuro. Altri studiosi ritengono che si tratti invece di un’ipotesi sbagliata: l’uso della violenza da parte dei jihadisti non è radicato nella teologia ma nelle lamentele socioeconomiche e politiche. Sebbene sia influenzato nella maggior parte dei casi da Riyad attraverso borse di studio, media e ong, il salafismo nel Maghreb è plasmato dalla società e dalla politica locali. Da un lato, i politici occidentali dovrebbero evitare di demonizzare eccessivamente i quietisti, equiparandoli a estremisti violenti esclusivamente sulla base delle somiglianze dottrinali. Dall’altro, risulta inefficace il tentativo di minare la diffusione del salfafismo quietista, attraverso il sostegno di altri gruppi islamici, o, viceversa, il sostegno ai quietisti come alleati contro il terrorismo.

Per concludere, la decisione di collaborare spesso con i quietisti si basa sull’errata convinzione che la lealtà nei confronti dei regimi, la loro assenza dalla politica e l’utilizzo di metodi non violenti siano immutabili. Questo si è dimostrato non sempre vero. Quando opportuno, i quietisti si sono ribellati ai governanti e hanno assunto un ruolo attivo in politica. Nel caso libico sono addirittura arrivati a prendere le armi.

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