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L'evoluzione degli schieramenti politici negli Stati Uniti: dalle origini ai giorni nostri

Aggiornato il: nov 14

(di Giacomo Forges)


1. Origini e partiti estinti


Sebbene nella Costituzione degli Stati Uniti d’America non vengano mai menzionati i partiti politici, essi sono presenti sulla scena istituzionale fin dai tempi della presidenza di George Washington (primo Presidente).

Il padre fondatore per eccellenza può essere definito, tra i vari Presidenti, l’unico veramente indipendente, non solo in quanto non affiliato a nessun Partito durante tutto il suo mandato[1], ma anche per aver espresso fino alla fine le proprie perplessità sul ruolo dei partiti politici, che avrebbero potuto favorire l’ingerenza straniera e generare ulteriori divisioni all’interno della giovane nazione[2].

Ad ogni modo, anche durante gli anni di Washington la neonata classe politica americana cominciò a organizzarsi in diverse affiliazioni. Lo stesso primo Vicepresidente John Adams, (nonché 2º Presidente) era membro del Partito Federalista, fondato da Alexander Hamilton, primo Segretario al Tesoro degli Stati Uniti e oggi raffigurato sulle banconote da 10 dollari[3].

Successivamente, nella prima parte del XIX secolo, proliferarono diversi movimenti politici. Gli anni dal 1801 al 1828 furono dominati dal Partito Democratico-Repubblicano. Principalmente schierati in difesa degli interessi del settore agricolo, all’epoca essenziale per l’economia del Paese, i democratici-repubblicani riuscirono a far eleggere 4 Presidenti consecutivi: Thomas Jefferson, James Madison, James Monroe, e John Quincy Adams[4], (rispettivamente 3°, 4°, 5° e 6° Presidente).

Tra il 1829 e lo scoppio della Guerra civile nel 1861, la scena politica fu dominata dalla contrapposizione tra il Partito Democratico, fondato nel 1828 da Andrew Jackson (7° Presidente) in cui confluirono i sostenitori del Partito Democratico-Repubblicano, e il Partito Whig[5].


I supporter del Partito Whig invece si fecero promotori di posizioni federaliste e di nazionalismo economico, in aperto contrasto con le politiche del Presidente A. Jackson. I Whig riuscirono anch’essi a far eleggere quattro Presidenti: William H. Harrison, John Tyler[6], Zachary Taylor, Millard Fillmore (rispettivamente 9°, 10°, 12° e 13° Presidente).

Dopo la fine della presidenza Fillmore, il Partito Whig si sciolse nel 1854. Successivamente, lo stesso M. Fillmore si candidò nuovamente alle presidenziali del 1856[7] con il movimento anticattolico, xenofobo e “nativista” Know Nothing[8], i cui sostenitori temevano che la massiccia immigrazione di irlandesi cattolici dell’epoca potesse costituire una minaccia per i valori americani[9].


2. Partiti storicamente rilevanti


Altri partiti e candidati che meritano una menzione per aver raggiunto un risultato significativo alle elezioni presidenziali sono stati, in ordine cronologico:

  • il Partito Repubblicano Nazionale, vicino alle posizioni dei Whig, alle elezioni del 1828 ottenne 83 grandi elettori con il candidato John Q. Adams (già 6° Presidente) e alle elezioni del 1832 ottenne 49 grandi elettori con il candidato Henry Clay;

  • il Nullifier Party, vicino alle posizioni dei democratici-repubblicani, sempre alle elezioni del 1832 ottenne 11 grandi elettori con il candidato John Floyd;

  • il Free Soil Party, antischiavista, alle elezioni del 1848 non ottenne alcun grande elettore ma oltre il 10% dei voti popolari con il candidato Martin Van Buren (già 8° Presidente);

  • il Partito Democratico Sudista, pro-schiavismo e vicino agli interessi dei democratici del sud, alle elezioni del 1860 ottenne 72 grandi elettori con il candidato John C. Breckinridge;

  • il Constitutional Union Party, costituzionalista, conservatore, vicino alle istanze sudiste e formato principalmente da ex-Whig, alle elezioni del 1860 ottenne 39 grandi elettori con il candidato John Bell;

  • il Liberal Republican Party, centrista e vicino alle posizioni del liberalismo classico, alle elezioni del 1872 si presentò con il candidato Horace Greeley che morì poco dopo le elezioni, così i 3 grandi elettori che aveva ottenuto in Georgia non gli furono attribuiti[10], in quell’occasione la sua candidatura godette anche dell’appoggio del Partito Democratico e ottenne comunque oltre il 43% del voto popolare;

  • il Partito Populista, di sinistra e vicino alle posizioni del populismo agrario, alle elezioni del 1892 ottenne 22 grandi elettori con il candidato James B. Weaver;

  • il Partito Progressista, progressista e populista, alle elezioni del 1912 ottenne 88 grandi elettori con il candidato Theodore Roosevelt (già 26° Presidente) e a quelle del 1924 ne ottenne 13 con Robert M. La Follette Sr. (sostenuto anche dai socialisti e dal Farmer-Labor Party[11]);

  • il Socialist Party of America, promotore degli ideali del socialismo democratico, alle elezioni del 1912 non ottenne grandi elettori ma il 6% dei voti con il candidato Eugene Victor Debs;

  • lo States' Rights Democratic Party (Dixiecrat), pro-segregazionismo razziale e nazionalista sudista, alle elezioni del 1948 ottenne 39 grandi elettori con il candidato Strom Thurmond;

  • l’American Independent Party, pro-segregazionismo e paleoconservatorista, alle elezioni del 1968 ottenne 46 grandi elettori con il candidato George Wallace.

3. Partito Democratico

Nonostante questa variegata offerta partitica, dal 1852 in poi, i candidati vincitori delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti sono sempre stati o democratici o repubblicani.

Durante la campagna elettorale del 1828, una “coalizione democratica”, prevalentemente formata da ex-membri del partito Democratico-Repubblicano, si consolidò attorno alla candidatura di Andrew Jackson[12]. Tra questi si segnala la figura di Martin Van Buren, già luogotenente di Jackson, suo successore e co-artefice dell’organizzazione del nascente Partito Democratico[13].

Il biennio 1828-1829 segnò anche la nascita di una politica di massa negli Stati Uniti che anticipò i tempi rispetto al continente europeo: nella campagna elettorale del 1828 cominciarono a comparire i primi gadget e gli argomenti elettorali per screditare l’avversario iniziarono a coinvolgere la sfera personale, dando il via a una tendenza ancora oggi ampiamente diffusa in politica[14]. Tale coinvolgimento popolare raggiunse il suo apice simbolico in occasione dei festeggiamenti per l’insediamento del Presidente Jackson, quando una folla di sostenitori fece addirittura irruzione nella Casa Bianca[15].

Alla base della ideologia “democratica” del tempo c’erano fondamentalmente le idee anti-elitarie e di limitazione del potere federale ereditate dal pensiero di Thomas Jefferson e dall’esperienza del Partito Democratico-Repubblicano. Anche per questo motivo il Partito Democratico, volto a tutelare gli interessi prevalentemente legati al mondo agrario, divenne lo schieramento politico di riferimento per il Sud, in contrapposizione alle élite economiche e industriali del Nord, rappresentate invece dai Whig[16].

Questo legame con l’elettorato bianco sudista pro-schiavismo si consolidò nel corso tempo e, dopo aver resistito anche agli sconvolgimenti della Guerra Civile, tra il 1877 (ricostruzione) e il 1965 (passaggio del Voting Rights Act) costituì il cosiddetto Solid South, un gruppo di Stati in quel periodo tradizionalmente democratici. Tale blocco elettorale comprendeva nello specifico: Delaware, Florida, Georgia, Maryland, North Carolina, South Carolina, Virginia, D.C., West Virginia, Alabama, Kentucky, Mississippi, Tennessee, Arkansas, Louisiana, Oklahoma e Texas.

In seguito alle proteste per i diritti civili degli anni ’60, Lyndon B. Johnson (36° Presidente) firmò il Voting Rights Act, che vietò le discriminazioni razziali nel voto[17]. In questo modo fu garantita l’applicazione dei diritti costituzionali elettorali anche nei confronti dei cittadini afroamericani presenti nella regione. Dato che nel frattempo i leader del Partito Democratico a livello nazionale si erano allineati a sostegno dei diritti civili, a partire da quegli anni – seppur gradualmente - si verificò una sorta di inversione della base elettorale: gli afroamericani[18] divennero in maggioranza democratici e i conservatori bianchi del Sud passarono al Partito Repubblicano.

Anche in conseguenza di questo processo storico, il Partito Democratico odierno si colloca su posizioni politiche di centro-sinistra vicine al liberalismo americano, al progressismo e al socialismo democratico.

Oggi, il Partito Democratico è una fazione politica che raccoglie consensi prevalentemente nelle grandi città e nelle zone più industrializzate. In politica estera le ultime due amministrazioni democratiche guidate da Bill Clinton e da Barack Obama (42° e 44° Presidente) hanno cercato di favorire un approccio multilateralista. Il colore sociale del Partito Democratico è il blu[19] e il suo simbolo è l’asino. Il personaggio più significativo in campo democratico viene generalmente considerato Franklin Delano Roosevelt (32° Presidente), unico nella Storia ad aver vinto le elezioni presidenziali per quattro volte

consecutive[20].

Figura 1: "The Democratic Club" di Andy Thomas

4. Partito Repubblicano


Sul fronte opposto, l’erede naturale del Partito Whig, del Free Soil Party e di altri movimenti antischiavisti divenne il Partito Repubblicano[21], fondato nel 1854 e all’epoca principalmente composto da industriali, e agricoltori del nord interessati a contrastare l’espansione dello schiavismo nei territori dell’Ovest. Infatti, oltre al principio ideologico, la manodopera schiava rappresentava un vantaggio competitivo notevole per i proprietari terrieri sudisti. Per molto tempo quindi il Grand Old Party (GOP) rimase la fazione politica di riferimento per gli interessi nordisti ispirati ai principi del liberalismo classico e all’azione di Abraham Lincoln (16° Presidente e primo dei repubblicani).

Ancor prima dell’avvento delle proteste per i diritti civili negli anni ’60, alle elezioni presidenziali del 1912, l’ex presidente repubblicano Theodore Roosevelt, presentandosi con il Partito Progressista, sottrasse al Partito Repubblicano molti consensi[22]. Da quel momento il GOP cominciò ad assumere una connotazione sempre più conservatrice sulle questioni interne e isolazionista in politica estera con le presidenze di Warren G. Harding, John C. Coolidge e Herbert C. Hoover (rispettivamente 29°, 30° e 31° Presidente), in contrapposizione alle politiche internazionaliste dei Presidenti democratici Thomas W. Wilson (28° Presidente) e F. D. Roosevelt. Emblematica fu in questo senso l’opposizione repubblicana alla ratifica della Convenzione della Società delle Nazioni nel 1919.

Gli effetti della Grande Depressione del 1929 affievolirono il consenso in campo repubblicano e alimentarono il grande successo della New Deal Coalition, guidata da F. D. Roosevelt, poi dominante fino agli anni ’60.

Un’importante ristrutturazione per il GOP avverrà, invece, negli anni ’80 con Ronald Reagan (40° Presidente) e le sue politiche di rilancio economico (Reaganomics) volte alla limitazione dello Stato, allo snellimento della burocrazia e al taglio delle tasse. Allo stesso tempo, un approccio muscolare in politica estera diventerà un aspetto caratterizzante almeno per le ultime quattro presidenze repubblicane: Ronald Reagan, George H. W. Bush, George W. Bush e Donald Trump (rispettivamente 40°, 41°, 43° e 45° Presidente).

Oggi il Partito Repubblicano è una fazione politica di centro-destra ideologicamente conservatrice e dagli anni ‘90 raccoglie consensi prevalentemente negli Stati del Sud, in quelli montani, nelle grandi pianure e in generale nelle aree rurali. Il colore sociale del GOP è il rosso e l’animale simbolo è l’elefante. Ronald Reagan può essere considerato un vero e proprio campione di consensi in campo repubblicano, avendo ottenuto, nelle elezioni del 1984, il record di 525 grandi elettori su 538 e di 49 Stati su 50[23].

Figura 2: "The Republican Club" di Andy Thomas.

5. Partito Libertario e Partito Verde

Sulla scena politica odierna degli Stati Uniti sono stabilmente presenti altre due compagini:

  • il Partito Libertario, attivo dal 1971 e caratterizzato da posizioni liberali sia in campo economico che etico, attualmente è il terzo partito statunitense per numero di elettori registrati[24] e possiede un membro al Congresso, il rappresentante Justin Amash per lo Stato del Michigan;

  • il Partito Verde degli Stati Uniti, riconosciuto a tutti gli effetti dalla Commissione Elettorale Federale dal 2001, rappresenta un’associazione di tutti i partiti ambientalisti statali. Nelle elezioni Presidenziali del 2000 riuscì a ottenere il 2,7% dei voti popolari e secondo alcuni sottrasse voti al Partito Democratico e risultò determinante per la mancata elezione di Al Gore.

6. Prospettive future

La diversificazione geografica del consenso odierno ai partiti Repubblicano (aree rurali) e Democratico (grandi città) appare evidente anche solo osservando la mappa dei risultati elettorali per distretto nelle elezioni presidenziali del 2016. La deruralizzazione di alcune aree potrebbe dunque sfavorire il Grand Old Party. Tale processo, già avvenuto in California, sembrerebbe interessare ultimamente anche il Texas, storica roccaforte repubblicana oggi contendibile[25].


Figura 3: Risultati delle elezioni presidenziali del 2016 per distretto. (Ryne Rhola/Decision Desk HQ)

Nonostante la solidità dell’impianto bipolare nel sistema politico statunitense, sostenuta da una radicata tendenza storica, da un consenso disarmante per le altre compagini e da una presenza mediatica e istituzionale rilevante, anche recentemente non sono mancate piccole sorprese. Un caso peculiare si è verificato nelle ultime elezioni presidenziali del novembre 2016, quando il candidato indipendente Evan McMullin è riuscito a ottenere oltre il 21% dei voti in Utah, suo Stato di provenienza.

A tratti alterni sono stati registrati segni di discontinuità rispetto all’egemonia ordinatrice dei due principali partiti, come la vittoria da outsider di Donald Trump alle Primarie Repubblicane del 2016, e di regolarità, come la nomination ottenuta quest’anno da un candidato pro-establishment come Joe Biden.

In considerazione della vittoria di Trump nel 2016 e del buon risultato di McMullin in Utah si potrebbero ipotizzare maggiori possibilità di successo per candidati indipendenti o outsider.

In prospettiva futura si potrebbe presumere dunque una tendenza al rilancio di candidature anti-sistema in entrambi gli schieramenti politici o anche al di fuori di essi. Allo stesso tempo però la presenza di Donald Trump (o di un suo erede politico) potrebbe rubare la scena alle posizioni più radicali e catalizzare i voti di protesta verso sé stesso, rendendo più improbabile la proliferazione di figure politiche originali e radicali. A fronte di queste considerazioni appare comunque improbabile uno scenario alternativo al bipolarismo.



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Note

[1] Unico altro caso eccezionale è quello di John Tyler (10° Presidente), che nel 1841 dovette succedere, in quanto Vicepresidente a William H. Harrison (9° Presidente), deceduto prematuramente per via di una polmonite. J. Tyler fu eletto con i Whig, ma divenne indipendente poco dopo aver acquisito la carica di Presidente, per via delle sue posizioni a favore dell’autonomia degli Stati all’interno dell’Unione. [2] Cfr. G. Washington, Farewell Address, 19 settembre 1796. [3] Unico non Presidente ritratto su banconote comuni assieme a Benjamin Franklin (100 dollari). [4] Figlio del secondo Presidente John Adams. [5] Il nome deriva dalla fazione politica inglese che nel XVII secolo si oppose alla monarchia assoluta. [6] Di fatto Whig solo parzialmente, vedi sopra.

[7] Vinte dal democratico James Buchanan (15° Presidente). [8] Il termine deriverebbe dalle origini semi-segrete dell’organizzazione. “I know nothing” sarebbe stata la risposta standard che i membri dovevano dare nel caso gli venissero fatte domande sulle loro attività. [9] Cfr. T. Anbinder, Nativism and Slavery: The Northern Know Nothings and the Politics of the 1850's, 1992.

[10] Cfr. United States Congress, Senate Journal, 42° Congresso, III Sessione, 12 febbraio 1873. p. 335. Estratto il 23 marzo 2006. [11] Partito di sinistra vicino alle ideologie dei populisti e della social-democrazia.

[12] Cfr. Y. Eyal, The Young America Movement and the Transformation of the Democratic Party, 1828–1861, Cambridge University Press, p. 23, 20 agosto 2007. [13] Cfr. G. Borgognone, Storia degli Stati Uniti: La democrazia americana dalla fondazione all’era globale, Storia Universale Economica Feltrinelli, p. 71, 2013. [14] I democratici accusarono il presidente in carica J. Q. Adams di dissipare il denaro e i sostenitori del Partito Repubblicano Nazionale tacciarono di bigamia la moglie di Jackson. [15] Cfr. G. Borgognone, op. cit., p. 70. [16] Cfr. G. Borgognone, op. cit., p. 69,70. [17] Cfr. P. E. Joseph, The Civil Rights Act Was a Turning Point in Our Nation’s Racial History, in The Root, 7 febbraio 2014. [18] Anche gli afroamericani possiedono una storia in entrambi i principali partiti. Dopo la Guerra Civile la maggior parte delle persone di colore presenti nei territori del nord si considerava infatti repubblicana. In alcune rilevazioni del 2016 almeno il 70% degli elettori afroamericani risulterebbe vicino alle posizioni espresse dal Partito Democratico. [19] Per una convenzione televisiva a partire dalle elezioni politiche del 2000 gli Stati democratici vengono rappresentati in blu e quelli repubblicani in rosso. Cfr. S. Battaglio, When red meant Democratic and blue was Republican. A brief history of TV electoral maps, in Los Angeles Times, 3 novembre 2016.

[20] Oggi, in seguito alla ratifica del XXII emendamento, completata nel 1951, il Presidente degli Stati Uniti può servire al massimo per due mandati.

[21] Anche chiamato Grand Old Party (GOP). [22] Cfr. Redazione, The Ol' Switcheroo. Theodore Roosevelt, 1912, in Time, 29 aprile 2009. [23] Il candidato democratico Walter Mondale vinse solo in Minnesota (suo Stato di provenienza) e a Washington D.C.

[24] Secondo le rilevazioni di ottobre 2018 gli elettori registrati risultano così suddivisi: democratici 44.780.772 (39,82%), repubblicani 32.854.496 (29,22%), indipendenti 32.322.402 (28,74%), libertariani 548.399 (0,49%), verdi 249.260 (0,22%), altri 1.821.623 (2,08%).

[25] La California e il Texas sono gli Stati che esprimono il maggior numero di grandi elettori, rispettivamente 55 e 38. I democratici prevalgono in California dal 1992, i repubblicani in Texas dal 1980.


Bibliografia

T. Anbinder, Nativism and Slavery: The Northern Know Nothings and the Politics of the 1850's, 1992.

S. Battaglio, When red meant Democratic and blue was Republican. A brief history of TV electoral maps, in Los Angeles Times, 3 novembre 2016.

G. Borgognone, Storia degli Stati Uniti: La democrazia americana dalla fondazione all’era globale, Storia Universale Economica Feltrinelli, 2013.

Y. Eyal, The Young America Movement and the Transformation of the Democratic Party, 1828–1861, Cambridge University Press, 20 agosto 2007.

P. E. Joseph, The Civil Rights Act Was a Turning Point in Our Nation’s Racial History, in The Root, 7 febbraio 2014.

Redazione, The Ol' Switcheroo. Theodore Roosevelt, 1912, in Time, 29 aprile 2009.

United States Congress, Senate Journal, 42° Congresso, III Sessione, 12 febbraio 1873. Estratto il 23 marzo 2006.

G. Washington, Farewell Address, 19 settembre 1796.

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