L'affaire Soleimani e l'incapacità statunitense di comprendere il Medio Oriente

Aggiornato il: mag 1

(di Alessandro Vivaldi)

La prima immagine che mi è tornata alla mente, appurata la veridicità della morte di Soleimani, è stata la foto insieme al generale siriano Zahreddine, eroe dell’assedio di Deir Ezzor. Per chi ha la memoria corta, Issam Zahreddine è stato uno dei più celebrati eroi della guerra di Siria. Druso, sfolgorante carriera nella Guardia Repubblicana, con la sua 104esima Brigata ha resistito per anni all’assedio da parte di Daesh presso l’isolata Deir Ezzor, supportato solo da un ponte aereo. Morì per uno IED nel 2017, a impresa terminata. Quella foto rappresenta quel quid che gli americani proprio non riescono a comprendere del Medio Oriente, cioè la complessità tribale, settaria e politica che non può essere ridotta a “noi buoni, voi terroristi” in base al proprio comodo.

Dopo le scandalosamente dette primavere arabe (fallite), dopo il regime change in Siria (fallito), dopo la stabilizzazione dell’Iraq (fallita), dopo la guerra in Afghanistan (fallita), dimostrano ancora una volta di non saper imparare alcunché dalla Storia. Così, l’uccisione di Soleimani, che oltre ad essere una violazione di qualsivoglia principio del diritto internazionale, è anche il palesarsi di una totale noncuranza dei propri alleati e dei paesi “ospiti” (e tendenzialmente, secondo alcuni, anche dello stesso parlamento a stelle e strisce), si prospetta come un errore strategico. Parrebbe un’operazione volta a decapitare la politica iraniana nella regione. Agli americani, che pensano arrogantemente di essere l’incarnazione perfetta della politica e dell’arte militare, sfugge la composizione ideologica a “Idra” della Shi’a, fondata sul martirio, soprattutto in questa fase post quietista. Laddove gli “strateghi” USA sono convinti, dato il loro essere cresciuti tra panini e barzellette hollywoodiane autoreferenziali, che decapitando la longa manus iraniana nella regione si risolva un problema (per citare il Gen. Angioni, “un atto che nella nostra cultura deteriore definirei ‘mafioso’”), la verità è che la Shi’a si abbevera del sangue dei martiri, e da quella testa tagliata ne nasceranno altre, probabilmente più forti. La Shi’a non è il salafismo tout court di Daesh, né il brutale wahhabismo a base di sabbia, petrolio e ignoranza dei sauditi. La Shi’a è la principessa delle minoranze mediorientali che, piaccia o meno, si ammetta o meno, nella storia ha più volte protetto o auspicato la cooperazione con le altre minoranze, in quanto composta di minoranze a sua volta.

Agli americani, e anche a molti “analisti” nostrani, sfugge la natura basilare della Shi’a. Minoranza perseguitata da sempre, composta di minoranze che da sempre si uniscono nell’intento di resistere alla maggioranza sunnita, soprattutto quando questa, a ondate, ha sviluppato tendenze repressive. Non ultimo, è stata proprio la Shi’a degli Alawiti siriani a difendere gli interessi dei drusi e dei cristiani in Siria, è stata la Shi’a di Hezbollah (libanese) ad arruolare perfino cristiani per liberare le chiese (sempre in Siria). È stata la Shi’a Zaydita a resistere ad un impressionante sforzo bellico saudita ed emiratino in Yemen, dove dei “beduini” in ciabatte continuano, letteralmente, a frustare tale sforzo in maniera costante (nonostante i mercenari sudanesi, le bombe europee, gli addestratori americani). È stata la Shi’a, non Soleimani, che è stato solo l’intelligenza incarnata di quell’idea, sinonimo di martirio.

E non è un caso che il risultato della politica americana dell’ultimo mese sia stato vedere prima vari leader cristiani, insieme agli sciiti (e non solo) fuori dall’ambasciata americana a Baghdad, e poi perfino Muqtada al Sadr, leader iracheno sciita tradizionalmente opposto alla politica iraniana, ospitato nel 2017 dai sauditi, e dichiaratamente “nazionalista”, schierarsi a favore delle altre fazioni sciite facenti parte delle PMU. Gli stessi americani (e analisti occidentali) hanno probabilmente male interpretato le proteste irachene dell’ultimo trimestre del 2019: nate come movimenti di piazza contro la dilagante corruzione governativa, esse si iscrivono all’interno di ripetitivi smottamenti politici non solo iracheni, ma dell’interno MENA non assoggettato alle monarchie (insomma, “scosse di assestamento” delle giovani democrazie mediorientali, con tutta la loro inevitabile brutalità nella gestione dell’ordine pubblico), in cui lo snodo fondamentale non è l’essere sciiti o sunniti, pro o contro l’Iran, ma semplicemente non tollerare più un malgoverno e una corruzione endemica, con una conseguente economia ristagnante (vale per l’Iran, per l’Iraq, per il Libano, e a ben vedere anche per la più lontana Tunisia, tanto per fare qualche esempio).

Non bastava, ovviamente. Così Trump ha deciso di minacciare ben 52 siti iraniani come avviso, specificando che tra essi vi sono siti importanti per la cultura iraniana. Palesando un altro limite degli statunitensi, e cioè l’incapacità di comprendere che l’Iran non è un paese arabo. Non ha delle tribù, ma delle minoranza cooptate nel governo (curdi inclusi), tutti fieramente iraniani, o meglio, persiani. Chiunque abbia avuto a che fare con expat iraniani che non facciano parte di quella quantitativamente ridicola minoranza di prezzolati dagli americani (tipo il MEK che ospita personaggi come John Bolton), sa perfettamente che l’identità culturale iraniana è saldissima, e per quanto possa essere forte tra queste comunità l’opposizione alla Repubblica Islamica, esse non accetterebbero mai la distruzione della propria eredità culturale persiana. Questo tralasciando il fatto che il tweet in questione di Trump lasciava aperti ampi spazi interpretativi a varie tipologie di Crimini contro l’umanità.

Per questo ho scelto di aprire questa breve (e non esaustiva) analisi con la foto di Zahreddine e Soleimani: perché è una foto che agli americani e al commentatore medio occidentale è sostanzialmente incomprensibile, meramente letta come “l’Iran arma i terroristi”, laddove i due protagonisti sono stati i veri vincitori della guerra contro lo Stato Islamico (per stessa ammissione dei curdi, che da sempre si chiedono come sia stato possibile che la potenza aerea della coalizione non sia riuscita ad annichilire gli islamisti in più di due anni). Al commentatore medio occidentale, che include dallo scribacchino di tweet seriale a sedicenti siti e pagine Facebook di analisi, va anche un mio blando pensiero: la guerra, quella vera, quella dove si muore, quella che genera fiumi di sangue che sono duri a lavarsi per anni, la vedono quelle centinaia di migliaia di persone – non solo sciiti – che in questi giorni sfilano per Soleimani e le altre vittime. Certo, molte delle loro idee ci risultano aliene, se non addirittura disprezzabili, eppure loro vedono la guerra, mentre altri comodamente da casa chiacchierano, in alcuni casi profanando perfino la memoria dei propri morti, inneggiando irresponsabilmente a misure devastanti contro un fantomatico stato canaglia quale l’Iran (o la Russia, o la Cina, o chicchessia domani…), mentre gli idoli yankee di tanti (non ultimi alcuni politici nostrani ed europei) sono la maggior causa di morti negli ultimi 30 anni.

La realtà del Medio Oriente, per complessa che sia, è certamente fatta da quelle migliaia di persone, e non da certe becere (e ridondanti) analisi, fatte per lo più di tifo da stadio. Da una storia millenaria, come quella iraniana, e da dottrine e culture in continua evoluzione, come quelle sciite. Una realtà alla quale gli americani si sono rapportati lanciando missili comodamente da un resort in Florida, per poi ricorrere compulsivamente a tweet ridicoli se visti in sequenza (quelli di Pompeo e i suoi colloqui telefonici), poiché mostrano la naturale propensione a travisare la realtà in maniera così palese da rasentare la diagnosi di schizofrenia o bipolarismo.

Ci si accapiglia quest’Epifania tra “ci sarà la terza guerra mondiale” e “non succederà nulla”: la verità è che la terza guerra mondiale, a base di Low Intensity Conflicts, è in atto dal 2001 ed era stata ampiamente – a suo modo – prevista da Huntington. E soprattutto, non possiamo sapere cosa succederà domani, perché in questo momento l’Iraq è una polveriera alimentata da mille altri conflitti nell’area (financo la Libia) e coloro che dovrebbero prendersi cura della situazione appaiono inevitabilmente inadeguati, vuoi per l’ignoranza della loro preparazione, vuoi per il patologico narcisismo di cui è preda l’Occidente intero.

Ma alcune certezze le abbiamo: l’azione statunitense, ad esempio, è un’altra importante pietra su quella strada lastricata di buone intenzioni che porterà la NATO a morire. La totale assenza di una presa di posizione dura europea dimostra ancora una volta come l’Unione deve riformarsi e ritrovare (possibilmente nel diritto, ma anche in un adeguato e proprio strumento militare) la propria forza sullo scacchiere globale. L’Asse della Resistenza sciita a leadership iraniana ne uscirà sostanzialmente rafforzato, perché è proprio nel martirio, nell’epica dell’assedio, che esso trova la propria linfa vitale. Ne usciranno indebolite le componenti moderate di quell’Asse, purtroppo, soprattutto se l’UE continuerà ad essere assente. Continuerà a rafforzarsi quello stato di Guerra Fredda che c’è tra gli USA e il blocco Russia – Cina – Iran (e altri), il quale nel prossimo quinquennio comincerà ad articolarsi anche in Africa. E poi, last but not least, ci sarà quella variabile impazzita e guerrafondaia di Netanyahu.

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