La sovra-estensione turca e il ritorno (forse) a più miti consigli di Erdoğan - Parte 2

di Alberto Mariotti

Parte 2- Il ritorno a più miti consigli di Erdoğan


Se nella prima parte di questo elaborato si è cercato di illustrare il nuovo protagonismo internazionale ricercato da Erdoğan e i suoi risultati, l’obiettivo di questa seconda parte è invece quello di sottolineare come, benché in questi ultimi anni Ankara abbia dato prova di notevoli capacità di proiezione e di influenza e possa oggi sembrare protagonista nella regione, la parabola assertiva del Presidente turco potrebbe esser giunta al termine.



Le ragioni per ricercare una riconciliazione


Erdoğan, nei lunghi anni di carriera politica, ha mostrato fin troppo bene le proprie capacità di saper sfruttare e cogliere (a volte creare) le occasioni che il contesto interno ed esterno gli offrivano, senza aver timore di cambiare radicalmente e repentinamente traiettoria politica. Ad oggi le condizioni esterne e interne al Paese sembrano spingere verso un ridimensionamento degli sforzi unilaterali, un ritorno a un approccio negoziale e una qualche intesa con i tanti soggetti verso cui nell’ultimo anno ha mostrato intransigenza e retorica infiammata. Tre sembrano essere i fattori principali a contribuire in tal senso: 1) l’elezione di ‘Joe’ Biden a nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America; 2) il riavvicinamento e la distensione avviata tra Arabia Saudita e Qatar; 3) la situazione economica interna turca.



1. L’elezione di Biden e i timori di Erdoğan


Le relazioni tra l’ex Vice- Presidente dell’Amministrazione Obama nonché neo-Presidente degli Stati Uniti, Joseph R. Biden, e il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan non possono certo dirsi prive di incomprensioni, frizioni e caratterizzate da stima reciproca. Già nel lontano 2014 il vice presidente americano dovette offrire formali scuse al leader turco per aver dichiarato, durante un discorso tenuto all’Università di Harvard, una certa complicità (o comunque responsabilità) turca alla nascita e affermazione dello Stato Islamico per aver permesso ai numerosi foreign fighters di attraversare indisturbati i confini turco-siriani.


Cinque anni dopo, questa volta in qualità di candidato alle presidenziali, Biden non ha esitato a definire Erdoğan un autocrate, dicendosi preoccupato per la traiettoria presa dal leader turco e dal suo Paese, e sostenendo la necessità per la Casa Bianca di un cambio radicale nel modo di approcciarsi ad esso, ‘rendendo chiaro il nostro supporto alla leadership dell’opposizione (…) per rafforzarla e permetterle di sconfiggere Erdoğan. Non tramite un colpo di stato, ma tramite un processo elettorale[1]”.


Considerato che già nel 2017, secondo un’indagine statistica tra la popolazione turca, l’81% degli intervistati caratterizzava l’approccio statunitense verso la Turchia come ‘inaffidabile, coloniale, ostile, opportunistico e ipocrita[2]’ e che da tempo è in crescita, anche su impulso di Erdoğan, una mentalità diffusa tra la popolazione di tipo cospirazionista e antioccidentale, anche il solo menzionare la parola ‘coup’ ha alimentato forte indignazione dalle parti di Ankara. D’altronde non sono in pochi in Turchia a ritenere gli Stati Uniti colpevoli di proteggere Fethullah Gülen, accusato di essere ‘la mente dietro il tentato colpo di stato del 2016’, e ad aver notato l’imbarazzante silenzio (prima) e ritardo (poi) da parte della Casa Bianca nel condannare i golpisti e offrire sostegno a Erdoğan.

[a] Biden durante un colloquio con il Presidente turco

Biden ha inoltre toccato alcuni temi tabù come il riconoscimento del genocidio armeno e la necessità di supportare i curdi, sia all’interno del processo democratico turco sia nella loro lotta in Siria.


Pur essendo improbabile un nuovo grande impegno statunitense ‘boots on the ground’ nello scacchiere mediorientale, il nuovo inquilino della Casa Bianca, a differenza del precedente, potrebbe privilegiare non poco le relazioni con i curdo-siriani a discapito di quelle con Ankara. Non è dunque un caso che il Presidente turco sia stato tra gli ultimi a congratularsi con il Presidente eletto all’indomani del 4 novembre. Alla luce dei buoni rapporti personali con l’ex Presidente Donald Trump, che non hanno comunque impedito gravi crisi e frizioni, la nuova Amministrazione statunitense preoccupa non poco il leader turco. Erdoğan non può permettersi un peggioramento nelle già deteriorate relazioni con Washington, anche e soprattutto per l’instabilità e le incertezze economiche interne. Anche per questo, appena dieci giorni dopo la decisione presa dall’uscente amministrazione Trump di implementare le sanzioni verso Ankara, Erdoğan si è appellato al nuovo inquilino Biden affinché presti la dovuta attenzione alle relazioni turco-statunitensi, dicendosi ‘privo di pregiudizi, ostilità e risentimento’ e sostenendo che ‘la Turchia in questi giorni è andata incontro chiunque abbia fatto un passo verso di lei’.


2. Situazione economica interna


Negli ultimi anni al potere Erdoğan, oltre a quella politica, ha mostrato e dato vita anche a una forte personalizzazione dell’economia turca. Il simbolo più lampante di ciò è stata la nomina a Ministro delle Finanze e del Tesoro di suo genero Berat Albayrak nel luglio 2018 - oltre alle costanti pressioni esercitate sui Governatori della Banca Centrale Turca - con il chiaro intento di perseguire una politica di bassi tassi d’interesse al fine di stimolare la crescita. I risultati di tale politica economica, nonostante l’insistenza dell’ex Ministro nel sostenere le ‘grandiose’ e migliori performance economiche rispetto alle altre economie mondiali[3], sono assai discutibili, se non fallimentari. Tanto da provocare la sua rimozione nel novembre scorso, parallelamente alla nomina di un nuovo Governatore della Banca Centrale. Nonostante unaprima reazione positiva dei mercati finanziari alla nomina dei due nuovi vertici economici del paese, c’è chi ritiene tale mossa una mera facciata dietro cui vendere le stesse politiche in maniera più efficace, piuttosto che cambiarle. Difatti Erdoğan continua a utilizzare la solita retorica ‘cospirativa’, dipingendo la Turchia come vittima ‘di chi vuole costringerla ad accettare le ‘moderne capitolazioni’ attraverso le catene dei tassi di interesse e l’inflazione.

[b] Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul (2019)

Con la crisi economica e pandemica globale che ha colpito anche la Turchia, facendo segnare un -5% di crescita per l’anno 2020, la situazione interna nel Paese anatolico pone un importante grattacapo al leader turco. Le elezioni amministrative del giugno 2019 hanno per la prima volta visto il partito AKP sconfitto in una importante tornata elettorale in cui lo stesso Erdoğan si era speso in prima persona, intaccandone l’immagine di imbattibilità. Difficoltà economiche domestiche, disoccupazione crescente e malumori interni al partito per la gestione economica del Paese (cavallo di battaglia dell’AKP fin dagli albori) possono dunque ritorcersi contro al Presidente turco. A un certo punto manovre diversive, guerre oltreconfine e appelli al nazionalismo non basteranno più a adunare attorno a sé la maggioranza del Paese. Specie se, nella lunga lista di imprese iniziate all’estero, non riuscirà a capitalizzare in breve tempo successi di un certo rilievo. In Libia, ad esempio, si sono manifestati in passato malumori da parte dei miliziani mercenari per mancati pagamenti.


3. Arabia Saudita-Qatar ed Egitto


Tra le foto più sorprendenti di questo nuovo anno vi è certamente quella dell’abbraccio tra il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e l’emiro del Qatar Tamin bin Hamad al-Thani. Il gesto sembra porre fine a quella ‘crisi del Golfo’ formalizzata nel 2017 con l’ostracizzazione del Qatar. L’incontro durante il vertice del 5 gennaio del Consiglio di Cooperazione del Golfo, da cui appunto Doha era stata esclusa dal 2017, decreta la volontà di riappacificazione tra il “Quartetto” del CCG e il Qatar, rappresentata in primis dalla decisione Saudita di riaprire i confini di terra, aria e mare verso il vicino, seguita poi dagli altri. Dal 2014 la principale accusa rivolta a Doha da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto e Bahrain è quella di supportare, sponsorizzare e finanziare ‘movimenti terroristici’ (leggi: Fratellanza Musulmana). L’intesa trovata a gennaio avrà una certa ricaduta sull’agire di Doha e della sua potente macchina mediatica, che comprende la rete televisiva qatariota Al-Jazeera (centrale nel 2011 per la diffusione delle proteste), ai quali è richiesto di esercitare meno pressioni e interferenze sulle politiche interne degli altri paesi arabi.

[c] Il Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman accoglie e abbraccia l’emiro del Qatar Tamin bin Hamad al-Thani.

Il parallelo ristabilimento di relazioni diplomatiche con l’Egitto di Al-Sisi ha invece importanti risvolti visto anche il terreno di scontro libico, con Doha e Il Cairo a supportare le due fazioni opposte.


Secondo Reuters, che cita due fonti dell’intelligence egiziana, il Ministro degli Esteri qatariota avrebbe promesso, in via non ufficiale, di non interferire negli affari interni egiziani e si sarebbe impegnato per un contenimento e cambio di narrativa da parte dei propri media di stato nei confronti dell’Egitto. Inoltre, le parti si sarebbero accordate per una cooperazione economica bilaterale e l’avvio di incontri per discutere di importanti argomenti come Libia e Fratellanza Musulmana.


Non sorprendentemente, dunque, già una settimana fa il Qatar si è informalmente offerto, o almeno detto disponibile, a una mediazione tra Turchia e Arabia Saudita. Mentre risale al novembre scorso un colloquio (telefonico) tra Erdoğan e il Re saudita Salman - il primo dall’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi (novembre 2018) all’interno del Consolato saudita di Istanbul - in cui le due parti hanno discusso le relazioni bilaterali e si sono dette disponibili a mantenere un canale di dialogo aperto[4].


4 I nuovi toni concilianti di Erdoğan


Non è quindi un caso che nelle ultime settimane proprio Erdoğan abbia mostrato un carattere estremamente conciliatorio, che non vedevamo da anni in quel del Cumhurbaşkanlığı Külliyesi (il Complesso Presidenziale inaugurato ufficialmente nel 2014). Il leader turco durante i colloqui con la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ha dichiarato di esser pronto e voler rimettere in sesto le relazioni tra Unione Europea e Turchia; ma ha anche dimostrato una certa volontà di appeasement nei confronti di Grecia e Francia, con le quali negli ultimi mesi le relazioni avevano toccato punti critici. Dall’altra parte, il rapprochement interno al Golfo ha avuto e avrà specifiche ricadute anche nelle relazioni tra Ankara e Il Cairo. È ormai da alcuni mesi che Erdoğan sembra cercare una qualche distensione con l’Egitto, preoccupato per il futuro della cooperazione regionale in materia di risorse naturali nell’area mediterranea e per una intesa sulla Libia, così da permettergli la rivendicazione di un qualche successo, una maggiore legittimità, un ridimensionamento delle spese militari e potenziali profitti economici.


In questo contesto è possibile dunque rilanciare un qualche dialogo: tanto a livello bilaterale tra la Turchia e i singoli Paesi con cui negli ultimi tempi si sono sempre più acuite le tensioni, sia a livello regionale, con la Commissione Europea o la Presidenza del Consiglio Europeo avente ruolo centrale. Un primo passo potrebbe essere il riconoscimento formale da parte dell’UE dell’inattuabilità dell’ambizioso progetto EastMed [5] e parlare seriamente del futuro della cooperazione energetica regionale includendovi la Turchia. Data la potenziale distensione tra Egitto e Turchia, tale mossa può esser spesa anche in funzione stabilizzatrice del teatro libico, ancora soggetto a estrema fragilità e precarietà politica.


Conclusioni


Dopo mesi, se non anni, in cui la comunità europea e internazionale ha assistito ad un protagonismo assertivo e militarizzato da parte della Turchia di Erdoğan, sembra aprirsi oggi una nuova fase in cui il leader turco potrebbe aver deciso sia giunto il momento di ridimensionare i propri sforzi di proiezione esterna e ammansire la dialettica di conflitto e opposizione verso i vicini regionali. Le cause e motivazioni di ciò, come visto, sono sia interne che esterne al Paese. Sarà da vedere se le rotture diplomatiche e di fiducia createsi in questi ultimi anni tra Turchia e resto degli attori potranno esser effettivamente ripianate. Come detto in precedenza, Erdoğan ha già mostrato in passato di avere la capacità di imprimere svolte radicali, anche a 180 gradi, nella condotta della propria politica se queste sembrano congrue al perseguimento dei suoi obiettivi politici e interessi. Tenuto a mente ciò, è fondamentale che gli altri paesi, specialmente quelli europei, non si barrichino dietro a ciò che è stato fatto in questi ultimi anni, ma sfruttino piuttosto le proprie leve e carte da giocare affinché Erdoğan comprenda che in questa fase l’interesse di Ankara può combaciare con quello dei vicini regionali. La cooperazione può e deve tornare strumento centrale e prediletto di Ankara.


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Note

[1] https://www.nytimes.com/interactive/2020/01/17/opinion/joe-biden-nytimes-interview.html [2] Kirişci, Kemal (2018), Turkey and the West. Fault lines in a Troubled Alliance, Washington D.C: Brooking Institution Press, 2018, p. 19 [3] Albayrak ha anche continuato a sostenere che il valore monetario – la lira turca ha perso un terzo del suo valore rispetto al dollaro nel 2019 – non è l’unico criterio per giudicare lo stato di salute di un’economia https://www.ft.com/content/53271c57-d636-466a-936b-c58667d35f3a [5] A riguardo: https://www.csis.org/analysis/can-east-med-pipeline-work; e https://eastwest.eu/it/gas-naturale-ue-nord-stream-2-tap-eastmed/?fbclid=IwAR2c71jtHpyyJHBO5ndE7FbgDd25klmSOpehvaAsCZfXd4ZynSt4cJeuHmA


Bibliografia


K. KIRIŞCI (2018), Turkey and the West. Fault lines in a Troubled Alliance, Washington D.C: Brooking Institution Press, 2018,

N. TSAFOS (2019), “Can the East Med Pipeline Work?”, Center for Strategic and International Studies, Commentary, January 22, 2019

M. DELL’AGUZZO, Gas naturale: Ue verso la transizione energetica, Eastwest.eu, 12 gennaio 2021

F. HAKURA; Turkey Needs Radical New Direction to Save the Economy, Chatham House, November 23, 2020


Sitografia


[a] https://ahvalnews.com

[b] http://www.asianews.it

[c] https://tribune.com.pk/

www.nytimes.com

www.middleeasteye.net

www.cnbc.com

www.aa.com.tr

www.economist.com

www.reuters.com

www.ft.com

www.thepeninsulqatar.com

www.dailysabah.com

www.aljazeera.com

www.politico.eu

www.lopinion.fr

www.al-monitor.com

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