*Le opinioni espresse nelle analisi sono presentate dall’Autore a titolo personale e non riflettono necessariamente la posizione dell'Associazione sui temi affrontati.

Siria, Turchia e i tanti Kurdistan

(di Irene Piccolo)


Recentemente, il conflitto che sembrava – dalla percezione che i media sembravano trasmettere – scemare, dopo la “fine” dello Stato islamico, sconfitto a Mosul dopo un anno di battaglia e costretto a ritirarsi da Raqqa e da altri suoi moltissimi avamposti per ritirarsi in una porzione di territorio minima rispetto a quella occupata negli ultimi anni, si è “improvvisamente” riacceso.

In particolare su due fronti: il Kurdistan siriano e la regione di Ghouta. Sebbene la seconda non abbia nulla da invidiare alla prima quanto a gravità, è al primo fronte di scontro che dedicheremo le poche righe di questa rubrica.

Premessa: il Kurdistan storico, come regione geografica, si estende su quattro attuali Stati, ossia la Siria, l’Iraq, l’Iran e la Turchia. Tuttavia, il Kurdistan non è solo uno e non sono neppure quattro. Già solo all’interno della Siria, il fronte curdo è fortemente eterogeneo e anche riuscire a realizzare il coordinamento in battaglia è stato arduo, essendo i gruppi di rappresentanza curda oltre una decina. La divisione è dettata sostanzialmente dalle diverse sfumature in cui si declinano le loro aspirazioni: difatti, non tutti desiderano un Kurdistan indipendente, ma molti vorrebbero l’autonomia, autonomia che però può assumere diversi connotati. Questo ragionamento vale anche per i Kurdistan situati negli altri Stati, ma vale soprattutto per quello interno ai confini siriani.

Come detto, vi è un Kurdistan turco che in parte desidera l’autonomia in parte l’indipendenza, in parte lo fa pacificamente in parte con la lotta armata (vedi il PKK di Ochalan). Per il governo centrale turco non esiste nei confronti dei curdi alcun margine di trattativa circa una possibile indipendenza, per una ragione molto semplice. Il territorio curdo turco ha importantissime risorse naturali, non il petrolio come per il Kurdistan iracheno, bensì l’acqua: le sorgenti del Tigri e dell’Eufrate, le loro acque ingabbiate nelle numerose dighe (la grande diga Ataturk è degli anni ’70) che producono la gran parte dell’energia elettrica che alimenta la Turchia e quindi le garantisce quasi l’autosufficienza energetica.

Non sorprende dunque – sebbene non sia per ciò stesso giustificabile – che una volta sistemata la “questione Stato islamico”, la Turchia abbia deciso di lanciare il 18 gennaio scorso la campagna “Ramoscello d’ulivo” (no comment!) sulla regione di Afrin, nel Kurdistan siriano. Difatti, da sempre la Turchia teme il contagio che i curdi siriani possono realizzare nei confronti dei curdi turchi, sia in termini di alimentazione di idee indipendentiste sia di aiuti militari concreti. Fondamentalmente, ciò che la Turchia sta cercando di fare è – utilizzando la scusa della guerra in Siria – un’operazione chirurgica che debelli una pustola che può infettare il proprio territorio. Operazione chirurgica ancora in corso.


Leggi articolo del The Guardian

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