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Crisi in Ucraina: le ripercussioni sui civili e il ruolo dell’UE nell’accoglienza dei profughi

Aggiornamento: 10 mag 2022

Fig.1 Civili in fuga da Irpin in attesa dell’evacuazione sotto un ponte distrutto (Il Fatto Quotidiano)

1. Introduzione


Il conflitto in Ucraina segnerà gli equilibri mondiali futuri, un evento spartiacque nello scenario politico internazionale. Ma, come sempre accade in ogni guerra, le ripercussioni maggiori si riversano sulle popolazioni civili: i bombardamenti delle città, milioni di sfollati rimasti senza casa e di profughi costretti a fuggire, l’uccisone di civili e innocenti sono solo alcune delle tragiche conseguenze dovute alla guerra in Ucraina. Attraverso un breve excursus dei fatti che hanno portato all’invasione russa e delle possibili cause del conflitto questa analisi si pone l’obiettivo (nel suo piccolo) di evidenziare le conseguenze della guerra proprio nei confronti dei civili. Ripercorrendo alcuni episodi significativi di tale conflitto (come l’assedio e il bombardamento della città di Mariupol) si cercherà di analizzare la gestione a livello europeo dei flussi di milioni di profughi, un’emergenza migratoria che in Europa non accadeva dal secondo dopoguerra. Proprio la politica europea sull’accoglienza, tallone d’Achille dell’Ue negli ultimi anni a causa delle resistenze da parte di alcuni Stati membri sul sistema di redistribuzione dei migranti, potrebbe infatti trovarsi di fronte a un’opportunità di riforma sistemica, attuando finalmente una politica migratoria comune a livello europeo.


2. L’inizio dell’operazione militare speciale (ovvero l’invasione russa) in Ucraina


Il 24 febbraio 2022 prende il via quella che Vladimir Putin ha definito “operazione militare speciale” nei territori ucraini. Un evento facilmente prevedibile oggi, dopo aver assistito nei mesi di gennaio e febbraio alla più grande mobilitazione militare dai tempi della guerra fredda. Il Cremlino aveva ammassato lungo tutto il confine ucraino (anche in Bielorussia, ormai definitivamente stato satellite della Russia) oltre 160.000 truppe, adducendo come giustificazione a tale dispiegamento di truppe la necessità di esercitazioni militari.


I fatti degli ultimi due mesi sono ormai noti. L’episodio scatenante l’aggressione russa è stato il riconoscimento formale delle due autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhans’k, nella regione orientale del Donbass, il 21 febbraio. Il giorno seguente il Parlamento russo ha autorizzato la protezione delle popolazioni russofone presenti nelle due repubbliche dai “nazionalisti ucraini” con ogni mezzo, anche attraverso l’uso e l’impiego delle forze militari. 48 ore più tardi, alle prime luci dell’alba, è iniziata la vera e propria invasione da est nelle regioni di Luhans’k, Chernihiv e Kharkiv, contemporaneamente all’attacco via mare nei porti di Odessa e Mariupol. In poche ore l’Europa ritorna indietro di quasi ottant’anni, teatro ancora una volta di un conflitto potenzialmente mondiale.

Fig.2 Una cartina dell’invasione delle truppe russe in Ucraina (Corriere)

3. Un conflitto mai sopito: l’annessione della Crimea nel 2014


Quello che può sembrare oggi l’attacco scellerato di un pazzo è in realtà un conflitto che ha origini ben più profonde: di tipo culturale, per quanto riguarda la retorica di Putin sulla fratellanza e l’unione dei popoli russo e ucraino, entrambi appartenenti alla grande Matuška Rossija (madre Russia); di tipo strategico militare, ricordando l’avvicinamento dell’Ucraina alla Nato negli ultimi trent’anni, un’alleanza militare difensiva che forse aveva perso la sua ragion d’essere al momento della dissoluzione dell’Urss; ed infine origini di tipo imperialistico (o sarebbe meglio dire imperiale), essendo un carattere intrinseco della Russia zarista la volontà di ripristinare quello che sarebbe lo spazio vitale (il Lebensraum) russo, ossia l’estensione naturale alla Bielorussia (Russia Bianca) e all’Ucraina (Piccola Russia).


L’aggressione russa si innesta su un conflitto mai realmente sopito, che è stato pericolosamente ignorato dalle cancellerie europee negli ultimi otto anni e che ha origine dalle rivolte Euromaidan e la conseguente annessione della Crimea da parte della Federazione Russa. A seguito di numerose manifestazioni filooccidentali contro il governo di Janukovyč (appoggiato da Putin) nel febbraio del 2014 il Cremlino reagì con l’occupazione della Crimea (regione ucraina a maggioranza russofona) e il sostegno alle milizie separatiste nel Donbass. In questi stessi giorni di otto anni fa, esattamente il 16 marzo 2014, si tenne un referendum sull’adesione formale della Crimea alla Federazione russa. Dal 2014 la Russia è stata soggetta a sanzioni economiche da parte dei paesi occidentali, anche se molto spesso sono state aggirate dagli stessi governi europei, intrecciati a doppio filo con il mercato russo, sia per quanto riguarda le esportazioni sia per il fabbisogno energetico (stimabile intorno al 40% dalle forniture russe). Durante gli ultimi otto anni nella regione del Donbass i combattimenti sono proseguiti senza sosta, un conflitto latente che ha provocato oltre 34 mila tra morti e feriti[1] ma che è rimasto fuori dalle agende di governo dei paesi europei, almeno fino ad oggi.


4. Mariupol: la città simbolo della devastazione bellica


La strategia militare di Putin[2] prevedeva una guerra lampo, la cosiddetta Blitzkrieg, ossia un intervento militare rapido e di immediata efficacia, attraverso l’occupazione dei punti strategici del paese. A cause delle difficoltà incontrate (la resistenza dell’esercito ucraino e le problematiche logistiche delle truppe sul terreno) Putin ha optato per un deciso cambio di passo, dalla guerra lampo alla guerra di logoramento. La strategia prevede l’accerchiamento delle principali città ucraine con le truppe di terra e il bombardamento attraverso l’aviazione per fiaccarne le difese. Il bombardamento di beni civili (anche se non è dimostrabile l’intenzionalità di tali attacchi) ha mostrato il lato peggiore della guerra, ossia le tremende ripercussioni sulla popolazione civile. L’aviazione russa ha intensificato la propria azione di attacco proprio per scoraggiare la resistenza ucraina e riuscire a prendere definitivamente il controllo delle città.


Di sicuro valore strategico è la cittadina di Mariupol: situata nel sud-est del paese, si affaccia sul Mar d’Azov ed è obiettivo fondamentale del Cremlino per aprire un corridoio che possa collegare le due repubbliche del Donbass e la Crimea. Proprio per la sua importanza, tale cittadina ha subito i più violenti attacchi aerei: fonti locali riportano che il 90% della città sia rimasta coinvolta nei bombardamenti, che hanno praticamente raso al suolo l’intera città. Emblematici dell’efferatezza di tali attacchi due episodi che hanno coinvolto beni civili: il 9 marzo un attacco aereo russo ha raso al suolo la gran parte di un ospedale, in particolare sono rimasti coinvolti i reparti di pediatria e maternità. Il bilancio delle vittime è gravissimo: 3 morti e più di 17 feriti causati dal bombardamento. “Sono inorridita dall'attacco che ci è stato segnalato contro un ospedale di maternità a Mariupol, in Ucraina - un attacco che avrebbe lasciato bambini e donne in travaglio sepolti sotto le macerie degli edifici distrutti”[3] ha dichiarato la Direttrice generale dell'UNICEF, Catherine Russell, sottolineando lo sgomento e la condanna di un attacco contro i civili. Una settimana più tardi, il 16 marzo viene colpito il teatro d’arte drammatica di Mariupol. L’edificio era stato adibito a rifugio per centinaia di civili ma non è bastato per evitare che finisse tra gli obiettivi dell’aviazione russa. Fortunatamente in questo secondo attacco non ci sono state vittime, ma centinaia di civili sono rimasti bloccati all’interno dei rifugi antiaerei situati nei sotterranei del teatro. Ancora oggi non ci sono fonti accertate che possano indicarci le sorti degli sfollati rimasti intrappolati sotto le macerie del teatro di Mariupol.

Fig.3 Donna incinta portata in salvo dai soccorritori, foto simbolo del bombardamento dell’ospedale di Mariupol (Il post)

5. L’esodo degli sfollati verso i confini europei


L’acuirsi della guerra e la distruzione delle città hanno innescato un fenomeno migratorio mai visto in Europa negli ultimi ottant’anni. Bisogna risalire ai tempi della Seconda guerra mondiale per fare un paragone con i flussi migratori provocati dall’invasione russa del 24 febbraio. A titolo esemplificativo, durante la guerra in Siria e la conseguente crisi dei rifugiati del 2015 (che tanto fece discutere l’Ue sulle proprie politiche di accoglienza) in un anno arrivarono in Europa 1,3 milioni di persone[4], una quota superata già il 4 marzo scorso dopo appena dieci giorni di conflitto in Ucraina.


La maggior parte degli sfollati sono donne, anziani e bambini, anche a causa del decreto approvato dal governo ucraino che ha istituito una sorta di coscrizione obbligatoria per gli uomini dai 18 ai 60 anni di età, rendendo di fatto impossibile per loro una fuga all’estero. A causa dei bombardamenti delle città, specialmente nelle zone centrali e sudorientali del paese, si è assistito a un vero e proprio esodo verso le zone ritenute (finora) più sicure dell’Ucraina, ossia la parte occidentale e in particolare la città di Leopoli, divenuta “centro di smistamento” dei rifugiati ucraini verso i confini europei. Le persone fuggono con quel poco che riescono a recuperare dalle proprie case (se ancora intatte) e i documenti in mano. Principalmente gli spostamenti avvengono attraverso la rete ferroviaria che, a causa delle interruzioni della viabilità dovute ai bombardamenti, rimane il mezzo di trasporto più “sicuro”. Chiaramente permangono le problematiche legate all’enorme mole di passeggeri che si ammassano anche per giorni nelle stazioni, in attesa di salire su un treno per mettersi in salvo.


L’Ucraina è il secondo paese per estensione all’interno dell’Europa geografica; pertanto, il suo territorio confina con diversi paesi europei: le principali vie di fuga verso l’Ue sono la Polonia, la Romania, la Moldavia (la piccolissima repubblica che finora ha accolto 374.000 profughi), l’Ungheria e la Slovacchia. L’UNHCR stima che al 24 marzo 2022 (dopo un mese di guerra) oltre 3.670.00 profughi abbiano attraversato i confini verso l’Europa. Proprio la Polonia e i cosiddetti paesi del gruppo di Visegrad si trovano nel cuore dell’emergenza umanitaria, dopo aver avversato per anni le politiche di accoglienza europee e il sistema di redistribuzione dei migranti.


6. La strategia europea sull’accoglienza dei profughi ucraini


La risposta dell’UE di fronte all’aggressione russa è stata di ferma condanna e di grande (e forse inattesa) compattezza. Fin dall’inizio del conflitto, la Commissione europea, sulla scia di USA e Regno Unito, ha attivato una serie di nuove pesanti sanzioni economiche e non solo (oltre all’invio di armamenti militari alla resistenza ucraina da parte di alcuni Stati membri) nei confronti della Federazione Russa: dal blocco di esportazioni e importazioni (difficile per ora quelle sul gas russo a causa della forte dipendenza energetica europea), al congelamento dei beni degli oligarchi russi presenti in Europa, fino a paventare un’esclusione della Russia dal sistema bancario Swift (anche questo meccanismo difficilmente attuabile in maniera totale).


Ma le conseguenze più significative, dal punto di vista pratico, riguardano l’enorme flusso di profughi vero l’UE, che impatteranno sulle politiche e le economie dei paesi membri probabilmente anche per i prossimi anni. Davanti alla tragedia delle popolazioni civili in fuga, l’Ue ha adottato un meccanismo di accoglienza e di tutela dei loro diritti fondamentali: il 3 marzo 2022 durante il Consiglio Giustizia e affari interni i ministri dell’Interno dei 27 Stati membri hanno attivato il meccanismo di protezione temporanea, previsto dalla direttiva 2001/55/CE del Consiglio del 20 luglio 2001[5]. Tale direttiva, concepita in risposta alla guerra in Kosovo del 1999 e alla conseguente emergenza profughi, fortunatamente fino a oggi non era stata mai applicata. La norma prevede una serie di tutele per gli sfollati per un periodo di un anno (prorogabile per ulteriori 12 mesi) riguardanti la libertà di circolazione sul territorio europeo, l’assistenza sanitaria e il diritto all’educazione e all’istruzione per i minori.


Di fronte a questo doveroso slancio di solidarietà e al grande sforzo, non solo istituzionale ma anche collettivo, da parte di tutti i cittadini europei, permangono forti dubbi su un’efficace politica di accoglienza comune a livello europeo. Proprio i paesi del blocco di Visegrad, Polonia e Ungheria in testa, che negli ultimi anni si sono contrapposti a politiche di accoglienza e redistribuzione dei migranti, oggi si trovano a dover affrontare in prima linea l’emergenza umanitaria. Esattamente quel tipo di sostegno e solidarietà che hanno sempre negato ai paesi di prima accoglienza.


7. Due pesi e due misure: il caso dei profughi afghani respinti alle porte dell’UE


Sembrerebbe legittimo chiedersi dove fosse questa solidarietà europea pochi mesi fa lungo lo stesso confine polacco. A partire da settembre 2021 il governo bielorusso di Lukashenko ha aperto dei “corridoi” per i profughi (in particolare afghani, siriani e curdi) attraverso dei visti turistici speciali. A seguito della disastrosa ritirata statunitense dall’Afghanistan e del ritorno al potere dei talebani dalla scorsa estate, il governo di Minsk ha utilizzato questi nuovi flussi migratori come arma di ricatto nei confronti delle sanzioni europee, che hanno colpito anche la Bielorussia. La strategia di Lukashenko era quella di ammassare migliaia di profughi al confine polacco (nonché europeo) in modo tale da aumentare la pressione e creare una crisi migratoria. In questo modo il regime di Minsk voleva utilizzare i migranti al confine come un’arma di ricatto, per accrescere le divisioni all’interno del fronte europeo e tentare di mitigare le sanzioni economiche che colpivano la stessa Bielorussia.


La risposta di Varsavia non si è fatta attendere: dallo scorso settembre ha attivato lo stato d’emergenza, rendendo impossibile l’accesso al confine con la Bielorussia alle autorità europee, alle Organizzazioni internazionali e ai giornalisti. Una vera e propria zona d’ombra dove non è possibile conoscere le reali condizioni di vita dei profughi, se non grazie alle testimonianze dei pochi che sono riusciti a passare il confine. Nelle zone boschive dove trovano rifugio e attendono di passare il confine sopravvivendo al freddo e alla fame, i profughi si ritrovano senza una via di fuga e stretti in una morsa: alle spalle la guardia nazionale bielorussa, che non permette loro di tornare indietro e li respinge verso il confine polacco; davanti a loro il muro di filo spinato alzato dal governo di Varsavia, che ha schierato la polizia e l’esercito per respingere attraverso l’uso della forza donne e bambini, in modo tale da proteggere la Polonia e l’Ue dai migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni sono morte fino a oggi 21 persone, ma è chiaramente una stima poiché non è possibile accedere in quelle zone di confine, confine non solo geografico ma anche dei diritti umani. Ancora una volta l’Ue si è trovata di fronte ai propri limiti, alle proprie ipocrisie e a fare le spese di questo conto salato sono i più fragili e i loro diritti umani calpestati.

Fig.4 Profughi bloccati al confine tra Bielorussia e Polonia (La Stampa)

8. Conclusioni


La guerra in Ucraina è un punto di svolta storico nello scacchiere non solo europeo ma anche e soprattutto internazionale, aprendo scenari fino a pochi mesi fa inimmaginabili: sul piano economico le sanzioni alla Russia stanno avendo ripercussioni su tutto il mercato globale; sul piano geopolitico ci saranno conseguenze durature, come l’avvicinamento inevitabile e definitivo della Federazione Russa alla Cina, ormai utilizzata dal governo di Xi Jinping come “poliziotto cattivo” nella competizione mondiale contro gli Usa e la conseguente rivitalizzazione della Nato; e ovviamente rimane ancora incerto il destino dell’integrità territoriale ucraina e del popolo ucraino, oltre al tema per ora sotto traccia ma fondamentale della ricostruzione post bellica, una responsabilità importantissima ma forse troppo onerosa per i governi europei.


Ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, è stata sottolineata la vulnerabilità (non solo energetica) e la marginalità dell’Ue, un ibrido istituzionale che deve capire cosa voglia diventare da grande. La mancanza di un meccanismo di difesa comune europeo sta producendo una corsa al riarmo dei singoli Stati membri in ordine sparso, con il rischio di alimentare esclusivamente il redditizio mercato delle armi senza adottare una strategia di coordinamento europeo. Inoltre, l’Ue deve decidere quali sono i propri veri valori e soprattutto se valgono sempre o solo a fasi alterne: se la fratellanza dei popoli, il rispetto dei diritti umani e i valori democratici sono davvero i pilastri della cultura europea non è più tollerabile “esternalizzare” la politica migratoria a paesi che non rispettano tali valori.


La solidarietà dimostrata nei confronti dei profughi ucraini dovrebbe essere presa a esempio per una svolta nella gestione dei flussi migratori a livello europeo. Le spaccature interne all’Ue, specialmente quella riguardante il gruppo di Visegrad, devono necessariamente essere superate attraverso una politica migratoria comune. Quella che oggi è una vera e propria emergenza umanitaria dovuta alla guerra in Ucraina potrebbe rivelarsi un’opportunità per imbastire una riforma di tale politica, che miri a un sistema di accoglienza comune europeo e una strategia di redistribuzione equa dei migranti, senza gravare esclusivamente sui paesi di prima accoglienza (Italia in primis). Tale riforma sarà necessaria anche in previsione dei flussi migratori futuri dovuti ai cambiamenti climatici e all’eventualità di ulteriori guerre, possibili anche in territorio europeo, come dimostrato dalla guerra in Ucraina.


L’Europa, in questi ultimi ottant’anni di pace o presunta tale, aveva dimenticato il vero volto della guerra: la brutalità dei combattimenti, le ripercussioni sui civili, l’uccisione di innocenti, i bombardamenti delle città e milioni di sfollati in cerca di un luogo sicuro. Risulta evidente la necessità di un cessate il fuoco immediato, l’apertura di veri corridoi umanitari e di negoziati credibili. Perché le prime vittime della guerra, oltre alla verità, sono proprio le popolazioni civili. Perché, parafrasando Gino Strada, “non si tratta di essere pacifisti ma di essere contro la guerra”.


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Note

[1] La stima della cifra è stata rilasciata dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), https://uacrisis.org/it/60291-un-19th-report-human-rights-situation-in-ukraine [2] Per un approfondimento sulla strategia militare russa: A. Vivaldi, www.amistades.info, “8 punti militari sull’Ucraina: forse per la Russia non va così male” [3] Dichiarazione ufficiale rilasciata dalla direttrice generale dell’Unicef Catherine Russel il 10 marzo 2022, https://www.unicef.it/media/attacco-contro-l-ospedale-pediatrico-a-mariupol-temiamo-il-peggio/ [4] Dati consultabili sul sito UNHCR https://www.unhcr.org/flagship-reports/globaltrends/globaltrends2019/ [5] Direttiva 2001/55/CE del Consiglio, del 20 luglio 2001, sulle norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell'equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono i migranti o i profughi, ma non sfollati (con cui generalmente si indicano persone che non varcano il confine)e subiscono le conseguenze dell'accoglienza degli stessi, consultabile sul sito https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=celex%3A32001L0055


Bibliografia/Sitografia

  • Agi.it., “Le forze russe al confine con l'Ucraina”

  • A. Lombardi, repubblica.it, “A che punto è la guerra in Ucraina: dall'inizio, tutte le tappe del conflitto”

  • A. Marinelli, corriere.it, “Perché c’è la guerra in Ucraina?”

  • Uacrisis.org, “La guerra nel Donbas ha causato oltre 34 mila morti e feriti – ONU”

  • A. Vivaldi, amistades.info, “8 punti militari sull’Ucraina: forse per la Russia non va così male”

  • G. Di Feo, repubblica.it, “Ucraina, il documento catturato ai russi: "Offensiva lunga 15 giorni”

  • Huffingtonpost.it, “A Mariupol "20mila morti, 90% edifici distrutti". Il teatro bombardato nonostante la scritta 'bambini'”

  • Bbc.com, “Ukraine war: Three dead as maternity hospital hit by Russian air strike”

  • Ilpost.it, “L’ospedale bombardato dalla Russia a Mariupol”

  • Hrw.org, “Ukraine: Mariupol Theater Hit by Russian Attack Sheltered Hundreds”

  • Ilpost.it, “Il più grave flusso migratorio in Europa dal Secondo dopoguerra”

  • Consilium.europa.eu, comunicato stampa “Ucraina: il Consiglio introduce all'unanimità la protezione temporanea per chi fugge dalla guerra”

  • Rainews.it, “L'Unione europea accorda una protezione temporanea a coloro che fuggono dalla guerra in Ucraina”

  • T. Di Francesco, ilmanifesto.it, “Troppi giocano con la pelle dei profughi”

  • Europa.today.it, “I migranti per la Polonia (e l'Ue) non sono tutti uguali: "Pronti ad accogliere 1 milione di ucraini"

  • L. Mastrodonato, wired.it, “La corsa al riarmo in Europa viene da prima della guerra in Ucraina”

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