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La reazione dell’Africa all’invasione dell’Ucraina: il caso del Sudafrica e del Sudan

Fig.1: Vladimir Putin incontra i leader africani durante il vertice Russia-Africa di Sochi dell’ottobre 2019. Fonte: https://imrussia.org/en/analysis/3056-russia’s-game-in-africa

1. Guerra in Ucraina: reazioni contrastanti nel continente africano


L’invasione russa ai danni dell’Ucraina ha generato reazioni discordanti nel continente africano. Se il 24 febbraio l’Unione Africana (UA) si esprimeva condannando l’aggressione russa e auspicando un immediato cessate il fuoco, ad astenersi, invece, dal voto di condanna all’offensiva russa promosso dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 2 marzo, si contano numerosi Paesi africani, tra cui Sudafrica, Mali, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Angola, Algeria, Burundi, Madagascar, Namibia, Senegal, Sud Sudan, Sudan, Uganda, Tanzania e Zimbabwe.


La riluttanza di molti dei Paesi sopra elencati è giustificata sia da legami militari e ideologici con la Russia - che a volte risalgono alla Guerra Fredda -, sia dai rapporti rivitalizzati o intavolati da Putin a seguito dello scoppio della crisi in Crimea del 2014. Tali rapporti sono sostenuti soprattutto dalla stipula di accordi di difesa e dal sostegno militare offerto dalla società russa Wagner nella lotta ai ribelli e jihadisti, ma anche dal coinvolgimento economico della potenza ex-sovietica (in particolare nel settore energetico ed estrattivo).


La presente analisi prende in considerazione due diversi casi. Il primo caso è quello del Sudafrica, il quale, dopo un’astensione iniziale, ha condannato pubblicamente l’invasione dell’Ucraina; mentre il secondo è quello del Sudan, il cui governo a guida militare auspica di cementare la cooperazione bilaterale con il Cremlino. L’obiettivo è quello di mettere in luce l’impatto che la guerra in Ucraina ha sui due Paesi, le cui posizioni al riguardo sono discordanti.


2. Il caso del Sudafrica: le ragioni della titubanza sulla condanna dell’offensiva russa


Tra i Paesi astenutisi dalla condanna all’aggressione russa del 2 marzo si annovera - come ricordato sopra - anche il Sudafrica. Le risoluzioni sulle quali l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha invitato il Paese dell’Africa australe a esprimersi e nelle quali il Sudafrica ha sempre mantenuto una posizione neutrale sono, infatti, diverse: la prima risoluzione del 2 marzo - per l’appunto - che chiedeva alla Russia di fermare immediatamente la sua aggressione e di ritirare le sue truppe; la seconda, il 24 marzo, che chiedeva l’immediata cessazione delle ostilità da parte della Russia, in particolare ai danni dei civili; la terza, il 7 aprile, che chiedeva la sospensione della Russia dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a causa della sua violazione e abuso dei diritti umani.


Tale astensione reiterata da parte di Ramaphosa è stata giustificata dalla convinzione che la condanna espressa tramite le risoluzioni proposte dall’ONU avrebbe potuto condurre a una cessazione momentanea delle ostilità, ma non a una pace duratura, che, al contrario, potrebbe giungere soltanto tramite il dialogo e i negoziati. Inoltre, il presidente sudafricano ha puntato il dito contro la NATO, accusandola di essersi spinta oltre, mostrandosi noncurante degli avvertimenti ripetuti negli anni, che invitavano l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico a limitarsi nella sua espansione verso Est, per evitare una crisi regionale.


Tuttavia, seppure il Sudafrica intenda mantenere relazioni cordiali e amichevoli con la Russia - che risalgono a legami storici con Mosca riguardanti il supporto ricevuto nella lotta contro la dominazione bianca - le proteste sollevatesi nel Paese contro l’invasione russa hanno costretto Pretoria a esprimersi contro la mossa offensiva dello storico alleato. Infatti, nonostante la posizione neutrale adottata in sede di votazione delle risoluzioni ONU, la ministra degli esteri sudafricana Naledi Pandor ha invitato la Russia a ritirare immediatamente le sue truppe dall'Ucraina, insistendo sul rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale degli Stati.


3. I rapporti storici tra il Sudafrica e la Russia


La mancanza di un’immediata condanna da parte del Sudafrica alla Russia può essere spiegata attraverso un’analisi che comprende da una parte la memoria storica della nazione, che ha subìto direttamente la dominazione coloniale dei settlers, e, dall’altra parte, i rapporti - remoti e attuali - che intercorrono tra Pretoria e il Cremlino.


La posizione del Sudafrica, infatti, risulta essere interessante anche per il ruolo storico ricoperto dal Paese nella promozione del diritto di ogni popolo di scegliere liberamente il proprio destino, data l’esperienza della lotta contro l’apartheid. Ma, al tempo stesso, mette a dura prova il governo sudafricano nei confronti di un alleato storico, quale la Russia.


All’apartheid, istituito ufficialmente nel 1948, si opponeva l’African National Congress (ANC), che professava l’abbattimento della dominazione bianca, la causa del nazionalismo nero e la creazione di un futuro interraziale. Nel 1955, l’ANC si alleò con il partito misto South African Communist Party, SACP, un partito comunista sudafricano, principalmente composto da bianchi, tramite il quale l’ANC riuscì a rafforzare i rapporti con l’URSS e con reti internazionali a sostegno dei movimenti di liberazione in Africa.


Quest’alleanza offrì quindi all’ANC la possibilità di riallacciarsi a istanze globali (comunismo, lotta all’imperialismo) e di ricevere il supporto necessario per portare avanti la sua lotta. Anche dopo che il regime dell'apartheid fu bandito, l'ANC continuò a ricevere aiuti dall'Unione Sovietica per la sua missione nella lotta per liberare il Sudafrica dal dominio delle minoranze bianche. L’aiuto offerto dall’URSS superò quello offerto dall'UA e da chiunque altro. L’Unione Sovietica, infatti, fornì armi e altri aiuti militari all'ala armata dell'ANC e nel 1988 - intuendo che la vittoria sull'apartheid era ormai prossima - Mosca integrò l'addestramento alla guerriglia con l'addestramento alla guerra convenzionale, compreso l'addestramento navale e aereo.


Alla luce di ciò, vanno inserite le parole di Julius Malema, leader dell’Economic Freedom Fighters (EFF) - partito di opposizione della sinistra radicale - che, riguardo all’offensiva russa, ha dichiarato di essere vicino alla Russia, esortandola a dare una lezione alla NATO e agli Stati Uniti e giustificando il suo supporto all’ex potenza sovietica ricordandone l’aiuto ricevuto in termini economici e militari per la lotta contro l’apartheid.


4. Legami economici: comune appartenenza del Sudafrica e della Russia ai BRICS


Tale slancio empatico nei confronti della Russia è giustificato anche dalla volontà di salvaguardare la partnership economica che vede coinvolti sia il Paese sudafricano, sia la Federazione russa all’interno dell’aggregato geoeconomico dei BRICS[1]. I due Paesi hanno forti legami economici: il Sudafrica ha investimenti in Russia per quasi 5 miliardi di dollari, mentre gli investimenti russi nel Paese africano ammontano a circa 1 miliardo e mezzo di dollari. Inoltre, gli scambi commerciali tra la due nazioni sono abbastanza cospicui, tanto che, nel 2020, ammontavano a 981 milioni di dollari. Pertanto, la titubanza nella presa di posizione del Sudafrica può essere anche giustificata dalla volontà di non voler incrinare i rapporti con il Cremlino, né da un punto di vista politico, né da quello economico-commerciale.


5. Guerra in Ucraina: quali i vantaggi e gli svantaggi per il Sudafrica?


Per quanto riguarda, invece, le conseguenze derivanti dalla guerra nell’est Europa, così come molti altri Paesi, anche il Sudafrica sta subendo le ripercussioni derivanti dall’aumento combinato del prezzo del petrolio - e quindi del carburante - e del prezzo del grano, di cui Russia e Ucraina sono grandi esportatori. Tale situazione potrebbe accelerare la crescita dei tassi di interesse e comportare l’aumento dell’inflazione sudafricana.


D’altro canto, però, nel caso del Sudafrica sarebbe forse necessario parlare anche di opportunità economiche. Le sanzioni imposte alla Russia potrebbero, infatti, favorire un migliore posizionamento del Sudafrica nell’export del palladio - fondamentale nell’industria automobilistica e dell’elettronica - di cui il Paese africano è il secondo maggiore produttore al mondo, dopo la Russia. Allo stesso modo, la crescita di investimenti in beni rifugio e, più in particolare, l’aumento a livello globale del prezzo dell’oro, sta rafforzando il rand sudafricano, essendo il Sudafrica saldamente affermato nel mercato dell’export dell’oro.

Fig.2: Il presidente russo Vladimir Putin insieme al suo omologo sudafricano, Cyril Ramaphosa, durante il vertice Russia-Africa di Sochi dell’ottobre 2019. Fonte: https://www.cesi-italia.org/articoli/1042/putin-lafricano-il-cremlino-torna-ad-affacciarsi-in-africa

6. Guerra in Ucraina: la posizione del Sudan


Diversamente dal Sudafrica che, dopo un’astensione iniziale, ha chiesto a Mosca di ritirare le truppe dal territorio ucraino, il Sudan ha assunto una posizione meno netta riguardo all’attuale conflitto in corso, tentando di salvaguardare gli storici rapporti con il Cremlino.

Infatti, come riportato anche da Sudan Tribune, nei giorni precedenti all’invasione russa dell’Ucraina, Mohamed Hamdan Dagalo, vicepresidente del Consiglio sovrano - nonché leader del Rapid Support Forces -, volava a Mosca per rafforzare la cooperazione bilaterale tra i due Paesi. Durante la sua visita ufficiale ha espresso il suo accordo riguardo alla decisione di Putin di riconoscere le regioni separatiste ucraine, sottolineando il diritto della Russia di agire nell’interesse dei suoi cittadini e di proteggere il suo popolo.


Tale dichiarazione, che è sembrata essere un chiaro appoggio all’operazione militare russa, non è mai stata sottoscritta dal Consiglio sovrano, e il ministro degli Esteri del Sudan - anche per non deteriorare completamente i rapporti già instabili con l’Occidente -, ha subito smentito la dichiarazione di Dagalo, affermando che le parole del vicepresidente erano state di fatto estrapolate dal contesto originario.


Data l’ambigua posizione delle autorità sudanesi, i delegati dell’Unione europea e dei governi degli Stati Uniti, della Norvegia e del Regno Unito (“Troika”) hanno esortato il Consiglio sovrano a prendere chiare posizioni di condanna nei confronti dell’aggressione russa e di esprimere pubblicamente il proprio sostegno all’integrità territoriale dell’Ucraina. Ciò nonostante, come riporta Radio Dabanga, il Consiglio sovrano si è limitato a una dichiarazione di intenti, invitando la comunità internazionale a sostenere con forza il dialogo come mezzo di risoluzione della controversia in corso. La posizione del Sudan, inoltre, è apparsa chiara quando le autorità sudanesi si sono astenute nell’approvare tutte le risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’ONU.


7. La partnership tra Khartoum e Mosca


Khartoum ha legami di lunga data con Mosca, tradizionalmente legati al commercio di armi e del petrolio e che risalgono agli inizi anni Novanta, quando il generale ‘Umar Hasan al-Bashir salì alla guida del Paese.

Durante la grave crisi che scoppiò nella regione del Darfur tra il 2002 e il 2003, per esempio, la Russia, insieme a Cina e Qatar - principali acquirenti del petrolio sudanese -, furono di fatto gli unici membri ad astenersi dall’approvare la Risoluzione ONU dell’agosto 2006, attraverso la quale fu concordato il dispiegamento di 22.500 caschi blu in supporto alla missione dell’UA, e che fu considerata dal governo sudanese come un’eccessiva ingerenza da parte della comunità internazionale.


Tuttavia, la partnership tra Khartoum e Mosca raggiunse un vero e proprio punto di svolta nel 2017, quando il Sudan, isolato dalla comunità internazionale e duramente colpito da pacchetti di sanzioni economiche, si rivolse alla Russia come unica alternativa per far fronte alla dura crisi economica che stava mettendo in ginocchio il Paese. L’allora presidente al-Bashir, infatti, si recò nella località di Sochi, sul Mar Nero, per chiedere al presidente russo Vladimir Putin di proteggere il Sudan da possibili aggressioni statunitensi, la cui politica estera fu additata dal generale Bashir di aver contribuito alla divisione territoriale del Sudan in due distinti Paesi.


In quell’occasione l’ex presidente sudanese affermò la volontà di stabilire relazioni strategiche con la Russia in tutti i campi, in particolare nel settore energetico, agricolo e minerario. Le parti in causa, infatti, oltre ad aver firmato un accordo di cooperazione per l’energia nucleare, concordarono un piano per stabilire una base navale russa a Port Sudan, attraverso la quale la Russia, controbilanciando l’influenza statunitense, avrebbe ottenuto non solo diverse concessioni per l’estrazione mineraria, ma anche - e soprattutto - una strategica proiezione di potenza navale sul Mar Rosso.


All’indomani della destituzione del generale Bashir - e alla successiva politica di distensione dei rapporti con le potenze occidentali -, le relazioni bilaterali tra Russia e Sudan hanno subito di fatto una battuta d’arresto; tuttavia, dopo l’ennesimo colpo di stato avvenuto in Sudan lo scorso ottobre, Khartoum e Mosca hanno espresso la loro volontà di rafforzare la cooperazione economica e commerciale, e di voler accelerare l’attuazione degli accordi bilaterali esistenti. Durante l’ultimo incontro tenutosi a Mosca lo scorso febbraio tra Mohamed Hamdan Dagalo e il ministro degli Esteri russo - Sergej Viktorovič Lavrov -, è stata, infatti, richiamata l’attenzione anche sugli obiettivi russi sul Mar Rosso, i quali risultano essere di fondamentale importanza per le ambizioni geopolitiche e economiche del Cremlino.


8. Le conseguenze del conflitto in Ucraina sul Sudan


Al di là dei legami economici e politici che intercorrono tra le autorità sudanesi e il Cremlino, è importante sottolineare come la guerra in Ucraina sta esacerbando la crisi economica e umanitaria in corso in Sudan, il quale ha già visto salire il tasso di inflazione a uno dei livelli più alti del mondo e una diminuzione del 19% al di sotto della media della sua resa agricola a causa dell’emergenza climatica. A lanciare l’allarme è Save the Children, la quale riporta che circa 20 milioni persone - che rappresentano quasi la metà della popolazione sudanese -, potrebbero soffrire la fame entro la fine del 2022.


Il conflitto in Ucraina e i pacchetti di sanzioni emanati dall’Occidente, infatti, hanno interrotto le esportazioni di grano dalla Russia e dall’Ucraina, le quali rappresentano rispettivamente oltre l’80% e il 7% delle forniture di grano del Sudan. Il blocco delle esportazioni ha comportato a sua volta un progressivo aumento del prezzo del grano, con ripercussioni che peseranno soprattutto sulle popolazioni che vivono nelle vaste regioni rurali del Sudan, come il Darfur, il Sudan orientale o il Southern Kordofan, dove il pane rappresenta uno degli alimenti principali.


Le conseguenze dell’attuale guerra in Ucraina vanno dunque ad aggravare la già instabile situazione del Sudan, il quale fin dalla sua indipendenza è stato caratterizzato da forte instabilità economica, politica e sociale, che ha impedito di fatto l’instaurazione di uno stato democratico efficiente, in grado di risolvere non solo la difficile situazione economica del Paese, ma anche i numerosi conflitti intestini che ancora oggi coinvolgono le regioni periferiche del Sudan.

Fig.3: Vladimir Putin e il presidente del Consiglio sovrano del Sudan, Abdel Fattah al-Burhan, durante il vertice Russia-Africa nella località di Sochi il 23 ottobre 2019. Sergei Chirikov. Fonte: https://www.theafricareport.com/54123/with-russias-help-sudan-may-find-a-way-out-of-us-list-of-demands/

9. Conclusioni


Il voto dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2 marzo rivela l’instabilità e la divisione del continente africano, che non sa se sia meglio sostenere la Russia o astenersi cautamente. Infatti, se da una parte alcuni Paesi, come il Sudafrica, hanno condannato l’aggressione come atto di guerra contro un Paese sovrano e il suo popolo, dall’altra, altri governi come quello del Sudan - guidati dai propri interessi militari ed economici, e fiduciosi della creazione di un nuovo ordine internazionale alternativo alla supremazia dell’Occidente -, non hanno preso chiare posizioni in relazione alla brutale aggressione di Putin. Tuttavia, nonostante il posizionamento frammentato dei governi africani, è chiaro che sta emergendo l’immagine di un’Africa che scruta con decisione a Oriente, non solo verso la Russia, ma anche verso la Cina, entrambi attori imprescindibili nello sviluppo infrastrutturale africano e nell’estrazione di materie prime strategiche nel continente[2].


Pertanto, se si considera che la presenza della Russia nel continente africano nasce anche in un’ottica di difesa degli interessi dei Paesi africani contro le politiche neocoloniali attuate delle ex-potenze occidentali, è chiaro che la divisione relativa al sostegno o alla condanna della guerra dichiarata dal Cremlino a Kiev riguarda anche il voler supportare o meno una guerra imperialista, il cui obiettivo è quello di minare la sovranità territoriale di un Paese sovrano.


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Note


[1] L’acronimo BRIC è stato utilizzato per la prima volta dall’analista Jim O’Neill a fine 2001, per identificare 4 Paesi che si distinguevano per il rapido sviluppo economico e l’influenza politica, ossia Brasile, Russia, India e Cina. Nel 2010 fu ammesso anche il Sudafrica, modificando l’acronimo in BRICS. [2] Geopolitica.info, Guerra in Ucraina: l’astensione calcolata di molti paesi africani all’Onu, 10 marzo 2022: https://www.geopolitica.info/guerra-ucraina-astensione-calcolata-molti-paesi-africani-onu/

Bibliografia/Sitografia

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