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Guerra urbana. Là dove termina ogni sicurezza

(di Laura Santilli)

“La peggiore scelta è attaccare le città”

Sun Tzu, L’arte della guerra


L’attacco a una città o i combattimenti in ambito urbano non sono un fenomeno recente. Nuovo e inaudito è tuttavia, il livello di tecnologia applicata durante la guerra e il coinvolgimento dei civili. È possibile continuare a immaginare un livello di distruzione simile?


1.Che cos’è la guerra urbana

La guerra urbana appartiene alla categoria delle guerre definite “asimmetriche”, quel tipo di combattimenti che avviene cioè tra un esercito nazionale e un altro soggetto non statale, come un gruppo terroristico, uno o più gruppi di milizie, movimenti di guerriglia o i così detti ribelli. Non sono due eserciti nazionali a combattere. È un tipo di scontro che vede favorito l’avversario che fa sì che i combattimenti avvengano sul suo territorio o città, di cui ha controllo e soprattutto conoscenza. L’ambiente urbano è un luogo molto complesso in cui combattere per via della sua costruzione: spazi di manovra piccoli, cunicoli, sotterranei, difficile visibilità durante i combattimenti, possibilità di attacchi molteplici, continui imprevisti, scarsa o incompleta conoscenza di tutta la città. Proprio per queste caratteristiche, il combattimento nelle città presuppone una pianificazione strategica molto precisa e degli investimenti molto ingenti per la composizione dell’asset militare da impiegare. Queste difficoltà non hanno mai scoraggiato tuttavia, strateghi militari o comandanti di eserciti a preparare e poi condurre un attacco contro una città che rappresenta il cuore del potere governativo ed economico di un paese. Gli esempi che la Storia ci offre sono molti: Gerusalemme fu assediata quattro volte e saccheggiata e distrutta in due occasioni, Cartagine fu distrutta dai romani nel 146 AC e la conquista di Costantinopoli da parte degli Ottomani nel 1453 fu la battaglia che segnò l’inizio della fine dell’Impero. La guerra è cambiata nel corso dei secoli, sono cambiate le sue pretese e i mezzi impiegati in battaglia. Durante la prima guerra mondiale la maggioranza dei combattimenti avvennero in luoghi rurali e le aree urbane più grandi vennero invece evacuate. La guerra urbana iniziò a diventare predominante durante la guerra civile spagnola negli anni Trenta, quando le città di Madrid e Barcellona divennero target dei combattimenti e l’aviazione tedesca intraprese il primo bombardamento aereo su vasta scala contro la città di Guernica, devastandola quasi totalmente. Con la seconda guerra mondiale, la guerra urbana ha toccato un punto di non ritorno: molti combattimenti decisivi per le sorti del conflitto avvennero nelle città con un alto coinvolgimento dei civili. Durante la seconda guerra mondiale il potere aereo nei contesti urbani, iniziò a essere decisivo per le sorti della guerra. Dresda fu distrutta dai bombardamenti. La città di Stalingrado fu completamente rasa al suolo: dei 600.000 civili che abitavano la città solo 1.500 vi rimasero alla fine dei combattimenti.[1]Con la fine della seconda guerra mondiale, i combattimenti urbani hanno lasciato l’Europa per spostarsi soprattutto in Medioriente e Africa, dove hanno però subito un’evoluzione tecnologica che è andata di pari passo con la crescita dei contesti urbani. La tecnologia applicata alla guerra urbana è cresciuta al passo della globalizzazione e si è adattata a essa. Come combattere in città sempre più connesse al loro interno e all’esterno, ramificate da una rapida urbanizzazione e dall’altrettanto rapida crescita della popolazione?


2.Nessuna sicurezza

I combattimenti in ambito urbano devono adattarsi al contesto in cui avvengono e sono quindi diversi a seconda della città, ma anche a seconda del tipo di nemico da sconfiggere. La guerra urbana contemporanea prevede tre livelli di combattimento: alto (spazio aereo), medio (spazio urbano tra i palazzi, utilizzato soprattutto dai cecchini) e basso (strada urbana e sotterranea). In questo senso la guerra urbana è una guerra totale, completa, dove non ci sono barricate dietro le quali essere al sicuro, per quanto la parola sicurezza assuma un significato ingenuo in un contesto di guerra. Le operazioni militari che avvengono su strada, prevedono i così detti close combat, dei combattimenti ravvicinati con l’avversario o con chi si suppone lo sia. La guerra urbana non ha un fronte definito con il quale distinguere i due avversari, e spesso il nemico non ha una divisa militare. Questo prevede una duplice esposizione al pericolo: da parte dei civili, che sono esposti e coinvolti in una violenza e terrore senza regole, ma anche da parte dei militari che il più delle volte non riescono a ottenere informazioni complete su dove sia esattamente il nemico. L’esercito si muove infatti, in un territorio che non conosce e per quanto possa dotarsi di strumenti che lo aiutino in questo, GPS, sensori diurni e notturni, strumenti radar, difficilmente avrà accesso allo stesso numero e qualità di informazioni del nemico. Le operazioni di terra in ambito urbano sono molto rischiose anche perché sono gli stessi fattori di rischio a essere imprevedibili: il tipo di guerra che il nemico pone di fronte all’esercito è asimmetrico e dunque anche le risposte all’attacco lo saranno. Se gli eserciti hanno mezzi tecnologici e sofisticati di combattimento, l’avversario ha dalla sua parte l’utilizzo di mezzi di risposta economici, ma dal potere di distruzione ugualmente forte, come gli attacchi suicida o le autobombe. In tale contesto di imprevedibilità, le operazioni di terra espongono gli eserciti tradizionali a ingenti perdite nel numero di uomini, una scelta scomoda per i governi in termini elettorali. In modo particolare per il Pentagono inoltre, è divenuto sempre più difficile trovare militari disposti a partire per contesti di guerra urbana, per questo i contratti di ingaggio sono sempre più cari per le casse del governo degli Stati Uniti che preferisce rivolgersi in alcuni casi allora, ai contractors, compagnie militari private che forniscono servizi specifici di natura militare: dei mercenari contemporanei.

Se addestrare un esercito tradizionale per questo tipo di guerre è così difficile, allora l’avversario ha già vinto? No, è sufficiente spostare il campo di battaglia dove l’avversario potrebbe essere in difficoltà: lo spazio aereo. Le guerre urbane più recenti e ancora in corso in Siria e Yemen, sono così totalmente distruttive proprio per l’utilizzo esponenziale dei bombardamenti da parte degli eserciti convenzionali. La guerra diviene così simmetrica perché l’attore non statale del conflitto viene supportato da un attore statale che possiede i mezzi per combattere alla pari. È vero che i manuali di strategia statunitensi per la guerra urbana prevedono delle regole di ingaggio per chi combatte: durante i bombardamenti non possono essere colpiti civili, scuole, ospedali, ma devono essere colpiti solo i così detti “nodi” della battaglia, i punti strategici del nemico. Tuttavia, risulta difficile pensare che i droni rispettino delle regole di ingaggio. Certo, i droni sono comandati secondo regole precise, le connessioni data-rete-GPS vengono perfezionate costantemente, ma in un contesto di guerra in cui le connessioni internet non sono affatto stabili, i droni hanno autonomia, o quantomeno hanno buone probabilità di sbagliare l’obiettivo dei bombardamenti. Chi sbaglia paga. Chi paga in un contesto di guerra urbana? I civili, la popolazione che vive la guerra urbana e la subisce nel suo divenire incontrollata, per procura e deliberatamente folle. Soltanto in Siria, dall’inizio della guerra nel 2011, gli ospedali attaccati dai bombardamenti sono stati 101[2]. Colpire un ospedale durante una guerra urbana significa per i civili, eliminare ogni possibilità di essere salvati. La popolazione civile è totalmente coinvolta nelle guerre urbane contemporanee, non ha molta scelta quando è esposta ad attacchi aerei e al fuoco dei cecchini che si posizionano sulle case abitate e in molti casi fanno prigioniere le persone che vivono nella casa per usarle come scudi umani o come esche: se manca una connessione dati a indicare dove bombardare il nemico, i civili vengono mandati dall’avversario con una bandiera bianca, in questo modo il cecchino riesce a sapere dov’è il nemico e colpisce, con ogni probabilità anche chi è stato usato come esca. Come possono sopravvivere i civili in una città che non è più tale? I bombardamenti aerei puntano infatti soprattutto a colpire gli asset strategici per la sopravvivenza della città: reti elettriche, idriche e anche scuole, ospedali, tutto ciò che rende il nemico debole e insicuro, ma il nemico è tra i civili, innocenti. O il nemico sono i civili?


3.Il futuro della guerra urbana

Aleppo, Sana, Idlib, Homs, Raqqa in Siria; Mosul, Baghdad, in Iraq; Taiz e Sana’a in Yemen; villaggi e città del Sud Sudan, della Somalia e della Repubblica Centro Africana. Elenchi di città distrutte dalle guerre urbane che non aiutano, per la rapidità con cui vengono scritti e nonostante le numerose occasioni in cui li ascoltiamo, a comprendere e a prendere coscienza sul numero di morti e sull’esodo di migliaia di civili che i conflitti urbani provocano. Perché allora, la guerra urbana avrà comunque un futuro?

La guerra è un business che coinvolge diversi attori prima, durante e dopo la guerra stessa. Le industrie di armi occupano uno spazio importante nel giro d’affari di un conflitto, ma ancora più vantaggiosa è forse la fase della ricostruzione dopo la guerra. Anche per questo la guerra si è spostata nelle città e non intende abbandonarle: ricostruire una città, una metropoli, costituisce una fonte di guadagno sicura e necessaria. In un report[3] della Research and Technology Organization, ente di ricerca NATO, pubblicato nel 2003, si prospetta che nel 2020, quest’anno, le guerre urbane diventino conflitti altamente ed esclusivamente tecnologici. Nel report però, viene sottolineato come la NATO, in quanto alleanza e non entità statale, debba utilizzare delle regole di ingaggio molto più rigide per i propri combattimenti urbani, con un’attenzione particolare alla tipologia dei target da colpire durante i bombardamenti. Anche se la NATO non ha un manuale operativo per il combattimento in guerra urbana, il report auspica che dal 2020, l’Alleanza abbia acquisito la superiorità tattica e strategica necessaria agli ambienti urbani. La Russia, dopo la riforma del suo apparato militare nel 2008, è diventata uno degli attori predominanti delle guerre urbane. Dopo la guerra in Cecenia, nell’Ucraina dell’est e ancora in Siria, Mosca ha acquisito una conoscenza approfondita della strategia nei conflitti urbani che le ha consentito di ottenere un sistema militare complesso, fatto di sistemi autonomizzati, robotica militare, munizioni telecomandate di precisione, un programma C4ISTAR (Comando, Controllo, Comunicazioni, Computer, Interoperabilità, Sorveglianza, Acquisizione del target, Riconoscimento) funzionale e operativo in ogni contesto. La Russia, al contrario degli Stati Uniti, non ha pubblicato finora una propria dottrina formale per i combattimenti in guerra urbana. Non è chiaro quindi, come si ponga in termini di regole di ingaggio in battaglia e quali siano i target che riconosce come attaccabili o meno. È noto però, che il governo abbia deciso di continuare a investire in nuove tecnologie adatte ai contesti di guerra urbana. Gli Stati Uniti per ora, mantengono il loro impegno di voler adattare le proprie operazioni congiunte sempre più ai contesti urbani. John Spencer, Direttore e pianificatore strategico per il Dipartimento di Istruzione militare dell’Istituto di guerra moderna a West Point, intervenne così in un dibattito organizzato dall’OCHA[4]sulla protezione dei civili in ambito di guerra urbana: “Il conflitto armato si è spostato nelle città e lì è il suo futuro. Molte delle armi a disposizione dell’esercito non sono adatte per un combattimento urbano, ma per campi aperti di battaglia. Per questo abbiamo bisogno di allenamento, organizzazione e di un migliore equipaggiamento per le nostre truppe”.[5]

Nessun attore statale pensa di abbandonare il contesto di guerra urbana dunque, nonostante gli alti costi e le difficoltà operazionali. Combattere in casa del nemico in fondo, ha anche i suoi vantaggi: mantenere il territorio e la popolazione del proprio stato sicuri e tranquilli, lontani dagli scenari di morte e distruzione che una guerra urbana genera.


Note

[1] Margarita Konaev, “The future of Urban Warfare in the Age of Megacities”, Études de L’Ifri-Focus Stratégique, n. 88, marzo 2019. [2] Report di Medici Senza Frontiere, www.msf.fr/eclairages/syrie-l-impasse-humanitaire, 3 febbraio 2020. [3] Research and Technology Organization-NATO, “Urban Operations in the Year 2020”, rapporto tecnico n. 71, aprile 2003. [4]United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA). [5]Resoconto dell’incontro “Protecting Civilians in Urban Warfare” organizzato dall’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari”, 13 dicembre 2017


Bibliografia

-Defense Department-United States of America, Joint Pubblication 3-06, “Joint Urban Operations”, 20 novembre 2013.

-Umer Khan, “The hybrid doctrine for urban operation’s: comparing the U.S. and the Russian evolution of urban warfare doctrine”, ResearchGate, settembre 2019.

-Margarita Konaev, “The future of Urban Warfare in the Age of Megacities”, Études de l’Institut français des relations internationales-Focus Stratégique, n. 88, marzo 2019.

-Medici Senza Frontiere, “Syrie: l’impasse humanitaire”, 3 febbraio 2020.

-Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, “Protecting Civilians in Urban Warfare”, 13 dicembre 2017.

-Research and Technology Organization-NATO, “Urban Operations in the Year 2020”, rapporto tecnico n. 71, aprile 2003.

-Waad al-Kateab, Edward Watts, “For Sama”, film documentario, produzione KBMO, 2019.

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