Iran - Dieci punti per capire
- Redazione

- 18 mar
- Tempo di lettura: 18 min
Aggiornamento: 26 mar

L’attacco congiunto USA-Israele contro l’Iran, scattato il 28 febbraio 2026 con l'Operazione "Epic Fury", segna un punto di non ritorno per gli equilibri globali. Attraverso dieci punti chiave, si vogliono esplorare le conseguenze della morte dell'Ayatollah Khamenei e la legittimità della "guerra preventiva" nel diritto internazionale. Questo approfondimento analitico si sposta poi sulla complessa architettura istituzionale di Teheran, le spinte indipendentiste delle minoranze etniche e la rete d'influenza dell'Asse della Resistenza. Particolare rilievo è dato all'impatto economico sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz e alle diverse reazioni diplomatiche, dalla cautela dell'Unione Europea al sostegno strategico di Russia e Cina.
Una sintesi necessaria per decifrare la nuova realtà mediorientale.
28 febbraio 2026: l’attacco di USA e Israele all’Iran
(di Andrea Speziale)

L’Operazione Epic Fury degli USA (Roaring Lion per Tel Aviv) è stata presentata dal Presidente Trump come volta allo smantellamento del regime iraniano e del suo programma nucleare e missilistico. Il governo israeliano ha invece parlato di un attacco preventivo.
Già nelle prime ore della guerra i bombardamenti hanno colpito il palazzo presidenziale a Teheran, uccidendo l’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran dal 1989.
La risposta armata dell’Iran non si è fatta attendere e nel giro di poche ore dall’inizio dell’attacco sono stati colpiti Israele e altri Paesi mediorientali in cui erano presenti basi militari statunitensi. In particolare, sono stati attaccati, con missili e droni, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar, Kuwait, Oman e Iraq. Al di fuori della regione del Golfo Persico, sono stati lanciati attacchi anche contro le basi militari britanniche a Cipro, verso la Turchia (Paese NATO) e sul territorio dell’Azerbaigian (in quest’ultimo caso, l’Iran ha negato la responsabilità dell’attacco accusando invece Israele).
L’attacco di USA e Israele è arrivato al culmine di una escalation militare e diplomatica. Dopo i bombardamenti degli USA sui principali siti nucleari iraniani del 22 giugno 2025, i seguenti tentativi di giungere ad un accordo sul programma di arricchimento dell’uranio di Teheran, con la mediazione dell’Oman, non hanno portato a risultati concreti.
Nelle settimane immediatamente precedenti all’attacco gli USA hanno quindi incrementato la presenza militare nella regione del Golfo Persico in maniera significativa, convogliando nella zona anche la portaerei USS Ford.
La guerra preventiva: evoluzione o regressione del sistema internazionale?
(di Irene Piccolo)

Il 7 giugno 1981 Israele, ritenendo il regime iracheno molto vicino alla costruzione di una bomba atomica, attaccò il reattore nucleare Osiraq (Tammuz 1). Il Consiglio di Sicurezza (CdS, ris. 487) e l’Assemblea Generale (ris. 36/27) parlarono all’unisono di “chiara violazione” della Carta ONU e del diritto internazionale, definendo illegittimo qualunque attacco preventivo dettato dal timore di una minaccia nucleare.
Post 1989, una successione di guerre ha mutato l’ordine internazionale: Iraq (1991), ex Jugoslavia (1991-1995), Afghanistan (2001), Iraq (2003), Georgia (2008) e Ucraina (2022), passando per le c.d. Primavere Arabe (2010-11) e la parabola dello Stato islamico. Per legittimare alcune delle azioni compiute durante la “war on terror” o a tutela dei diritti umani (argomento tipico dei Paesi “occidentali”) e del principio di autodeterminazione dei popoli (più inflazionato nelle dottrine russe), gli Stati hanno elaborato diversi impianti teorici quali l’“intervento umanitario” (Kossovo, 1999) o la Responsabilità di proteggere (Libia, 2011).
Allo stesso modo, dopo l’11 settembre 2001, gli USA resero intercambiabili due opzioni strategiche storicamente differenti (la prevention - attacco che impedisce all'avversario, non attaccante, di divenire una minaccia - illegittima, e il pre-emptive strike - attacco nell'imminenza di un'aggressione pronta a cominciare - a volte considerabile legittimo), affermando al contempo la “cumulative events theory” secondo cui attacchi apparentemente separati possono essere interpretati come un’aggressione continuata nel tempo: i fatti dell'11 settembre andavano dunque considerati l'ultimo di una serie di atti precedenti compiuti contro Washington e giustificavano l’attacco contro l’Iraq (2003) le cui (presunte) armi di distruzione di massa avrebbero potuto essere impiegate in attacchi terroristici.
Tuttavia, il divieto di uso della forza armata (art. 2.4 Carta ONU) è un principio avente natura cogente - ossia posto a tutela di valori fondamentali e quindi inderogabile - e la legittima difesa, individuale o collettiva (art. 51), ne è una mera eccezione, ammessa a condizione che:
1) l’attacco armato, condotto da forze regolari attraversando un confine internazionale o da bande armate inviate sul territorio di un altro Stato, sia ancora in atto;
2) l’autodifesa sia (a) necessaria e proporzionata, (b) comunicata immediatamente al CdS e (c) cessi nel momento in cui quest’ultimo intraprende le misure necessarie al mantenimento della pace e sicurezza internazionali.
La legittima difesa preventiva estende forzatamente la norma per farvi rientrare anche le azioni compiute per respingere un attacco militare certo e imminente (ma non ancora in atto) o, in ambito terroristico, prevenirne uno ipotetico rivolgendosi anche a entità non statali (es. Al Qaida), in territorio estero e senza il previo consenso né dello Stato interessato (v. Afghanistan, 2001) né del CdS.
Ogni sistema giuridico, anche quello internazionale, ammette la legittima difesa, ma la sua attivazione varia in base al grado di maturità raggiunto dal sistema: se esso è primitivo, l’autodifesa viene esercitata direttamente dal suo titolare (lo Stato); se è progredito, interviene un meccanismo di garanzia centralizzato (come quello ex art. 51) che restringe in maniera inversamente proporzionale l’autotutela individuale. L’attuale tentativo di riabilitare la guerra come strumento di politica internazionale sta dunque facendo regredire inesorabilmente il sistema giuridico internazionale verso lo stadio primitivo dell’homo homini lupus.
Funzionamento delle istituzioni politiche dell'Iran
(di F. Adele Casale)

Repubblica islamica sancita dal referendum del 1979 dal 98% dei cittadini, l’Iran è un assetto istituzionale nel quale i poteri di emanazione divina e civile convivono in un sistema che rispecchia la natura ibrida della Rivoluzione del 1979. La Costituzione di ispirazione islamica sciita, emendata nel 1989, sancisce tre poteri indipendenti: legislativo, esecutivo,e giudiziario, detenuti da diversi organi e istituzioni, contemplati rispettivamente nei Capp. VI, IX, XI. Di fatto, negli ultimi anni, si assiste alla centralizzazione del potere da parte delle Guardie della Rivoluzione e della Guida Suprema (Rahbar), massima carica a vita. Conformemente alla Costituzione, egli è un esperto giurisperito del diritto islamico (Ayatollah) che gestisce direttamente il potere politico. In particolare si occupa di politica estera e di difesa e sicurezza, le cui forze includono l’Esercito, i volontari Basiji, che hanno assunto un ruolo di primo piano nella repressione delle proteste. Essi fanno parte del più ampio Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) composto dal personale più politicamente affidabile e religiosamente devoto. Conosciuti come Pasdaran, sono costantemente presenti nella gestione delle minacce interne ed esterne, collaborano con i Servizi Segreti (VEVAK).
L’8 marzo, la nuova Guida Suprema, Mojtaba Ali Khamenei è nominata dall’Assemblea degli Esperti (Maijlis –e Khebregan). I suoi ottantotto membri, preventivamente vagliati dal Consiglio dei Guardiani, sono eletti dal popolo con mandato di otto anni.
Il Presidente, attualmente il riformista Masoud Pezeshkian, è eletto per un massimo di due mandati ogni quattro anni. Egli nomina i membri del Governo, che devono essere confermati dall’Assemblea Consultiva islamica, ossia il Parlamento unicamerale (Majles-e showra-ye islami): Majles. Quest’ultimo conta 290 seggi eletti a scrutinio segreto dal popolo per quattro anni, includendo cinque seggi riservati alle minoranze (ebrei, zoroastriani, cristiani, assiro-caldei armeni).
Le deliberazioni e i verbali dell'Assemblea consultiva islamica, inclusi quelli delle sessioni a porte chiuse indette con particolari procedure nei periodi di emergenza, devono essere resi pubblici. A tali procedure partecipa anche il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione. Composto da sei teologi nominati dalla Guida Suprema e sei giuristi selezionati dal Parlamento, per sei anni (la metà dei due gruppi si rinnova dopo tre anni), è un organo di controllo con diritto di veto che supervisiona elezioni e votazioni, stabilisce se le leggi del Parlamento rispettano la Costituzione e i precetti islamici.
Infine, il Consiglio per il discernimento (Shohra-ye Masslehat), con mandato quinquennale, media le controversie tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani.
Sguardo interno all’Iran : contesto storico e tessuto sociopolitico
(di F. Adele Casale e Marisa Cocchiaro)

A maggioranza musulmana sciita, di lingua farsi, l'Iran è immerso in una regione perlopiù sunnita e arabofona.
Accanto alla componente predominante persiana, esiste una costellazione di gruppi etnico-religiosi con specifici background storicoculturali non sempre nettamente definibili. Azeri (16 %), curdi (10 %), luri (6 %), arabi (2 %), baluci (2 %), turkmeni (2 %) e tanti altri (1 %) sono parte dei 91 mln circa di iraniani che si muovono in un sistema complesso e multiforme, Nonostante la Costituzione inclusiva, seppur con limiti, il governo centrale perpetra massicce violazioni dei diritti umani nei confronti delle minoranze, percepite come minacce all’unità nazionale e agli interessi economici, con il benestare di Paesi come Arabia Saudita, EAU, USA, Israele. In particolare, Curdi, Baluci, Arabi, emergono come armati e separatisti, rivendicando la storica appartenenza territoriale precoloniale (nell’Impero Ottomano, durante la dinastia Qajar), fino al sec. XX. L’annessione all’Iran, le politiche di omogeneizzazione culturale condotte dai Pahlavi sin dal loro insediamento negli anni ‘20 sostenuti dalla Gran Bretagna, e poi dal regime della Rivoluzione a partire dal 1979, ne aumentano la militanza.
Il Movimento per la lotta araba per la liberazione degli Ahwaz (ASMLA). Ala armata separatista della componente araba Ahwaz, perlopiù musulmana, emerge negli anni ‘90. Il territorio di riferimento è l’attuale Khuzestan, regione costiera sudoccidentale del Golfo Persico, dove si concentra la produzione di petrolio e gas, dalle cui entrate le popolazioni locali sono escluse.
I curdi iraniani, macro gruppo multietnico prevalentemente sunnita, situato al confine con l’Iraq e con la Turchia, in Iran le sue frange armate rivendicano l’autonomia del Rojhelat. Dopo mesi di preparazione, il 22 febbraio 2026, cinque partiti annunciano la formazione della Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano. Hanno una storia di supporto esterno in funzione anti iraniana, ma non sono mai stati beneficiari di questo tipo di strategie. Gli Stati Uniti considerano la possibilità di armarli contro il sistema istituzionale iraniano.
I baluci costituiscono un gruppo clanico perlopiù sunnita tra Pakistan, Afghanistan e Iran, dove si concentrano nel sudorientale Sistan-Baluchistan. Sigle terroristiche di diversa origine includono gruppi separatisti, piccole organizzazioni sunnite, a volte da ricondurre ai movimenti terroristi internazionali e a gruppi settari minori. Negli anni hanno spesso attentato alle infrastrutture energetiche terrestri dell'Iran.
Inoltre, tradizionalisti apolitici, moderati, riformisti, trasformazionisti, conservatori si muovono su un continuum fluido di specificità politiche, religiose, generazionali, includendo i monarchici guidati dall’erede Reza Pahlavi, e diverse opinioni tra chi sostiene o meno la guerra o l’intervento USA.
Le sanzioni, le pressioni economiche e l’inflazione che colpiscono maggiormente le classi più povere, si uniscono alla progressiva rigidità del governo centrale giustificata monopolizzando la religione e strumentalizzando antisionismo e antimperialismo. Nel panorama civile sfaccettato e diviso, seppur nazionalista, le manifestazioni di gennaio, nate da un problema prettamente economico, si allargano a tutta la gamma dei motivi di malcontento emersi negli ultimi anni, mescolandosi anche al Movimento “Donne, Vita, Libertà” in un cocktail esplosivo.
Sguardo esterno all’Iran: dimensione regionale del conflitto
(di Danilo Trippetta e Marisa Cocchiaro)

La dimensione regionale del conflitto supera le ostilità tra Teheran e Tel Aviv, essendo inserita in dinamiche geopolitiche radicate nelle espansioni imperiali ottocentesche. Ad oggi, la regione mantiene una posizione periferica nel sistema internazionale, integrandosi nell’economia globale in cambio dello sfruttamento delle proprie risorse energetiche.
In questo contesto, la Repubblica Islamica ha costruito un sistema di influenza regionale attraverso l’Asse della Resistenza, un’alleanza geopolitica informale associata alla cosiddetta mezzaluna sciita, area geografica a maggioranza sciita e che si estende dall'Iran, allo Yemen, fino al Mediterraneo passando attraverso Iraq, Siria e Libano. Questa rete di influenza comprende attori statuali e non tra cui Hezbollah (Libano), Popular Mobilisation Forces (Iraq), Hamas (Gaza) e Houthi (Yemen). Questi gruppi operano spesso da estensione della sua politica estera, sostenendo il suo confronto geopolitico contro i principali rivali, in particolare Israele e gli Stati del Golfo. La rivalità strategica tra Teheran e Riad aggiunge un ulteriore livello di complessità a questi conflitti, legandosi inevitabilmente alla competizione delle principali potenze esterne con interessi sul territorio (USA, Russia e Cina in primis). Inoltre, i Paesi confinanti con l’Iran si trovano esposti non solo a ricadute militari dirette, ma anche a pressioni ibride e possibili dinamiche di spillover del conflitto. La presenza di milizie e gruppi armati transfrontalieri aumenta il rischio di escalation indirette, rendendo i confini iraniani potenziali spazi di competizione strategica, dove attori regionali e internazionali potrebbero sfruttare reti locali per esercitare pressione su Teheran. Le tensioni sono quindi una combinazione di fattori strutturali radicati nell’età coloniale, orientamenti ideologici, ma anche competizione tra potenze regionali e lotte per il controllo territoriale.
L’escalation attuale ha già coinvolto direttamente numerosi Stati del Golfo, con missili e droni lanciati dall’Iran che hanno colpito Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain e Kuwait. I target includono ambasciate e basi militari degli Stati Uniti e dei loro alleati, ma anche raffinerie e infrastrutture energetiche. In risposta, queste nazioni hanno rafforzato la cooperazione difensiva, delineando un blocco regionale allineato agli interessi occidentali contro le offensive iraniane. Tuttavia, la posizione di molti di questi Paesi evidenzia anche una significativa ambivalenza geopolitica. Solo pochi mesi fa, infatti, diversi governi avevano assunto posizioni fortemente critiche nei confronti di Israele per il conflitto a Gaza e per l’attacco contro l’Iran di Giugno 2025. Teheran ha successivamente presentato scuse formali ai Paesi vicini, mentre le componenti più intransigenti del regime hanno ribadito che la cessazione del conflitto avverrà esclusivamente secondo le tempistiche stabilite dall’Iran, delineando una strategia di pressione volta sia a dissuadere gli Stati Uniti da un ulteriore coinvolgimento, sia a consolidare un nucleo regionale di influenza.
Quali “sensazioni” hanno indotto Trump ad attaccare?
(di Federico Pani)

Quattro fattori hanno indotto Trump ad agire diversamente dai suoi sette predecessori i quali, sebbene molte volte e costantemente avevano simulato un invasione dell'Iran, si erano astenuti dall'opzione militare (con l’eccezione del fallito tentativo di Jimmy Carter di schierare la Delta Force): che la guerra potesse essere a basso costo; il day after in Venezuela, che aveva infuso un senso di onnipotenza militare; i disordini in Iran, a cavallo del 2025, che sembravano potessero fare da apripista a un cambio di regime; la "sensazione”, come ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, che l'Iran si stesse preparando ad attaccare gli Stati Uniti. Nel complesso il Capo della Casa Bianca è entrato in guerra con obiettivi poco chiari. Non solo per l’intelligence Usa non è mai esistito un possibile piano di attacco preventivo da parte dell'Iran ma anche lo scenario ideale del tycoon, il regime change, è un'ipotesi che gli stessi servizi segreti si sentono di escludere categoricamente. Allo stato attuale, Trump non ha raggiunto punti di svolta tali da poter dire credibilmente «missione compiuta». Con Mojtaba Khamenei, designato come successore della defunta Guida Suprema, la Casa Bianca potrebbe mantenere una strategia di pressione simile a quella pre-conflitto, inclusa la continua applicazione di sanzioni. Lo scenario di una distensione nei rapporti, come alcuni ipotizzavano, che sarebbe coincisa con una fase riformista di Mojtaba, sembra essere allo stato attuale improbabile, anche tenendo conto del primo messaggio del nuovo Ayatollah che ha delineato una linea politica di scontro totale, promettendo una "guerra permanente" contro Washington.
La strategia di pressione americana potrebbe includere anche l'assistenza ai separatisti come le milizie curde nell'Iran occidentale; Trump potrebbe essere propenso a sostenere i gruppi armati per attaccare le forze di sicurezza iraniane nella parte occidentale del Paese. Diverso il discorso con i baluci del Fronte di Resistenza Popolare, recentemente sorto per agglomerazione tra il gruppo militante separatista Jaish al-Adl e gruppi baluci più piccoli: appare improbabile che la coalizione, a differenza di quella curda, possa ricevere il sostegno della Casa Bianca in quanto Jaish al-Adl, milizia leader della fusione, è definita terroristica dal 2019.
Una pressione prolungata potrebbe indebolire l'autorità centrale a tal punto da consentire a militanti etnici non statali di emergere in forme più organizzate e fungere da alternativa agli "stivali sul terreno" statunitensi, eventualità quest'ultima che Trump ha già escluso. Anche se la frammentazione territoriale o "balcanizzazione" rimane improbabile, il rischio per l'Iran potrebbe essere quello di convivere in uno stato di tensione, specie transfrontaliere, tra le forze nazionali e gli insorti. Se Trump sperava di ripetere il successo militare in Venezuela, si è evidentemente sbagliato. Teheran ha retto l’attacco militare, e anzi ha mostrato di essere preparato a un conflitto di lunga durata.
Il programma nucleare iraniano
(di Andrea Speziale)

Le origini del programma nucleare iraniano possono essere fatte risalire già agli anni ’50, quando l’allora governo dello Scià Reza Pahlavi fece entrare il Paese nel programma statunitense Atoms for Peace. Nel 1968 l’Iran aderì anche al Trattato di Non-Proliferazione (NPT), che entrò in vigore nel 1970 e che consente il nucleare per il solo uso civile.
Con la Rivoluzione del 1979 e l’arrivo al potere dell’Ayatollah Khomeini lo sviluppo del programma ha subito una battuta d’arresto, in quanto considerato immorale. La situazione è mutata nuovamente con la guerra tra Iran e Iraq (1980-1988). Da un lato c’era l’Iraq allora guidato da Saddam Hussein (l’Iran temeva che questo stesse sviluppando un suo programma nucleare, dunque l’arma atomica era necessaria anche a Teheran) e dall’altro l’inasprimento dei rapporti con Washington, che nel 1984 ha inserito l’Iran nella lista degli Stati che sostengono il terrorismo.
All’inizio degli anni ’90 Teheran stava ricostruendo la propria infrastruttura nucleare, grazie soprattutto all’aiuto della Russia e di Abdul Qadeer Khan, padre del programma pakistano e al centro di una rete internazionale di traffici legati alla proliferazione di tecnologia nucleare.
Nel 2002, l’organizzazione dissidente iraniana nota come Mojahedin-e-Khalq (MEK) ha rivelato l’esistenza di un programma nucleare militare segreto, portato avanti con la copertura dell’impiego civile. Le informazioni del MEK sono quindi state confermate dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA). Nel 2006 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha imposto sanzioni all’Iran dopo il rifiuto di questo di sospendere il programma di arricchimento dell’uranio.
Dai primi anni Duemila sono inoltre iniziati i negoziati tra i membri del Consiglio di Sicurezza ONU con l’aggiunta di Germania e Unione Europea (i cosiddetti P5+1) e l’Iran. Nel 2013 le trattative, dopo molti mesi di negoziati serrati, hanno raggiunto un primo punto di svolta con la stipula del Joint Plan of Action (JPOA, entrato in vigore a gennaio 2014) con cui l’Iran ha sostanzialmente arrestato l’arricchimento dell’uranio oltre la soglia del 20% in cambio della riduzione delle sanzioni. Infine, a luglio 2015 si è arrivati all’accordo definitivo, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), siglato dai P5+1 e dall’Iran. Il JCPOA consisteva essenzialmente in una serie di restrizioni che impedivano de facto a Teheran il raggiungimento dell’arma atomica (la rinuncia all’uranio arricchito al 20% e una riduzione quasi totale di quello arricchito al 3,5%, dismissione di migliaia di centrifughe e ulteriori restrizioni su tecnologie e impianti) in cambio di una significativa riduzione delle sanzioni economiche. È importante sottolineare che il JCPOA riguardava esclusivamente il programma nucleare e non quello missilistico, come richiesto dall’Iran (con il sostegno di Cina e Russia).
Nel 2018, durante il suo primo mandato, il Presidente Trump ha unilateralmente ritirato gli Stati Uniti dal JCPOA (siglato dal suo predecessore Obama), ripristinando anche le sanzioni verso l’Iran e innescando una nuova stagione di ostilità tra i due Paesi, con Teheran che ha ricominciato ad arricchire l’uranio e a limitare le ispezioni dell’IAEA.
In seguito all’attacco statunitense del giugno 2025 (nel contesto della Guerra dei 12 giorni tra Iran e Israele), Trump ha dichiarato che le capacità del Paese mediorientale di arrivare alla produzione di armi atomiche era stata annullata. Francia, Regno Unito e Germania hanno quindi attivato un meccanismo (snapback) per ritornare alle sanzioni contro Teheran e a ottobre 2025 Iran, Russia e Cina hanno dichiarato che il JCPOA era da ritenersi nullo.
È quindi sulla scia di questo lungo e articolato contesto storico che si è arrivati all’attuale guerra in corso in Medio Oriente, in cui il programma nucleare iraniano è uno dei punti focali.
Infine, si rende necessario rammentare brevemente che l’uranio necessita di essere arricchito al 90% per poter essere impiegato in ambito militare e produrre l’arma atomica. In un Report dell’IAEA (maggio 2025) indicava che l’Iran avesse 408,6kg di uranio arricchito oltre il 60%, mentre a giugno 2025 la quantità era stimata in 440.9kg. Una quantità simile di uranio altamente arricchito (oltre il 90%) sarebbe teoricamente sufficiente a produrre circa dieci bombe atomiche.
L’importanza dello Stretto di Hormuz
(di Ludovico Semerari)

Lo Stretto di Hormuz è un braccio di mare che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e, attraverso quest’ultimo, all’Oceano Indiano. Nel suo punto più stretto è largo poco più di trenta chilometri e rappresenta uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo.
Secondo l’International Energy Agency (IEA), nel 2025 attraverso Hormuz sono transitati in media circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti petroliferi, pari a circa il 25% del commercio marittimo mondiale. Circa l’80% di questi flussi è diretto verso i mercati asiatici con India e Cina che assorbono poco meno della metà (il 44%). Per quanto riguarda il gas naturale invece, sempre secondo dati IEA, dallo stretto, nel 2025, è passato il 93% del gas naturale liquefatto (GNL) esportato dal Qatar, che, sommato con quello prodotto dagli Emirati Arabi Uniti rappresentano il 19% del commercio mondiale di GNL.
In questo contesto risulta evidente come una chiusura parziale o temporanea dello Stretto di Hormuz possa avere effetti molto rilevanti sull’economia mondiale, dato il ruolo centrale che questo passaggio svolge nei flussi energetici globali. I problemi legati a un’interruzione dei flussi di petrolio attraverso Hormuz sono sostanzialmente due. Il primo riguarda l’effetto generale sui mercati globali dovuto all’aumento congiunto dei prezzi dell’energia e dei costi di trasporto che può generare spinte inflazionistiche su molti beni a partire dai prodotti alimentari. Il secondo riguarda l’impatto specifico sui Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni provenienti dall’area. In questo caso il rischio legato al mancato approvvigionamento può portare al blocco di intere filiere industriali, come dimostra il caso della Chandra Asri, un’azienda chimica indonesiana, che ha fermato la produzione a seguito delle interruzioni delle forniture.
Nel conflitto attuale uno degli aspetti decisivi, in relazione al passaggio delle merci attraverso lo stretto, riguarda la valutazione del rischio marittimo e gli effetti che questo ha sul costo delle assicurazioni navali. Con l’inizio del conflitto le compagnie di assicurazione hanno cancellato o modificato le coperture war risk nell’area, costringendo gli armatori a rinegoziare le polizze a condizioni molto più onerose. Questo ha reso la rotta economicamente e operativamente insostenibile e la principale conseguenza è stata una “chiusura di fatto” dello stretto per via finanziaria.
In questo contesto va evidenziato come la percezione del rischio possa muovere il prezzo di gas e petrolio quasi quanto un blocco materiale. Per turbare il traffico marittimo è stato sufficiente creare un’atmosfera di rischio attraverso la minaccia dell’uso della forza o mettendo in atto una serie di azioni saltuarie a scopo principalmente dimostrativo. D’altronde molte delle operazioni attuate dai belligeranti nello Stretto di Hormuz sembrerebbero mirare più a influenzare aspettative e prezzi sui mercati internazionali che a realizzare una chiusura/apertura totale dello stretto con operazioni navali su vasta scala.
Posture regionali e internazionali
(di Isabella De Sinno)

La morte di Khamenei rappresenta un turning point che mette in discussione il progetto geopolitico che Russia e Cina stanno costruendo. I due Paesi hanno protestato contro l’attacco perché “l’Iran è un alleato utile nel fornire petrolio e droni per usare contro l'Occidente". In altre parole, non è il regime di Khamenei in sé a interessare Mosca e Pechino, ma la funzione strategica che l'Iran svolge nella nuova architettura geopolitica. Per la Russia, l'Iran rappresenta la principale leva per mantenere un ruolo rilevante nel Medio Oriente. La cooperazione militare e energetica con Teheran, inclusi gli accordi per la fornitura di droni Shahed nel 2022 per quasi 2 miliardi di dollari, è vitale per la strategia di Mosca nel conflitto ucraino. Per la Cina, l'Iran è un elemento fondamentale della Belt and Road Initiative e della sua strategia di sicurezza energetica. Attraverso l'accordo strategico ventennale firmato nel 2021, Pechino ha integrato profondamente l'Iran nella sua sfera economica. Ciò significa che qualsiasi instabilità iraniana potrebbe compromettere gli investimenti cinesi nella regione. Solo un mese fa, il 2 febbraio 2026, Iran, Cina e Russia hanno firmato un patto strategico trilaterale che formalizza il coordinamento politico, economico e di sicurezza. Questo accordo non è un'alleanza militare ma un’intesa di coordinamento diplomatico, che forniva all’Iran un “ombrello politico” attraverso il veto di Cina e Russia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ora, la solidità di questo patto è messa in discussione: la sua utilità dipenderà dal fatto che il nuovo successore mantenga la stessa lealtà all’asse russo-cinese. Un quadro diverso emerge dalle posizioni occidentali. Canada e Australia hanno sorprendentemente offerto il sostegno più esplicito agli attacchi USA-Israele. Il Primo Ministro canadese Carney ha dichiarato che "il governo canadese sostiene fermamente gli Stati Uniti nel prevenire che l'Iran ottenga armi nucleari”, e l'australiano Albanese ha appoggiato la posizione canadese notando come per decenni il regime iraniano sia stato una forza destabilizzante attraverso i suoi programmi missilistici nucleari e il sostegno ai proxy armati. Tuttavia, Carney ha successivamente riconosciuto che il supporto agli USA “arriva con rammarico”, sottolineando che gli attacchi appaiono incoerenti con il diritto internazionale e rappresentano un fallimento dell'ordine mondiale. Una settimana dopo, i due leader hanno pubblicamente chiesto una de-escalation del conflitto, mostrando una postura più cauta rispetto all'entusiasmo pro-USA iniziale. Il contrasto è stridente: mentre Russia e Cina proteggono interessi geopolitici pragmatici, i Paesi occidentali navigano tra l’appoggio allo storico alleato Statunitense e una crescente consapevolezza dei limiti legali e diplomatici delle azioni USA-Israele.
Relazioni UE - Iran
(di Vittoria Paterno)

Nel contesto della crisi iraniana e della più ampia escalation regionale, la posizione dell’Unione europea si colloca entro il quadro delineato dagli artt. 2, 3(5) e 21 TUE, che richiedono coerenza tra valori fondativi e azione esterna.
Di fronte al rischio crescente di destabilizzazione regionale, l’UE ha reagito prevalentemente sul piano diplomatico e mediante strumenti di pressione giuridica ed economica. Il 1° marzo 2026 l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, a nome dell’Unione europea, ha invitato tutte le parti coinvolte alla “massima moderazione” e al rispetto del diritto internazionale, sottolineando i rischi di un’ulteriore escalation e le possibili ripercussioni sulla sicurezza energetica globale, in particolare in relazione alla stabilità dello stretto di Hormuz.
Sul piano degli strumenti giuridici, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri ha ribadito che l’UE continuerà a fare ricorso ai regimi sanzionatori già previsti dal proprio ordinamento per reagire alle violazioni dei diritti umani e alle attività destabilizzanti attribuite all’Iran, incluse quelle connesse al programma missilistico e al sostegno a gruppi armati nella regione.
In questo quadro si inserisce anche la decisione del Consiglio del 19 febbraio 2026 di inserire l’Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) nella lista dell’Unione europea delle organizzazioni terroristiche, dando seguito alla richiesta formulata dal Parlamento europeo nella risoluzione del 19 gennaio 2023 sulla repressione delle proteste in Iran.
La peculiarità della designazione risiede nel fatto che le condotte attribuite all’IRGC non risultano dirette contro un altro Stato o un’organizzazione internazionale, ma contro la popolazione civile all’interno del territorio nazionale, e sono poste in essere da un organismo militare inserito nella stessa struttura statale.
Si osserva tuttavia che il Consiglio, nella decisione di designazione, non ha specificato in modo puntuale le condotte imputate all’IRGC che giustificano tale qualificazione, limitandosi a un generico rinvio ai criteri previsti dalla Posizione comune 2001/931/PESC.
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