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Venezuela - Dieci punti per capire la crisi

Aggiornamento: 25 gen


Forse la rimozione di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi segna un punto di non ritorno per l'intero emisfero occidentale. Di sicuro tale vicenda ha aperto diversi fronti di riflessione: sull'azione statunitense e le basi legali su cui poggia o meno; sugli interessi in gioco; sul vuoto di potere, la nomina di Delcy Rodríguez come presidente ad interim e il ruolo che Washington assumerà nella gestione della transizione.

Dieci punti per provare a comprendere se l'uscita di scena di Maduro rappresenti una reale svolta democratica o l'apertura di una nuova fase di incertezza per il Venezuela.


1. Operation Absolute Resolve: cos'è successo?

(di Maria Casolin)


Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco militare contro obiettivi strategici in Venezuela, segnando una brusca escalation nelle già tese relazioni tra Washington e il governo di Nicolás Maduro. L’operazione, denominata Absolute Resolve, ha colpito Caracas con una serie di esplosioni mirate a infrastrutture militari e di sicurezza come Fuerte Tiuna e La Carlota, causando la morte di almeno 55 persone, di cui 21 erano militari venezuelani, 2 civili e 32 cubani presenti “in rappresentanza delle Forze Armate Rivoluzionarie”. Nel corso del blitz, le forze speciali statunitensi hanno catturato Maduro e sua moglie Cilia Flores a seguito di un loro tentativo di fuga, trasferendoli successivamente negli Stati Uniti per affrontare le accuse di cospirazione per narcoterrorismo e di possesso di mitragliatrici e ordigni distruttivi.

L’intervento è stato giustificato dall’amministrazione Trump come un’azione necessaria per contrastare il narcotraffico e ristabilire la democrazia nel Paese, richiamando esplicitamente la Dottrina Monroe e rivendicando un ruolo diretto degli USA nella gestione della transizione politica venezuelana. Washington ha inoltre dichiarato di voler garantire la sicurezza delle vaste riserve petrolifere del Paese, elemento che ha alimentato ulteriori critiche internazionali.

Durante il processo a New York, Maduro si è dichiarato non colpevole rispetto alle accuse rivolte, affermando di essere una persona “decente” e di continuare a rappresentare la presidenza del Venezuela. Anche la moglie ha confermato la propria innocenza, richiedendo inoltre un contatto con il proprio consolato negli Stati Uniti. L’avvocato della coppia, Pollack - che è stato in precedenza fondamentale per la liberazione di Assange -, ha ricordato che Maduro e la moglie hanno diritto a una serie di azioni legali di fronte a questo “sequestro militare”, che l’ONU ha definito come “pericoloso precedente” per la stabilità internazionale. 



2. Il “Corollario Trump" alla Dottrina Monroe: quali conseguenze? 

(di Federico Pani)


La Strategia per la Sicurezza Nazionale di Trump ha codificato l'emisfero occidentale come priorità fondamentale per la sicurezza e dominio esclusivo degli Stati Uniti. L'uso della forza per deporre Maduro sancirà il dominio statunitense nella regione o aprirà la strada a nuove alleanze tra gli attori locali e la Cina? Oppure coinvolgerà gli Stati Uniti in una Endless Wars sulla cui critica lo stesso Trump aveva costruito buona parte delle sue fortune politiche, alienandosi, su questo punto, il sostegno della base MAGA?

Se da un lato Cuba e Colombia potrebbero subire un'intensa pressione economica e retorica da parte degli Stati Uniti, dall'altro l'invocazione della Dottrina Monroe potrà causare resistenze nella prospettiva di un ritorno all'imperialismo statunitense. Alcuni attori regionali potrebbero così essere indotti a intensificare l'alleanza con la Cina, già principale partner commerciale di molti governi e che recentemente si è detta inoltre pronta a livello politico a “contrastare l'egemonia e le politiche di potenza”.

Al tempo stesso l'amministrazione Trump sembra non avere un "Day After" ben congegnato: la transizione potrebbe essere una fase non esente da rischi tale da dover aprire alla prospettiva di un secondo intervento militare, possibilità che anche lo stesso Trump non ha comunque ancora escluso.

A livello interno, se i democratici hanno messo in dubbio la legalità dell'azione della Casa Bianca, definendola “sconsiderata" senza l'autorizzazione del Congresso, il tycoon dovrà placare anche i malumori interni visto come sostenitori del MAGA lo accusano di aver tradito la retorica "America First" e la promessa dello stesso Trump, ovvero “The Endless Wars Must End”.

Anche in ottica midterm per Trump l'azione in Venezuela è anche un modo per entusiasmare una parte importante del proprio elettorato, costituita da esuli venezuelani e cubani della Florida, contrariati dalle misure della sua stretta alla migrazione, che non risparmiava i connazionali, prima detentori di condizioni speciali a causa dei regimi nei due Paesi.




3. Aggressione di uno Stato sovrano o operazione di polizia? Cosa dice il diritto internazionale

(di Marco D'Amato)


L'amministrazione Trump ha presentato Absolute Resolve  non come un atto di guerra, ma come un'operazione di law enforcement su vasta scala, in quanto Maduro è formalmente accusato di narcoterrorismo e cospirazione per l'importazione di cocaina. Per gli USA, che non hanno riconosciuto le ultime elezioni, Maduro non è un capo di Stato legittimo, ma il leader di un'organizzazione criminale (il Cártel de los Soles), e il suo arresto, anche se su suolo straniero, è un atto necessario per la sicurezza nazionale e la protezione dei cittadini americani dal traffico di droga. 

Diversamente, la maggioranza degli esperti e delle organizzazioni internazionali propendono per inquadrare tale operazione come un’aggressione militare illegittima. I punti critici riscontrati sono la violazione della sovranità del Venezuela attraverso l'uso di veicoli militari, forze speciali e attacchi aerei in violazione dell’articolo 2, par. 4 della Carta delle Nazioni Unite, che vieta l'uso della forza contro l'integrità territoriale di altri Stati e l’utilizzo della motivazione della legittima difesa va in contrasto con l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, in quanto è previsto in risposta ad un attacco armato che "abbia luogo contro un Membro delle Nazioni Unite".

Ulteriori elementi in contrasto con il diritto internazionale riguardano anche l’immunità prevista dal diritto consuetudinario verso i capi di Stato in carica. Immunità personale (ratione personae), che è assoluta e spetta ai capi di Stato, di governo e ai ministri degli esteri per tutto il periodo in carica e immunità funzionale (ratione materiae), che copre tutti gli atti compiuti nell’esercizio delle funzioni ufficiali, che non vengono imputati all’individuo come tale, ma allo Stato nel suo complesso inclusi gli atti di natura criminale con l’eccezione dei c.d. crimini internazionali.

Infine, l'azione unilaterale di uno Stato che arresta un Capo di Stato straniero per reati comuni (come, ad esempio, il narcotraffico) rappresenta, oltre che una violazione dell'immunità personale e funzionale, anche una violazione del principio par in parem non habet iudicium (tra pari non ci si giudica).



4. Tra petrolio, rotte marittime e potenze rivali: l’importanza geopolitica del Venezuela

(di Maria Casolin)


Il Venezuela occupa una posizione centrale negli equilibri geopolitici dell’emisfero occidentale, combinando fattori geografici, energetici e politico-strategici che ne fanno un attore chiave ben oltre la sua crisi interna. La sua collocazione nel cuore dei Caraibi, affacciata sulle principali rotte marittime che collegano il Golfo del Messico all’Atlantico, conferisce al Paese un valore logistico rilevante per il controllo dei traffici commerciali e per la proiezione navale degli Stati Uniti nella regione. Non a caso, parte della flotta statunitense è stata dispiegata negli ultimi anni nelle acque antistanti il Paese per controllare - e in alcuni casi colpire - imbarcazioni venezuelane accusate di trasportare droga.

Sul piano delle risorse, il Venezuela detiene il maggior numero di riserve petrolifere al mondo con oltre 303 miliardi di barili - circa un quinto del totale globale -, un elemento che storicamente ha condizionato i rapporti con Washington e che continua a rappresentare il principale motivo di interesse internazionale. La ricchezza energetica venezuelana è tornata al centro della competizione globale, soprattutto in un contesto di crescente domanda di idrocarburi. Oltre al petrolio, il Paese dispone di risorse minerarie strategiche, tra cui oro e coltan, che ampliano ulteriormente il suo peso geoeconomico.

Infine, il sistema di alleanze costruito da Caracas negli ultimi decenni - con Russia, Cina e Cuba come partner principali - ha trasformato il Venezuela in un nodo della competizione tra potenze: questi legami hanno fornito sostegno politico, economico e militare al governo bolivariano, contribuendo a internazionalizzare la crisi e a renderla un terreno di confronto diretto tra Washington e i suoi rivali globali.



5. Una crisi profonda e sfaccettata

 (di Stefano Fraccaroli)


Il Venezuela attraversa da oltre un decennio una crisi politica ed economica, alimentata da fattori esogeni ed endogeni, con gravi riflessi sul tessuto sociale.

Sul versante politico il paese è storicamente polarizzato, lacerato tra due narrazioni inconciliabili. Da un lato i sostenitori della rivoluzione bolivariana, dall’altro un’élite conservatrice filostatunitense, scalzata da Hugo Chavez nel 1999. Il deterioramento economico negli anni di Maduro ha esacerbato il malcontento sociale, spingendo il regime verso una deriva sempre più autoritaria. Da qui un ricorso sistematico alla violenza come strumento di controllo politico, perpetrata tanto dalle forze di sicurezza quanto dai gruppi paramilitari (colectivos). Violenza che è aumentata in particolar modo in occasione delle tornate elettorali del 2019 e del 2024, contestate dalle missioni Onu.    Sul versante economico il paese ha subito, dal 2013 al 2021, una contrazione del Pil di circa il 75%. Ciò si deve, in primis, al crollo della produzione di petrolio, da cui è strettamente dipendente. Pur possedendo le maggiori riserve petrolifere al mondo, il Venezuela è passato da produrre circa 2,5 milioni di barili al giorno nel 2015 a poco più di 1 milione. Alla base si sommano gli scarsi investimenti nelle infrastrutture e le pesanti sanzioni impartite dagli Stati Uniti dal 2015, fino ad allora primo acquirente di greggio venezuelano. Sempre sul versante economico, l’iperinflazione, durata dal 2017 al 2021, ha pesato sul quadro economico nazionale, seminando incertezza e polverizzando i risparmi privati e arrivando secondo alcune stime all’aumento del 700% annuo. Nonostante i timidi segnali di ripresa degli ultimi anni, certificati, tra gli altri, da una crescita del Pil annuo del 5,8% nel 2025, il Venezuela rimane un paese estremamente fragile. La povertà multidimensionale tocca circa 20 dei 28 milioni di venezuelani, mentre il salario medio arriva a poco più di 160 dollari mensili, il più basso dell’America Latina solo dopo Cuba e considerati i prezzi reali ben lontano dal soddisfare i bisogni fondamentali di una famiglia.



6. Il regime chavista di Maduro tra leadership e opposizione

 (di Eleonora Montani)


Nicolás Maduro Moros, esponente di spicco del chavismo, dopo le elezioni celebratesi alla morte del Comandante, fu proclamato Presidente nel 2013. 

La tornata elettorale che portò alla sua riconferma nel 2018, screditata a livello internazionale, condusse all’autoproclamazione di Juan Guaidó, già Presidente dell’Asamblea Nacional, come Presidente ad interim, riconosciuto da Stati Uniti, Canada e diversi governi latinoamericani.

Furono le Presidenziali del luglio 2024, che videro opporsi Maduro e Edmundo González Urrutia, entrambi dichiaratisi vincitori, a scatenare nuovamente una dura repressione del regime contro l’opposizione e ad isolare ancora di più il Venezuela. González si era candidato per la piattaforma unitaria dell’opposizione a Maduro al posto di María Corina Machado, che era stata inabilitata dalla Contraloria per accuse di evasione fiscale e corruzione, e dal settembre 2024 è fuggito in Spagna chiedendo asilo a causa delle minacce di arresto e violenze da parte del governo Maduro.

Machado, Premio Nobel per la Pace 2025 per il suo “instancabile lavoro per la promozione dei diritti democratici del popolo venezuelano”, in una lettera ufficiale diffusa in seguito all'attacco USA del 3 gennaio ha esortato i venezuelani in patria e all’estero a prepararsi ad intraprendere le azioni necessarie per sostenere la transizione democratica e si è detta  pronta a tornare nel Paese (che ha lasciato per ragioni di sicurezza personale) ma ha precisato di non aver comunicato con Trump né immediatamente prima né dopo l’estrazione di Maduro dal Paese.

Tuttavia, Trump ha affermato che Machado "non gode di sufficiente sostegno per guidare la transizione”, mettendo in discussione la presunta fine del chavismo, soprattutto dopo il giuramento di Delcy Rodríguez. Avviatasi alla politica con Chávez, Vice di Maduro, in un primo discorso ufficiale ha tuonato contro gli Stati Uniti accusandoli di una “flagrante violazione del diritto internazionale” e riconoscendo Maduro come unico Presidente del Venezuela, mentre in un secondo momento ha fatto appello alla cooperazione con Washington.

Il chavismo madurista, complici recessione economica e perdita di sostegno alla “causa bolivariana”, ha avuto la capacità di mantenersi saldo facendo leva sui fattori stessi della crisi. Ciò si è reso possibile per diverse ragioni: la forte coesione interna al Partito di governo (PSUV), di cui è esempio il rivale ma ineludibile sostenitore del leader Diosdado Cabello, membro del PSUV e Ministro degli Interni, l’allineamento Esercito-Regime, aspetto centrale nella politica sudamericana, rispecchiato dalla figura di Vladimir Padrino López, generale e Ministro della Difesa, e il controllo sociopolitico.



7. La reazione di Caracas

 (di Carmen Forlenza)

All’indomani dell’attacco statunitense, in una Caracas priva di elettricità in molte zone a causa delle esplosioni, Il vuoto di potere causato dal rapimento di Maduro ha portato la Corte Suprema del Venezuela a nominare la vice presidente, Delcy Rodriguez, presidente ad interim per garantire la continuità amministrativa e la difesa della nazione. Lunedì 5 gennaio, al giuramento di fronte all’Assemblea Nazionale, presieduta dal fratello Jorge, Rodríguez ha precisato che Maduro continua ad essere l’unico presidente legittimo.

Il ministro degli interni Diosdado Cabello aveva dalle sue pagine social lasciato subito un messaggio chiaro: “Salveremo Nicolas, pero se succede qualcosa a uno di noi, dobbiamo continuare, alzare la bandiera per la pace, per l’indipendenza, per la sovranità e la vita”, chiarendo la natura non monolitica né personalistica del blocco al governo e richiamando la popolazione alla calma e a non fare il gioco dell’imperialismo che gli Stati Uniti incarnano.

Manifestazioni di gioia per l’eliminazione di Maduro si sono moltiplicate tra i venezuelani residenti all’estero e Maria Corina Machado, figura di spicco dell’opposizione in esilio, dal suo profilo su X ha invitato chi ha votato Edmundo González alle ultime elezioni del 2024, truccate da Maduro, a rimanere attenti, attivi e organizzati per mettersi al servizio della transizione che farà seguito al suo arresto.

I cittadini venezuelani in patria però sembrano non abbandonarsi ancora né ai festeggiamenti per l’arresto di Maduro né alla speranza per un serio rinnovamento, perché sfiancati da diversi tentativi falliti di distruggere il regime. Infatti nel Paese, che si trova attualmente in stato di emergenza, (Estado de Conmoción Exterior) sono stati già documentate ulteriori casi di violenze e aggressioni, con l’arresto di  14 giornalisti a Caracas lunedì,  e una decina di arresti di cittadini che si rallegravano per la cattura del presidente in diverse regioni del Paese, oltre alla presenza continua di uomini armati incappucciati che pattugliano le strade della capitale, esigendo ai passanti di visionare i loro stati di Whatsapp per valutarne la posizione rispetto agli eventi.



8. Le Reazioni dal Mondo: chi sostiene l’operazione USA e chi la condanna

(di Marco D'Amato)

In America Latina Milei (Argentina) ha celebrato la cattura di Maduro con messaggi pubblici espliciti, definendo l'azione come un passo decisivo contro il narcoterrorismo e l'oppressione e guidando un blocco all'interno della CELAC per impedire l'adozione di una risoluzione di condanna. Noboa (Ecuador) ha celebrato il crollo delle strutture narco-chaviste definendo l'intervento un atto necessario di igiene democratica e sicurezza regionale, mentre Bukele (El Salvador) ha difeso la rimozione di Maduro suggerendo che il risultato finale giustificasse ampiamente i mezzi impiegati.

Petro (Colombia) e Lula (Brasile) hanno parlato di violazione della sovranità e del rischio di appropriazione delle risorse naturali da parte degli USA. Il primo ha chiesto l'intervento immediato del Consiglio di Sicurezza ONU, e denunciato le minacce rivolte da Trump contro la sua stessa presidenza. la Presidente Sheinbaum ha condannato fermamente l'azione temendo futuri pretesti per interventi simili in Messico. Cuba, ha parlato di terrorismo di Stato e ha denunciato l'uccisione di propri cittadini, che erano parte della scorta di Maduro, durante quella che ha definito una brutale aggressione contro "Nuestra América".

Pechino si è detta "profondamente scioccata" e ha esortato gli Stati Uniti a rispettare la sovranità delle nazioni e risolvere le dispute attraverso il dialogo, vedendo nell'operazione una minaccia diretta alla stabilità degli investimenti energetici cinesi nel Paese. Il Ministero degli Esteri russo ha espresso piena solidarietà al popolo venezuelano e ha definito l'attacco un atto di pirateria internazionale. Teheran ha descritto l'azione come un "esempio da manuale di aggressione". 

In Europa, Meloni (Italia) ha descritto l'intervento come legittimo se inteso come difesa contro il narcoterrorismo. Mitsotakis (Grecia) ha salutato la nuova speranza per il Venezuela senza commentare la legalità dell'azione. Sánchez (Spagna) ha condannato la violazione del diritto internazionale mentre Fico (Slovacchia) ha parlato di “avventura americana” come una pericolosa violazione del diritto internazionale.

La UE con una dichiarazione sostenuta da 26 Stati membri, ha fissato una linea politica di delegittimazione del regime di Caracas, rispetto del diritto internazionale e centralità della volontà del popolo venezuelano.



9. La diaspora venezuelana e il futuro sospeso del Paese

(di Danilo Trippetta)


Nel 2025 la diaspora venezuelana rappresenta uno dei più grandi fenomeni migratori strutturali a livello globale, con circa 7,9–8 milioni di cittadini venezuelani residenti all’estero, pari a oltre un quinto della popolazione nazionale. Secondo i dati dell’UNHCR, l’esodo non può più essere letto come una risposta temporanea a una crisi congiunturale, ma come una trasformazione profonda e duratura della società venezuelana, con effetti geopolitici che si estendono ben oltre i confini del Paese.

La geografia della diaspora evidenzia una forte concentrazione regionale: America Latina e Caraibi ospitano la maggioranza dei migranti venezuelani, con Colombia, Perù e Cile in prima linea, mentre Stati Uniti e Spagna costituiscono i principali poli extra-regionali. Questa distribuzione ha trasformato la migrazione venezuelana in una variabile strutturale delle politiche migratorie e delle relazioni internazionali nell’emisfero occidentale.

Nel corso del 2025 il governo di Caracas ha tentato di rilanciare la narrativa del ritorno, annunciando programmi di rimpatrio assistito. Tuttavia, il ritorno è rimasto prevalentemente simbolico, ostacolato da fragilità economiche e istituzionali ancora irrisolte.

L’arresto di Nicolás Maduro ha prodotto un forte shock emotivo e politico nella diaspora, tra momenti di gioia e proteste, riaccendendo la speranza di un cambiamento storico ma anche una diffusa cautela. La rimozione di una leadership non coincide automaticamente con la ricostruzione dello Stato, come sottolineano molti venezuelani all’estero.

In questo quadro, la diaspora resta il vero barometro del futuro venezuelano: senza riforme credibili e garanzie istituzionali, il ritorno resterà un’aspirazione più che una realtà, mentre l’esilio continuerà a plasmare gli equilibri regionali e globali del Paese.



10. Futuri possibili

(di Carmen Forlenza)


Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti assumeranno temporaneamente la gestione del Venezuela fino a quando non sarà possibile una transizione democratica considerata sicura. Senza specificarne modalità, limiti o durata, il presidente ha minacciato ulteriori interventi militari in caso di mancata collaborazione, indicando come priorità strategica l’efficientamento delle attività estrattive, attraverso investimenti di imprese statunitensi.

A sorprendere osservatori e diaspora venezuelana è stata l’esclusione di Machado e Edmundo González da qualsiasi ipotesi di transizione post-Maduro. L’amministrazione statunitense sembra invece puntare sulla presidente ad interim, ritenendo Machado priva di un sostegno interno sufficiente. Dopo iniziali dichiarazioni in cui denunciava un cambio di regime imposto dall’esterno, Rodríguez ha adottato toni più concilianti, aprendo al dialogo con Washington. Questo cambio di registro ha alimentato speculazioni sull’esistenza di accordi tra settori dell’élite chavista e gli Stati Uniti, per un alleggerimento delle sanzioni in cambio dell’uscita di scena di Maduro, ma senza una reale discontinuità dell’apparato di potere.

L’arresto di Maduro rappresenta indubbiamente un evento di rottura, ma non è sufficiente a garantire una transizione democratica. Dato che Maduro è stato eliminato da un’azione militare straniera, più che una rottura sistemica, con un passaggio deciso da un regime dittatoriale a una prima alternanza elettorale democratica, siamo di fronte a uno scenario che si potrebbe delineare di transizione negoziata, sostenuta da settori moderati del chavismo e dagli Stati Uniti come garante esterno. Questo tipo di transizione comporta però seri rischi di impunità e di riproduzione delle stesse logiche di potere , inoltre  l’uso della forza statunitense, può generare serio un deficit di legittimità politica e rafforzare una narrativa anti-imperialista funzionale alla riorganizzazione del chavismo. Il futuro del Venezuela dipenderà in larga misura dal controllo delle risorse chiave – forze armate, finanza e apparati coercitivi – più che dall’opposizione, oggi marginalizzata. L’approccio statunitense, centrato su sicurezza, risorse e migrazioni, suggerisce la disponibilità a tollerare un chavismo “moderato”, anche a costo di relegare in secondo piano giustizia e diritti umani, elementi invece centrali per una reale transizione democratica.

 


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