Stati Uniti d'America - Dieci punti per capire
- Redazione

- 24 feb
- Tempo di lettura: 16 min

Società con evidenti squilibri salariali; fazioni partitiche che bipartisan parlano di “elezioni truccate”; crisi e fallimento di uno dei media più importanti del Paese; polemiche attorno al comportamento dell’ICE; l’interventismo di Trump, dopo le promesse di disinteresse, sul palcoscenico internazionale. Indagheremo e partiremo da queste premesse per cercare di capire e fare il punto della situazione su cosa succede e potrà succedere negli Stati Uniti, sia sul piano interno, a pochi mesi dal Midterm, che su quello internazionale, ovvero nei rapporti con gli alleati e, considerando anche la recente recrudescenza della tensione tra Washington e l'Iran, nella possibile evoluzione delle principali crisi internazionali nelle quali Washington è già coinvolta.
Gli Stati “Divisi” d’America. Una società con profondi squilibri
(di Danilo Trippetta)

La disuguaglianza salariale negli Stati Uniti ha raggiunto nel 2025 livelli senza precedenti. Secondo ADP Research, il divario tra le retribuzioni più alte e quelle più basse ha toccato il +530%, il valore più elevato da quando l’istituto ha iniziato il monitoraggio sistematico nel 2019. Nello stesso periodo, il 10% dei lavoratori con i salari più alti ha registrato un incremento medio annuo del 7,5%, mentre il 10% più povero si è fermato al 2,1%, confermando una crescita fortemente asimmetrica dei redditi.
L’analisi comparata delle diverse fasi politiche mostra come tali squilibri non siano riconducibili a una singola amministrazione, bensì a traiettorie strutturali. Durante il primo mandato di Donald Trump, i tagli fiscali e la deregolamentazione hanno favorito in modo significativo i redditi alti e il capitale, contribuendo ad ampliare la forbice salariale.
Con l’amministrazione democratica guidata da Joe Biden, nonostante un mercato del lavoro più dinamico e alcuni aumenti per le fasce più basse, la crescita dei salari elevati è rimasta nettamente superiore, portando il divario a nuovi record.
Il rischio, in prospettiva di un eventuale inasprimento delle politiche economiche e occupazionali del Trump II, è quello di un’ulteriore accentuazione di una dinamica già fortemente sbilanciata, alimentata dal declino del potere sindacale (la quota di lavoratori statunitensi iscritti a un sindacato ha continuato a diminuire per decenni, raggiungendo circa il 9,9% nel 2024, il livello più basso in quasi 40 anni), da un sistema fiscale regressivo e da una crescente concentrazione del potere economico nelle grandi corporation tecnologiche e finanziarie.
La crescita economica, pur sostenuta, non si traduce più in benessere diffuso: si consolida così quello che viene definito “paradosso della prosperità”, dove gli indicatori macro migliorano mentre il potere d’acquisto reale di ampie fasce di lavoratori ristagna o arretra.
2. ICE: di cosa parliamo?
(di Danilo Trippetta)

L’Immigration and Customs Enforcement nasce nel 2003, nel clima post-11 settembre, come braccio operativo del Department of Homeland Security, all’interno della più ampia riorganizzazione della sicurezza americana voluta dopo gli attentati alle Torri Gemelle. L’agenzia ha ereditato funzioni investigative e di controllo prima distribuite tra Immigration and Naturalization Service e U.S. Customs Service, con l’obiettivo dichiarato di integrare contrasto al terrorismo, lotta ai traffici illeciti e applicazione delle leggi sull’immigrazione.
Negli anni è diventata, però, il simbolo delle politiche di repressione migratoria.
Sotto l’amministrazione di George W. Bush l’ICE fu impiegata soprattutto nel quadro della sicurezza nazionale e delle operazioni contro reti criminali transnazionali, mentre con Barack Obama, pur in un contesto di numeri elevati di rimpatri, l’azione venne formalmente indirizzata verso soggetti con precedenti penali, nel tentativo di bilanciare enforcement e tutela delle comunità locali. Con Joe Biden si è cercato di restringere ulteriormente le priorità operative, limitando gli arresti ai casi ritenuti più pericolosi per la sicurezza pubblica.
Donald Trump ne ha fatto un pilastro della sua agenda: più fondi, più poteri, difesa totale dell’agenzia, presentata come baluardo di sicurezza nazionale contro l’immigrazione irregolare.
Durante l’attuale mandato ha ampliato le retate nei centri urbani, rafforzato la cooperazione con le forze di polizia locali e respinto con forza le richieste di abolizione dell’ICE, definendola essenziale per “ripristinare legge e ordine”.
Le operazioni dell’ICE nelle aree urbane, spesso condotte nei luoghi di lavoro e nelle comunità locali, hanno innescato proteste a Minneapolis (con l’uccisione di due manifestanti), New York, Chicago e Los Angeles. In Minnesota le tensioni sono esplose dopo operazioni di enforcement percepite come indiscriminate, culminate in scontri e nell’intervento armato di agenti federali, episodio che ha riacceso il dibattito nazionale sull’uso della forza e sui limiti dell’azione federale nelle città. Con l’estendersi delle proteste a Minneapolis, il presidente Trump ha spinto la tensione istituzionale fino a evocare la possibilità di ricorrere all’Insurrection Act, una normativa risalente al 1807 che autorizza il Presidente a dispiegare le forze armate sul territorio nazionale per sedare rivolte e garantire l’applicazione delle leggi federali.
Il dipartimento di Stato ha, inoltre, sospeso l’elaborazione di tutte le richieste di visto da 75 Paesi, tra i quali Somalia, Russia, Afghanistan, Brasile, Iran, Iraq, Egitto, Nigeria, Thailandia, Yemen. Una decisione che si inserisce in una strategia più ampia di irrigidimento dei controlli migratori e che alimenta una frattura sempre più profonda tra esigenze economiche, equilibri demografici e scelte politiche in materia di immigrazione.
3. Società civile e ICE
(di Elisa Carrara)

Gli abitanti del Minnesota non sono rimasti a guardare: di fronte alle azioni dell’ICE, la società civile ha dimostrato che la resistenza non solo nasce dal basso, ma si costruisce attraverso un solido sistema comunitario, attuando piccole azioni quotidiane (disturbatrici o di solidarietà), ma anche sfruttando il potere invasivo e aggregante dei social. E recuperando lo spirito originario del citizen journalism e delle nazioni.
Dai “commuters”, cittadini che ogni giorno, anche per diverse ore, pattugliano le strade delle città, in cerca degli agenti dell’ICE, fino ai fischietti usati per segnalarne tempestivamente la presenza. Dai volontari che raccolgono cibo e beni di prima necessità per gli immigrati che hanno paura di uscire di casa e che hanno smesso di fare la spesa e mandare i bambini a scuola (come fa ad esempio la Partnership Academy di Richfield, diventata un punto di riferimento per la raccolta, e per la didattica a distanza), fino all’uso di smartphone, app di messaggistica e social (come la pagina Instagram MSP Whistles) per coordinarsi, avvertire, ma anche riprendere e diffondere in tempo reale le azioni dell’ICE.
Adam Serwer, nel suo articolo “Minnesota Proved MAGA Wrong”, pubblicato su The Atlantic, descrive proprio il legame sociale che sta plasmando la battaglia del Minnesota, coniando il termine “neighborism”.
I fatti di Minneapolis evidenziano, infatti, come la piccola comunità, il vicinato, il microcosmo sociale siano concreti spazi di resistenza nei confronti di un potere centrale.
Al pari delle “comunità immaginate” di Benedict Anderson, anche le piccole comunità reali del Minnesota, si fondano su una narrazione condivisa, su una serie di eventi (traumatici, violenti o dolorosi), su simboli comuni e sulla capacità dei cittadini di immaginare un legame e un sistema politico e morale superiore a quello esistente.
Il legame emerso nella società civile del Minnesota è, in fondo, solo lo specchio più autentico della comunità americana, ossia di ciò che da sempre unisce i cittadini degli Stati Uniti.
E non è un caso che tali spazi di resistenza siano nati proprio nel North Star State: a dispetto della percezione europea, che tende a relegare tutto il Midwest in una sorta di baluardo del provincialismo americano, il Minnesota, conta da sempre, su un sistema sociale, politico ed economico attento ai beni comuni, alla solidarietà e alla collettività.
4. TI Media: la crisi del Washington Post
(di Elisa Carrara)

È l’8 aprile del 2007 e il Washington Post pubblica un articolo che rimarrà nella storia del giornalismo, vincendo l’anno seguente il premio Pulitzer nella categoria Feature Writing: “Pearls Before Breakfast”, di Gene Weingarten, è il racconto di un esperimento sociale, e di cosa significhi apprezzare il valore di qualcosa anche quando non lo vediamo, quando il contesto ci abitua a ignorarlo. Joshua Bell, violinista di fama mondiale, suona in incognito e all’ora di punta in una stazione metropolitana di Washington: le reazioni dei passanti (perlopiù pendolari) sono di assoluta indifferenza. Quasi nessuno si ferma ad ascoltare colui che in un contesto totalmente diverso, viene osannato e ammirato. È un po’ la metafora del buon giornalismo: ignorato quando viene dato per scontato.
Il Washington Post, storico quotidiano liberal, conserva da sempre una doppia anima: da un lato l’attenzione chirurgica alla politica nazionale e al giornalismo d’inchiesta, dall’altro la cura per le piccole storie, per l’invisibile locale.
L’ondata di licenziamenti, annunciata i primi di febbraio, ha coinvolto, oltre al personale commerciale del Washington Post, oltre 300 giornalisti, e ha portato alle dimissioni del CEO Will Lewis. Sono in molti a vedere nel drastico taglio di uno dei quotidiani di punta anti Trump, una pericolosa scelta del suo proprietario Jeff Bezos (che dal 2013 ha preso il posto della storica famiglia Graham). Già in occasione delle presidenziali del 2024 la redazione era entrata in aperto contrasto con Bezos, dopo la sua decisione (motivata da un editoriale) di non voler sostenere alcun candidato. Il mancato endorsement a Kamala Harris (e il conseguente calo degli abbonamenti) ha risvegliato le critiche riguardo la gestione di Bezos e di Will Lewis.
In realtà la crisi del Washington Post (come di molti storici baluardi del giornalismo americano) ha radici profonde, e segue percorsi altalenanti. Se in un primo momento l’arrivo di Bezos (e del suo capitale) e la politica editoriale tesa alla conquista del web, hanno dato nuovo slancio, con il passare del tempo il Post ha dovuto fare i conti con i mai sopiti problemi della carta stampata.
Gli eventi in Minnesota hanno visto i quotidiani polarizzarsi e schierarsi apertamente: il New York Times ha da poco aggiornato il suo indice di erosione democratica, basato su 12 parametri e su una scala da 0 a 10: a causa della repressione dell’ICE, alcune categorie stanno aumentando il loro punteggio.
5. In che modo Democratici e Repubblicani si preparano al Midterm?
(di Federico Pani)

Se prima degli sforzi bipartisan di gerrymandering, allo scopo di ridefinire i distretti elettorali, quasi tutta la narrazione sulle frodi proveniva per lo più da Trump e da alcuni repubblicani, la gran parte dei democratici, invece, si opponevano a questa narrazione, affermando la convinzione di elezioni libere ed eque. Allo stato attuale i termini “frode” e “brogli elettorali” sono ora invece usati da entrambe le fazioni. Il termine “brogli elettorali” equivale a un esempio di azione che è possibile indicare come indice del declino di una democrazia.
Il partito del Presidente in genere perde seggi nelle elezioni di medio termine, in programma tra nove mesi. Il Midterm è anche “referendum” sulla Casa Bianca, un’opportunità per gli elettori di dire ai presidenti: “Non ti stai concentrando sulle questioni che mi stanno a cuore”, oppure: “Non stai mantenendo le promesse fatte nella scorsa campagna elettorale”. Ne consegue, dunque, che per la maggior parte dei presidenti, le elezioni di medio termine sono state un punto dolente, non un’opportunità per migliorare i propri risultati.
Dal canto loro, i democratici si ritengono favoriti per riconquistare la maggioranza alla Camera, anche perché per farlo dovranno conquistare solo tre seggi, molti meno di quelli che il partito di opposizione solitamente vince alle elezioni di medio termine, soprattutto quando il tasso di gradimento del Presidente è debole come quello attuale di Trump. Sul versante opposto, i repubblicani sono sempre più preoccupati per i sondaggi privati e temono di perdere anche il Senato. Alcuni membri del GOP ritengono inoltre che il partito non abbia un programma legislativo sufficientemente ambizioso per ridurre i costi.
Democratici e indipendenti sono indignati per la politica estera dell’amministrazione Trump: il 59% dell’elettorato ritiene ora che l’applicazione delle leggi sull’immigrazione sia “andata troppo oltre”. Sondaggi recenti mostrano inoltre che i temi principali per gli americani sono l’economia, la sanità e l’immigrazione.
6. Finisce il New Start
(di Francesco Piacitelli)

Il 5 febbraio 2026 è scaduto il New START e, con esso, l’ultimo meccanismo giuridicamente vincolante che incardinava la stabilità strategica tra Washington e Mosca. Vale la pena ricordare che New START non era solo un accordo numerico — pur importante nei suoi tetti di 1.550 testate strategiche dispiegate e 700 vettori operativi — ma soprattutto un’infrastruttura di trasparenza: notifiche, scambio di dati, ispezioni. In altre parole, trasformava la deterrenza da esercizio puramente speculativo a relazione monitorabile. La sua erosione, iniziata con la sospensione delle ispezioni e formalizzata ora con la scadenza, segna il ritorno ad una deterrenza meno prevedibile. E questo in un contesto profondamente diverso da quello del 2010: non più una competizione essenzialmente bilaterale, ma uno scenario essenzialmente multipolare in cui la crescita dell’arsenale cinese altera gli equilibri e rende strutturalmente anacronistico un regime limitato a due soli attori.
Dal punto di vista statunitense, la fine del trattato non equivale automaticamente a una corsa agli armamenti nel senso classico. Piuttosto, apre uno spazio di flessibilità. Washington dispone di capacità di “upload”, cioè della possibilità di aumentare relativamente rapidamente il numero di testate dispiegate caricando di più i vettori esistenti, senza dover costruire nuove piattaforme nel breve periodo. La Russia può fare lo stesso. Il problema, quindi, non è un’esplosione improvvisa dei numeri, ma la perdita di disciplina e razionalità reciproca: quando non esistono più limiti verificabili, ogni capacità latente diventa potenziale leva di pressione e ogni pianificazione tende a basarsi su ipotesi pessimistiche. Per gli Stati Uniti la questione centrale è strategica prima che quantitativa: come garantire una deterrenza credibile contro due potenze nucleari maggiori, in teatri distinti, senza alimentare una spirale competitiva costosa e instabile. La mancata sostituzione del trattato riflette anche questa ambivalenza: maggiore libertà di postura in un contesto tripolare, ma al prezzo di una minore prevedibilità sistemica.
7. Golden Dome e Groenlandia
(di Francesco Piacitelli)

L’interesse statunitense per la Groenlandia non è un capriccio geopolitico, ma il riflesso di una trasformazione strutturale della competizione strategica nell’Artico. L’isola occupa una posizione chiave lungo la direttrice polare che collega Russia e Nord America: la traiettoria più breve per missili balistici intercontinentali attraversa quello spazio. Non è un dettaglio geografico, ma un dato operativo. Presso la Pituffik Space Base (già Thule) gli Stati Uniti gestiscono da decenni una componente essenziale del sistema di early warning e di sorveglianza spaziale. In un contesto di modernizzazione nucleare russa, crescita dell’arsenale cinese e progressiva militarizzazione dell’Artico, la Groenlandia è quindi un moltiplicatore strategico: piattaforma di sorveglianza, nodo di comando e punto di proiezione sul “fronte nord”. A questo si aggiungono due fattori strutturali: il controllo delle nuove rotte artiche e la disponibilità di minerali critici, entrambi rilevanti in una fase di competizione tecnologica sistemica.
È in questo quadro che si inserisce il progetto Golden Dome, evocato da Donald Trump come architettura di difesa missilistica multilivello capace di proteggere il territorio statunitense da minacce balistiche, ipersoniche e cruise. L’idea è quella di un sistema integrato – sensori terrestri e spaziali, intercettori, rete C2 resiliente – che rafforzi la deterrenza rendendo meno credibile un first strike avversario. La Groenlandia, per geometria e posizione, appare funzionale soprattutto alla “gamba sensori” del sistema: maggiore tempo di preavviso, miglior tracciamento lungo la rotta polare, integrazione con le difese basate in Alaska e negli Stati Uniti continentali. In questa logica, il rafforzamento della presenza americana sull’isola è coerente con l’obiettivo di una copertura artica più robusta. Tuttavia, proprio qui emergono le divergenze analitiche. Da un lato, la narrativa politica tende a presentare la Groenlandia come tassello quasi indispensabile del Golden Dome; dall’altro, molte analisi sottolineano che gli Stati Uniti dispongono già di accesso militare stabile tramite l’accordo bilaterale con Copenaghen e che un’eventuale espansione infrastrutturale non richiede il “possesso” del territorio. Inoltre, sul piano tecnico, la promessa di uno scudo capace di neutralizzare minacce strategiche resta controversa: l’intercettazione in fase di boost è temporalmente ristretta e complessa, mentre le contromisure avversarie e l’evoluzione dei vettori ipersonici limitano l’idea di invulnerabilità. In questo senso, la Groenlandia è certamente un asset operativo rilevante per un’architettura di difesa integrata, ma non ne costituisce da sola la chiave risolutiva.
In definitiva, l’interesse statunitense per la Groenlandia va letto meno come ambizione territoriale e più come esigenza di consolidare il perimetro di sicurezza nordamericano in un ambiente artico sempre più competitivo.
8. La politica estera di Trump, il disconoscimento della promessa al “non coinvolgimento”
(di Federico Pani)

La politica estera statunitense si trova ad affrontare importanti incognite nel 2026, come il futuro delle alleanze statunitensi, la guerra in Ucraina, le relazioni con la Cina e la mediazione del conflitto con l’Iran. Nell’approccio di politica estera di Trump, la distinzione tra alleati e avversari è sfumata, se non completamente cancellata. Esempio lampante di questa impostazione è la Corea del Sud: elogiata prima come “alleato modello”, il 26 gennaio scorso, e soltanto ventiquattro ore più tardi colpita dall’aumento dei dazi doganali.
Se nel suo primo mandato, Trump si era concentrato sul tentativo di ritirarsi dagli accordi e dalle istituzioni internazionali, a un anno dall’inizio del suo secondo mandato, il tycoon sembra non più soddisfatto del semplice ritiro degli Stati Uniti da quest’ordine. Trump, che aveva incentrato la campagna elettorale che l’ha portato per la seconda volta allo Studio Ovale affermando che non avrebbe iniziato “nuove guerre” ma dato priorità alla politica interna rispetto agli affari esteri, si è invece dimostrato piuttosto disposto a intervenire in tutto il mondo e ha fatto ricorso a interventi brevi e incisivi della forza militare. Il vicepresidente J.D. Vance ne ha dato manifestazione tangibile quando ha affermato: “Quando non si riesce a risolvere [un problema] diplomaticamente, si usa una potenza militare schiacciante per risolverlo e poi si scappa via prima che diventi un conflitto prolungato”.
La crisi più importante dell’inizio del 2026 è stata la continua tensione tra Washington e Copenaghen sul territorio della Groenlandia. Trump è stato piuttosto schietto: considera il territorio necessario per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e intende acquistarlo o sequestrarlo alla Danimarca. L’Iran sembra essere uno dei luoghi in cui Trump sta attivamente prendendo in considerazione un cambio di regime. Anche in questo caso, in un cambiamento rispetto alle sue opinioni del primo mandato, Trump ha dichiarato espressamente: “È ora di cercare una nuova leadership in Iran”.
9. Scenario esterno: quali potranno essere le implicazioni della Dottrina Trump?
(di Federico Pani e Francesco Piacitelli)

Sul piano diplomatico il risultato dell’approccio di Trump potrà tradursi in alleanze formalmente intatte ma sostanzialmente indebolite, da concorrenti meno frenati da tali alleanze rispetto a prima e da un rinnovato pericolo derivante da problemi di lunga data come la proliferazione nucleare. Anche se la fine del New START non inaugura, necessariamente, una nuova Guerra Fredda nucleare, segna però il passaggio da una competizione regolata a una competizione più opaca, dove la stabilità sarà meno connessa a regole condivise e più alla prudenza strategica delle parti. La stabilità dipenderà non solo dalla geografia e dalla tecnologia, ma dalla capacità degli Stati Uniti di integrare deterrenza, cooperazione alleata e gestione del rischio in uno spazio che non è più periferia, ma frontiera avanzata della competizione tra potenze.
D’altra parte la volontà dell’amministrazione Trump di minacciare un’azione militare contro la Danimarca, uno stretto alleato, invia un segnale che, nella migliore delle ipotesi, gli impegni di sicurezza degli Stati Uniti non possono essere dati per scontati. La reazione degli alleati tradizionali è stata quella di adattarsi alla logica imposta dalla dottrina Trump, negoziando più duramente, ricorrendo a maggiori coperture e cercando di ottenere una propria leva finanziaria. I partner mediorientali stanno diversificando i legami diplomatici, pur mantenendo relazioni di sicurezza con Washington. Gli alleati asiatici stanno bilanciando un più stretto allineamento con gli Stati Uniti con l’interdipendenza economica con la Cina.
Gli stati europei stanno invece esplorando opzioni per tutelarsi e sminuire il loro rapporto di difesa con gli Stati Uniti scegliendo vie alternative come ad esempio sul piano commerciale. Per diversificare i propri scambi commerciali, il Canada, ad esempio, ha cercato di raddoppiare le esportazioni non statunitensi, puntando anche ad aumentare del 50% le esportazioni verso la Cina entro il 2030. L’Europa sta cercando di diversificare le proprie opzioni commerciali con maggiore urgenza per rispondere alla crescente incertezza sull’affidabilità degli Stati Uniti: Bruxelles ha concluso uno storico accordo commerciale con l’India e ha ripreso i negoziati, rimasti in stallo, su un accordo di libero scambio con il blocco sudamericano del Mercosur in risposta ai dazi di Trump (l’attuazione di quest’ultimo sia ora rinviata in attesa di una revisione giuridica richiesta dal Parlamento europeo).
10. Scenario Interno: quali conseguenze avrebbe per Trump una vittoria democratica al Midterms?
(di Federico Pani e Danilo Trippetta)

Nove mesi sono un lungo periodo. È tempo sufficiente perché le cose cambino. Ma se le cose rimangono le stesse, i democratici sono abbastanza fiduciosi di prendere il controllo della Camera dei Rappresentanti, basterà ribaltare tre seggi per riuscirci. E sono sempre più ottimisti di poter ottenere anche il controllo del Senato.
La loro fiducia nasce anche dal fatto che Trump ha perduto sostegno tra gli elettori ispanici e tra le donne repubblicane più anziane. Trump, che aveva ricevuto il 48% dei voti ispanici nel 2024, più di qualsiasi altro candidato repubblicano alla presidenza nella storia, vede ora un calo di 12 punti percentuali tra coloro che lo avevano sostenuto nella corsa contro Biden: questo è dovuto in parte alla preoccupazione per le tattiche che hanno visto usate per le strade di Minneapolis; ma anche per l’attacco del tycoon allo spettacolo dell’intervallo del Super Bowl della superstar portoricana Bad Bunny che ha allarmato alcuni strateghi, politici e imprenditori ispanici repubblicani, che avvertono che rischia di erodere ulteriormente il suo sostegno tra gli elettori latinoamericani in vista delle elezioni del Congresso di novembre. La maggioranza repubblicana alla Camera è particolarmente risicata, e perderla complicherebbe gli ultimi due anni di mandato di Trump, con i democratici che probabilmente porteranno avanti nuovamente le indagini di impeachment contro il tycoon (allo stesso modo di quanto fatto nel 2028 quando i democratici avevano ripreso il controllo della Camera durante il primo mandato di Trump e lo avevano messo sotto accusa); useranno il potere di citazione del Congresso per condurre indagini e bloccheranno molte delle sue politiche.
A suonare il campanello d’allarme è stato lo stesso Trump: “Se perdiamo le elezioni di medio termine, perderemo molte delle cose di cui stiamo parlando, molti dei beni di cui stiamo parlando, molti dei tagli fiscali di cui stiamo parlando, e questo porterebbe a cose molto brutte”, ha detto il tycoon ai suoi sostenitori durante un comizio in Iowa.
Negli ultimi giorni Trump ha inoltre intensificato la retorica contro l'Iran. Ma le conseguenze di una campagna aerea prolungata contro la Repubblica Islamica potrebbero rischiare di alienare la base Maga che nel corso degli anni ha sostenuto il tycoon proprio sulla base della promessa di disimpegnarsi dai "conflitti eterni".
L’affermazione dei democratici renderebbe più difficile per il presidente Trump porre un argine alla crescita diseguale dei redditi, fenomeno in crescita, ma che lo stesso ha negato e definendo la questione dell'accessibilità economica una “bufala democratica” e una “truffa”. Evitare questa deriva richiede fisco progressivo, salari minimi adeguati, rafforzamento della contrattazione e investimenti in formazione e welfare, tra cui il diritto alla casa a prezzi adeguati, come nel modello promosso a New York dal neo-sindaco Mamdani.
Conclusioni
Trump ha consegnato il suo ultimo ultimatum all'Iran giovedì scorso durante una riunione del Board of Peace, la coalizione mediorientale, creata dallo stesso tycoon, con l'obiettivo di stabilizzare una regione che potrebbe presto precipitare in una nuova guerra lunga settimane.
Invocare contemporaneamente la pace e minacciare un'azione militare sottolinea gli impulsi contrastanti al centro della politica estera di Trump nel suo secondo mandato. Il capo della Casa Bianca ha affermato di preferire una soluzione diplomatica sotto forma di un accordo che ponga fine al programma di armi nucleari dell'Iran. Il modello “chiedere l’estremo, accontentarsi del sostanziale” non è inedito in diplomazia ma Trump lo ha elevato a principio guida. Si basa sulla convinzione che la maggior parte dei partner preferisca in ultima analisi un accomodamento allo scontro con Washington, soprattutto quando gli Stati Uniti controllano garanzie di sicurezza fondamentali o l’accesso al mercato. Il caso della Groenlandia dimostra che il massimalismo non è fine a sé stesso ma rappresenta una tattica progettata per spostare l’equilibrio negoziale a favore delle priorità americane.
Il rischio, tuttavia, risiede nell’erosione di beni immateriali: credibilità, buona volontà e percezione di affidabilità, che hanno storicamente amplificato l’influenza americana. Un sistema basato principalmente su scambi transazionali potrebbe avere difficoltà a sostenere la cooperazione durante crisi che richiedono un coordinamento rapido e basato sulla fiducia.
La durevolezza di questa dottrina dipenderà inoltre dall’istituzionalizzazione delle sue pratiche. Alcuni elementi, una maggiore enfasi sulla condivisione degli oneri, lo scetticismo verso gli impegni a tempo indeterminato e l’uso di strumenti economici per ottenere una leva finanziaria strategica, probabilmente persisteranno indipendentemente dai cambi di leadership. Altri, in particolare il ricorso alla diplomazia personale e alle campagne di pressione pubblica, potrebbero rivelarsi più strettamente legati allo stile di Trump. Tuttavia, la coerenza strategica dell’approccio, la sua metodologia coerente in tutte le regioni e su tutte le questioni, suggeriscono che “America First” si sia evoluto da slogan elettorale a dottrina di governo.
A livello interno, una società caratterizzata da un ampio divario salariale rischia di vedere erosa la mobilità sociale e di alimentare la polarizzazione politica con l’indebolimento della fiducia nelle istituzioni, trasformando la disuguaglianza in un fattore di vulnerabilità per l’intero Paese. Le implicazioni non sono e sarebbero soltanto economiche ma anche democratiche.
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