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Israele - Dieci punti per capire


L’escalation militare che investe il Medio Oriente a partire dagli eventi del 7 ottobre 2023 fino alle più recenti operazioni del 2026 segna una svolta profonda negli equilibri e nella geoeconomia della regione.

Attraverso dieci punti chiave, si esplorano le tappe storiche del conflitto israelo-palestinese, l'impatto della guerra su più fronti e il dilagare delle violazioni del diritto internazionale.

Si mappano poi le nuove dinamiche territoriali — dalle zone cuscinetto in Gaza e Siria alla "Linea Gialla" in Libano — e la proiezione marittima e strategica di Israele, con il ruolo chiave del porto di Eilat nel Mar Rosso, la militarizzazione delle ZEE per i giacimenti di gas e il controverso riconoscimento del Somaliland in chiave anti-Houthi.

Sul piano diplomatico, vengono esaminati gli scenari globali seguiti al fallimento del Memorandum d’Intesa di Islamabad tra USA e Iran, fino all'uso dell'intelligenza artificiale e della cybersecurity nelle operazioni militari e al pragmatico ma incerto futuro degli Accordi di Abramo.



1.Storia del conflitto Israelo-palestinese: principali tappe 

(di Isabella De Sinno


Il conflitto si articola intorno a sette principali guerre: 

  • la guerra del 1948 a seguito della creazione dello Stato di Israele, con la successiva Nakba (la catastrofe), l'evento catastrofico che ha segnato l'inizio degli sfollamenti forzati palestinesi che hanno provocato migliaia di profughi;

  • la guerra di Suez del 1956;

  • la guerra dei Sei Giorni del giugno 1967;

  • la guerra di logoramento israelo-egiziana dal 1968 al 1970;

  • la guerra del Kippur dell'ottobre 1973;

  • l'invasione israeliana del Libano del 1982;

  • la seconda guerra del Libano nel 2006. 

La guerra dei Sei Giorni del 1967 rappresenta un momento cruciale nella storia della regione, con effetti che si estendono fino al presente, includendo il movimento nazionale palestinese (rappresentato formalmente dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, OLP, un’organizzazione “ombrello” istituita nel 1964); la questione dei rifugiati e quella della  colonizzazione israeliana dei territori occupati. Negli ultimi anni, il conflitto israelo-palestinese ha attraversato una fase di significativa escalation. 

Nel 2018, l'apertura dell'ambasciata americana a Gerusalemme rappresentò un momento simbolico di supporto internazionale a Israele, accrescendo le tensioni dei rapporti con i palestinesi, fino ad arrivare all’ottobre 2023, periodo durante il quale il conflitto è caratterizzato da scontri ricorrenti a Gaza e dalla crescente frammentazione territoriale della Cisgiordania, e negoziati di pace bloccati. Precisamente, il 7 ottobre 2023 segna un punto di svolta drammatico. In tale data, Hamas lanciò l'operazione "Badai Al-Aqsa", un  attacco a sorpresa che provocò una risposta militare massiccia di Israele, trasformando il conflitto in una guerra su larga scala e causando una crisi umanitaria catastrofica a Gaza. 

L'escalation ha portato  al coinvolgimento di attori regionali, incluso l'Iran e Hezbollah in Libano. Tra il 2023 e il 2024 emergono elementi di guerra asimmetrica: Hamas ha utilizzato tattiche di guerriglia, droni e tunnel sotterranei, mentre Israele ha sfruttato la superiorità tecnologica.

La guerra ha nutrito il numero di rifugiati, mai sopito dal 1948, e ha portato in primo piano i crimini di guerra e le violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani: L’ONU con la sua Commissione d’inchiesta sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e Israele denuncia e sottolinea in diversi report,  fino a tempi recenti, il crimine di genocidio verso il popolo palestinese. Tra la fine del sec XX e l’inizio del sec. XXI la questione israelo-palestinese perde di centralità presso i Paesi arabi. 

Gli Accordi di Abramo del 2020, dei quali si parla più approfonditamente nei successivi punti,  sono testimoni di tale cambiamento tra frammentazione politica locale e regionale, e pressioni geopolitiche globali.



  1. Israele nella regione tra Libano, Siria, Giordania, Iraq 

(di F. Adele Casale)

Mappe a cura dell’autrice F.Adele Casale, scaricate da MapChart https://www.mapchart.net e completate con Canva https://www.canva.com
Mappe a cura dell’autrice F.Adele Casale, scaricate da MapChart https://www.mapchart.net e completate con Canva https://www.canva.com

Con un PIL di circa 602,16 miliardi di dollari e una popolazione etnicamente varia di circa 10 milioni di abitanti entro i confini riconosciuti nel 1967, Israele nasce ufficialmente nel 1948 su impulso del movimento sionista, insediandosi in un territorio già abitato dalla popolazione palestinese. Nel 1949 gli armistizi definirono i cosiddetti confini pre-1967, che avrebbero costituito il riferimento per i successivi negoziati sul conflitto israelo-palestinese.

Sostenuto dallo storico alleato statunitense, Israele ha aperto una guerra su più fronti a seguito degli avvenimenti del 7 ottobre 2023. Andando ad intaccare pesantemente il sistema di alleanze dell’Asse della Resistenza nella mezzaluna sciita, mira al rafforzamento dei confini attraverso la creazione di zone cuscinetto.

Nella Striscia di Gaza, tale impostazione è stata richiamata vagamente nel piano di cessate il fuoco dell'ottobre 2025, rimasto tuttavia non rispettato, con conseguenti riprese delle ostilità e pesanti violazioni del diritto internazionale, inclusi i diritti umani, crimini di guerra, genocidio nei confronti della popolazione palestinese, nonchè la continua e costante espansione di Israele . Al 10 ottobre 2025 Israele occupava circa il 53% del territorio, ad oggi (luglio 2026) circa il 70%, lasciando circa un 30% (costituito in parte da spiaggia, quindi non abitabile) a circa 2 mln di palestinesi in condizioni umanitarie estremamente critiche.

In Libano, l'escalation nel sud e nell'est del Paese contro Hezbollah è culminata nella dichiarazione, il 18 aprile 2026, della "Linea Gialla", una fascia di circa 10 km oltre il confine, sgomberata con l’aiuto dell’uso di fosforo bianco e senza distinzione tra obiettivi civili e militari. Una nuova ma fragile intesa trilaterale è stata firmata il 26 giugno 2026 (il sesto round di colloqui tra ambasciate si è svolto a Roma, tra il 14 e il 15 luglio) ciò nonostante, gli attacchi di Israele in Libano non si fermano. Al 21 luglio, sembra essere stato avviato il progetto di una zona pilota.

In Siria, una linea di separazione sulle alture del Golan fu stata istituita dagli accordi del 1974. Il conflitto siriano (a partire delle cd. Primavere arabe nel 2011) e la caduta di Assad nel 2024, hanno stravolto gran parte di questo assetto. Israele ha occupato nuove parti di territorio e prosegue le proprie operazioni militari nel sud-ovest della Siria, ritenendole necessarie per la propria sicurezza nazionale. Tali operazioni hanno compreso incursioni, bombardamenti e arresti violando il diritto internazionale umanitario e quello dei diritti umani.

Le relazioni con la Giordania, basate sull’accordo di pace del 1994, nel complesso cooperative, sono entrate in crisi tra il 7 ottobre 2023 e ancora di più a partire dal 28 febbraio 2026. La Giordania si trova tra la necessità di un equilibrio regionale per la sua salute securitaria ed economica (di qui l’alleanza con gli Stati Uniti e la persistente cooperazione militare con Israele) e un’opinione pubblica interna fortemente ostile ad Israele.

Infine, il rapporto con l’Iran, all’indomani degli attacchi del 28 febbraio 2026 le cui conseguenze destabilizzano l’area con ripercussioni dallo Stretto di Hormuz al Mar Rosso



  1. Interessi di Israele nel Mar Rosso: il porto di Eilat

    (di Sante Grande)

Porto sul Mar Rosso (Agaba, Giordania). Fonte: https://www.pexels.com/it-it/foto/mare-montagne-acqua-porto-28097236/
Porto sul Mar Rosso (Agaba, Giordania). Fonte: https://www.pexels.com/it-it/foto/mare-montagne-acqua-porto-28097236/

Il Mar Rosso rappresenta per Israele un’arteria marittima di primaria importanza economica, commerciale e geopolitica. Situato nel golfo di Aqaba, il porto di Eilat costituisce l’unico sbocco israeliano sul Mar Rosso e sull’Oceano Indiano, offrendo al Paese un accesso diretto ai mercati dell’Asia orientale, dell’Africa e dell’Australia senza la necessità di transitare attraverso il Mediterraneo. Sebbene il volume di traffico gestito da Eilat sia inferiore rispetto ai principali porti israeliani del Mediterraneo, come Haifa e Ashdod (circa il 7% dei traffici marittimi), il suo valore strategico è di primaria importanza.

Dal punto di vista commerciale, il porto di Eilat è specializzato nell'importazione di veicoli dall'Estremo Oriente. In virtù della sua proiezione verso le rotte asiatiche, il porto movimenta le automobili prodotte in Giappone, Corea del Sud e Cina in misura maggiore rispetto ai porti situati nel Mediterraneo

L’importanza strategica di Eilat è emersa con particolare evidenza dopo l’inizio della crisi nel Mar Rosso nel 2023. Gli attacchi contro il traffico commerciale nell’area e le minacce alla navigazione nello stretto di Bab al-Mandeb da parte degli Houthi, hanno provocato una drastica riduzione degli arrivi di navi al porto. Le compagnie marittime hanno progressivamente evitato la rotta del Mar Rosso, determinando un forte calo delle attività portuali e il trasferimento dei flussi commerciali verso Haifa e Ashdod. Tale situazione ha evidenziato la vulnerabilità delle catene logistiche israeliane quando viene compromesso l’accesso al Mar Rosso. Secondo un rapporto del quotidiano Yedioth Ahronoth, il fatturato annuo del porto è precipitato dai circa 240 milioni di shekel (76 milioni di dollari) del periodo pre-crisi a livelli prossimi allo zero.

 

Nel 2025 gli azionisti del porto hanno annunciato la realizzazione di una linea marittima indipendente per il trasporto di automobili dall’Asia orientale verso Israele. L’iniziativa prevede il noleggio o l’acquisto di navi Ro-Ro dedicate (Roll-on Roll-off, una tipologia di navi), con l’obiettivo di ristabilire il collegamento diretto con i mercati asiatici e ridurre la dipendenza dalle grandi compagnie di navigazione internazionali. I promotori del progetto hanno sottolineato come la riattivazione del porto non sia soltanto una questione commerciale ma di interesse nazionale

Inoltre, Il porto di Eilat garantisce la sicurezza energetica israeliana, offrendo un accesso alternativo dall'Asia per la diversificazione degli approvvigionamenti da combustibili fossili. Sul piano geopolitico uno sbocco marittimo verso l’Oceano Indiano assicura a Israele una maggiore autonomia strategica e una capacità di proiezione verso aree considerate fondamentali per i propri interessi, tra cui il Corno d’Africa, la Penisola Arabica e l’Indo-Pacifico. Inoltre, la cooperazione con partner regionali (inclusi gli interessi israeliani verso il Somaliland trattati nella relativa parte) e internazionali per la sicurezza delle rotte marittime è diventata sempre più importante in un contesto caratterizzato da minacce alla libertà di navigazione e da crescenti tensioni regionali   



4. La zona economica esclusiva e i giacimenti 

(di Ilaria Carmen Restifo)


Mappa dei bacini e delle unità di valutazione geologica nel Mediterraneo orientale. Fonte US Geological Survey_Public Domain.
Mappa dei bacini e delle unità di valutazione geologica nel Mediterraneo orientale. Fonte US Geological Survey_Public Domain.
  • Dalla scoperta dei giacimenti in mare all’espansionismo energetico

La storia della ZEE (Zona Economica Esclusiva) di Israele cambia radicalmente tra 2009 e 2010, con la scoperta dei mega-giacimenti offshore Tamar e Leviathan. Fino ad allora Paese importatore, Israele ha successivamente plasmato il proprio assetto marittimo in un pilastro di sicurezza energetica, proiettando Tel Aviv nel ruolo di esportatore netto. Attraverso nuovi progetti via Cipro, Israele punta a inserirsi come fornitore dei mercati europei.


  • Geometria della ZEE e tensioni con la Turchia

La ZEE israeliana è delimitata a sud da Egitto e a nord-ovest da Cipro. È qui che si inserisce l'attrito con la Turchia, che non riconosce le ZEE di Cipro e Grecia secondo la convenzione UNCLOS (non ratificata né da Turchia né da Israele) e rivendica un corridoio marittimo basato sul memorandum Turchia-Libia del 2019. Questa postura ha contribuito a congelare il progetto del gasdotto EastMed, inducendo una virata strategica verso gli hub di liquefazione egiziani, opzione chiave per accelerare i tempi di commercializzazione del gas.

 

  • La militarizzazione delle ZEE

Mentre si assiste allo stallo di mega-pipeline a lunghissimo raggio, le ambizioni di Israele virano a favore di corridoi minori e soluzioni miste (Gas Naturale Liquefatto,GNL, e tubi regionali), come la più snella Energean Cyprus Pipeline (200 km), che vede una svolta a novembre 2025 con la Lettera d'Intento tra Energean e il gruppo Cyfield per alimentare la centrale cipriota di Mari, sempre in ottica di export via GNL.

L'aggiornamento più rilevante arriva l'11 giugno 2026 a Houston: Stati Uniti, Cipro, Grecia e Israele siglano una Dichiarazione d'Intenti per lanciare l’Eastern Mediterranean Energy Center (EMEC), che istituzionalizza la cooperazione a quattro non solo in termini di coordinamento energetico, ma anche come militarizzazione delle rotte attraverso protocolli di cyber sicurezza e protezione delle infrastrutture.


  • Zona G (Gaza) e Eni

Nel marzo 2026 i mercati finanziari svelano il dietrofront dell'italiana Eni, che sceglie di recedere dal consorzio di esplorazione della 'Zona G', un'area situata nel settore meridionale offshore, a ridosso del giacimento Gaza Marine. La mossa di Eni ha una forte eco nel diritto internazionale, poiché secondo le ong palestinesi ben il 62% di questo blocco si sovrappone alle acque marittime rivendicate dallo Stato di Palestina.


  • Zona I e invasione del Libano

La Zona I, un'area di 1.700 km² nelle acque israeliane presso il confine conteso col Libano, è dove il consorzio BP-SOCAR-NewMed avvierà i rilievi sismici a settembre 2026². La porzione marina al confine col Libano resta ad alta instabilità: l'estensione terrestre della "Linea Gialla" fino a Bayyada ha permesso a Israele di alterare unilateralmente la proiezione del confine marittimo, rimettendo in contesa — secondo gli ultimi aggiornamenti — il giacimento marino di Qana, originariamente assegnato a Beirut. 




  1. Il Somaliland e la strategia israeliana nel Mar Rosso 

    (di Lorenzo Brancaccia)


Nel dicembre 2025, Israele è diventato il primo Paese al mondo a riconoscere la Repubblica del Somaliland, regione nel nord della Repubblica Federale della Somalia affacciata sul Golfo di Aden, autoproclamatasi indipendente nel maggio del 1991. Il riconoscimento è avvenuto in seguito a un accordo tra il Premier Benjamin Netanyahu e il Presidente Abdirahman Mohamed Abdallah, che ha dato il via a una serie di progetti di cooperazione in ambito economico e securitario nonché all’apertura delle rispettive ambasciate. Il tutto, secondo le parole di Netanyahu, nello spirito degli Accordi di Abramo, il framework immaginato dalla Casa Bianca, a partire dall’agosto del 2020, per cercare di normalizzare i rapporti tra lo Stato di Israele e diversi Paesi arabo-musulmani in chiave anti-iraniana. La reazione internazionale è stata fin da subito molto dura. Mogadiscio ha definito il riconoscimento un “attacco alla propria sovranità” e “un’azione illegale”. Posizione che è stata condivisa in un comunicato apparso sui social, dal ministero degli Esteri saudita, che insieme a Turchia, Egitto, Pakistan e numerosi altri Paesi, hanno denunciato questo atto, ritenendolo una violazione dei principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, nonché un boomerang per la sicurezza e la stabilità del Corno d’Africa. Contrarietà espressa anche dall’Unione Africana, che ha sottolineato come questo riconoscimento, oltre a essere una violazione dell’integrità territoriale somala, possa aprire un vaso di Pandora, con altre regioni con ambizioni separatiste nel continente che potrebbero invocare questo precedente. 

Il Somaliland, con poco più di 3 milioni di abitanti, si trova in una posizione strategica per Israele. Se i colloqui per la costruzione di una base militare andassero a buon fine, garantirebbero allo Stato ebraico una testa di ponte per controllare lo stretto di Bab al-Mandeb e i flussi commerciali che vi passano, in particolare quelli verso il porto di Eilat, nonché una base di lancio per colpire gli Houthi nello Yemen, alleati dell’Iran. Negli ultimi mesi, nello stesso periodo in cui è stata avviata l’iniziativa diplomatica israeliana, gli Emirati Arabi Uniti, vicini a Israele e USA, starebbero effettuando, come rivelato da un’inchiesta di Le Monde, importanti lavori di scavo nell’aeroporto della città di Berbera. Secondo il quotidiano francese tali interventi sarebbero finalizzati proprio alla costruzione di un avamposto per lo Stato ebraico e gli Stati Uniti, sfruttando come copertura un accordo di difesa firmato con il Somaliland nel 2017. Gli Houthi di fronte a questa possibilità hanno già dichiarato che qualsiasi presenza israeliana nella regione verrebbe considerata un obiettivo legittimo, essendo una minaccia sia per lo Yemen che per la Somalia. Dichiarazioni che hanno contribuito ad aumentare lo scetticismo nei confronti dell’accordo da parte di una fetta della società civile del Somaliland, che ha accolto la mossa del Presidente Abdirahman in maniera piuttosto eterogenea. Secondo il politologo keniota Peter Kagwanja, la mossa potrebbe produrre effetti inattesi per entrambe le parti. Israele, con questa incursione nel Corno d’Africa, rischia di indebolire gli Accordi di Abramo, mentre il Somaliland potrebbe vedere compromessa la propria traiettoria di riconoscimento come entità autonoma, avendo spinto la comunità internazionale a riaffermare con forza la sovranità di Mogadiscio.



  1. Come la comunità internazionale ha reagito al fallimento post Memorandum d’Intesa di Islamabad?

    (di Federico Pani)


Al fallimento definitivo del Memorandum d'intesa di Islamabad firmato tra il 12 e il 17 giugno tra Stati Uniti e Iran le principali cancellerie hanno reagito con preoccupazione e appelli alla de-escalation, evitando però di schierarsi apertamente con una delle due parti.

Anche se l'accordo era stato visto come una tregua fragile e ineguale, le reazioni iniziali della comunità internazionale all'accordo riflettevano un misto di sollievo pragmatico, scetticismo e forti tensioni sotterranee e sono state molto diverse a seconda della regione. Per il gruppo E4, ovvero Regno Unito, Francia, Germania e Italia l'accordo iniziale rappresentava "un'opportunità per ripristinare la stabilità regionale e stabilizzare l'economia globale". A seguito dello stop alle trattative, l’Unione Europea ha ribadito la propria posizione a favore del rispetto dell'accordo e della libertà di navigazione.

Il Pakistan, che aveva svolto un ruolo di mediazione di primo piano, ha cercato di rilanciare il dialogo e ha ribadito il proprio sostegno alla soluzione diplomatica, pur vedendo sfumare il successo ottenuto con la firma dell'accordo.

Le Nazioni Unite hanno richiamato entrambe le parti al rispetto del cessate il fuoco e alla tutela dei civili e sulla de-escalation.

Anche i leader asiatici, le cui economie, rispetto a quelle europee, sono quelle più direttamente esposte alle forniture che transitano attraverso Hormuz, sono stati in gran parte accoglienti, lodando l’accordo. Dopo lo stop la Cina ha chiesto il ritorno ai negoziati e ha espresso preoccupazione per la ripresa delle ostilità.

Reazioni simili a quelle europee arrivano dal mondo arabo e dai Paesi del Golfo: dopo che la guerra ha colpito l'Arabia Saudita e ha ulteriormente complicato i suoi piani di diversificazione economica, colpito il suo territorio e scosso la fiducia nella Vision 2030, il Ministro degli Affari Esteri Faisal bin Farhan Al Saud, aveva definito l'intesa "incredibilmente importante”. Dopo la ripresa delle ostilità, Riyad ha assunto una posizione di ferma condanna delle azioni iraniane e ha ribadito la necessità di un'immediata cessazione dell'escalation e del ritorno al dialogo diplomatico.

Infine, la reazione più polarizzata si registra proprio all'interno dello Stato ebraico. Israele non ha partecipato ai negoziati sui termini e i funzionari israeliani hanno espresso grave preoccupazione al riguardo. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha sottolineato che Israele non è uno dei firmatari dell’accordo e ha preso le distanze dalla decisione di Trump.




  1. Quali scenari si aprono dopo il fallimento del Memorandum d’Intesa di Islamabad?

    (di Federico Pani)


Per Washington il fallimento dell'accordo ha comportato il ritorno a una politica di maggiore pressione diplomatica e nuove operazioni militari contro obiettivi iraniani: il CENTCOM (Central Command) ha bombardato depositi di droni e missili in Iran, mentre e Teheran ha risposto colpendo basi USA in Giordania (dove sono morti due soldati americani), Bahrein e Kuwait.

Per Teheran il Memorandum aveva rappresentato un'opportunità per ridurre l'isolamento internazionale. Il deteriorarsi dell'intesa è coincisa con l'aumento delle tensioni economiche, accentuate dall'incertezza sugli investimenti stranieri: in tutta risposta il governo iraniano ha così rafforzato il discorso politico sulla necessità di resistere alle pressioni occidentali.

I Paesi del Golfo, su tutti Kuwait e Bahrein, trascinati direttamente nel conflitto, sono tra gli attori più preoccupati: temendo che una nuova crisi possa compromettere la sicurezza energetica cercano di mantenere rapporti sia con gli Stati Uniti sia con l'Iran e sostengono nuove iniziative diplomatiche per evitare un conflitto aperto.

Il Pakistan, principale mediatore dell'accordo, sebbene il Memorandum non abbia raggiunto tutti gli obiettivi sperati, viene ancora considerato un interlocutore credibile, capace di mantenere rapporti sia con Washington sia con Teheran.

Anche se il Memorandum di Islamabad non ha prodotto una pace duratura, ha dimostrato che un dialogo tra Stati Uniti e Iran è possibile e potrebbe fornire una base utile per futuri negoziati.

In quest'ottica, la conferma arriva sia da Washington, con il Segretario di Stato Rubio che ha lasciato aperta la porta al dialogo, sottolineando che le condizioni essenziali restavano nessuna arma nucleare per l'Iran e la riapertura dello Stretto di Hormuz;  sia da un alto funzionario iraniano il quale ha dichiarato che Teheran ha ricevuto una proposta di cessate il fuoco di dieci giorni da parte dei mediatori Pakistan, Qatar ed Egitto ed era disposta a prenderla in considerazione come base per rilanciare il Memorandum.

Israele non sarebbe contrario a un accordo in sé, ma solo se soddisfacesse alcune condizioni considerate essenziali per la propria sicurezza, già menzionate in passato da Netanyahu, tra cui impedire definitivamente all'Iran di acquisire un'arma nucleare e ridurre il sostegno iraniano a gruppi armati come Hezbollah e altre milizie nella regione.

 


  1. La guerra in Libano e quella con l'Iran

    (di Francesco Piacitelli)


La crisi mediorientale che vede contrapposti Israele (e Stati Uniti), Iran e gli alleati regionali di Teheran ha subito profonde trasformazioni nelle ultime settimane. Il quadro attuale è quello di una competizione strategico-militare multilivello. Israele tenta di preservare libertà d’azione e profondità difensiva, mentre l’Iran impiega gli alleati regionali, capacità missilistiche, droni ed interdizione logistica come strumenti di proiezione. 

Il Libano meridionale è uno dei teatri operativi principali, poiché le operazioni israeliane non sembrano più limitate a raid punitivi, ma assumono i tratti di una campagna di interdizione territoriale. Secondo l’IDF (Forze di Difesa Israeliane), l’operazione nell’area del Beaufort Ridge e del Wadi al-Saluki mira a smantellare infrastrutture strategiche di Hezbollah ed eliminarne le minacce di proiezione verso la Galilea. Dal punto di vista operativo, l’approccio israeliano muta radicalmente, puntando ad erodere la profondità tattica di Hezbollah ed a creare una fascia di interdizione. Hezbollah, al contrario, agisce puntando sulla resilienza, la dispersione e la capacità di logoramento. I dati evidenziano come Hezbollah stia cercando di trasformare l’avanzata israeliana in una guerra di attrito, strategia già adottata con successo nel 1982 e nel 2006. 

Il memorandum USA-Iran siglato lo scorso 17 giugno prevedeva la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari “su tutti i fronti, incluso il Libano”, la riapertura progressiva dello Stretto di Hormuz ed un meccanismo per trattare il dossier nucleare. La sua crisi, tuttavia, mostra come lo stesso non avesse prodotto una stabilizzazione reale, ma un temporaneo cessate il fuoco. Le divergenze sull’amministrazione dello Stretto di Hormuz e le pressioni israeliane per lasciare fuori dall’accordo il Libano hanno rapidamente deteriorato l’efficacia dello stesso. Israele cerca quindi di impedire che Hezbollah rigeneri capacità C2 (comando e controllo) e capacità di proiezione verso la Galilea. L’Iran mira a evitare che il proprio asset levantino venga compromesso, utilizzando al tempo stesso Hormuz come leva di pressione. Hezbollah punta a sopravvivere militarmente e politicamente, salvaguardando una quota sufficiente di deterrenza. Washington, infine, mira a preservare la libertà di transito e navigazione, linee rosse inderogabili.  

In prospettiva, si aprono tre scenari. Il primo, più favorevole ma anche più fragile, è una stabilizzazione condizionata: ritiro progressivo israeliano, dispiegamento credibile delle Forze armate libanesi, contenimento di Hezbollah e ripresa di un canale negoziale sul nucleare. Il secondo, più probabile, è un congelamento instabile, fondato su tregue locali, strike selettivi israeliani, limitata pressione iraniana su Hormuz e assenza di un vero meccanismo di verifica. Il terzo è un’escalation intermittente, nella quale il fallimento del Memorandum di Islamabad alimenta nuovi attacchi contro asset marittimi, basi statunitensi o infrastrutture di Hezbollah. La variabile decisiva non sarà quindi la firma di un nuovo accordo, ma la capacità di renderlo efficace sul terreno, altrimenti la crisi resterà una competizione aperta, non un processo di stabilizzazione strategica. 



9. Israele, cybersecurity e IA 

(di Veronica Gatta)


Israele rappresenta uno dei principali centri mondiali dell'innovazione nel settore della cybersecurity e dell'intelligenza artificiale, elementi oramai centrali della sua strategia di sicurezza nazionale. Negli ultimi anni, il Paese ha costruito un settore digitale in cui governo, forze armate, università e settore privato collaborano strettamente nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie. Secondo recenti stime, in Israele operano oltre 500 aziende specializzate in cybersecurity, mentre il settore rappresenta uno dei principali motori dell'economia nazionale. Solamente nel 2024 le imprese cyber israeliane hanno raccolto circa 3,8 miliardi di dollari di investimenti privati, pari a oltre un terzo di tutti gli investimenti tecnologici del Paese, con un aumento pari al 24% nel 2025. Alla base di questo modello vi è il forte legame tra apparato militare e innovazione tecnologica. In particolare, l'Unità 8200 delle Israel Defense Forces (IDF), specializzata in intelligence elettronica e cyber, costituisce uno dei principali centri di formazione del capitale umano nazionale. Molti fondatori delle principali aziende israeliane del settore provengono infatti da questa unità, contribuendo alla nascita di un ecosistema nel quale competenze maturate in ambito militare vengono rapidamente trasferite al settore privato. 

Negli ultimi anni l'intelligenza artificiale è diventata una componente sempre più rilevante delle capacità operative israeliane. L'IA viene impiegata per elaborare grandi quantità di dati provenienti da immagini satellitari, intercettazioni, sensori e fonti aperte, supportando le attività di intelligence e il processo decisionale militare. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, le Forze di Difesa Israeliane hanno accelerato l'integrazione di strumenti basati sull'intelligenza artificiale nelle operazioni militari, utilizzandoli per l'analisi delle informazioni e il supporto all'identificazione di obiettivi. Tali sviluppi hanno attirato l'attenzione della comunità internazionale, soprattutto a seguito delle inchieste giornalistiche relative ai sistemi "Lavender" e "Gospel", che avrebbero contribuito ad automatizzare parte del processo di selezione dei target. L'impiego di tali sistemi ha alimentato un ampio dibattito sui limiti dell'automazione militare, sulla trasparenza algoritmica e sul rispetto del diritto internazionale umanitario.

La leadership tecnologica rappresenta inoltre uno strumento di proiezione internazionale. Difatti, il settore high-tech contribuisce a circa il 20% del PIL israeliano, impiega il 15% della forza lavoro e genera oltre il 50% delle esportazioni. La crescente domanda globale di tecnologie cyber, software di difesa e soluzioni basate sull'intelligenza artificiale ha rafforzato il ruolo di Israele quale partner privilegiato degli Stati Uniti e di numerosi Paesi europei, soprattutto con l’inizio della guerra in Ucraina.  Accanto alle opportunità economiche e strategiche, il modello israeliano continua tuttavia a sollevare questioni di natura etica e giuridica. Organizzazioni internazionali, esperti di diritto dei conflitti armati e organismi delle Nazioni Unite hanno evidenziato la necessità di definire regole condivise per l'impiego dell'intelligenza artificiale in ambito militare, affinché l'automazione non comprometta i principi di proporzionalità e responsabilità individuale. La crescente integrazione tra IA, cyber security e difesa rende quindi Israele uno dei principali laboratori mondiali dell'innovazione militare, ma anche uno dei casi più osservati nel dibattito internazionale sulla governance delle tecnologie emergenti.



  1. Quale futuro per gli Accordi di Abramo? 

    (di Isabella De Sinno e F. Adele Casale) 


Gli Accordi di Abramo consistono in una dichiarazione generale e in singoli accordi bilaterali stipulati tra Israele e diversi Paesi perlopiù arabo-musulmani (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco, Kazakistan, Sudan, Arabia Saudita Siria) volti a normalizzare i rapporti diplomatici ed economici con Israele, promossi dagli Stati Uniti e firmati a Washington nel settembre 2020. 

Se da una parte questi Stati supportano il popolo palestinese contro le violazioni israeliane del diritto internazionale umanitario e i diritti umani e la proliferazione degli insediamenti, dall’altra, il rapido sviluppo economico e l’innovazione tecnologica fanno emergere degli interessi reciproci che si intensificano nel tempo anche in materia securitaria, trasponendo in secondo piano la questione palestinese, gradualmente partire dalla fine del sec. XX.

Gli Accordi di Abramo del 2020 hanno provocato un significativo riallineamento delle alleanze regionali nel Medio Oriente, con Israele che si è unito a Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Arabia Saudita contro quella che viene percepita come la minaccia iraniana insediatasi a colmare un vuoto di potere lasciato sia dalla caduta del governo di Saddam Hussein in Iraq nel 2003, sia successivamente dalle cd. Primavere arabe del 2011. Gli Accordi hanno portato alla luce le relazioni che già i Paesi del Golfo intrattenevano. Tuttavia, le risposte non sono uniformi: dopo il 7 ottobre 2023, l'Arabia Saudita ha sospeso i colloqui di normalizzazione con Israele, seppur senza un rifiuto permanente: secondo l'analisi del Two-Level Game, la sospensione è una strategia per bilanciare pressioni internazionali con vincoli domestici. A livello interno, il mantenimento della legittimità di Riyadh come Custode delle Due Città Sante dell'Islam (Medina e La Mecca), combinato con l'opposizione pubblica alla normalizzazione senza una soluzione palestinese chiara, ha ristretto lo spazio politico di manovra del governo. È, dunque, una pausa tattica piuttosto che un rifiuto ideologico.

La caduta del Presidente siriano Bashar al-Assad nel dicembre 2024 ha aperto la strada all'adesione della Siria, con il nuovo leader siriano, Ahmed al-Sharaa che promuove nuova legittimità internazioanle. Nonostante ciò, Israele minaccia il confine siriano (vd punto 2) in chiave anti-Turchia, rivale regionale di Israele in Siria.

Gli Accordi di Abramo sono stati raggiunti anche dal Marocco nel dicembre 2020 e dal destabilizzato Sudan nel gennaio 2021 (effettiva nel 2023), ottenendo dagli Stati Uniti, rispettivamente, il riconoscimento della sovranità sul Sahara occidentale; e la rimozione dalla lista delle sanzioni contro gli stati sponsor del terrorismo. Infine il Kazakistan ha firmato nel novembre 2025.

Alla luce dei fatti a partire dal 7 ottobre 2023, gli Accordi di Abramo sembrano entrare in una seconda fase alla base della quale primeggia il pragmatismo principalmente dei Paesi del Golfo con la collaborazione con Israele sui piani economico e militare.



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