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Uomini (e donne) in prima linea: la rivoluzione della parità in Europa

di Vittoria Paterno



Per la Giornata internazionale della donna del 2025, su Raid Review avevo cercato di porre l’attenzione sulla necessità della parità tra uomini e donne, parlando di Femminile Inclusivo, non polarizzato.


Quest’anno, vorrei parlare del Maschile Inclusivo.


Ogni uomo si trova a confrontarsi, in forme diverse e spesso ambivalenti, con il sistema di potere e con le dinamiche culturali storicamente riconducibili al patriarcato.

Ciò accade perché l’ordine patriarcale è complesso e stratificato: gli uomini ne sono beneficiari e soggetti coinvolti e, allo stesso tempo, e in forme diverse, vittime. Inseriti in una rete di relazioni gerarchiche che li colloca in posizioni differenziate rispetto ad altri uomini, essi possono entrare in conflitto con sistemi politici o tradizioni dominanti, pur continuando a condividere rappresentazioni simboliche che naturalizzano l’ordine esistente e ne occultano la natura costituita nel tempo [1].

Storicamente, il patriarcato può essere interpretato anche come una strategia maschile di uso del potere, volta a costruire istituzioni sociali capaci di reintegrare a livello simbolico il maschio nella riproduzione della vita. Questo processo ha inciso in modo significativo sui corpi delle donne, riducendo cittadinanza, autonomia e autorevolezza, e collocando l’uomo al vertice di un ordine simbolico fondato sulla razionalità, sull’autocontrollo e sull’uso del corpo come strumento di dominio. Tuttavia, lo stesso ordine ha prodotto una mutilazione della corporeità maschile, impedendo agli uomini di abitare relazioni di intimità generatrici di senso con altri uomini. Questo paradosso è stato evidenziato anche dagli studi sulle maschilità egemoniche, che mostrano come il sistema patriarcale produca simultaneamente privilegi sociali e costi identitari per gli uomini stessi [2]. 

Come osserva Stefano Ciccone in Essere maschi, tra potere e libertà (Rosenberg & Sellier, 2009), il corpo maschile, a differenza di quello femminile, non può contenere altri corpi: non si moltiplica, non conosce la trasformazione da uno a due. Gli uomini restano corpi chiusi, finiti in sé stessi. Nascono, crescono e muoiono come tutti, ma non portano inscritta nel proprio corpo la continuità biologica. In questa prospettiva, l’uomo appare come un “ramo secco”.

Se il corpo femminile è socialmente rappresentato come ingombrante, eccessivo, segnato dalla propria materialità biologica, il corpo maschile è invece costruito come un corpo silenzioso: un corpo apparentemente privo di cicli, di passaggi  riconosciuti a livello simbolico, di eventi che segnino l’ingresso nell’età adulta o la fine della fertilità. Su questo silenzio l’uomo ha edificato una soggettività percepita come libera. Ma proprio perché narrato come privo di oscurità, al corpo maschile è stato negato il non-visibile: l’uomo è stato rappresentato come privo di mistero, e questa presunta assenza di mistero, ha finito per esercitare su di lui una forma di dominio. In questa logica, il corpo maschile è pensato come silente e il sesso maschile come uno strumento il cui valore si misura solo all’esterno di sé. L’identità sessuale dell’uomo non si fonda sull’ascolto dei propri desideri, ma sulla dimostrazione di resistenza, potenza, prestazione.

Questa distanza dalla “matrice della vita” mina la fiducia nelle proprie forze, siano esse passionali o razionali, e nella possibilità di farle dialogare. Gli uomini appaiono così simili a “nati prematuri”, fragili e bisognosi di un’incubatrice simbolica per sopravvivere. La difficoltà di corrispondere al proprio corpo si intreccia con la costante richiesta sociale di dimostrare di essere uomini, rivelando una precarietà costitutiva della virilità che trasforma l’identità sessuale in una rappresentazione da dover continuamente conquistare.

Riflettere sul corpo significa allora ricordare che i soggetti della libertà e del conflitto non sono categorie astratte, ma percorsi collettivi che coinvolgono singolarità incarnate. 

Il tema dell’alterità riguarda in modo particolare il maschile, non tanto per la relazione con l’Altro inteso come ciò che nasce da sé, quanto per l’esperienza di essere l’Altro. Da qui nasce la domanda di Ciccone:

«Quali sono, dunque, le amputazioni che il maschile ha subito nella sua storia, e che ha cercato di superare o occultare? Una lettura critica del potere come protesi non invita alla rinuncia, ma a ripensare i limiti del proprio corpo non come qualcosa da cui fuggire, bensì come realtà da risignificare» [3].

La questione di come costruire una nuova relazione tra i sessi rimanda allora alla necessità di immaginare modi differenti di abitare il corpo e il desiderio maschile: non rimuovendoli o  negandoli, ma tentando di reinventarli. Per ascoltare fino in fondo i desideri maschili, senza trasformarli in potere, è necessario misurarsi con i limiti del proprio corpo, farne esperienza e fondare la relazione con le donne sul riconoscimento reciproco di due parzialità.

«Forse l’invenzione che dobbiamo produrre riguarda uno spazio per una relazione dove il desiderio, il limite e il riconoscimento reciproco fondino un’idea diversa dei diritti e delle libertà, per la quale il riconoscimento delle priorità della scelta femminile non si tramuti in una mancanza di responsabilità maschile, che è innanzitutto consapevolezza dei propri desideri, fantasie, proiezioni e paure per metterli in gioco, riconoscendone il limite e al tempo stesso la verità» [4]. 



Maschilità contemporanee e spazi di riconoscimento: il contributo di Álvaro Gafaro

In questa stessa direzione si colloca il lavoro educativo e divulgativo nei processi di riflessione collettiva sulle maschilità contemporanee di Álvaro Gafaro cofondatore di “Maschi che si immischiano”, associazione nata a Parma nel 2016.

L’approccio dei “Maschi che si immischiano” si distingue per una scelta metodologica precisa: non accusatoria ma trasformativa.

Loro partono da un presupposto semplice quanto disarmante, e spesso rimosso nel dibattito pubblico, ossia che la violenza maschile non possa essere compresa senza interrogare le condizioni culturali ed emotive entro cui gli uomini vengono socializzati. Nei suoi workshop emerge come la competizione esasperata, storicamente associata al modello virile dominante, produca non solo gerarchie sociali, ma altresì isolamento emotivo e fragilità non riconosciute.

I dati richiamati durante i loro interventi mostrano un paradosso significativo: la maggioranza degli atti violenti è agita da uomini (oltre il 90%) e, allo stesso tempo, colpisce prevalentemente altri uomini. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento spesso invisibile nel discorso pubblico: circa l’80% dei suicidi nel mondo riguarda uomini.(WHO, Suicide worldwide in 2023 / Global Health Observatory). Questi numeri non ridimensionano in alcun modo la violenza contro le donne, ma rivelano l’esistenza di una sofferenza maschile diffusa che rimane culturalmente indicibile, spesso normalizzata.

Molti uomini crescono apprendendo precocemente che le emozioni devono essere controllate, il dolore sopportato e la vulnerabilità nascosta. La costruzione dell’identità maschile avviene così attraverso una sorta di “maschera emotiva”, che garantisce appartenenza sociale, ma al prezzo di una progressiva alienazione da sé stessi. Parte di questa maschera è la visione della donna come essere inferiore, come terreno di conquista, di possesso, come oggetto e non come soggetto di relazione. Quando tale maschera viene rimossa, negli spazi protetti di dialogo, emergono paure comuni: non essere abbastanza, essere giudicati, non sapere se si è davvero desiderati o riconosciuti.

Bisognerebbe interrogarsi sul perché di tale educazione e soprattutto chi ne trae beneficio, ma basterebbe un’analisi superficiale per capire che questo giova soltanto a un sistema che continua a usare la violenza e il sopruso a vantaggio di pochi (uomini) e a  detrimento di molti (donne e uomini)

In questa prospettiva, la violenza appare meno come un’anomalia individuale e più come l’esito estremo di un’educazione emotiva negata. Comprendere tali dinamiche, sottolinea Gafaro, non significa deresponsabilizzare i carnefici, giustificare i comportamenti violenti,  ma renderne possibile la prevenzione. 

La cultura non è altro che il risultato delle interazioni umane in un tempo e spazio determinati e come tale è soggetta a continua evoluzione. Negli ultimi 100 anni  la violenza è stata ridotta ai minimi storici e adesso è necessario che gli esseri umani, in particolare l’ “umano maschile”, concentrino la propria attenzione sull’eliminazione delle violenze e discriminazioni sul “umano femminino”. In poche parole, dobbiamo cambiare la cultura.

Il lavoro dei “Maschi che si immischiano” insiste inoltre sulla necessità di creare nuovi spazi di legittimazione della vulnerabilità maschile, capaci di sottrarre gli uomini alla logica difensiva della contrapposizione tra i generi. Le rivendicazioni femminili, infatti, non rappresentano una perdita di diritti per gli uomini, ma l’opportunità di trasformare modelli relazionali fondati sul dominio, in relazioni basate su cooperazione, empatia e responsabilità condivisa.

In un ecosistema comunicativo dominato dalla polarizzazione diventa cruciale ricostruire luoghi di parola in cui uomini e donne possano riconoscersi reciprocamente senza trasformarsi in antagonisti.

Il messaggio di fondo converge con la prospettiva qui delineata: non esiste un solo modo di essere uomini. Riconoscere la pluralità delle maschilità diventa allora una condizione necessaria per ridurre violenza, solitudine e radicalizzazione identitaria, aprendo la possibilità di un’etica della relazione fondata non sull’opposizione, ma sul reciproco riconoscimento delle vulnerabilità.



Conclusione: 8 Marzo 2026

I dati più recenti dell’European Institute for Gender Equality (EIGE), elaborati nel Gender Equality Index 2025, mostrano che l’Unione europea ha raggiunto un punteggio medio di 63,4 su 100, con progressi lenti negli ultimi anni. Al ritmo attuale di incremento dell’indice (circa 0,7 punti all’anno), gli esperti EIGE stimano che la piena parità di genere nell’UE potrebbe restare distante almeno altri 50 anni se non si introducono cambiamenti più incisivi nelle politiche e nelle pratiche sociali.

Parlare di Maschile Inclusivo in occasione dell’8 marzo non significa spostare il focus dalle donne agli uomini, ma riconoscere l’importanza per entrambi di abitare relazioni non fondate sul dominio.

Forse, allora, il senso di questa giornata nel 2026 non è soltanto celebrare i diritti acquisiti o denunciare quelli negati, ma interrogarsi su quale idea di libertà vogliamo costruire: una libertà che non si affermi contro l’Altro, ma che si definisca nel limite, nel desiderio e nel riconoscimento reciproco.

Un Maschile Inclusivo non è un’identità alternativa, ma una responsabilità condivisa. Ed è anche da qui che passa, oggi, la possibilità concreta della parità.


[1] Bourdieu Pierre, La domination masculine, Paris: Seuil, 1998, pp. 49–52

[2] Connell Raewyn, Masculinities, Berkeley: University of California Press, 1995, pp. 67–71.

[3] Stefano Ciccone, Essere maschi, tra potere e libertà, Rosenberg & Sellier, Torino, 2009, pp. 35–36, dove l’autore riflette sulle “amputazioni” storiche del maschile e propone una lettura critica del potere come protesi, invitando a risignificare il limite corporeo anziché rimuoverlo.

[4] Ivi, pp. 123–125, dove l’autore riflette sulla necessità di inventare uno spazio relazionale fondato su desiderio, limite e riconoscimento reciproco, e sulla responsabilità maschile di confrontarsi criticamente con le proprie fantasie di onnipotenza.

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