La “legge del più forte” è falsa!
- Redazione

- 2 giorni fa
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Perché la violenza è l'illusione dei sistemi in declino

Il titolo richiama provocatoriamente la formula dottrinale della Qiyama (la "Grande Resurrezione") proclamata nella fortezza nizarita di Alamut (Iran) nel 1164. In tale contesto, l'annuncio che «la Legge è falsa» non indicava un invito all'anarchia, bensì l'abrogazione della norma esteriore e coercitiva in favore di una comprensione superiore della realtà (la Haqiqa). Traslato nell'analisi geopolitica e sistemica qui proposta, il concetto suggerisce che la "legge del più forte" non sia una legge di natura, ma un errore di prospettiva: chi si affida esclusivamente alla forza bruta non sta esercitando un potere, ma sta reagendo al fallimento della propria capacità di regolare il sistema. Come per gli ismaeliti di Alamut, "risorgere nello spirito" significa qui evolvere verso una tecnologia di sopravvivenza superiore — la cooperazione e il diritto — riconoscendo che la coercizione è una "manutenzione infinita" che consuma il futuro di chi la esercita.
L’artwork della copertina, generato con IA, è un dialogo visivo tra due capolavori distanti nei secoli, ma uniti da un’unica verità: la forza senza dominio di sé non è potenza, è solo rumore strategico, un attrito che consuma il futuro. Il primo riferimento è la statua di Giovanni delle Bande Nere (Temistocle Guerrazzi, 1855, Loggiato degli Uffizi): il condottiero è colto nel momento del controllo, non dell'impeto. La sua spada porta l'ammonimento che qui diventa perno concettuale: “Non mi snudare senza ragione / Non mi impugnare senza valore”. È il manifesto della forza come atto condizionato: non un impulso mimetico, ma una scelta dettata dalla necessità e dalla legittimità. Il secondo riferimento è “Il dominio di se stessi” (Francesco Celebrano, 1767, Cappella Sansevero, su progetto di Queirolo): un guerriero romano governa un leone. Non è una celebrazione della prigionia, ma della sovranità interiore. L’istinto non viene annullato, ma trasformato in architettura politica.
1. Il predatore che muore di fame
Quando il dibattito pubblico si rifugia nella metafora della giungla per spiegare la politica internazionale, o nella più volgare “legge del più forte”, non sta soltanto semplificando, sta scegliendo un’ottica che trasforma l’impulso in teoria, il colpo in strategia, il ricatto in “realismo” e, soprattutto, sta offrendo al lettore, come allo studioso e allo studente di Diritto internazionale, una via d’uscita comoda: se il mondo è una giungla, allora non serve capire troppo, basta adeguarsi, come se la comprensione fosse un lusso e non una difesa. È qui che torna, come un proverbio di ferro, la frase che si associa a Thomas Hobbes, homo homini lupus, e che viene riesumata ogni volta che la realtà fa paura, perché la paura ama le formule brevi, ma il punto - oggi ecologia ed etologia insegnano - è che persino la giungla, quella vera, è più organizzata di quanto Hobbes temesse e che la “guerra di tutti contro tutti” non è la regola madre del vivente, bensì una condizione limite, un collasso di omeostasi, un fallimento di regolazione.
Qui conviene ribaltare Hobbes senza insultarlo, perché la sua intuizione centrale resta valida, e cioè che senza un dispositivo di contenimento la violenza può dilagare, ma ciò che oggi vediamo con strumenti migliori è che quel dispositivo non nasce come moralismo, nasce come tecnologia di sopravvivenza, e che la natura stessa, lungi dall’essere un ring anarchico, è un laboratorio di contenimenti, di deterrenze, di equilibri dinamici che rendono il domani possibile. In questo senso lo Stato hobbesiano non “civilizza” la giungla, ma imita, su scala umana, un principio che nei sistemi complessi è già presente: la capacità di autoregolarsi, cioè di non trasformare ogni perturbazione in una guerra totale.
La lente di René Girard aiuta a capire perché il bullo geopolitico, quello che attacca per primo e alza sempre la posta, raramente è un calcolatore freddo, e spesso è un prigioniero di una spirale imitativa: il desiderio mimetico non produce solo consumi o status, produce anche violenza, perché se io temo che tu mi attacchi, ti attacco per primo, e il mio attacco diventa la prova che tu avevi ragione a temermi, e così il sistema scivola in un’escalation che non è più scelta, ma automatismo, non è più strategia, ma riflesso. È in quel punto che l’omeostasi, nel senso di Walter Cannon, smette di operare, perché un sistema che non compensa, che non raffredda, che non assorbe, che non crea valvole, non diventa più “vero”, diventa instabile, e l’instabilità non è un tratto caratteriale, è una fattura che arriva in forma di costi, di risorse sprecate, di attrito, di rigidità.
Qui però c’è un paradosso che va risolto meglio di quanto faccia la retorica usuale, perché non basta dire che il bullo perde nel lungo periodo, come se fosse una punizione morale che il tempo dispensa con calma, bensì diventa necessario dire la cosa più fastidiosa e più concreta: il bullo si rende vulnerabile già nel breve periodo, perché aumenta i suoi costi di transazione, cioè i costi necessari a far funzionare il suo stesso metodo. Ogni minaccia richiede risorse per essere mantenuta, perché minacciare non è parlare, è sorvegliare, è dimostrare, è presidiare, è preparare, è tenere acceso il motore; il bullo non deve solo vincere, deve controllare che la vittoria non venga aggirata, deve monitorare che l’altro non stia preparando la rivincita, deve compensare la sfiducia che lui stesso ha generato, e così la sua forza diventa un asset ad alto mantenimento, un capitale che consuma capitale. Di contro, un sistema basato su regole credibili, su procedure, su meccanismi che si auto-applicano, è un asset a basso mantenimento, perché riduce la necessità di sorveglianza permanente. Il diritto, quando funziona, ti fa risparmiare guardie, ti fa risparmiare minacce, ti fa risparmiare guerra psicologica quotidiana, perché sposta il peso dal controllo continuo all’aspettativa stabile.
Hannah Arendt ci ricorda, con la sua distinzione tagliente tra potere e violenza, che conviene prendere non come citazione colta, ma come strumento diagnostico: la violenza appare dove il potere è in pericolo, la violenza può distruggere il potere ma non può sostituirlo, perché il potere è la capacità di far accadere cose nel mondo con un grado sufficiente di consenso o accettazione, mentre la violenza è ciò che usi quando quell’accettazione manca o sta evaporando. Il bullo può avere violenza e può persino farla funzionare per un po’, ma spesso la sta usando perché il suo potere è fragile, e più la usa più consuma la base invisibile che rende la sua posizione sostenibile.
A questo punto bisogna aggiungere un’altra prigione mentale che il bullo si costruisce da solo: la sindrome del costo sommerso (sunk cost), quel meccanismo per cui, dopo aver investito risorse, reputazione, teatralità, minacce, diventa psicologicamente e politicamente quasi impossibile fare marcia indietro senza distruggere l’immagine che hai costruito. Dentro una spirale mimetica alla Girard, la forza diventa una gabbia, perché ogni passo indietro viene letto come debolezza e quindi la scelta “razionale” di fermarsi diventa, agli occhi del bullo e del suo pubblico, una sconfitta; così l’escalation, che era nata come strumento, diventa identità, e l’identità, quando è agganciata al ricatto, ti obbliga a ricattare ancora, fino a consumarti.
Ecco perché l’immagine del predatore che muore di fame, se presa sul serio, non descrive un destino lontano, ma una vulnerabilità immediata: il predatore che deve pattugliare un territorio sterminato, che deve impedire agli altri predatori di organizzarsi, che deve controllare le prede superstiti, spende energie crescenti per mantenere una supremazia che si dissolve appena smette di spendere; non è potenza, è manutenzione infinita.
2. La natura non è un ring
Per evitare qualsiasi residuo di “pancismo”, conviene dirlo chiaro: la natura non è buona, è efficiente, e quando coopera non lo fa per altruismo, lo fa perché in certe condizioni la cooperazione è l’esito più economico e più stabile dell’egoismo. Questo è un punto decisivo, perché smonta il moralismo alla radice: la cooperazione, nei sistemi viventi, è spesso egoismo illuminato o egoismo di gruppo/specie, cioè la scelta più conveniente per massimizzare la sopravvivenza nel tempo, riducendo i rischi e aumentando la capacità di assorbire shock.
La simbiogenesi di Lynn Margulis va letta esattamente così, non come poesia della fratellanza, ma come patto di mutua convenienza tra egoisti: un accordo biologico implicito che ha prodotto livelli di complessità impossibili da raggiungere con la sola competizione. L’incorporazione di batteri, l’endosimbiosi, non è un abbraccio spirituale, è una fusione funzionale: io ti inglobo perché mi servi, tu resti perché ti conviene, e insieme diventiamo qualcosa che nessuno dei due, da solo, poteva essere. È un realismo biologico brutale, e proprio per questo è utile in geopolitica, perché mostra che la cooperazione non è l’opposto della forza, è una forma più sofisticata di potere, capace di creare struttura.
L’etologia di Frans de Waal, quando osserva i primati e demolisce la favola del maschio alfa che domina solo con la paura, ci dice la stessa cosa con altre parole: la paura produce obbedienza, ma è un collante scadente, perché regge finché il capo è invincibile e collassa quando il capo vacilla; la leadership duratura, invece, è quella che sa costruire alleanze, che sa riparare i conflitti, che sa distribuire riconoscimento, perché in un sistema di interazioni ripetute la stabilità interna è una condizione per competere fuori. L’empatia, qui, non è gentilezza, è ingegneria sociale: è la capacità di mantenere coeso il gruppo, quindi di renderlo più forte contro shock esterni.
E se vogliamo una genealogia filosofica della stessa intuizione, Peter Kropotkin, con il mutuo appoggio, ci permette di capire quanto sia vecchia e quanto sia distorta l’idea che la cooperazione sia un’eccezione sentimentale; al contrario, la cooperazione è una tecnologia evolutiva, un modo per ridurre costi e aumentare efficienza, perché un individuo isolato, o un attore isolato, paga sempre premi più alti al rischio.
L’immagine della foresta e delle reti fungine, quella che in divulgazione viene chiamata “Wood Wide Web”, è perfetta perché toglie all’osservatore la tentazione del moralismo: sopra il terreno vedi la competizione per la luce, sotto il terreno vedi l’infrastruttura che rende quella competizione non autodistruttiva, perché consente scambi, redistribuzioni, segnali, e chi resta isolato diventa fragile, più esposto, più dipendente dal caso. È un realismo organico: competizione sopra, cooperazione sotto, e senza il “sotto” il “sopra” collassa.
3. Resilienza contro forza bruta
La parola che separa la vanità muscolare dal pensiero strategico è resilienza e, se vogliamo una lama più moderna e spietata, antifragilità, come la definisce Nassim Nicholas Taleb, perché un sistema antifragile non si limita a resistere agli urti, migliora grazie a urti piccoli e frequenti, sviluppa muscoli dove prima aveva tessuti molli, costruisce ridondanza, crea opzioni. La forza bruta, al contrario, è spesso fragile, perché dipende da condizioni previste e da catene di controllo che, se spezzate, mandano in crisi l’intero edificio; più un sistema è costretto a sorvegliare, a minacciare, a imporre, più è esposto a shock imprevisti, perché la sorveglianza non crea adattamento, crea rigidità.
Qui Sun Tzu torna utile proprio perché non è un aforista, è un ingegnere della vittoria: la miglior vittoria è quella che non richiede battaglia, perché la battaglia è il kernel duro del sistema, quello dove ogni operazione è costosa, rischiosa, lenta, e dove l’errore non è un inciampo, ma un collasso. La forza bruta, intesa come prima risorsa, è spesso la scelta del generale incapace, non perché sia moralmente cattivo, ma perché non sa manipolare l’ambiente, non sa costruire incentivi, non sa far sì che l’altro scelga ciò che tu vuoi senza che tu debba spingerlo ogni giorno.
Qui la sindrome di hýbris si incastra come una patologia del comando: chi vive di forza tende a credersi immune dalle reazioni sistemiche, tende a sottovalutare i segnali deboli, tende a confondere il silenzio con l’accettazione, e quando si accorge che il sistema stava preparando contromisure è già tardi. La vittoria di Pirro, in geopolitica, non è un concetto retorico, è una contabilità: vinci una mossa, perdi posizione, perdi reputazione, perdi cooperazione, e inizi a pagare costi di mantenimento crescenti per tenere fermo ciò che prima era stabile quasi da solo.
4. La lezione della Teoria dei Giochi
La Teoria dei Giochi, quando è capita bene, non giustifica il cinismo, lo ridimensiona, perché mostra che la scorciatoia, in un gioco ripetuto, è spesso una trappola. Robert Axelrod, con il torneo sull’evoluzione della cooperazione, mette in scena una verità che il bullo ignora: in contesti ripetuti, spesso vince una strategia semplice e “adulta”, quella chiamata Tit-for-Tat, che inizia cooperando, punisce il tradimento, ma torna a cooperare se l’altro smette di tradire. È una strategia che non è gentile, è efficiente, perché riduce i costi di conflitto, crea prevedibilità e rende la cooperazione conveniente senza renderla ingenua.
Il concetto decisivo è l’ombra del futuro: se so che ti incontrerò domani, non mi conviene fregarti oggi, perché il danno reputazionale e l’aumento di diffidenza superano il guadagno immediato. Il bullo, invece, agisce come se non ci fosse un domani e, così facendo, accorcia l’orizzonte temporale della civiltà, trasformando un sistema cooperativo imperfetto in una sequenza di rapine reciproche.
Qui Tucidide e il dialogo dei Meli vanno trattati con attenzione, perché l’obiezione facile è sempre la stessa: i Meli sono morti, quindi il realismo ha ragione. No, il punto è un altro, ed è più freddo e più devastante: il problema di Atene non fu morale, fu di calcolo, perché distruggendo Melo non ottenne sicurezza, ottenne il contrario, trasformò ogni neutro in un nemico potenziale, insegnò a tutti che la neutralità non protegge, quindi incentivò coalizioni difensive, rese la propria sconfitta finale non solo possibile, ma matematicamente più probabile, perché aumentò il numero di attori che avevano interesse a vederla cadere. La lezione tucididea, letta davvero, non è “i forti vincono”, bensì “i forti che confondono forza e stabilità costruiscono le condizioni della propria caduta”.
5. Il diritto come tecnologia di potere
Il Diritto internazionale, quando funziona, non è una predica, ma un’infrastruttura che riduce costi e rende possibile la cooperazione su larga scala, e qui H. L. A. Hart è fondamentale perché ci ricorda che il diritto non è morale, è un sistema di regole primarie e secondarie che consente alle società di non ricominciare da capo ogni mattina, di non trasformare ogni disputa in guerra privata, di avere procedure per cambiare norme e per risolvere conflitti senza ricorrere sempre alla violenza (in qualsivoglia forma essa s’incarni, financo economica o psicologica). È un dispositivo che si auto-applica, nel senso che, una volta riconosciuto e interiorizzato, riduce la necessità di sorveglianza permanente, e quindi riduce i costi di transazione, esattamente come un buon protocollo informatico riduce la necessità di negoziare ogni pacchetto dati.
La sociologia di Max Weber chiarisce perché il bullo è seducente, ma inefficiente: il potere carismatico muove masse, ma costa tanto, perché dipende da performance continue, da eccezioni, da teatralità, mentre il potere legale-razionale costa meno, perché vive di procedure, e le procedure, quando funzionano, sostituiscono persone, umori e improvvisazioni con meccanismi.
Qui la metafora della User Interface, che è già potente, va sviluppata fino in fondo: il diritto è l’interfaccia utente della forza, perché permette agli altri di interagire con la tua potenza senza essere schiacciati, consente negoziazione, prevedibilità, compatibilità; se rompi la UI, cioè se rompi il Diritto, non è che diventi più libero, sei costretto a interagire con il kernel del sistema, cioè con la guerra, dove ogni operazione è lenta, costosa, rischiosa, e dove un errore può mandare in crash l’intero hardware, cioè l’economia globale, le supply chain, la stabilità finanziaria, l’energia, la fiducia. Nel kernel non ci sono icone e pulsanti, ci sono comandi nudi e conseguenze sproporzionate, e chi sceglie di vivere nel kernel perché disprezza l’interfaccia sta scegliendo deliberatamente un mondo più costoso, più opaco, più fragile.
A tal proposito, Joseph Nye ricorda un punto spesso sottovalutato: il soft power, la capacità di attrarre e orientare senza coercizione, è un moltiplicatore a basso costo, ma vive di credibilità, e la credibilità vive di coerenza normativa; se rompi il diritto, o lo applichi a geometria variabile, il soft power collassa, e quando collassa ti resta solo la coercizione, che è il modo più caro e più instabile di governare il mondo.
6. Europa: ingenuità, doppi standard e la coerenza come asset
In questa contemporaneità turbolenta in cui i bulli appaiono vincitori, l’Europa non deve apparire come una vittima morale, perché non lo è, e quando recita quella parte si indebolisce da sola, perché la moralità senza potere non è etica, è impotenza estetica. L’Europa, se vuole essere letta come attore intelligente, deve essere descritta per ciò che è stata nel suo momento migliore: un architetto di sistemi, un costruttore di labirinti regolatori in cui gli altri entrano non perché amano l’Europa, ma perché non possono permettersi di restarne fuori.
Immanuel Kant resta il riferimento perché l’Europa è l’esperimento kantiano per eccellenza per la pace perpetua, ma bisogna capirlo in modo realistico: “pace” non è bontà, è progettazione istituzionale, è trasformare la convenienza della cooperazione in struttura, e non in emozione. In questo senso, il Brussels Effect, legato al lavoro di Anu Bradford, non è gentilezza, è imperialismo normativo, perché l’Europa non chiede il permesso, impone i costi della non-conformità, e chi vuole commerciare, interoperare, accedere ai mercati, finisce per adottare standard europei non per ammirazione, ma per necessità. È potere senza navi, ma non è potere “morbido” nel senso ingenuo, è potere strutturale, è la capacità di rendere il tuo standard il default globale.
Qui Robert Kagan va ribaltato con precisione: Venere ha bisogno di Marte per difendere le regole, certo, perché senza deterrenza la norma diventa invito alla prova, ma Marte senza Venere è un deserto rosso (Mars caecus diremmo come i Romani), perché senza regole credibili la forza diventa manutenzione infinita, guerra di attrito, perdita di soft power, aumento di costi e quindi impoverimento. In altre parole, la forza senza architettura è sterile e l’architettura senza difesa è vulnerabile; il punto europeo non è scegliere tra i due, è integrarli senza tradire il proprio vantaggio comparato.
Ed ecco perché la coerenza è un asset, e non un peso: l’Europa non deve essere “buona”, deve essere prevedibile, perché la prevedibilità è ciò che abbassa i costi, attrae investimenti, rende il diritto credibile, moltiplica il Brussels Effect; se l’Europa diventa imprevedibile come il bullo, se scivola nel linguaggio della minaccia come identità, perde la sua arma strategica più vera, perché il suo potere normativo vive di continuità e di applicazione non selettiva. L’incoerenza non è solo un peccato morale, è un costo economico misurabile, perché aumenta il premio al rischio, riduce la fiducia, spinge gli attori a diversificare lontano dagli standard europei e, soprattutto, erode la capacità dell’Europa di essere “architetto del labirinto”, cioè di costruire un ambiente in cui gli altri scelgono di adeguarsi perché è più caro non farlo.
Concludendo
La “legge del più forte” è una favola che scambia il collasso per natura e il rumore per potere, perché riduce la complessità a una giustificazione pronta all’uso, ma la realtà, quando la guardi con strumenti seri, è più dura e più elegante: i sistemi che durano sono quelli che sanno competere senza distruggere il contesto della competizione, che sanno punire senza trasformare ogni punizione in guerra permanente, che sanno usare la forza come guardia del corpo delle regole e non come demolizione delle regole, e che soprattutto capiscono che la violenza, quando diventa linguaggio primario, è spesso il segnale che il potere, quello che organizza e dura, sta vacillando.
Per questo la coerenza, alla fine, non è un peso etico, ma una disciplina militare dello spirito, un addestramento collettivo alla prevedibilità, e quindi alla potenza duratura, perché in un mondo complesso il futuro appartiene a chi sa competere duramente dentro regole che proteggono il gioco stesso, mentre chi riduce tutto alla giungla finisce sempre per scoprire, troppo tardi, che anche la giungla ha un ordine, e che l’ordine, quando lo rompi, non ti regala libertà, ti costringe a vivere nel kernel della guerra, dove ogni comando costa sangue, denaro e futuro.
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